4 novembre 1979, a Teheran viene occupata l’Ambasciata Americana.

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Dopo la partenza dello Scia Reza Pahlavi e il ritorno trionfale dell’Ayatollah Khomeini la situazione a Theran è molto calda, esecuzioni sommarie e continue manifestazioni contro l’odiato nemico americano si susseguono in tutta la città saldamente in mano alle guardie della rivoluzione.

Il movimento rivoluzionario Iraniano muove i suoi primi passi nel febbraio del 1978 ma solo nell’anno successivo diventa una forza politica e paramilitare di grande rilievo in Iran, sono loro che alimentano il clima di violenza e l’odio verso gli stati uniti utile a consolidare il nuovo governo dell’Ayatollah Khomeini.

L’Ambasciata americana a Teheran viene assaltata una prima volta in febbraio, ma gli occupanti si ritirano dopo qualche ora di negoziato. I rivoluzionari temono infatti che l’Ambasciata americana stia tramando per un ritorno dello Scià, come fatto nel 1953 quando un colpo di Stato depose il Primo Ministro Mohammad Mossadeq e permise il ritorno dall’esilio dello Scià.

La scintilla che provocò il movimento degli studenti si accese il 22 ottobre del 1979 in occasione della vistià dello Scià a New York per dei controlli medici, forse male interpretato da Theran dove le guardie della rivoluzione cominciarono le manifestazioni di piazza che culminarono con la presa dell’ambasciata da parte di circa 500 dimostranti che presero in ostaggio 52 dipendenti dell’ambasciata compresi i marines della componente militare.

Le immagini degli ostaggi con gli occhi bendati fecero il giorno del mondo mentre uno speaker chiedeva l’estradizione dello Scià perché potesse venire giudicato riguardo a “crimini contro il popolo iraniano”.

Del personale americano sei persone tra quelle che al momento dell’attacco si trovavano all’interno dell’ambasciata riuscirono a fuggire ed a trovare rifugio all’interno dell’appartamento dell’ambasciatore canadese per poi riuscire a fuggire con voli commerciali con documenti falsi rilasciati dall’ambasciata canadese e aiutati dalla CIA che mise a dipsozione uno dei suoi migliori esfiltratori John Mendez

Altri tredici ostaggi, donne ed afroamericani, furono liberati tra il 19 ed il 20 novembre 1979 e un ulteriore ostaggio, malato di sclerosi multipla, fu liberato l’11 luglio 1980.

La popolazione americana reagì con sdegno ad un atto di tale ostilità, che fu visto come un oltraggio ai secolari principi del diritto internazionale, i quali garantiscono l’immunità diplomatica all’arresto e l’inviolabilità delle ambasciate ospitate all’interno di uno Stato. Falliti tutti i tentativi di ottenere il rilascio degli ostaggi per via diplomatica, gli Stati Uniti reagirono tentando, il 24 aprile 1980, di salvare gli ostaggi con la forza, ma l’operazione, denominata Eagle Claw (artiglio dell’aquila), fallì. Alcuni aerei ed elicotteri con a bordo militari incaricati di tentare il colpo di mano furono inviati segretamente nel Paese, ma durante le manovre a terra un elicottero RH53D ed un C-130 si scontrarono tra loro nel deserto iraniano presso Tabas e otto militari americani persero la vita mentre altri quattro rimasero feriti. Vi fu anche un’imposizione di sanzioni diplomatiche mirate ad ammorbidire le posizioni del nascente regime degli Ayatollah le quali, tuttavia, non portarono a grandi risultati.

La crisi terminò con la liberazione degli ostaggi grazie a un accordo favorito dall’Algeria e firmato il 19 gennaio 1981 ad Algeri. Per gli Stati Uniti l’Accordo di Algeri fu negoziato dall’allora Vicesegretario di Stato Warren Christopher. L’intesa prevedeva la liberazione degli ostaggi, lo scongelamento dei fondi iraniani depositati presso banche americane e bloccati all’indomani dello scoppio della crisi, la riaffermazione del principio di non ingerenza.

Gli ostaggi furono materialmente liberati il 20 gennaio 1981, immediatamente dopo l’insediamento di Ronald Reagan a Presidente degli Stati Uniti. Essi furono formalmente consegnati in custodia all’ambasciata algerina a Teheran che li fece espatriare e li riconsegnò alle autorità americane.

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