Brexit: proroga di sei mesi e incognita elezioni europee

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Il Regno Unito avrà tempo fino al 31 ottobre per uscire dall’Unione europea: è quanto concordato dai 27 leader degli Stati membri dell’Unione europea e la Prima Ministra britannica, Theresa May, come esito di un negoziato durato otto ore nell’ambito del vertice straordinario convocato il 10 aprile.

Si tratta di un “rinvio flessibile” della Brexit, grazie al quale si concedono sei mesi in più al governo britannico per l’approvazione dell’accordo di recesso negoziato da Londra e Bruxelles, per trovare, dunque, la migliore soluzione possibile.

Theresa May ha affermato che il Regno Unito proverà comunque ad uscire prima del nuovo termine, mentre il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha sollecitato a “non sprecare questo rinvio”. Durante i sei mesi di proroga “il Regno Unito può ratificare l’intesa di divorzio, in quel caso il rinvio verrebbe annullato” oppure “revocare del tutto la decisione di lasciare l’Unione europea”, ha spiegato Tusk.

Il raggiungimento di un’intesa è stato più arduo del previsto, in quanto gli Stati membri dell’UE erano divisi tra chi sosteneva la necessità di un lungo rinvio e chi prediligeva una breve proroga. La cancelliera tedesca Angela Merkel, ad esempio, aveva proposto una proroga fino al 31 dicembre o addirittura fino al 31 marzo 2020, mentre il Presidente francese, Emmanuel Macron, timoroso che la permanenza inglese potesse ostacolare i lavori europei, era il principale sostenitore di una breve proroga. Macron ha dichiarato che “La scadenza del 31 ottobre ci protegge, è una data chiave, prima dell’insediamento della prossima Commissione europea”. Dietro a tale posizione si cela una storica rivalità tra Londra e Parigi, nonché preoccupazioni sul destino dell’Europa e la paura che la questione della Brexit possa essere strumentalizzata da Rassemblement National di Marine Le Pen.

Dopo una lunga riunione i 27 Stati membri hanno raggiunto un’intesa all’unanimità, necessaria per la decisione, sulla data del 31 ottobre, cioè un giorno prima della fine del mandato della presidenza della Commissione europea di Jean-Claude Juncker. Lo stesso Macron ha definito tale decisione “una buona soluzione”.

Dopo la tripla bocciatura dell’accordo di recesso da parte del parlamento di Westminster, il governo guidato da Theresa May ha chiesto ai leader degli Stati membri dell’UE un rinvio della Brexit, al fine di garantire un recesso ordinato e di chiarire la complessa situazione politica inglese: dopo aver ottenuto una proroga dal 29 marzo al 12 aprile, il governo di Londra aveva, infatti, chiesto un rinvio dal 12 aprile al 30 giugno.

Il comunicato del vertice straordinario pone delle condizioni rigorose: il Regno Unito è chiamato a comportarsi “in modo costruttivo e responsabile” durante i prossimi sei mesi; il governo di Theresa May “dovrà asternersi da qualsiasi comportamento che possa compromettere la realizzazione degli obiettivi dell’Unione”. Il presidente del Consiglio europeo Tusk ha specificato che Londra manterrà “tutti i suoi diritti e tutti i suoi obblighi”. Nell’ambito del tradizionale vertice di fine giugno i 27 leader degli Stati membri dell’UE faranno il punto della situazione.

Risulta controversa la questione della partecipazione del Regno Unito alle elezioni europee, poiché quest’ultimo continuerà ad essere uno Stato membro, pertanto dovrebbe organizzare sul proprio territorio le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo ed eleggere i propri rappresentanti.

Si tratta di un’ipotesi che sconvolgerebbe l’intero assetto delineato in campagna elettorale.

Oltre ai disagi logistici ed economici nel preparare delle elezioni nell’arco di poco più di un mese, la ricomparsa dei candidati britannici creerebbe uno scenario imprevisto. Basti pensare che il totale dei seggi sarebbe dovuto scendere da 751 a 705 e su 73 seggi originariamente assegnati a Londra 46 sarebbero stati rimossi e 27 distribuiti tra 14 Paesi, tra cui l’Italia che avrebbe ottenuto 76 seggi invece che 73. Nel caso dell’effettiva partecipazione del regno Unito alla tornata elettorale si avrebbe un congelamento del seggio in attesa dell’uscita dall’UE, vale a dire il medesimo meccanismo che si attiva allorché un eurodeputato abbandoni la sua carica e venga sostituito dal primo dei non eletti nello stesso collegio.

La possibile ricomparsa di Londra obbliga Bruxelles ad una revisione dell’assetto, con particolare attenzione agli equilibri politici piuttosto che ai tecnicismi. Si tratta, infatti, di un impatto più politico che tecnico. Le grandi famiglie politiche europee necessiterebbero dunque, di una riorganizzazione.

Mentre nell’ottica dell’uscita del regno Unito dell’UE si profilava una crisi dei partiti tradizionali, il ritorno degli eurodeputati britannici potrebbe risultare appannaggio dei socialisti, più forti grazie al ritorno dei laburisti, il cui consenso sta aumentando grazie alle debolezze del governo conservatore nel gestire il recesso dall’UE.

A tal proposito la Premier May ha sottolineato che il suo obiettivo primario rimane quello di approvare l’accordo di recesso negoziato con Bruxelles il più veloce possibile, al fine di consentire l’uscita dall’Unione europea entro il 22 maggio, vigilia delle elezioni del 23-26 maggio.

Il Primo Ministro irlandese Leo Varadkar ha affermato che il Regno Unito deve scegliere se partecipare alle elezioni europee, oppure uscire dall’UE il 1° giugno anche nel caso della cosiddetta opzione “no deal”.

In un simile quadro rileva che il parlamento britannico prevede la sospensione dei lavori dal 12 al 23 aprile per l’annuale pausa pasquale, creando un maggiore stallo.

Lo scenario rimane, dunque, ancora aperto ed in contin

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