Uno sguardo d’insieme all’arena Indo-pacifica

in ASIA PACIFICO by

Avendo precedentemente delineato il dilagare degli interessi geopolitici ed economici cinesi, in questa breve analisi ci soffermeremo generalmente sui principali temi e attori nella regione Asia-Pacifico, dove  diverse potenze – tra cui il ‘vecchio’ Giappone e la ‘giovane’ India – combattono per un posto migliore nell’arena geopolitica orientale, sempre piú centro nevralgico a livello globale.

Innanzitutto, bisogna ricordare come quest’area sia rimasta a lungo succube dello strapotere degli imperi del Vecchio Mondo e dell’egemonia americana in seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Dapprima, gli imperi inglese, olandese e francese hanno mantenuto il controllo diretto od indiretto degli affari e della politica nella regione, puntando ad arricchire i forzieri dei loro nascenti stati-nazione e spesso diffondendo la malsana ideologia del fardello dell’uomo bianco inizialmente concepita da Kipling alla fine dell’800. Con la Seconda Guerra Mondiale e il post-guerra, prima il Giappone, e poi Indocina e Corea, hanno vissuto in prima persona il potere militare di Washington. Il Paese del Sol Levante ha dovuto subire non solo lo smacco della sconfitta, ma anche il successivo affronto di dover assistere inerme allo sgancio di due bombe atomiche sulle cittá di Hiroshima e Nagasaki. Con la seguente occupazione americana durata circa una decade, il Giappone ha avuto un altro assaggio delle politiche economiche e sociali di un paese che voleva a tutti i costi arginare e sconfiggere l’idealismo comunista nella regione. Di lí a pochi anni gli Stati Uniti avrebbero poi difeso i propri ideali prima in Corea e poi in Vietnam facendo leva sulla propria supremazia logistica e militare, sebbene aspramente condannata sia dallo stesso popolo americano che dalla comunitá internazionale (vedasi l’uso di agenti chimici e il dilagare di crimini di guerra in diversi teatri operativi). L’Oceano Pacifico non ha fermato gli Stati Uniti dall’essere assiduamente presenti in questa regione, soprattutto in Giappone e Corea del Sud, dove sono presenti con parecchie basi militari (celebri quelle di Okinawa e di Camp Marshall). Sebbene non geograficamente parte della regione, Washington ha scandito il tempo di molte politiche economico-commerciali nell’arco degli scorsi decenni. Tuttavia, é chiaro come la crescita stessa di questa arena geopolitica stia portando sempre piú a un’indipendenza economica e politica dagli Stati Uniti, anche e soprattutto data la politica pseudo-isolazionista statunitense ed il crescente espansionismo economico – ma non espressamente politico – cinese, i quali contribuiscono a delineare nuovi confini geopolitici ed economici nella regione.

 

I principali temi nel teatro Indo-pacifico

 

Il teatro Indo-pacifico é attualmente in fervenza su diversi fronti e per diversi complessi motivi. Per questa ragione verranno qui presentati solo alcuni dei temi chiave del momento, sempre tenendo in conto che la natura di questa analisi non permette il dilungarsi in dettagli e particolari.

La ‘diplomazia contemporanea’ a base di tweets, incontri/scontri, promesse ed offese da parte delle controparti statunitense e nordcoreana ha attirato gli occhi del mondo intero su due questioni: da un lato, la possibile rinuncia allo sviluppo di armi nucleari da parte di Kim Jong-un, dall’altro la potenziale apertura internazionale della Corea del Nord, ultimo baluardo di auto-proclamata indipendenza dal mondo intero. La controproducente caparbietá di Kim Jong-un e il conseguente isolazionismo nordcoreano lo hanno portato negli ultimi anni a intraprendere un ‘tour asiatico’ che lo ha portato a Pechino, Singapore, Hanoi e proprio in questi giorni a Vladivostock, simboleggiando un sempre piú aperto approccio ad attori vicini (Cina e Russia) e lontani (U.S.A). Il leader coreano é infatti ormai alle strette: dopo successivi incontri e scontri con Trump, le pressioni interne – simboleggiate dalla recente purga di decine di funzionari contrari alla sua apertura verso gli Stati Uniti – ed esterne – rappresentate dalle sanzioni imposte da Trump a partire dal 2016 – hanno influenzato le sue politiche domestiche ed estere. Sebbene Kim Jong-un continui a sfoggiare armi nucleari o a mandare in onda i test di missili di ultima generazione, il leader coreano ha capito che non gli é rimasto molto da guadagnare da questa situazione di continuo stallo e sta vagliando ogni papabile occasione instaurando amicizie internazionali, che gli valgono il supporto della sua popolazione che é in gran parte ancora avulsa dalla complessa realtá mondiale. I prossimi mesi saranno chiaramente cruciali per capire su che fronte potrá aprirsi la Corea del Nord, anche se la parziale vicinanza culturale, se non ideologica (almeno sulla carta, o nel passato) con Pechino e Mosca, suggerisce una potenziale futura collaborazione con queste ultime nazioni.

 

Tecnologia: ancora una volta al centro del dibattito

 

Il secondo tema scottante é rappresentato dal tentativo cinese di espandere la propria egemonia nella regione soprattutto per mezzo di tecnologie ICT (Information and communication technology) relative al cosidetto ‘5G’, che si riferisce a tecnologie e standard di quinta generazione che presentano velocitá di connessione incrementate, e di cui avevamo brevemente giá parlato precedentemente. In questo panorama ci sono tre elementi cardine da tenere in considerazione: il primo é l’alto numero di abitanti in Asia. Piú della metá della popolazione mondiale vive in questa regione e l’etá mediana é poco oltre i 30 anni, rappresentando un bacino demografico di utenti non indifferente. In secondo luogo, circa il 50% di questa popolazione é ancora tagliata fuori dall’uso costante di servizi online, il che é di cruciale importanza data la crescente informatizzazione nella regione. Terzo ed ultimo elemento é l’incontro tra i primi due: la futura produzione di dati da parte di questo grande bacino demografico e la conseguente commercializzazione dei dati stessi porterá miliardi nelle tasche di compagnie asiatiche e non solo (a tal riguardo sono molto interessanti le politiche regionali di Facebook). Che si tratti di marketing online, costruzione e/o gestione delle infrastrutture o creazione di nuovi programmi informatici ad hoc per 5G, questa nuova frontiera é un’occasione d’oro che nessuno si vuol fare scappare e proprio su questo tema le compagnie di bandiera di molte nazioni stanno cercando di prendersi una fetta di questa ghiottissima torta. Infatti, soprattutto data la spinta verso il 5G da parte cinese, le potenze regionali antagoniste a Pechino – quali Giappone, India, Corea del Sud e Australia – hanno deciso di non usufruire dei servizi offerti dalle compagnie di bandiera cinesi, Huawei prima di tutte, onde evitare potenziali problemi relativi a privacy e/o spionaggio industriale o nazionale. Tuttavia, data la crescente egemonia nella regione e la sete di espansione cinese, , il presidente Jingping potrebbe giocare di forza o di astuzia (eventualmente offrendo condizioni contrattuali vantaggiose) con le altre nazioni nell’Indocina e nel Sud-est asiatico (Borneo e Papua Nuova Guinea), senza dover forzare troppo la mano nei confronti di questi antagonisti regionali. Ció gli permetterebbe di potersi avvalere di ‘paesi satellite’ chiave per poter via via imporre una supremazia cinese a livello tecnologico e informatico nella regione, in questo momento contrastata dalla presenza di altri giganti tecnologici quali Samsung per la Corea del Sud e Softbank e KDDI per il Giappone.

 

Demografia, elemento chiave per la crescita o problema insormontabile?

 

Circa il 60% della popolazione al mondo vive in questa regione geografica e alcune nazioni asiatiche si ritrovano a dover fronteggiare quella che puó essere considerata una grande risorsa o un grande problema. Il recente passato ha dimostrato che la presenza di manodopera a basso prezzo sia un fattore importante nella crescita economica iniziale di un paese. Si pensi alla Cina, all’India e all’Indonesia, che sono riuscite ad attirare investimenti esteri anche e soprattutto grazie al mantenimento di bassi costi di manodopera, un elemento chiave nel raggiungere il surplus finanziario e di risorse a cui qualsiasi azienda multinazionale punta. Che si tratti di manifattura o di servizi relativi al terziario, la regione asiatica é la culla della produttivitá mondiale, dove case di moda, aziende di consulenza e tecnologiche trovano il perfetto equilibrio tra domanda e offerta, sia di personale che finanziariamente parlando.

Il problema in sé é dato dal calo del tasso di fertilitá nella regione che, combinato con un costante aumento della qualitá della vita e della durata media della vita, potrebbero causare problemi non indifferenti in termini economici e sociali nel giro di qualche decade, portando ad un invecchiamento collettivo che peserebbe molto sulle casse degli stati. Inoltre, sebbene i tassi medi di consumo di beni e servizi delle popolazioni asiatiche siano ancora minori rispetto ai tassi occidentali, si prevede che – data la continua crescita della regione – coloro che avranno accesso ad un consumismo maggiore porteranno sia grandi benefici che danni all’economia, soprattutto a fronte di deboli politiche di protezione sociale da parte dei governi. Davanti ad un consumismo ‘occidentale’, le istituzioni asiatiche potrebbero trovarsi in difficoltá soprattutto se i governi di queste nazioni continueranno a spingere per l’utilizzo di combustibili fossili al posto di risorse rinnovabili, come Cina e India.

Con crescenti tassi di consumo e una popolazione che tende ad agglomerarsi sempre piú in metropoli giá altamente congestionate, come saranno in grado di reagire i capi di stato di questa regione che ha iniziato solo recentemente a conoscere il significato di democrazia ed eguaglianza? La crescita del ceto medio cinese ha portato indubbiamente a grandi miglioramenti nel livello di vita, di educazione e di libertá di movimento, ma da altri punti di vista – economico e finanziario ad esempio – ci sono molti interrogativi ancora irrisolti, tra cui la potenziale insolvenza fraudolenta da parte di compagnie di bandiera cinesi e la debole presenza di organi di controllo nel mondo della finanza cinese. Saper gestire le proprie popolazioni e renderle una risorsa chiave anche e soprattutto una volta superata l’etá matura sará indubbiamente un esercizio di governance arduo e complesso per molti.

 

Terrorismo di matrice radicale islamica

 

Un quarto fattore dal grave peso geopolitico é rappresentato dal rafforzamento e l’espansione di network globali di terrorismo di matrice tendenzialmente islamica soprattutto nel Sud-est Asiatico.

In questa regione, l’Indonesia, che presenta il piú alto numero di fedeli islamici al mondo, é considerata da molti una nazione ad alto rischio di attacchi terroristici. In generale, tutto questo é dato da diversi elementi: innanzitutto, per decenni l’Arabia Saudita ed i suoi esponenti radicali salafisti e whabbisti hanno contribuito alla costruzione di moltissimi istituti di istruzione religiosa in tutto il paese, andando cosí a preparare il terreno per piantare i semi dell’integralismo ed estremismo islamico. La strategia di soft power basata su questi aspetti educativi ha dato i risultati sperati, portando morte e terrore in svariate occasioni ed aumentando il livello di tensione interno alla nazione, accresciuto soprattutto dal ritorno in Indonesia di circa 700 ‘foreign fighters’ dall’ormai concluso conflitto siriano. Il piú recente attacco terroristico in Sri Lanka presenta un’altra faccia del terrorismo islamico, quella che sfocia spesso in fanatismo esasperato dai modelli estremisti del Medio Oriente che valicano ogni confine per mezzo di internet. Gli attacchi terroristici degli ultimi tempi in Australia e Nuova Zelanda forniscono altre prove riguardo al nuovo periodo di alta insicurezza che si respira nella regione, dove anche personaggi impensabili, quali i figli di un miliardario locale, possono trasformarsi in attentatori suicidi creando situazioni senza precedenti.

 

India, Indonesia, Filippine e Tailandia: il 2019 politico in Asia

 

Dato il periodo alquanto frammentato, diviso ed incerto, il 2019 sará un ottimo banco di prova per molti stati Indo-asiatici. Con le elezioni in Indonesia giá concluse, quelle indiane giusto alle porte e quelle filippine e tailandesi subito a seguire, sará interessante vedere come questi stati-nazione in piena crescita presenteranno le proprie politiche interne ed estere, soprattutto a fronte della diminuita egemonia statunitense nella regione. Molte di queste nazioni sono al centro di un viavai commerciale unico al mondo e la loro sovranitá, cosí come le loro politiche economiche, sono pur sempre strategicamente e geopoliticamente importanti. Ad esempio, l’abbandono della Trans-Pacific-Partnership (TPP) da parte americana ha portato molti stati asiatici a riconsiderare le proprie politiche estere nei confronti delle due superpotenze globali: Cina e Stati Uniti. Le Filippine, alleati statunitensi di lunga data, hanno malvisto la politica economica trumpiana ed hanno colto al balzo le oppotunitá date dall’espansionismo cinese, nonostante i recenti scontri riguardanti le Scarborough Shoal nel Mare Cinese del Sud. Allo stesso modo, Tailandia e Malesia si sono avvicinate poco a poco a Pechino sempre per mezzo dei progetti relativi alla Belt and Road Initiative del presidente Jingping, che prevedono miglioramenti infrastrutturali che le economie degli stati stessi farebbero fatica a sostenere. Ancora una volta gli avvicendamenti locali avrano ripercussioni globali ed economiche, e viceversa. Dato il corrente antagonismo tra Cina e Stati Uniti – e le recenti intromissioni da parte di terzi nei processi elettorali di alcune importanti realtá – sará interessante vedere come questo carosello elettorale andrá evolvendosi e quali risultati proporrá.

 

Il dilemma sicurezza regionale e globale

 

Per la prima volta dai tempi medievali, la concentrazione di potere economico si é spostata nella regione asiatica, sebbene con notevoli grattacapi. Da un punto di vista della sicurezza della regione non vi sono strutture regionali che possano controllare la corsa agli armamenti che negli ultimi anni é andata intensificandosi in Cina, Giappone, India e Pakistan. Per quanto importanti, le critiche e le potenziali sanzioni internazionali non fermeranno facilmente le crescenti necessitá di sicurezza da parte di organizzazioni statali. Il crescente espansionismo cinese é sulla bocca di tutti e dall’India al Giappone passando per l’Australia sono poche le nazioni che non temono che Pechino possa decidere di invadere stati vicini, in primis data l’aggressivitá espressa in diverse occasioni nel Mare Cinese del Sud. Alcune delle potenze asiatiche prima menzionate si trovano quindi tra incudine e martello: da una parte vorrebbero rispondere allo strapotere cinese mandando forti messaggi di deterrenza basati sull’aumento degli armamenti, dall’altra questa stessa politica potrebbe portare a una rappresaglia da parte di una delle potenze locali, e la mancata esecuzione della stessa potrebbe significare trovarsi senza opportune difese in caso di attacco. Tutto questo non impensierisce solamente gli attori regionali di grande o piccolo calibro, ma anche gli Stati Uniti che per decadi sono rimasti a vegliare sull’evoluzione di questo panorama, senza tuttavia influenzarlo incisivamente soprattutto nell’arco degli ultimi due mandati presidenziali, portando gli U.S.A. stessi a sentirsi aggrediti e feriti dal potere cinese.

Il crescente ruolo di entitá statali e parastatali sia da un punto di vista economico che politico (si pensi appunto a cellule terroristiche e alle compagnie tecnologiche di bandiera di cui sopra), potrebbe potenzialmente creare ulteriori problemi. Si veda ad esempio il recente scontro tra India e Pakistan, dove jet militari indiani hanno attaccato un possibile campo di addestramento di terroristi in Pakistan, portando a una rapida escalation degli scontri con tanto di conflitto aereo. Date le grandi divisioni politiche, economiche, religiose ed etniche che si possono respirare nella regione, eventi come questo potrebbero rivelarsi cruciali, anche e soprattutto data la presenza di quattro stati che posseggono armi nucleari (Cina, India, Pakistan e Corea del Nord). La corsa non solo alle armi, ma anche e soprattutto alle risorse fossili rappresenta un’ulteriore ragione per prestare attenzione a quest’area geografia, succube delle ottuse  e vetuste politiche delle ‘superpotenze inquinanti’ Cina e India. I risvolti delle loro decisioni politiche ed economiche avranno indubbiamente ripercussioni a lungo termine e ad ampissimo raggio.

Quanto é piú certo é che quest’area geopolitica continuerá a destare elevato interesse dati diversi fattori: la presenza di materie prime in alta quantitá – dalle terre rare ai combustibili fossili – l’alto numero di forza lavoro a bassissimo costo e le varie divergenze di ogni natura che potrebbero continuare a dividere una regione giá altamente problematica.

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