La Cina dilaga nel mondo, sostituirà gli stati Uniti?

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Durante il suo recente viaggio in Cina, il nostro Ministro dell’economia Giovanni Tria ha anticipato che la Banca d’Italia includerà tra le nostre riserve valutarie anche i titoli di Stato cinesi in renminbi. La cosa potrebbe essere una delle risposte alla politica protezionista del Presidente americano Trump o anche una semplice prudenza per garantirsi da variazioni imprevedibili del valore del dollaro controllato dalla Federal Reserve.

Oppure, potrebbe rientrare nella necessita’ di diversificazione che ogni saggia gestione di riserve valutarie prevede. I piu’ fiduciosi immaginano, inoltre, che, nel concordarlo, abbia ottenuto in cambio promesse di investimento di capitali cinesi nella nostra economia. Soprattutto nelle nostre infrastrutture bisognose di molti interventi.

Tuttavia, per quanto comprensibile e, magari, astuto, il fatto sottende di per sé altri sviluppi. Innanzitutto politici.

Cominciamo col dire che quel viaggio non è il primo di questo genere fatto da esponenti governativi dei Paesi europei. Prima degli italiani, e con ben altre e perfino piu’ pesanti rappresentanze, ci sono stati i viaggi dei britannici, dei francesi e dei tedeschi. Non val nemmeno la pena di parlare degli accordi già sottoscritti dai Paesi piu’ piccoli dell’Unione, ma il quadro che ne deriva è un’ulteriore conferma di come l’Europa politica sia sempre piu’ una chimera. È ovvio che tutti i grandi del mondo preferiscano trattare individualmente con le nostre capitali perché se l’Unione si presentasse con un’unica voce il peso negoziale che Pechino o Washington o Mosca o chiunque altro potrebbero giocare a proprio favore sarebbe molto minore. Ed è altrettanto evidente che in Europa ognuno cura soltanto i propri piccoli interessi a breve termine, fregandosene delle implicazioni future che deriveranno da queste divisioni. Perché i grandi Stati extraeuropei non dovrebbero approfittarne?

Torniamo al viaggio di Tria e alle sue implicazioni politiche. Da tempo la Cina persegue una politica a lungo termine che ha come obiettivo di soppiantare gli Stati Uniti come Paese guida del mondo. Uno dei passaggi per arrivarci è la graduale sostituzione del dollaro come moneta “universale” e la (per ora parziale) convertibilità dello yuan è stata la prima tappa. Sono soltanto i presuntuosi americani che non lo hanno ancora capito del tutto e, anche qualora lo avessero capito senza dichiararlo apertamente, il loro comportamento è tra i piu’ insensati che si possano immaginare. Tra le azioni utili a battere il nemico il saggio generale Sun Tzu (non a caso cinese) suggeriva di attaccare i nemici uno per volta, impedendo loro di potersi unire tra loro aumentando così le loro forze. Ebbene, Trump sta facendo esattamente il contrario: attacca tutti contemporaneamente e trasforma anche i suoi precedenti alleati in avversari che lo temono, spingendoli ad allontanarsi da lui e a cercare nuove alleanze con i nemici di un tempo. È quello che sta succedendo con la Russia e perfino con gli stessi europei, una volta considerati amici privilegiati. Pechino approfitta delle divisioni tra quella che fu un’alleanza di ferro e sta stendendo le proprie reti in tutto il mondo.

L’ultima notizia interessante riguarda l’incontro che Xi ha avuto nella sua capitale con ben 53 Capi di Stato africani cui ha offerto investimenti (ufficialmente senza condizioni politiche) per 60 miliardi di dollari. Vanno ad aggiungersi ai precedenti 60 miliardi già investiti dal 2015. È bene ricordare che la maggior parte dei finanziamenti cinesi sono destinati a infrastrutture strategiche e che una clausola prevede quasi sempre che, qualora il Paese ricevente non sia in grado di restituire i prestiti ricevuti, le opere realizzate diventino proprietà cinese. Anche in Centro e Sud America, una volta considerati il “giardino di casa” degli Stati Uniti, la presenza di Pechino è sempre piu’ pervasiva. È di pochi giorni l’annuncio che anche El Salvador, così come fece la Repubblica Domenicana lo scorso maggio, riconoscerà la Repubblica Popolare di Cina come l’”unica Cina” e taglierà i rapporti diplomatici con Taiwan. Naturalmente, e solo per gratitudine (sic), Pechino si è impegnata a fare investimenti nel Paese e in particolare a finanziare la realizzazione del locale sistema portuale. Operazioni di tal fatta sono oramai una costante in tutto il continente sudamericano e, infatti, in Nicaragua è un’azienda cinese che sta finanziando la costruzione di un canale che collegherà gli oceani Pacifico e Atlantico senza dover passare da quello di Panama, ufficialmente indipendente ma in realtà sotto controllo statunitense. A proposito di Panama, anche questo piccolo Stato nel 2017 ha rotto i rapporti diplomatici con Taiwan per allacciarli soltanto con Pechino (Sono rimasti solo 16 Paesi nel mondo – piu’ il Vaticano – a riconoscere la Repubblica Democratica di Cina e anche questi ultimi sono previsti cambiare presto cavallo. Tra loro il Nicaragua e il Paraguay).

Chi pensa che le ambizioni cinesi in Africa puntino soltanto a procurarsi le materie prime necessarie alla propria crescita e a garantirsi le vie di comunicazione per il loro trasporto si sbaglia. Basterebbe guardare cosa succede in Asia e in Europa per cogliere meglio la vastità del disegno strategico dei nuovi “mandarini”. Chi nutrisse qualche dubbio sulle reali intenzioni dovrebbe guardare a quanto ammontano le spese della Cina in armamenti. Nel settore sono ormai 225 i miliardi di dollari investiti e dal 2008 ad oggi il trend di spesa è piu’ che raddoppiato.

Della penetrazione cinese in Europa e dei suoi target parleremo prossimamente. Per ciò che succede in Asia basti pensare al mastodontico progetto della “Nuova Via della Seta” cui, inizialmente, tutti hanno aderito entusiasti accalappiati dai dollari supposti in arrivo. Solo in un secondo momento, forse troppo tardi, ci si è resi conto che tutti i porti commerciali previsti portavano con sé l’obbligo di offrire anche supporto logistico a qualunque naviglio militare cinese ne avesse fatto richiesta. Chi se ne è preoccupata per prima è stata l’India, non direttamente coinvolta nel progetto, che ha intravisto le possibili conseguenze sui porti “cinesi” in Sri Lanka e Pakistan. Senza contare che a Gibuti, all’imbocco del Mar Rosso, il porto costruito e gestito dai cinesi è apertamente destinato a scopi militari, ufficialmente soltanto contro la presenza dei pirati di quelle acque.

Credo non sia necessario sottolineare come il colonialismo dei nostri giorni non sia piu’ quello di chi occupa militarmente un intero Paese o gli chiede tributi, ma consista piuttosto in una egemonia commerciale e finanziaria che costringa il territorio in oggetto a dover sottostare alle esigenze e ai desiderata vari del “dominante”. Costui, col tempo e gradualmente, abitua e poi impone al nuovo vassallo anche la propria lingua, cultura e abitudini. Controllare le infrastrutture, i nodi cruciali dell’economia e magari tenere sotto scacco le locali Istituzioni significa comandare senza correre i rischi di doversi sobbarcare anche i problemi del comandato.

 

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