L’arte ha il pubblico più bello che esista: la sensibilità

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Nella cultura europea di fine Ottocento, lo studio dell’empatia come «sentire dall’interno» vive un periodo di grande fermento in particolar modo nell’area tedesca di ricerca in relazione all’arte o estetica filosofica. La motivazione si ritrova nel suo significato. Il termine greco , aisthesis significa proprio sensazione, percezione, sentimento; in filosofia, si definisce «estetica» la dottrina della conoscenza sensibile, che va a toccare il sentimento del bello e del sublime nella natura e nell’arte.

Viene quindi spontaneo chiederci: che cosa si prova davanti ad un’opera d’arte?

Cosa accade nell’interazione tra gli esseri umani e le «cose» che passano attrasverso il nostro sguardo, attraverso il nostro «sentire»?

L’essere umano carica di páthos quei “corpi”, quelle immagini, quelle sculture, quei dipinti, quelle forme sensibili che costituiscono l’oggetto del nostro percepire e vi riconosce il dono di creatività.

Sarebbe quindi “plausibile” controbattere affermando che: quadri, ritratti, sculture, immagini, icone e dipinti sono cose, soltanto cose, nient’altro che cose. Oggetti privi di vita propria, muti, inerti, indifesi, neutri. Ma é davvero così? Credo non sia del tutto superfluo osservare che non solo l’opera d’arte sopravvive all’artista nel tempo e quindi è investita da un lustro di eternità, ma che non gli appartiene, perché proviene da altrove: dal mistero di creatività ed è (soprattutto) patrimonio di tutti.

Come afferma il principe Miskin, nell’Idiota di  F. Dostoevskij «La bellezza salverà il mondo». Ma quindi, che cos’è la bellezza? E perché salva il mondo da ogni torpore, da ogni indifferenza? Si potrebbe aprire un discorso molto interessante, che sin da Platone lega il bello al buono, la bellezza al bene. L’empatia, dunque, fornisce una risposta “filosoficamente” interessante, invitandoci a riflettere al modo in cui lo spirito si rende visibile attraverso un corpo. L’empatia non ha niente a che fare con il sentimentalismo, ma riguarda la grammatica del «sentire» che è propria dell’animo umano

 

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