EU, l’operazione Sophia dell’UE: proroga ma senza navi

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L’EUNAVFOR MED Operation Sophia, nota come l’Operazione Sophia dell’Unione europea, proseguirà per sei mesi, durante i quali sarà però sospeso temporaneamente l’impiego delle unità navali: è quanto previsto dai 28 rappresentanti degli Stati membri riuniti nel Comitato politico e di sicurezza (CPS) dell’UE, ente responsabile della politica estera e di sicurezza comune (PESC) e della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC).

L’operazione Sophia, avviata nel 2015 dal Consiglio dell’Unione europea per combattere il traffico illecito di esseri umani nel Mediterraneo centrale tra le coste africane e quelle europee, è la prima operazione militare di sicurezza marittima europea. Il nome dell’Operazione riprende quello dato alla bambina nata sulla nave che ha salvato la madre il 22 agosto 2015, al largo delle coste libiche.

Lo scorso dicembre il mandato dell’Operazione è stato prorogato di tre mesi, vale a dire fino al prossimo 31 marzo, nonostante i 28 stati membri non avessero trovato un accordo sulle nuove regole operative. Si tratta di un’operazione condotta dall’Italia e si inquadra nel quadro del più vasto impegno dell’Unione europea volto a favorire il ritorno della stabilità e della sicurezza in Libia. Non a caso, il perdurante conflitto interno alla Libia ed il collasso dell’apparato statale ha tra le molteplici conseguenze il flusso migratorio.

Dunque, l’Operazione è nata con l’obiettivo istituzionale di contrastare i traffici illeciti di esseri umani, ma in sostanza è stata caratterizzata da operazioni di soccorso di migranti in difficoltà: in caso di avvistamenti di naufraghi o di barconi, gli aerei di pattuglia avvisavano il comando centrale dell’Operazione, che a sua volta contattava le autorità dello Stato competente. Sono state salvate 49.000 persone, le quali tentavano di raggiungere l’Europa servendosi di imbarcazioni non sicure.

I membri della Commissione Juncker ed in particolare l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, hanno giudicato tale operazione come un contributo fondamentale alla lotta contro l’instabilità nella regione mediterranea e come un modo per ridurre la perdita di vite umane ed accrescere la sicurezza dei cittadini europei.

In seguito alla decisione del Comitato politico e di sicurezza, l’Operazione Sophia andrà avanti, ma senza sbarchi, eliminando il cuore effettivo della missione congiunta. La sospensione dell’impiego delle unità navali e della loro attività di pattugliamento si pone, così, come una conseguenza dinanzi all’impossibilità di trovare un accordo tra i 28 stati membri sullo sbarco delle persone salvate in mare in luoghi diversi rispetto ai porti italiani, richiesta avanzata da Roma sin dalla scorsa estate.

È importante sottolineare che la nuova proroga, di iniziativa francese e sostenuta altresì dall’Italia, è divenuta operativa perché nessuno Stato membro si è opposto.

La decisione era molto attesa, specie dopo la ripetuta scelta del governo italiano di impedire alle navi militari e delle organizzazioni non governative di attraccare nei propri porti e far sbarcare i migranti soccorsi nel Mediterraneo.

Con la decisione del Comitato politico e di sicurezza, l’Operazione Sophia continuerà a svolgere alcune attività definite dal mandato originale, le quali sono state rafforzate, come ad esempio l’addestramento-supporto della Guardia costiera libica ed il pattugliamento aereo. Inoltre, continuerà la cooperazione con le organizzazioni internazionali e le autorità libiche, al fine di assicurare un’idonea protezione dei rifugiati in Libia. Una decisione formale sul futuro della missione congiunta sarà comunque assunta entro il 31 marzo.

Il comando dell’operazione resta all’Italia ed il mandato resta formalmente immutato. Sul piano operativo sarà il COSP a dare al comandante della missione, l’ammiraglio Enrico Credendino, l’ordine di ritirare le unità navali attualmente presenti nel Mediterraneo.

La portavoce della Commissione europea, Maja Kocijancic, esprimendosi sull’estensione del mandato dell’Operazione, ha dichiarato che “senza risorse navali, l’operazione non sarà in grado di attuare efficacemente il suo mandato”.

I responsabili di Medici senza frontiere hanno accusato gli Stati europei di essere “irresponsabili e spericolati” ritirando le navi. “Per le persone vulnerabili che cercano di fuggire dalla Libia, le loro scelte sono sempre più limitate ad essere bloccate nei centri di detenzione o morire in mare” ha affermato Hassiba Hadj-Sahraoui, consulente per gli affari umanitari dell’organizzazione non governativa, la quale ha aggiunto che in passato la guardia costiera libica non ha risposto alle richieste di soccorso ed i migranti salvati sono stati riportati in Libia in centri di detenzione inumani.

Matteo De Bellis di Amnesty International ha invece spiegato che “Ora ci sono due possibilità. Una è quella che nessuno li soccorra perchè non ci sono navi pronte per le operazioni di salvataggio in mare. L’altra è che i migranti siano intercettati dalla guardia costiera libica e riportati in Libia per essere rinchiusi in centri di detenzione, dove, come abbiamo documentato anche recentemente, subiscono torture, violenze sessuali, a volte fino alla morte e violenze di ogni genere”.

 

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