Il “No” del parlamento britannico all’accordo Brexit

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Con 432 voti contrari e 202 favorevoli, martedì 15 gennaio, il Parlamento britannico ha bocciato l’accordo per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea raggiunto lo scorso novembre tra i negoziatori europei ed il governo di Theresa May. Si è trattato di un momento di portata storica concluso con l’esito più probabile, la bocciatura. Una grande e grave sconfitta per il governo britannico, ancora più netta delle previsioni. Non a caso tra i voti contrari vi sono molti voti del partito di maggioranza.

Non è chiaro quali saranno i passi successivi del Parlamento britannico: le opzioni sono diverse e l’Unione Europea richiede chiarezza. Il leader del Partito laburista, Jeremy Corbyn, come reazione al risultato del voto parlamentare ha invocato nuove elezioni definendole la migliore soluzione per il paese e ha annunciato una mozione di sfiducia contro il governo May. Dal canto suo, la premier britannica, escludendo le proprie dimissioni ha chiesto ai partiti di opposizione di presentare una mozione di sfiducia sul governo da lei presieduto, per discuterla mercoledì del 16 gennaio e verificare il sostegno della maggioranza. Invocando un “Sì” per evitare il rischio di un salto del vuoto, la May aveva parlato del voto come decisivo per le prossime generazioni e destinato a definire l’eredità degli attuali parlamentari britannici, nonché un accordo che apre la strada ad un futuro migliore per il paese e rispetta la volontà democratica espressa dall’elettorato britannico nel referendum del 23 giugno 2016. Dire “No” all’accordo sottoposto alla Camera dei Comuni, a suo avviso, indica “incertezza, divisioni e un rischio di no deal e di no Brexit”. Passando in rassegna le varie alternative sul tavolo, la May ha concluso il suo discorso alla Camera dei Comuni denunciando un ipotetico secondo referendum come uno strumento di divisione per il Paese. La premier ha, inoltre, definito illusoria la prospettiva di un nuovo accordo con Bruxelles, sottolineando che l’UE ha già escluso tale ipotesi.

Quanto alla mozione di sfiducia, essa è stata respinta dalla Camera dei Comuni con 325 voti contro 306. Il Governo, pertanto, nonostante la sconfitta registrata durante la serata del 15 gennaio, conserva la maggioranza per 19 voti. Tuttavia, ad oggi il Regno Unito si trova a dover fronteggiare la più grave crisi degli ultimi decenni dinanzi alla sempre più difficile uscita del Regno Unito dall’UE, a cui ha aderito, non senza esitazioni, nel 1973, nell’ambito del primo allargamento dell’integrazione europea.

Theresa May si è dichiarata pronta ad incontrare tutti i leader dell’opposizione al fine di trovare una comune linea politica ed “attuare la Brexit” perché il Paese continui ad avere fiducia nel Parlamento. Corbyn, si è detto disposto ad incontrare la May, pur chiedendo di togliere dal tavolo qualunque ipotesi di no deal. Anche Ian Blackford, il capogruppo degli indipendentisti scozzesi dell’Snp, ha detto di essere disposto a partecipare ad un confronto “costruttivo” con la May, pur rimarcando le diverse posizioni.

Rimane aperta la possibilità di una proroga dell’uscita dall’UE oltre la data fissata al 29 marzo ed a tal proposito Theresa May ha affermato che l’estensione dei termini previsti dall’art. 50 sarebbe resa possibile dall’UE soltanto “se fosse chiaro che c’è un piano per andare verso un accordo condiviso”. In definitiva, saranno i 27 Stati membri a decidere se concedere più tempo al Regno Unito.

Con riguardo alle reazioni dell’Unione Europea, non vi è alcun cedimento. Nel dibattito dell’Europarlamento che ha seguito il voto in seno alla Camera dei Comuni, i deputati hanno sottolineato che la priorità resta la difesa dei diritti dei cittadini UE ed hanno precisato che dopo la bocciatura dell’accordo spetta ora al Governo ed al Parlamento britannico comunicare a Bruxelles qual è la soluzione dotata di una maggioranza e dunque quale relazione intendano intrattenere con l’UE.

Il capo negoziatore dell’UE per la Brexit, Michel Barnier, ha affermato che l’accordo in questione risulta essere il “miglior e unico compromesso possibile nell’ambito delle linee rosse stabilite dal governo britannico” poiché “garantisce la certezza del diritto nei casi in cui la Brexit crea incertezza”. L’unione Europea non accetterà che gli orientamenti già concordati vengano indeboliti, in particolare per quanto concerne la questione del confine irlandese e dei diritti dei cittadini.

La linea proposta dal Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, è la fermezza. “Non credo che ci sia molto da cambiare. Al Regno Unito era stato concesso tutto ciò che chiedeva quando era parte integrante dell’Unione europea. È stato concesso tutto ciò che potevamo concedere senza ledere gli interessi dei cittadini europei: non credo che si possa aggiungere altro” ha dichiarato il Presidente dell’Europarlamento.

Il Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, ha dichiarato: “Il rischio di un ritiro disordinato del Regno Unito dalla Ue è aumentato, mentre non vogliamo che ciò accada. La Commissione continuerà nel suo lavoro di emergenza per assicurarsi di essere pienamente preparata”.

Per quanto concerne le reazioni sui mercati, per ora gli investitori mantengono i nervi saldi e puntano ad una soluzione che eviti il peggiore degli scenari, quello del no deal. La sterlina si è rafforzata, giungendo al suo livello più alto da fine novembre. Sembra dunque che gli investitori ritengano che il rischio di un no deal sia diminuito.

La questione Brexit, rimane, dunque, ancora aperta e si mostra ancora più complessa, lasciando sul tavolo diverse ipotesi sulle relazioni future tra il Regno Unito e l’UE nonché diversi scenari governativi, in un Paese che ad oggi si trova ad affrontare una duplice crisi, sul piano interno ed esterno.

 

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