L’Europa in cerca di talenti

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Una ricerca promossa dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e realizzata dal Centro Studi e Ricerche IDOS sul fenomeno delle migrazioni qualificate conferma che all’interno dell’Ue esistono carenze di forza lavoro in settori chiave come le scienze, la tecnologia, l’ingegneria e la sanità 

All’interno dell’Unione europea esistono carenze di forza lavoro in settori chiave come le scienze, la tecnologia, l’ingegneria, la sanità. Entro il 2020 saranno quasi oltre 750mila le figure professionali altamente qualificate nelle telecomunicazioni e circa 1 milione nel settore sanitario tra dottori, infermieri, dentisti, ostetriche e farmacisti che mancheranno all’appello. Ma questo deficit non potrà essere colmato dagli attuali 12 milioni di disoccupati presenti nella Ue perché oltre la metà di loro possiede un basso livello di competenze che ne rende difficile il ricollocamento.

A lanciare l’allarme è il rapporto “L’Europa dei talenti”, presentato a Roma nei giorni scorsi, promosso dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS. Nella ricerca viene analizzato il fenomeno delle migrazioni qualificate, di cui vengono prese in esame le potenzialità e gli aspetti critici. “In un’Europa che invecchia progressivamente, in assenza di immigrazione – si legge nel report –, la forza lavoro diminuirà di 17,5 milioni nel prossimo decennio, in larga misura in Italia, e già oggi si riscontrano 3,8 milioni di posti vacanti a causa delle carenze in settori chiave come le scienze, la tecnologia, l’ingegneria e la sanità, mentre gli attuali 12 milioni disoccupati per oltre la metà hanno un basso livello di competenze”.

Eppure, il mercato del lavoro UE stenta ad utilizzare a pieno il talento degli stessi immigrati già presenti e poco funzionale risulta lo strumento della Carta blu UE, che nel 2017 ha contato appena 24.305 rilasci (di cui solo 301 in Italia). Anche se, secondo la Commissione Europea, l’immigrazione altamente qualificata potrebbe assicurare fino a 6 miliardi di euro di vantaggio economico annuale.

Secondo il rapporto, all’inizio del 2017 sono 16,9 milioni i cittadini comunitari attivi in un altro Stato membro, oltre a 2 milioni di frontalieri (sia lavoratori che studenti). Tra di essi, 3,6 milioni sono lavoratori mediamente qualificati e quasi 3 milioni altamente qualificati (numero quasi triplicato rispetto al 2004). Un terzo è inserito in settori altamente qualificati come la sanità (11,0%), le attività professionali, scientifiche e tecniche (12,0%), l’istruzione (10,6%).

Il fenomeno dell’aumento delle occupazioni non o poco qualificate tra gli altamente qualificati comunitari attesta un processo di crescente sottoutilizzo (brain waste) di questi giovani migranti, connesso con le difficoltà economiche che coinvolgono quasi un’intera generazione alle prese con la disoccupazione diffusa, la crescente instabilità lavorativa, un costo della vita relativamente più alto rispetto al salario. È significativo, quindi, che i due terzi degli studenti internazionali non-UE, una volta laureati, preferiscono insediarsi in un paese non europeo.

In Italia, si legge nel report, la situazione è ancora meno soddisfacente per il basso tasso di occupazione (10 punti percentuali e 3,8 milioni di occupati in meno rispetto alla media UE-15). Notevoli sono le carenze in alcuni comparti ad alta qualificazione (sanità, istruzione e pubblica amministrazione). In particolare, dei 2.423.000 occupati stranieri rilevati dall’Istat nel 2017, quasi 2 su 3 (62,8%) svolgono professioni non qualificate o operaie e solo 1 su 14 (7,2%) fa lavori qualificati, risultando più spesso sovraistruiti (nel 35,5% dei casi gli immigrati svolgono mansioni al di sotto del loro livello di formazione). Continuano tuttora a essere limitati gli spazi offerti ai lavoratori qualificati non comunitari (5.000 nel 2017).

Secondo l’Ocse, l’Italia è l’ottavo paese del mondo per numero di emigrati. L’Aire attesta che nel 2017 gli italiani residenti all’estero (oltre 5.114.000, di cui quasi 2.657.000 per espatrio) sono in aumento. I cancellati alle anagrafi sono stati 114.000 nel 2017 (120.000 secondo le prime stime dell’Istat per il 2018), da maggiorare per un coefficiente di 2,5/3 volte se, come ha fatto Idos, si tiene conto delle registrazioni effettuate nei paesi europei di arrivo. Si tratterebbe, insomma, dello stesso livello di espatri degli anni ’60, con la differenza che ora a lasciare l’Italia sono molti laureati: erano appena 3.500 nel 2002 e sono diventati 28.000 nel 2017, per un totale di 193.000 laureati e 258.000 diplomati in sedici anni.

Proiettando queste incidenze sulla stima degli italiani effettivi che lasciano il paese, si può affermare che nella fase attuale l’Italia ha perso nel 2017 tra i 90mila e i 108mila connazionali altamente qualificati e che tra il 2002 e il 2017 sono stati circa mezzo milione i laureati che sono andati a cercare fortuna all’estero, di cui almeno un terzo non è più rimpatriato.

Tiziana Mastrogiacomo, delegata Stampa e Comunicazione “Vivere Impresa no profit”

 

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