Bosnia-Erzegovina: elezioni generali tra tensioni etnico-religiose e prospettive europee

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La Bosnia-Erzegovina è uno dei Paesi con la struttura politico-istituzionale più complessa al mondo, caratterizzato da un clima sociale e politico di grande tensione. Da tale complessità discendono delle difficoltà che il Paese sta affrontando da diversi anni in una condizione di instabilità.

Il sistema politico della Bosnia-Erzegovina trae origine dai contestatissimi Accordi di Dayton del 1995, promossi dalla comunità internazionale e stipulati a conclusione della guerra, che, tra il 1991 ed il 2001, ha lacerato il Paese ed è stata segnata da eventi come il massacro di Srebrenica. Il sistema politico in questione costituisce un caso studio in quanto si presenta come uno dei sistemi consociativi (o di power sharing) ancora esistenti in Europa, caratterizzati da quattro principi fondamentali: parità, proporzionalità, autonomia e potere di veto. I gruppi che condividono l’esercizio e la gestione del potere sono inseriti nel Preambolo della Costituzione e definiti “popoli costituenti”. Nello specifico essi rappresentano le tre entità etnico-religiose che si contendevano il potere durante la guerra: i bosgnacchi (musulmani; circa il 50%), i serbo-bosniaci (ortodossi; circa il 31%) e i croato-bosniaci (cattolici; circa il 15%). Inoltre, il Preambolo della Costituzione individua anche un quarto gruppo definito come “altri”, costituito da coloro che appartengono ad altre minoranze, come Rom o ebrei, oppure da coloro che non si identificano con gli altri gruppi, poiché appartenenti a famiglie etnicamente e/o religiosamente miste o desiderano essere identificati semplicemente come bosniaci.

Per facilitare la difficile convivenza ed evitare una nuova guerra, gli Accordi di Dayton hanno delineato un sistema politico-istituzionale costruito su quattro livelli governativi: lo Stato; le due Entità, Federazione della Bosnia-Erzegovina (FBiH, a maggioranza bosgnacca e croata) e la Repubblica Serba (RS, a maggioranza serba); i cantoni (la FBiH è suddivisa in 10 cantoni); il Distretto di Brčo, in un primo momento sottoposto all’amministrazione della comunità internazionale. Ogni livello è dotato di un proprio apparato esecutivo, legislativo e giudiziario. Rileva che a livello statale vi è anche una Presidenza, composta da tre membri: uno bosgnacco, uno serbo ed uno croato.

Il 7 ottobre, si sono svolte le ottave elezioni dalla fine della guerra. Si tratta di elezioni generali, finalizzate a rinnovare tutte le cariche elettive. In particolare, i cittadini della Bosnia Erzegovina sono stati chiamati alle urne per eleggere la Presidenza e la Camera dei Rappresentanti a livello statale, la Camera dei Rappresentanti della FBiH, l’Assemblea nazionale, il Presidente ed i Vicepresidenti della RS, le assemblee parlamentari a livello cantonale, vale a dire un totale di 518 cariche elettive.

Gli osservatori indipendenti, inviati a verificare la correttezza dello svolgimento delle elezioni, hanno riferito che il voto è stato preceduto da episodi di abusi ed intimidazioni.

Entrando nel merito delle elezioni presidenziali è importante sottolineare che il membro bosgnacco e quello croato sono eletti direttamente dai cittadini della FBiH, mentre il membro serbo è eletto dai cittadini della RB; ogni elettore è chiamato a votare per un solo candidato; ogni etnia elegge un Presidente, che, a turno, per un mandato di otto mesi nell’arco di quattro anni, esercita la carica presidenziale. Non è ammissibile l’elezione di un Presidente rom, ebreo o semplicemente bosniaco: per essere eletto, il candidato deve dichiararsi bosgnacco, serbo o croato.

Secondo i risultati, nella comunità serba, Milorad Dodik, fondatore del Partito Snsd, Alleanza dei socialdemocratici, ha vinto con il 51,4 %; si tratta di un politico che recentemente ha attirato l’attenzione di varie testate giornalistiche internazionali: Dodik è un filorusso, nazionalista e promotore di un referendum secessionista nonché negazionista del massacro di Srebrenica, noto per la sua opposizione all’ingresso della Bosnia-Erzegovina nell’Unione europea; fino a qualche anno fa la comunità internazionale riteneva fosse un leader moderato, il quale si era più volte espresso contro il nazionalismo dell’ex leader, Radovan Karadžić, condannato a 40 anni per crimini di guerra; tuttavia, recentemente è stato definito come uno “spregiudicato nazionalista” che ha seguito alla lettera “il manuale del perfetto autocrate serbo”. La trasformazione di Dodik assume rilevanza in quanto la Repubblica Serba è sottoposta a continue tensioni, causate dal nazionalismo della popolazione fomentato dalla Russia, storica sostenitrice della questione serba.

Il Governo della RS e il Presidente della limitrofa Serbia, Aleksandar Vučić, hanno denunciato delle interferenze nelle elezioni bosniache. Accuse in tal senso sono state pronunciate da più attori politici, a dimostrazione dell’ancora attuale complessità della situazione. Šefik Džaferović, candidato del Partito d’Azione democratica (SDA) di centrodestra, vincitore nella comunità dei bosgnacchi musulmani con il 37,3 %, ha infatti accusato il Presidente della vicina Croazia, Kolinda Grabar-Kitarović, di interferire nel risultato delle elezioni. Non a caso, i croati, i quali hanno eletto con il 51,14% Željko Komšić, del Fronte democratico – moderato ed antinazionalista schierato a sostegno della società multietnica come peculiarità del Paese – si sentono spesso discriminati, poiché mentre i serbi hanno ottenuto una propria identità, essi devono condividerla con i bosgnacchi. In virtù di tali rivendicazioni, da tempo alcuni politici croati, come uno dei concorrenti di Komšić, Dragan Čović, chiedono la creazione di una terza entità che li conferisca un’identità.

È importante evidenziare, che, nel corso degli anni, si è registrata una disaffezione progressiva degli elettori. Questi ultimi risultano essere ancora frustrati dalle condizioni e dall’assetto delineato dagli Accordi di Dayton. A ciò si aggiunge la situazione economica: la Bosnia- Erzegovina è, infatti, uno dei Paesi più poveri in Europa, oltre che uno dei più divisi sul piano etnico. Tali fattori determinano una scarsa fiducia sull’esito delle elezioni, nonché sulla capacità degli eletti di cambiare concretamente la situazione.

In tale contesto etnico-religioso e politico, la prospettiva europea assume un ruolo cruciale. Nel 2007 la Bosnia ha sottoscritto con l’UE l’Accordo di stabilizzazione e Associazione, primo passo per l’integrazione europea, e nel 2008 il Parlamento bosniaco ha adottato la riforma della polizia, condizione posta dall’UE per firmare l’accordo pre-adesione. Nel 2014, in seguito al fallimento della riforma costituzionale, volta ad adeguare la Costituzione bosniaca alla Convenzione europea sui diritti dell’uomo con particolare riguardo all’elettorato passivo delle minoranze alla Presidenza nonché alla Camera alta ( caso Sejdic-Finci), l’Unione ha modificato le condizioni, indicando l’adozione di un’agenda di riforme socioeconomiche come condizione per l’entrata in vigore dell’accordo del 2008; quest’ultimo è entrato in vigore nel 2015, tuttavia, non ha riportato i risultati auspicati.

In seguito alle elezioni del 7 ottobre, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, e il Commissario europeo per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento, Johannes Hahn, hanno affermato che la formazione del nuovo Governo bosniaco rappresenta “un’opportunità per i leader politici di dimostrare, sia ai loro cittadini che all’UE, un rinnovato impegno e determinazione nel portare avanti tutte le riforme necessarie ad avanzare sul percorso europeo”. Entrambi chiedono “responsabilità” e, constatando come le elezioni siano state “realmente competitive” ma caratterizzate da forti “contrapposizioni etniche” hanno precisato: “Ci aspettiamo che i leader politici dimostrino impegno nella formazione dei governi a tutti i livelli, lavorando in modo costruttivo insieme”.

Nei prossimi mesi l’UE sarà chiamata a pronunciarsi circa la domanda di adesione del Paese ex jugoslavo e nella valutazione sarà presa in considerazione l’effettiva attuazione delle elezioni generali.

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