Amnesty in vista dell’abolizione totale della pena di morte: che cessi il trattamento crudele dei condannati!

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In occasione della giornata mondiale contro la pena di morte, che si tiene il 10 ottobre, Amnesty International ha dichiarato che i prigionieri condannati a morte devono essere trattati con umanità e dignità, oltre che ad essere detenuti in condizioni rispettose delle norme e degli standard internazionali dei diritti umani. In occasione del 10 ottobre Amnesty ha lanciato una campagna in Bielorussia, Ghana, Giappone, Iran e Malaysia affinché i rispettivi governi pongano fine alle inumane condizioni dei condannati a morte e assumano iniziative in favore dell’abolizione totale della pena capitale.

Nel 2017 Amnesty International ha registrato 993 esecuzioni in 23 paesi, il quattro per cento in meno rispetto al 2016 e il 39 per cento in meno rispetto al 2015. La maggior parte delle esecuzioni ha avuto luogo in Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan ma questo dato non tiene conto delle migliaia di esecuzioni avvenute in Cina, dove le informazioni sull’uso della pena di morte restano un segreto di stato.  Stephen Cockburn, vicedirettore del programma Temi globali di Amnesty International, ha dichiarato che “A prescindere dal crimine che possa aver commesso, nessuno dovrebbe essere costretto a subire condizioni inumane di detenzione. Invece, in molti casi, i condannati a morte sono tenuti in rigido isolamento, vengono privati delle cure mediche di cui necessitano e vivono nella costante ansia di un’imminente esecuzione. Il fatto che alcuni governi notifichino l’esecuzione ai prigionieri e ai loro familiari pochi giorni, se non addirittura pochi minuti prima, aggiunge crudeltà alla situazione. Tutti i governi che ancora mantengono la pena di morte dovrebbero abolirla immediatamente e porre fine alle drammatiche condizioni di detenzione che troppi condannati alla pena capitale sono costretti a subire”.

La dichiarazione universale dei diritti umani all’articolo 3 dice che “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”. Il diritto alla vita è inerente alla persona umana e deve essere protetto dalla legge in quanto nessuno può e deve essere privato arbitrariamente della vita.  La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) con il protocollo numero 6 ha fatto enormi passi in avanti verso l’abolizione della pena di morte. All’articolo 1 dichiara che la pena di morte è abolita in quanto nessuno può essere condannato alla pena capitale o essere giustiziato. Rimaneva però la possibilità per lo  stato di prevedere nella propria legislazione la pena di morte per atti commessi in tempo di guerra o di pericolo imminenti di guerra solo nei casi previsti dalla legislazione. A questo si accompagnava l’obbligo di comunicare al segretario generale del Consiglio d’Europa le disposizioni in materia della legislazione nazionale. Il protocollo numero 6 è stato il primo strumento giuridico obbligatorio in Europa e nel mondo che ha sancito l’abolizione della pena di morte in tempo di pace, non essendo permesse deroghe in situazioni di emergenza né riserve. L’ulteriore passo in avanti è stato fatto con il protocollo numero 13 relativo all’abolizione della pena di morte in qualsiasi circostanza (maggio 2002). Gli stati firmatari del protocollo, determinati a compiere il passo definitivo al fine di abolire la pena di morte in qualsiasi circostanza, hanno vietato qualsiasi deroga e riserva alla norma sull’abolizione della pena di morte. In Italia la pena di morte, invece, era stata abolita già nel 1948 all’articolo 27 della costituzione, per reati comuni e per i reati commessi in tempo di pace. Poi con la legge 589 del 1994 è stata disposta l’abolizione dal codice militare di guerra e dalle leggi militari di guerra. Ad oggi, l’articolo 27 della costituzione, semplicemente, stabilisce che “non è ammessa la pena di morte”.

In Ghana i condannati a morte denunciano che spesso non ricevono le cure mediche necessarie per curare malattie o disturbi di lunga durata. Decine di prigionieri del braccio della morte, compresi sei con disabilità psicointellettiva certificata, hanno dovuto affrontare condizioni carcerarie deplorevoli, caratterizzate da sovraffollamento e da mancanza di assistenza medica e di opportunità educative e ricreative. Meno del 25 per cento dei reclusi del braccio della morte, intervistati da Amnesty International, era riuscito a presentare un ricorso in appello contro il verdetto di colpevolezza o la propria condanna. Pochi dei prigionieri intervistati sapevano come presentare appello o accedere a una rappresentanza legale d’ufficio, mentre la maggior parte di loro non poteva permettersi economicamente una consulenza legale privata. In Iran, Mohammad Reza Haddadi, nel braccio della morte da quando aveva 15 anni, ha dovuto subire la tortura di vedersi fissata e poi rinviata l’esecuzione almeno sei volte negli ultimi 14 anni. Le autorità iraniane continuano ad effettuare centinaia di esecuzioni di persone condannate al termine di processi iniqui e alcune delle esecuzioni sono avvenute in pubblico. A ciò si accosta una propaganda che definisce “antislamiche” le campagne pacifiche contro la pena di morte e le vessazioni e incarcerazioni di attivisti contrari alla pena di morte. Hoo Yew Wah ha presentato una richiesta di clemenza alle autorità della Malaysia nel 2014 ed è ancora in attesa di una risposta. La pena di morte è obbligatoria per alcuni reati tra cui il traffico di droga, l’omicidio e l’uso di armi da fuoco con l’intenzione di uccidere o di far del male in determinate circostanze. A novembre, il parlamento ha emendato la legge sulle droghe pericolose, dando alla magistratura la facoltà di decidere sull’obbligatorietà della pena di morte, nel caso in cui l’accusato fosse un corriere della droga e avesse cooperato con la polizia nel “fermare le attività del traffico di droga” anche se la disposizione includeva obbligatoriamente 15 colpi di frusta. Il clima di segretezza che circonda l’uso della pena di morte in Bielorussia fa sì che le esecuzioni non siano note all’opinione pubblica e vengano portate a termine senza alcuna comunicazione preventiva ai prigionieri, alle loro famiglie o agli avvocati. Per esempio, ad aprile è stata effettuata l’esecuzione di Siarhei Vostrykau, che era nel braccio della morte da maggio 2016 e la a corte regionale di Homel ha ricevuto conferma della sua esecuzione il 29 aprile. L’ultima sua lettera ricevuta dalla madre era datata 13 aprile. Nel frattempo, Matsumoto Kenji, in Giappone, soffre di delirio molto probabilmente a causa del prolungato isolamento in cui trascorre l’attesa dell’esecuzione.

Amnesty International si oppone sempre alla pena di morte, senza eccezione e a prescindere dalla natura o dalle circostanze del reato, dalla colpevolezza, dall’innocenza o da altre caratteristiche del condannato e dal metodo usato per eseguire le condanne a morte. La pena di morte è una violazione del diritto alla vita,  è l’estrema punizione crudele, inumana e degradante.

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