23 – 26 maggio, al via le elezioni europee

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Il 23 maggio è la data ufficiale di inizio delle elezioni europee: i primi seggi ad essere aperti sono quelli in Regno Unito e Paesi Bassi. Nel weekend procederanno le elezioni in tutti i paesi membri dell’Unione Europea: il 24 maggio si voterà in Irlanda e Repubblica Ceca; il 25 maggio in Lettonia, Malta e Slovacchia; il 26 maggio, giorno conclusivo, voteranno gli altri 21 paesi. Si conclude dunque l’ottava legislatura del Parlamento Europeo e gli elettori degli Stati membri dell’UE eleggeranno i nuovi eurodeputati; nonostante le differenti date per le elezioni, i risultati dello scrutinio inizieranno ad essere dati contemporaneamente in tutta l’Unione a partire dalle ore 23:00 di domenica 26 maggio, ora in cui chiude il seggio dell’ultimo paese, l’Italia.

Circa 400 milioni di elettori nei 28 paesi membri voteranno per il rinnovo del Parlamento europeo, per 751 deputati: ogni paese eleggerà i propri eurodeputati secondo legislazione nazionale, seguendo delle regole comuni ma potendo scegliere il proprio sistema elettorale, la formula elettorale, la soglia di sbarramento – che non può superare il 5% – e la lista.

Il periodo che ha anticipato le elezioni europee ha senz’altro visto come protagonista la Brexit. La partecipazione del Regno Unito alle elezioni europee è stata incerta fino alle ultime settimane: superata la data di uscita del 29 marzo 2019, sembravano esserci i presupposti per un’uscita del Regno Unito prima del 23 maggio. L’obiettivo era quello di evitare le elezioni in Regno Unito, garantire una ripartizione degli eurodeputati tra i rimanenti 27 Stati membri e formalizzare l’uscita dall’UE. Ciò non è accaduto; il governo inglese ha ottenuto una proroga per cui l’uscita dall’UE avverrà entro il 31 ottobre 2019. Paradossalmente, il paese che non avrebbe dovuto partecipare alle elezioni europee è quello in cui le elezioni hanno avuto inizio: nel Regno Unito si eleggeranno 73 deputati che lasceranno il loro posto, nel momento di uscita dall’UE, ai deputati degli altri paesi membri. Tale votazione sembra porsi come un secondo referendum, con il “Brexit Party” di Farage che spinge per l’uscita dall’UE e partiti come i Liberal – Democratici “LibDem” e “Change Uk” che sono europeisti contrari alla Brexit. Direttamente dall’Unione Europea, il leader ALDE Guy Verhofstadt e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk hanno dato il loro sostegno alle coalizioni pro-remain, invitando i cittadini inglesi ad assumere una decisione nel senso di una permanenza inglese nell’Unione Europea. In ogni caso, gli ultimi sondaggi sembrano confermare che le elezioni non andranno bene per l’attuale governo.

Il secondo paese a partecipare alle elezioni europee sono i Paesi Bassi. Anche in Olanda il voto per le europee è un vero e proprio test per il governo del liberale Mark Rutte (Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia, VVD), già in difficoltà dalle ultime elezioni per il Senato, dove si è imposto sulla scena Baudet, leader del partito populista di destra “Forum voor Democratie” (FvD). Importante è inoltre Wilders, fondatore del partito populista di estrema destra, il Partito delle Libertà (PVV), antieuropeista. Il premier ha sfidato apertamente Baudet, anche in un confronto televisivo, con l’intento di convincere gli elettori a sostenere chi è a supporto dell’Unione Europea e non contro la stessa. Il partito FvD in caso di vittoria entrerebbe nel gruppo parlamentare di conservatori e riformisti (ECR) e non in quello di Lega e Front National, ma la situazione potrebbe cambiare dopo le elezioni.

La parte finale della campagna elettorale ha visto le forze pro-UE muoversi in contrasto con i nazionalisti, che a loro volta hanno attuato un’importante campagna e sono ancora proiettati verso un loro successo. Le elezioni europee potrebbero davvero essere una sfida tra europeisti e sovranisti e tra sostenitori della democrazia liberale e chi invece vorrebbe modificare le istituzioni europee; ciò che è certo è che il risultato potrebbe cambiare l’identità dell’Unione Europea. Le alleanze tra partiti e movimenti nel Parlamento europeo sono le principali incognite per quanto riguarda le scelte dell’UE. Si parla di un blocco di sovranisti guidato dalla Lega, una ipotetica spaccatura del Ppe, un polo liberal-centrista di Macron, senza contare poi le varie trattative post-elettorali tra i gruppi. Per ciò che riguarda il gruppo EFDD (Europa della libertà e della democrazia diretta), il partito Ukip e il M5S hanno avuto un importante ruolo, ma ciò potrebbe cambiare dopo le elezioni. Per ENF (Europa delle nazioni e della libertà), l’azionista di maggioranza è stato il Rassemblement national di Marine Le Pen, ma dopo le europee sarà la Lega a fare la parte principale, coinvolgendo anche movimenti in precedenza estranei al gruppo, come il Partito del popolo danese e i Veri finlandesi. Per ALDE (Alleanza dei democratici e dei liberali) si prospetta un destino di dissoluzione, per poi formare una famiglia politica centrista pro-europea insieme agli eurodeputati di Macron. Per ECR (Conservatori e riformisti), vi sarà un possibile ponte tra Ppe e sovranisti per la presenza al suo interno dei polacchi del Pis, il gruppo a cui hanno aderito Meloni e Fitto, e rischia di perdere il ruolo di terza forza dell’Europarlamento. Infine, il PPE (Partito popolare europeo) potrebbe modificare se davvero venisse espulso Orban: si creerebbe una spaccatura tra centristi quasi macroniani e la destra di partito, che potrebbe andare con i sovranisti.

 

 

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