La vendita della cittadinanza nell’UE

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Il 23 gennaio 2019 la Commissione europea ha affrontato la questione dei programmi di vendita della cittadinanza e dei sistemi di residenza nei confronti degli investitori non europei da parte di Stati membri europei. La Commissione, in particolare, si è soffermata sui rischi di tali programmi, a partire da problemi quali la sicurezza degli Stati, il riciclaggio di denaro, l’evasione fiscale, la corruzione e così via.

Sebbene ogni Stato abbia il diritto di legiferare in materia di cittadinanza ed il potere discrezionale di decidere per la sua acquisizione o perdita, la Commissione europea ha voluto far luce sui programmi di cittadinanza poiché dall’appartenenza all’UE di uno Stato ne deriva la cittadinanza europea, acquisita insieme a quella nazionale. L’art. 9 del Trattato di Maastricht prevede infatti che “è cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro; la cittadinanza dell’Unione si aggiunge alla cittadinanza nazionale e non la sostituisce”. Alla luce del fatto che la cittadinanza nazionale è legata a quella europea, le istituzioni dell’UE hanno verificato se tali programmi rispecchiano effettivamente i valori e i principi alla base dell’Unione. Infatti, la decisione di uno Stato membro di concedere la cittadinanza nazionale – ed europea – in cambio di investimenti conferisce automaticamente diritti in relazione anche ad altri Stati membri, in particolare la libera circolazione e l’accesso al mercato interno dell’UE per esercitare attività economiche nonché diritto di voto ed essere eletto in elezioni europee e locali.

Alcuni paesi dell’UE come Malta, Cipro e Bulgaria hanno reinterpretato il regime di cittadinanza dell’Unione come uno strumento che potrebbe aiutarli ad affrontare i problemi economici di bilancio causati dalla crisi. Alla base della cittadinanza nazionale vi sono l’impegno civile e la partecipazione politica, che vengono pian piano affiancati dall’utilitarismo e dagli interessi economici dei cittadini, proprio attraverso lo sviluppo dei programmi di vendita della cittadinanza: gli Stati, spinti dalla crisi economica e dalla necessità di maggiori entrate finanziarie, hanno deciso di dare la possibilità agli investitori stranieri di acquisire la cittadinanza dello Stato attraverso una naturalizzazione facilitata per ingenti somme di denaro, utilizzate per il finanziamento di politiche sociali, oppure investite in attività immobiliari, mettendo in condizione l’acquirente di godere dei diritti dello Stato e di acquisire la cittadinanza europea. Tali programmi garantiscono agli investitori di ottenere la cittadinanza di questi paesi con condizioni meno rigorose rispetto ai normali regimi di naturalizzazione: non vi è alcun obbligo di residenza fisica per l’individuo, né un requisito di collegamenti autentici con il paese prima di ottenere la cittadinanza.

La Commissione ha dunque affermato che monitorerà le questioni di conformità con la normativa dell’UE sollevate dalla cittadinanza degli investitori e dai programmi di residenza e poi adotterà le misure necessarie. Ad ogni modo, gli Stati membri coinvolti devono garantire che tutti i controlli obbligatori di frontiera e di sicurezza vengano sistematicamente eseguiti; che i requisiti della direttiva sul permesso di soggiorno a lungo termine e della direttiva sul ricongiungimento familiare vengano correttamente rispettati; che i fondi versati dagli investitori in cambio della cittadinanza e dai richiedenti di residenza siano valutati in base alle norme antiriciclaggio dell’UE; infine, nell’ambito dei rischi di elusione fiscale, devono essere utilizzati gli strumenti disponibili nel quadro dell’UE per la cooperazione amministrativa, in particolare per lo scambio di informazioni.

La Commissione si occuperà di controllare le misure adottate dagli Stati membri nel rispetto della trasparenza e della corretta governance nella gestione dei programmi previsti. A tal fine, è stato formato un gruppo di esperti con il compito di: istituire un sistema di scambio di informazioni e di consultazioni sul numero di domande ricevute, sui paesi di origine e sul numero di cittadinanze e permessi di soggiorno rilasciati e/o respinti dagli Stati membri a persone in cambio degli investimenti; sviluppare una serie di controlli di sicurezza per i sistemi di cittadinanza degli investitori, compresi i processi specifici di gestione dei rischi, entro la fine del 2019.

Infine, per quanto riguarda i paesi terzi che istituiscono regimi analoghi e che potrebbero avere implicazioni per la sicurezza europea, la Commissione controllerà i programmi di cittadinanza degli investitori nei paesi candidati e potenziali candidati come parte del processo di adesione all’UE.

Allo stato attuale, non risulta esserci alcuna violazione del diritto internazionale ed europeo, in quanto gli Stati hanno la prerogativa in materia di cittadinanza. Per evidenziare le criticità di tali programmi, si devono considerare le conseguenze più che i principi: la cittadinanza finisce per essere considerata non più per il suo valore e per il suo significato politico all’interno della società, ma come un prodotto, che se acquisito può comportare molti vantaggi a livello economico. In questo senso, si pone il crescente legame tra la cittadinanza e il denaro, che può essere criticato a livello etico, ma rimane tuttavia legittimo in ambito europeo. L’intervento della Commissione è volto proprio a tutelare la cittadinanza europea e a verificare sempre la legittimità di tali programmi.

Il commissario per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza Dimitris Avramopoulos ha affermato: “Chi risiede legalmente nell’UE e nello spazio Schengen è dotato di diritti e privilegi che non dovrebbero essere sfruttati in modo abusivo. Gli Stati membri devono sempre rispettare gli equilibri esistenti e applicare i controlli obbligatori – e i programmi nazionali di residenza degli investitori non dovrebbero essere esenti da questo: il lavoro che abbiamo svolto insieme negli ultimi anni in termini di aumento della sicurezza, rafforzamento delle frontiere e chiusura delle lacune informative non dovrebbe essere messo a repentaglio, monitoreremo la piena conformità al diritto dell’UE”.

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