L’Arabia Saudita e le mire africane

in MEDIO ORIENTE by

Solitamente quando si parla dell’Arabia Saudita e delle sue politiche egemoniche, si tende a pensare alla ormai datata rivalità tra la monarchia e il vicino Iran, due attori capillari nelle dinamiche mediorientali che si contendono il ruolo di nazione leader nella regione.

Recentemente, tuttavia, Riyadh ha cominciato a prestare maggior attenzione anche ad altre aree, come il Mar Rosso e il Corno d’Africa. L’importanza strategica di queste zone è ben nota: circa il 13% del traffico commerciale mondiale passa attraverso il Mar Rosso, che è collegato a sud allo Stretto di Bab al-Mandeb, uno stretto di 18 miglia attraverso il quale scorrono giornalmente circa 4,8 milioni di barili di greggio e altri prodotti di raffinazione destinati in Europa, Stati Uniti e Asia. A nord, troviamo invece il Canale di Suez, che collega il Mar Rosso al Mar Mediterraneo e garantisce il passaggio di circa 4 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati.

A ciò si aggiunge l’enorme ricchezza in termini di risorse naturali e umane del Corno d’Africa: l’energia idrica e gli idrocarburi hanno oggi in questa regione lo stesso valore che avevano carbone e acciaio nell’Europa industrializzata degli anni Trenta. Le alture dell’Etiopia possiedono un bacino idrico capace di fornire elettricità all’intera regione; petrolio e gas, inoltre, sono presenti abbondantemente in ogni paese.

Tuttavia, mancano le infrastrutture e gli investimenti, anche a causa dell’instabilità e dell’insicurezza che domina la regione. Ricordiamo, infatti, che diversi paesi (tra cui Somalia, Eritrea e Sudan) sono caratterizzati da profonde fratture interne e instabilità politica, il terrorismo di matrice jihadista trova terreno fertile per la sua espansione, la pirateria somala minaccia il commercio e la sicurezza dell’intera area e la guerra in Yemen peggiora questo quadro già delicato.

Tra gli obiettivi della monarchia saudita, che negli ultimi anni insieme agli Emirati Arabi Uniti (EAU) ha intrapreso diversi progetti nell’area, vi è quello di incoraggiare la cooperazione regionale e di incrementare le condizioni di sicurezza.

Se è vero questo intento generale, è altresì vero che Riyadh ha un suo proprio tornaconto per intervenire in quest’area.

Recenti avvenimenti hanno, infatti, indotto re Salman a intraprendere percorsi strategici nuovi. Nell’ultimo periodo, abbiamo visto un Iran rafforzare la propria posizione a livello regionale e globale. Parallelamente, l’omicidio del giornalista Khashoggi, le critiche apertamente avanzate dallo storico alleato USA (ad eccezione del Presidente Trump) e le accuse della CIA nei confronti del sovrano saudita hanno gettato un velo d’incertezza sulla storica alleanza tra i due paesi. Da non dimenticare le ultime decisioni di politica estera di Washington, come l’abbandono del JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) o il ritiro imminente delle truppe dalla Siria che hanno in parte spiazzato i suoi alleati, soprattutto nella regione. Se, dunque, in passato l’Arabia Saudita-come gli altri vicini mediorientali- poteva contare sulla presenza della US Navy 5th Fleet nel Mar Rosso, ad oggi questa garanzia non sarebbe più così scontata.

Tali considerazioni, unite alla volontà di estendere la propria influenza in altri territori hanno spinto l’Arabia Saudita verso il Corno d’Africa e il Mar Rosso, mirando ad elaborare una propria dottrina di sicurezza, che contempli la collaborazione con partner diversi, come gli EAU e altri paesi della regione MENA.

Negli ultimi anni, Arabia Saudita e EAU hanno costruito nella regione diverse basi militari: tali basi sono assets fondamentali per proiettare il potere di una nazione in territori geograficamente lontani dalla madrepatria. Questo primo passo ha permesso, dunque, di porre le basi per una nuova strategia nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa, con l’intento di esercitare un’influenza sempre maggiore e di affermarsi come attori protagonisti di una cooperazione regionale.

Nasce, così, Red Wave 1 una serie di esercitazioni militari svolte nel Mar Rosso cui hanno partecipato numerosi paesi tra cui Giordania, Egitto, Somalia, Djibouti, Yemen e Sudan, oltre ovviamente l’Arabia Saudita. Grazie agli assets militari messi a disposizione dalle varie nazioni, l’esercitazione ha visto coinvolte numerose unità navali, nonché caccia modello Typhoon e unità adibite al tiro utilizzando bersagli aerei e navali.  Obiettivo principale di questo progetto sicuramente migliorare la sicurezza di una così capillare arteria del commercio internazionale, ma anche rafforzare le capacità di difesa navale dei paesi confinanti, proteggere le acque regionali, promuovere la cooperazione militare e lo scambio di esperienza e know how tra i partecipanti.

Tra i progetti attivi lungo le coste del Mar Rosso, infine, troviamo un’area commerciale del valore di $500 miliardi condivisa con Giordania ed Egitto e la costruzione di resort di lusso, future destinazioni turistiche.

Citando le parole del Ministro degli Esteri saudita Adel Al-Jubeir “This is part of the Kingdom’s effort to protect its interests and those of its neighbours and..to stabilise the region that we live in and to try to create synergies between the various countries”.

Inoltre, più aumenta la cooperazione tra i paesi della regione, più diminuisce la possibilità di un’ingerenza e influenza negativa di attori esterni.

In conclusione, quindi, dal punto di vista saudita, l’interesse per l’Africa ha una triplice ratio: porre le basi di una nuova strategia di sicurezza nazionale; proiettare il proprio potere e la propria influenza in territori strategicamente importanti, aumentando così il prestigio nazionale e la sua immagine di attore leader nella regione; limitare l’ingerenza di attori terzi, soprattutto occidentali, ponendosi come alternativa ai big powers che solitamente dominano la scena mondiale, puntando  così ad una posizione di leader anche nello scacchiere internazionale.

 

Paola Fratantoni

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