Il futuro della teocrazia in Iran

in MEDIO ORIENTE by

Chi segue da vicino la situazione iraniana sa che, al di là dei proclami, il regime teocratico al potere dal 1979 non si è mai sentito stabile. Lo conferma, solo per ultimo in ordine temporale, l’intervista del presidente del regime Rouhani alla TV di Stato, il 6 agosto, in cui proclama la stabilità del suo regime e, con un’espressione facciale che lo tradisce, affermando che in Iran non ci sono problemi.

Mentre le autorità della teocrazia iraniana denunciano che in Iran oltre il 50% della popolazione vive al di sotto la soglia di povertà assoluta. Il 29 luglio un membro del majlès islamico, Hedayat Khademi, ha dichiarato – parole testuali – che 200 famiglie e 500 persone dominano il destino del Paese e lo tengono in ostaggio. Un economista, Hossein Raghfar, afferma nello stesso giorno all’agenzia Ilna che: “Da quarant’anni in Iran 400-500 persone, che sono le principali personalità del regime, decidono tutto… Se uno viene destituito per incapacità o corruzione, dopo poco tempo lo ritroviamo in una posizione di maggior responsabilità”.

In questa situazione di tracollo economico, la svalutazione della moneta nazionale di oltre 200% in un anno, in uno dei paesi più ricchi del mondo, i problemi socio-economici da molto tempo hanno invaso tutto il paese. Questi problemi sembrano di non avere soluzioni, soprattutto perché il regime non ha né la volontà né tantomeno la capacità di risolverli. L’impressionante e sistematica repressione interna, insieme alla guerrafondaia espansione regionale avvenuta con il beneplacito non solo implicito dei governi occidentali, ha permesso al regime di sopravvivere, ma i nodi sono venuti al pettine.

Le manifestazioni popolari in Iran, in cui si chiede la fine del regime, iniziate il 27 dicembre e continuate per alcuni giorni in oltre 150 città del paese, sono riprese il 31 luglio. In Iran oltre 19 milioni di persone vivono ai margini delle città più grandi in luoghi di fortuna. Questi, i “diseredati”, sono quelli il regime sosteneva di voler occuparsene. Se nel Novecento l’Iran è stato testimone di tre grandi rivoluzioni, in cui si rivendicava libertà e democrazia, ora l’antico paese è in preda a rivolte per la fame.

Nel frattempo la situazione internazionale è cambiata radicalmente. Se il sostegno dell’Europa e i suoi mass media alla dittatura teocratica di Teheran continua in ordine sparso, negano l’evidenza, il regime dei mullà ha perso l’appoggio dell’Amministrazione Obama. La teocrazia al potere in Iran ora deve affrontare il nuovo presidente statunitense, che bruscamente è uscito dall’accordo nucleare voluto dall’America di Obama-Kerry. L’accordo, oltre a lasciar libero le mani del regime in Medio Oriente e sulla materia dei Diritti umani, consegnava tra l’altro 1,7 miliardi di dollari americani, rintracciati nelle tasche di Hezbollah e altri gruppi terroristici. Mentre Obama aveva scelto di stare con Ali Khamenei contro la volontà di cambiamento in Iran, ignorando la voce degli iraniani che nelle grandi manifestazioni del 2009 chiedevano un appoggio, ora l’Amministrazione statunitense appare più propensa a dare ascolto alle istanze degli iraniani. Le più alte autorità, cominciando da Trump, chiedono al regime iraniano il rispetto dei Diritti umani nei confronti del suo popolo. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha lanciato in 12 punti, l’8 maggio, la nuova strategia dell’America nei confronti dell’Iran: in sostanza chiedeva all’Iran di abbandonare i programmi nucleari e missilistici e le ingerenze nei paesi della Regione e il rispetto dei Diritti Umani. Condizioni che il regime iraniano non potrà mai consentire.

In un paese come l’Iran la volontà popolare, sebbene schiacciata dalla dittatura monarchica prima e poi da quella teocratica, è stata ed è determinante. Proprio per questo il problema principale della teocrazia al potere sono gli iraniani. Il regime sente il fiato del popolo iraniano sul collo. Il ricorso alle armi nucleari e le ingerenze nei paesi mediorientali devono essere letti in chiave interna. Il regime dei mullà genera crisi per coprire la sua crisi principale con la popolazione che non lo ha mai accettato. Il popolo iraniano di fatto ha superato il regime teocratico, lo esprime con parole chiare nelle strade del Paese. Un altro segnale che indica la fine prossima del regime sono le agitazioni dei residui lobbysti occidentali della dittatura che da una parte demonizzano la principale opposizione democratica al regime, dall’altra costruiscono artificiose alternative. In Iran, però, non stiamo all’anno zero; la società civile è memore di un secolo di lotte per la libertà e c’è una resistenza organizzata. Lo smantellamento della dittatura e l’instaurazione della democrazia competono solo al popolo iraniano e a nessun altro. Una presa di posizione internazionale a favore delle rivendicazioni popolari certamente aiuta gli iraniani ad abbattere la piovra al potere, ma la perseveranza nel sostegno alla dittatura teocratica dei vari Mogherini e di altri giganti europei verrà spazzata via da un soffio della tempesta in atto in Iran. Il cambiamento, voluto dal popolo, non chiede permesso.

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