Bellezza e santità nel beato silenzio di un antico oratorio romano

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E’ un luogo di mistero chiuso a tutti, eppure collocato in un punto nevralgico della Città di Roma, con i Dioscuri che vigilano sull’ascesa al Campidoglio da un lato, e il Teatro di Marcello, testimonianza dell’antichità gloriosa dall’altro, e circondato da torri medievali incastonate nei palazzi limitrofi. Si tratta di un luogo poco noto e quasi dimenticato dalla storia dell’arte quello che si cela dietro i muri quattrocenteschi: il monastero delle Oblate di Maria nella casa di Tor de’ Specchi, dove l’”Advocata Urbis” come viene chiamata Santa Francesca Romana, la Protettrice della Roma cristiana, operava e svolgeva i suoi offici.

Sembra un luogo fuori dal nostro mondo odierno, lontanissimo dal caos della metropoli con i fiumi di turisti, il traffico incessante e i rumori frastornanti eppure è ubicato proprio nel suo centro. E’ come uno squarcio nel buio l’apertura agli estranei del monastero che avviene una sola volta l’anno, il 9 marzo, giorno della ricorrenza della morte della Santa, un’unica volta in cui si svela il mistero di una donna illuminata dal raggio divino che con le sue azioni ha reso più luminosa la Roma dei suoi tempi ma che ancor oggi può scaturire momenti di riflessione con il candore della sua opera. Lasciandosi dietro il pullulare cittadino, entrando nel monastero, si è subito avvolti dall’aura introspettiva di questo ordine delle oblate dove si ascolta il silenzio che riempie le orecchie e si contemplano le immagini e simulacri di una vita segnata dalla malasorte riversatasi sulla sua famiglia ma condotta con sacra devozione e amore per la sua vocazione di benefattrice. Cominciando dalla fine della sua parabola, un trapasso che più di un termine ha evidenziato un valico, sulla parete d’entrata destra dell’Oratorio del monastero si trova una raffigurazione di Francesca seduta sul suo letto quando oramai ha espiato la vita, mostrando un volto grigio e già privo di dolori terreni fintanto che è adorata dalle sue sorelle inginocchiate vicine. Davanti alla Santa si distende un tappeto di fiori, contornato da 8 calici al cui limite si apre un varco verso una sfera celestiale, e lei medesima riappare con l’aspetto di fanciulla mentre è accolta da Cristo tra le schiere di Santi e angeli musici. E’ il passaggio sofferto ma aulico dal calvario temporale alla beata cerchia ultraterrena. Questa è gia la conclusione del decorso di vita della Santa di Roma per eccellenza, Francesca Romana che nacque e visse nell’Urbe dal 1384 al 1440, coniugata ad una famiglia nobile, fondatrice della Congregazione delle Oblate a Tor De’ Specchi. Durante la sua vita in una Roma turbata da lotte fratricide, da carestie e da epidemie, la sua opera segnò un punto di svolta, e mentre il suo impegno non si limitò ai bisogni materiali dei poveri, per i quali trasformò la sua casa in ospedale guarendo i malati, cercò altresì di placare le contese, riconciliando i nemici ed incoraggiando i contraenti alla pace. Si rammenta una figura femminile di rilievo sia per il popolo che per il Papa durante lo Scisma d’Occidente.

Aveva impostato la sua vita come moglie e madre di figli, ma come San Francesco dedicò la vita ai poveri e ai più bisognosi. Sopportava con pazienza le disgrazie familiari: le ferite del marito, Lorenzo de’ Ponziani, capo rione di Trastevere accorso in difesa del Papa, l’esilio del cognato, la cattura e la prigionia del primogenito Battista, la morte degli altri due figli Evangelista e Agnese e, come se le sofferenze non bastassero, doveva vedere saccheggiati la sua casa e i suoi beni. Si rivela che Dio le regalava visioni celesti, in cui una volta le apparse persino la Santa Vergine Maria. Ma la metteva altrettanto alla prova attraverso visioni degli inferi in cui esseri oscuri e mostruosi o lo stesso demonio tentarono di trascinarla lontano dalla retta via. Nondimeno, fortificata nello spirito, Francesca Romana irradiava un’inconsueta luce sprigionando le sue numinose aspirazioni che l’aiutavano a radunare intorno a sé amiche e parenti, volenterose di formare il primo nucleo delle “oblate” che Francesca riuniva in un’unica casa dopo la sua visione della Vergine che le dettava le norme di vita ispirate alla Regola di San Benedetto. Nonostante il demonio non le avesse mai dato tregua nel tormentarla, col suo grande impegno e costanza, col suo fervore spirituale, se non per la sua incondizionata benevolenza, nel 1433 Francesca fece sorgere la Congregazione delle “Oblate di Maria” (oggi conosciuta come Oblate di Santa Francesca Romana), proprio nel cuore dell’antica Roma. Francesca voleva che le sorelle si raccogliessero in una vita di famiglia genuinamente cristiana secondo la volontaria promessa di rettitudine e stabilità, senza però adottare il requisito della clausura, quale connotato diffuso nel monachesimo femminile.

Per ricordare l’opera della loro Madre Francesca, le prime oblate vollero far affrescare l’Oratorio con le traversie passate durante la sua esistenza, con l’intenzione di rintracciare il sentiero della sua chiamata e di tramandare le sue imprese miracolose alle generazioni future.  Gli affreschi dell’Oratorio sono attribuite in gran parte ad artisti insigni quali Antoniazzo Romano (1435-1517?), cognato della Santa, a Benozzo Gozzoli e a qualche seguace di Piero della Francesca. Le venticinque scene che costituiscono il ciclo, sono ambientate nella Roma del Quattrocento, illustrano il suo Rione o il brulichio del Tevere, ridando linfa vitale alle vicissitudini di Francesca, descritte anche nelle didascalie in volgare romano che sottolineano ciascun riquadro. Tra gli episodi raffigurati che si manifestano ricolmi di dettagli e interpretati con grande naturalezza, spiccano quello centrale che vede Santa Francesca a fianco alla Madonna incoronata sul trono col bambino, in presenza dell’angelo custode e di San Benedetto. La Madonna si stringe con trasporto al piccolo Gesù, mentre il suo volto materno dalle tonalità delicate di alabastro fa trapelare un’immensa dolcezza e il suo coinvolgimento emotivo verso il bambino. Il drappeggio dell’abito della Vergine che cade a voluminose pieghe di velluto blu, ha una tattilità sorprendente, mentre il trono su cui siede evidenzia la riuscitissima applicazione della prospettiva, rendendo al contempo la profondità architettonica e la plasticità del marmo riccamente intarsiato i cui abbellimenti floreali richiamano gli ornamenti a foglia d’oro delle corone di Maria e Gesù. Rispettivamente a destra e a sinistra del trono si collocano la figura di Francesca Romana che regge il libro della Regola dettate dalla Vergine e in compagnia del suo angelo custode, e quella di San Benedetto. Dietro ai due Santi, delle pareti abbondantemente affrescate con decorazioni di forme floreali risaltano come se fossero rivestite dalla più preziosa seta di Damasco. Uno scenario che lascia attoniti per la bellezza che emana.

Alla “nobile semplicità e quieta grandezza” di questo affresco si contrappone la singolare rappresentazione dell’inferno che si trova sulla parete sinistra dell’ingresso. Quest’ultimo viene attribuito ad un autore più tardo e richiama l’inferno con i suoi gironi già raccontato da Dante Alighieri. L’oscuro “Satanasso” alato di grandi dimensioni e con tante corna presiede questo scenario infernale in cui un serpente gigante sta per ingoiare alcuni umani mentre altri poveri dannati devono subire le pene e le punizioni da Acheronte come nei contrappassi del Sommo Poeta.        Girando per l’Oratorio si offrono altre vedute di grande trasporto che riproducono le circostanze della Roma quattrocentesca e che testimoniano i colori sfavillanti e il vivere della Città Eterna in subbuglio, portando l’osservatore dentro scene animate e impetuose al contempo. Alcuni riquadri espongono i miracoli di Francesca, quando la Santa fa risuscitare un bambino precedentemente soffocato nel sonno, oppure quando fa guarire il piede quasi amputato di un uomo applicandovi un unguento da lei composto, o ancora donando la parola ad una donna muta sfiorandole la lingua. Un’altra scena spiega come una botte di vino viene ritrovata traboccando di nettare prelibato dopo che Francesca ha distribuito tutto il suo contenuto ai poveri. Momenti di bellezza soprannaturale riaffiorano quando alla Santa in meditazione riappare il figlio Evangelista che le lascerà l’Angelo custode come accompagnatore del suo intero cammino, o quando ritornando estasiata dalla Basilica di San Paolo Francesca attraversa un ruscello dal quale fuoriesce completamente asciutta. Si distinguono la maestria dell’esecuzione di questi dipinti murali, il rigore nei dettami prospettici, il naturalismo nelle espressioni delle figure e della Santa, le quali accennano al profondo anelito spirituale. Sui bordi del soffitto contro le pareti si vedono ritratti i volti della Santa, mentre lo stesso soffitto ligneo è interamente dipinto con tonalità vivide e fregi floreali. Invece, l’antico refettorio del Monastero presenta le pareti decorate con le storie delle tentazioni della Santa. Gli affreschi probabilmente sono stati realizzati dopo la morte di Francesca e entro il 1485, data incisa sulla porta che ha aperto il vano successivamente. I riquadri sono dieci, disposti su due file e eseguiti con raffinata semplicità, in una tonalità monocroma dal verde chiaro che conferisce una sensazione plasmabile alle scene della Santa in balia delle tentazioni e perseguitata da demoni e spiriti maligni che ogni volta prendono sembianze diverse. In una rappresentazione Francesca stando in ginocchio vede il demonio in forma di serpente, il quale si trasforma in una bestia con sette teste quando impavida lo stringe tra le mani, ma a tal cospetto appare San Paolo per difenderla. Un altro riquadro raffigura Francesca in orazione, disturbata dall’arrivo di alcuni demoni muniti di nervi di bue per flagellarla.

Ma sopraggiunge l’angelo custode in suo aiuto per salvarla dalla morte altrimenti inevitabile. Si evince dagli affreschi che la Santa non si piega alle tentazioni, ma riesce a resistere con l’assistenza del suo angelo custode e facendosi condurre dall’attitudine interiore e dalla sua vocazione. Le illustrazioni sono tutte accompagnate da descrizioni in lingua volgare. Le superfici che enunciano le sciagure della Santa appaiono levigate, come se fossero incise con abilità nella pietra, caricandosi dell’intensa vibrazione che sprigiona dalla lotta tra il Bene e il Male. Nell’immaginario collettivo moderno Francesca potrebbe apparire come un’eroina dotata di poteri taumaturgici, che fugge a demoni terrifici e multiformi. L’osservatore è stimolato dagli avvenimenti trascendentali rappresentati provando sia sensazioni di godimento artistico che di terrore sublime che lo scuotono in un coinvolgimento estetico di estrema bellezza.  La visita della Congregazione ci dona la visione del paradigma di Santa Francesca Romana, un’esistenza tra momenti di forte impatto mistico e incontri e scontri con esseri di natura demoniaca, che si condensano nei meandri del monastero attraverso le raffigurazioni dipinte che delineando le tappe della sua vita lasciano segni indelebili.

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