GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Il rapporto Istat su reati contro ambiente e paesaggio

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Nel 2017, secondo i dati di Legambiente, si è registrato l’incremento degli illeciti ambientali, del numero di persone denunciate e dei sequestri effettuati. Nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso è stato verbalizzato il 44% del totale nazionale di infrazioni. La Campania è la regione in cui si registra il maggior numero di illeciti ambientali (4.382 che rappresentano il 14,6% del totale nazionale), seguita dalla Sicilia (3.178), dalla Puglia (3.119), dalla Calabria (2.809) e dal Lazio (2.684). Secondo il report dell’Istat che prende a riferimento il periodo 2006-2016 l’aumento delle norme a tutela dell’ambiente e la maggiore attenzione ai temi ambientali hanno trovato corrispondenza in un maggior numero dei procedimenti presso le Procure. Questi sono passati dai 4.774 del 2007 (il Testo unico dell’ambiente è stato varato nel 2006) ai 12.953 del 2014. Il tema della “protezione dell’ambiente” soprattutto in relazione allo sviluppo economico e all’antropizzazione del territorio è di grande complessità e ha molteplici implicazioni che hanno sollevato nel tempo crescente attenzione per le problematiche ambientali e condotto ad una rapida crescita della produzione legislativa. Molta della normativa è relativamente recente in quanto al momento della Costituente in Italia erano in vigore solo una norma sui Beni culturali (L. 1089/1939) e una sulle Bellezze naturali (L. 1497/1939). La produzione normativa successiva è avvenuta spesso sulla spinta di direttive europee e convenzioni internazionali, ma anche di disastri di grandi proporzioni che hanno messo in luce come la problematica ambientale non può essere confinabile a un singolo Stato ma deve essere affrontata anche a livello sovranazionale. Dal 2006, anno d’introduzione del Testo Unico Ambientale (T.U.A.), fino al 2014, si osserva un aumento dei procedimenti definiti nelle Procure della Repubblica, con almeno un reato previsto dal codice ambientale, da poco più di mille casi a quasi 13mila. A partire dall’anno successivo si nota una contrazione continuata anche nel 2016, soprattutto dei procedimenti per cui inizia l’azione penale.

    Il T.U.A. considera come reato e punisce diverse azioni a danno dell’ambiente. Inoltre, i reati previsti si riferiscono a un pericolo di danno ambientale “astratto” cioè potenziale. Prevedono generalmente sanzioni di lieve entità con termini di prescrizione brevi, con possibilità di oblazione e sospensione condizionale della pena avendo quindi una debole funzione deterrente. La legge 68 del 22 maggio 2015 ha introdotto nuove fattispecie di delitto (anche colposo) nel Codice penale (Titolo VI-bis Libro II) incentrate sul danno ambientale effettivamente causato con pene elevate e, quindi, lunghi tempi di prescrizione (che sono funzione della gravità della pena). I dati che si riferiscono alle decisioni nelle Procure della Repubblica al termine delle indagini preliminari in tema di nuovi delitti ambientali sono ancora esigui: sono stati 72 nel 2016, di cui 56 archiviati e per cui è iniziata l’azione penale. Quasi tutti i reati riguardano l’inquinamento ambientale, residuali le altre voci come i delitti colposi contro l’ambiente, il disastro ambientale, morte o lesione come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale, impedimento del controllo, omessa bonifica dell’area inquinata. I nuovi delitti previsti dalla legge sugli ecoreati sono stati aggiunti a quelli per cui è prevista la responsabilità oggettiva dell’ente nel cui interesse i dirigenti hanno commesso il reato.

     Nel 2016 i procedimenti per violazioni delle regole di gestione delle acque reflue sono stati 1.636, quelli per le violazioni delle regole di gestione dei rifiuti 8.792, 170 per il trasporto non autorizzato di rifiuti e 164 per traffico organizzato di rifiuti. Per tali reati, sono diminuiti i procedimenti per cui è iniziata l’azione penale: dal 2013 per violazioni nella gestione delle acque reflue; dal 2015 per la gestione dei rifiuti (che coinvolge spesso, oltre ad attività economiche, anche singoli cittadini che non rispettano i regolamenti); dal 2014 per il traffico organizzato di rifiuti. Per questi ultimi si ha un aumento delle archiviazioni a denotare anche la difficoltà crescente, da parte degli inquirenti, nel trovare elementi di prova della violazione. Le violazioni della regolamentazione in materia di acque reflue hanno raggiunto il picco tra il 2010 e il 2012. Nel 2012 quasi il 56% del totale dei procedimenti per cui c’è stato l’avvio dell’azione penale è avvenuto nel Mezzogiorno. Tale percentuale, anche se in leggera diminuzione, negli anni seguenti si colloca sempre intorno al 50% (49% nel 2016) del totale italiano. Il tasso di reati più alto si è avuto in Basilicata (6,4 reati per 100mila abitanti). Hanno valori superiori a 3 reati per 100mila abitanti il Molise, il Lazio, l’Abruzzo e la Calabria. La scorretta gestione dei rifiuti è individuata e portata all’attenzione della magistratura in gran parte attraverso attività di controllo, per opera delle Forze di Polizia, sulle attività produttive che quei rifiuti devono gestire. Il numero medio di “Imputati per violazioni sulla gestione dei rifiuti” è pari a 1,5 persone. Il trasporto non autorizzato di rifiuti è punito con una contravvenzione ed è commesso da chi, senza titolo valido, trasporta i rifiuti anche in modo occasionale. Nel 2016, il dato si attesta su 93 violazioni, in lieve diminuzione rispetto ai due anni precedenti (111 casi). La Liguria è la regione in cui si sono riscontrati più casi nel periodo considerato (42). Per questo reato, il numero medio di autori coinvolti nei procedimenti varia da 1,2 a 2,5 nei dieci anni considerati. È pari a 1,7 nel 2016. Il traffico organizzato di rifiuti è l’attività posta in essere in modo sistematico e strutturato per nascondere o eliminare, illegalmente, anche grandi quantità di rifiuti e scarti senza riguardo alla loro tossicità. Nel 2016 si sono rilevati 58 casi, in netto calo su quasi tutto il territorio nazionale. L’andamento nel tempo evidenzia due picchi in corrispondenza del 2010 e del 2013 (104 e 105 casi rispettivamente) ascrivibili soprattutto al Sud. Il numero esiguo di procedimenti per cui inizia l’azione penale sottende in realtà una complessità investigativa connaturata con i tempi, le procedure di indagine e il numero di autori coinvolti per questo tipo di reati. Qui infatti il numero medio di imputati in associazione è molto più elevato, con valori che passano da un minimo di 4 per il 2008 a un massimo di 12 per il 2006. Dal 2010 la media si è stabilizzata intorno a 5,5 (5,7 nel 2015). Secondo il report di Legambiente sulle ecomafie, il 2017 è l’anno del rilancio delle inchieste contro i trafficanti di rifiuti e nel settore si concentra la percentuale più alta di illeciti. In crescita anche le tonnellate di rifiuti sequestrate dalle forze dell’ordine nell’ultimo anno e mezzo (1° gennaio 2017 – 31 maggio 2018) nell’ambito di 54 inchieste (in cui è stato possibile ottenere il dato, su un totale di 94) sono state più di 4,5 milioni di tonnellate. Pari a una fila ininterrotta di 181.287 Tir per 2.500 chilometri. Tra le tipologie di rifiuti predilette dai trafficanti ci sono i fanghi industriali, le polveri di abbattimento fumi, i Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), i materiali plastici, gli scarti metallici (ferrosi e non), carta e cartone. Più che allo smaltimento vero e proprio è alle finte operazioni di trattamento e riciclo che in generale puntano i trafficanti, sia per ridurre i costi di gestione che per evadere il fisco.

     Nel quadro normativo è importante la legge 21 novembre 2000, n. 353 che ha introdotto, nel codice penale, il reato di incendio boschivo doloso e colposo, prima punito come aggravante dell’incendio, per una tutela più stringente del patrimonio forestale. Nel 76% dei casi, gli incendi boschivi si verificano tra giugno e settembre e il numero di procedimenti per incendio boschivo con autore noto, definiti dalle procure della repubblica, si attesta nel 2016 su un valore pari a 500, senza apprezzabili variazioni nel periodo considerato, tranne il picco di 701 casi nel 2012. Per poco meno di 7 procedimenti su 10 inizia l’azione penale. Di questi (334 nel 2016), il 28,4% riguardano il Sud, il 29% il Centro, il 24,6% il Nord. Oltre all’incendio boschivo doloso (volontario) è punito anche quello colposo, cioè commesso da chiunque cagiona involontariamente un incendio su boschi (anche propri). Nei casi l’incendio sia stato provocato nei propri terreni, perché possa configurarsi l’illecito penale, è necessario tuttavia provare (oltre alla colpa del proprietario) che l’incendio abbia causato un concreto pericolo per la pubblica incolumità. L’incidenza degli incendi non colposi sul totale degli incendi è aumentata negli ultimi anni (dal 60,5% del 2012 al 72,2% del 2015) anche grazie alle nuove tecniche di investigazione. Il territorio forestale copre al 2015 circa 11 milioni di ettari21 pari a un terzo della superficie italiana. Nonostante l’impegno nel controllo del patrimonio forestale, il reato di incendio boschivo è in gran parte di origine dolosa e resta senza un colpevole. L’incendio colposo, anche grazie alle tecniche innovative di indagine, rappresenta un numero ridotto di casi.

     Nel 2016, tra tutti gli illeciti amministrativi inerenti ai reati ambientali contestati, l’8% ha riguardato gli ecoreati. Il paesaggio si connota contemporaneamente come bene ambientale e come bene culturale. Fra i reati previsti dal “Codice del paesaggio” (D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42) sono stati analizzati i procedimenti collegati ai lavori edilizi, in totale difformità o assenza del permesso di costruzione o di prosecuzione degli stessi nonostante l’ordine di sospensione e le lottizzazioni abusive e/o opere di qualsiasi genere eseguite su beni paesaggistici in assenza di autorizzazione o in difformità da essa. Violazioni, queste, che incidono sull’uso del territorio e sono da ritenersi più gravi. I procedimenti penali per le lottizzazioni e le violazioni su beni con vincolo paesaggistico, che sono un tipo specifico di violazione edilizia grave, dopo un picco nel 2010, diminuiscono in valore assoluto negli anni. Tuttavia, la loro proporzione sul totale delle violazioni edilizie aumenta (17% del totale dei procedimenti nel 2006, 32,2% nel 2016). Soprattutto al Sud aumenta la percentuale dei procedimenti per violazione del vincolo paesaggistico (40,6% nel 2016). Il lavoro delle forze dell’ordine nel 2017 ha portato alla luce 3.908 infrazioni sul fronte “ciclo illegale del cemento”, una media di 10,7 ogni ventiquattro ore, e alla denuncia di 4.977 persone. Un dato in leggera flessione rispetto all’anno precedente, ma che testimonia come – dopo anni di recessione significativa – l’edilizia, e quindi anche quella in nero, abbia ricominciato a lavorare. Il 46,2% dei reati si concentra nelle quattro cosiddette regioni a tradizionale presenza mafiosa, ossia Campania, Sicilia, Puglia e Calabria. Occorre ricordare come la natura profonda del crimine ambientale è economica e ha per principali protagonisti imprese e faccendieri, ma le mafie continuano a svolgere un ruolo cruciale, spesso di collante. I clan censiti da Legambiente finora e attivi nelle varie forme di crimine ambientale sono 331. Il 2018 è anno da record per lo scioglimento delle amministrazioni comunali per infiltrazioni mafiose. Sedici i Comuni sciolti da gennaio, 20 nel 2017. Mentre i comuni attualmente commissariati dopo lo scioglimento sono 44 (ci sono anche alcuni sciolti nel 2016 e prorogati). Sono soprattutto i clan a minacciare gli amministratori pubblici che difendono lo stato di diritto e la salvaguardia dell’ambiente. Secondo i dati elaborati di Avvivo Pubblico, sono state 537 le intimidazioni nel 2017, se si considerano invece gli ultimi cinque anni il numero sale a 2.182.

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