Russia ed USA sospendono il Trattato sugli euromissili

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Dopo il passo indietro degli Stati Uniti del 1º febbraio, annunciato dal Segretario di Stato, Mike Pompeo, arriva la reazione della controparte russa: il Presidente Vladimir Putin, in un incontro governativo, ha annunciato che la Russia ha sospeso la propria adesione al Trattato per la non proliferazione delle armi nucleari, l’Intermediate-range nuclear forces (INF) Treaty.

“Faremo come segue” ha affermato Putin in un incontro con il ministro degli esteri russo, Serghiei Lavrov, ed il ministro della Difesa, Serghiei Shoigu “forniremo una risposta speculare. I partner americani hanno annunciato la sospensione della loro partecipazione al trattato e anche noi la sospenderemo”.

Siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbačëv, a seguito del vertice di Reykjavík, tenutosi tra i due Capi di Stato di USA e URSS, il trattato fu il primo risultato del cambio di vertice nell’Unione Sovietica e pose fine alla crisi degli euromissili, che vide l’installazione da parte delle due potenze di missili nucleari a raggio intermedio. Con la firma del Trattato circa 2700 missili, Pershing americani e SS-20 sovietici, furono distrutti.

Il trattato fu uno dei passi che portarono alla fine della guerra fredda. Uno degli ultimi lasciti del dialogo russo-statunitense sul tema del controllo degli armamenti. Il primo ed unico accordo che non riduce bensì elimina un’intera classe di forze nucleari, quelle con gittata tra 500 e 5500 km.

Un pilastro della sicurezza europea, l’Europa infatti era e potrebbe essere ancora il principale teatro di schieramento dei missili a raggio intermedio.

Pur occupando un tale posto chiave, il trattato INF sta decadendo. L’amministrazione Trump, da cui è partita l’iniziativa, preannunciata da diverso tempo, di sospensione dell’accordo, sostiene, così come fece l’amministrazione Obama e come dà per assodato anche la NATO, che le ragioni che giustificano l’abbandono di un trattato così importanti non sono semplici motivazioni, bensì coincidono con la condotta di due Stati: la Russia, appunto, e la Cina.

Anzitutto, a detta dell’amministrazione statunitense, la Russia ha violato l’accordo sviluppando un missile con un raggio superiore ai 500 km. L’amministrazione Obama, la prima a porre in evidenza le violazioni russe nel 2014, ha adottato una strategia di pressione su Mosca, evitando pubbliche accuse con l’intento di rimanere nell’ambito del vincolo giuridico posto dal Trattato, evitando così una rinegoziazione. Dal canto suo, la Russia ha sempre negato e continua a negare di aver posto in essere una violazione.

A dicembre gli USA avevano dato 60 giorni di tempo alla Russia per scongiurare la sospensione dell’accordo rispettandone i termini. Ma nulla è cambiato e la sospensione è diventata concreta.

Quanto alla Cina, non parte del detto accordo, è pertanto libera di sviluppare missili come quelli proibiti dall’intesa russo-statunitense; secondo Trump, dunque, la Cina sta acquisendo un notevole vantaggio strategico e militare e sta ponendo gli Stati Uniti in una posizione di svantaggio, come sostiene il consigliere per la sicurezza, John Bolton, da sempre oppositore dei trattati sul controllo delle armi.

Nel 2017 il capo delle forze militari americane nell’oceano pacifico, l’ammiraglio Harry Harris, aveva riferito al Congresso che circa il 95% dei missili cinesi avrebbe violato il Trattato INF, se la Cina ne avesse fatto parte.

Sia Bolton che Tim Morrison, il più importante consigliere sulle armi del Consiglio per la sicurezza nazionale, sono contrari anche ad un altro accordo sulla riduzione delle armi nucleari stipulato da USA e Russia: il cosiddetto “New Start”, firmato nel 2010 da Obama e dall’allora presidente russo Dmitri Medvedev.

Serviranno sei mesi affinché vi sia la cancellazione del trattato INF, nel frattempo Putin ha fatto sapere che la Russia comincerà a sviluppare nuovi missili, tra cui una versione adatta ai lanci da terra dei missili Kalibr, usati dalle navi militari ed un nuovo tipo di missili supersonico, con capacità di volo ad una velocità più di cinque volte maggiore di quella del suono. Il Presidente russo ha anche dichiarato che la Russia non schiererà missili a corto e medio raggio, cioè quelli che potrebbero colpire Paesi europei, a meno che gli Stati Uniti non lo facciano prima “né in Europa né in altre regioni del mondo”. Egli ha poi aggiunto “Non dovremmo farci trascinare e non ci faremo trascinare in una costosa corsa agli armamenti”.

Il presidente russo ha altresì ordinato di interrompere i tentativi di negoziazione con gli USA in merito al trattato, ma, al tempo stesso, ha sottolineato che le proposte russe “restano sul tavolo”, in attesa che la controparte divenga “abbastanza matura da condurre trattative eque e significative”.

Nella querelle è intervenuta anche la Cina, invitando le due parti a mantenere in vigore il Trattato, avvertendo che l’attuale situazione potrebbe innescare “conseguenze negative” ed esortando le parti a “risolvere in modo adeguato le differenze attraverso un dialogo costruttivo”.

Appare evidente, in definitiva, che il ritiro dal trattato lascia l’Europa vulnerabile. Ancora una volta, infatti, l’Europa si pone al centro dello scontro tra le due potenze come zona geopoliticamente strategica per entrambe.

 

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