Essenziale la pacificazione e la stabilità della Libia per la sicurezza dell’area mediterranea

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Il conflitto scaturito dall’avanzata delle forze del generale Haftar verso Tripoli potrebbe vanificare definitivamente l’impegno quasi decennale profuso dalla comunità internazionale per la stabilizzazione della Libia e determinare una condizione di tendenziale deflagrazione delle tensioni in essere nella regione maghrebina, con pesanti riflessi per tutta l’area mediterranea.

Le conflittualità interne che scuotono la Libia, fin dai tempi della guerra civile del 2011 e della caduta del regime di Gheddafi, la cronica instabilità e la fragilità dei governi che successivamente si sono succeduti a Tripoli hanno costituito, in questi anni, una ragione di prioritaria inquietudine e una minaccia per gli equilibri internazionali.   Il conflitto, oltre ai destini del popolo libico, involge interessi diffusi anche al di fuori del martoriato paese,  dalle risorse energetiche al dramma delle migrazioni, dal fondamentalismo islamico (ricordiamo la lunga permanenza dell’Isis a  Sirte) ai precari equilibri dei paesi vicini, come Algeria e Tunisia.   Anziché individuare una soluzione politica duratura, la comunità internazionale, nel suo complesso, ha rivelato una sorta di miopia e di impotenza e sensibili margini di ambiguità.   Da un lato, il governo di Fayez al-Sarraj, insediato su impulso delle Nazioni Unite nel 2016, non è riuscito ad affermare la sua piena autorità sull’intero paese, dall’altro sembra, talvolta, che la crisi libica venga considerata da alcuni come uno strumento per rimodulare e verificare i rapporti di forza tra le diverse potenze che esercitino – o intendano esercitare – un condizionamento sulla regione, un terreno ulteriore per ridisegnare le rispettive sfere di influenza.     Il generale Haftar, che non riconosce e intende rimuovere il governo di Sarraj, può giovarsi del favore della Russia di Putin e del sostegno dei due paesi capofila del mondo arabo, Egitto e Arabia Saudita, mentre Usa –favorevole a Sarraj – e Turchia, a guida Erdogan – a suo tempo a sostegno del governo di ispirazione islamista insediato a Tripoli, prima dell’investitura di Sarraj e anch’esso, all’epoca, in contrasto con Haftar – sembrerebbero, sia pure con modalità e intensità diverse, defilarsi progressivamente dalla partita.      Una partita, direi, di scacchi, che potrebbe trovare un chiarimento e uno spiraglio di luce nell’approvazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per il  “cessate il fuoco” (appello che anche il governo italiano ha rivolto a Serraj).   Sulla bozza di risoluzione di matrice britannica, non si è, al momento, trovata l’intesa, ma si negozierà ancora.   Se l’appello della massima espressione della comunità internazionale fosse accolto da ambo le parti, si eviterebbe il sacrificio di altre vite umane (oltre ai numerosi feriti), che si trascina dall’inizio dell’offensiva e si potrebbe porre tempestivamente rimedio all’emergenza sfollati interni, ormai circa 25.000.   E restituire così la priorità all’iniziativa diplomatica dei governi nazionali e delle organizzazioni multilaterali, per trovare una soluzione politica efficace e realmente “sovrana”,  rappresentativa di un tessuto sociale diviso, composito e multietnico, in grado di salvaguardare quell’unità nazionale (inclusiva di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) pesantemente compromessa, dopo la caduta di Gheddafi.   Un nuovo corso politico unitario che, per conseguire questa autorità e  rappresentatività, dovrà essere legittimato da libere elezioni e fondarsi sullo Stato di diritto e sul rispetto dei diritti umani, con particolare riferimento al trattamento dei profughi stranieri trattenuti nel paese, per i quali, insieme all’Europa, la nuova Libia dovrà trovare una giusta soluzione, solidale e rispettosa della dignità della persona, garantendone sicurezza e incolumità.

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