Yemen, attacco alla città di Hodeidah

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Ignorando tutte le avvertenze delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e delle ONG impegnate nell’area, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno lanciato nella giornata di oggi il loro assalto contro la città di Hodeidah, il principale punto di accesso per gli aiuti umanitari alla popolazione yemenita, oltre che principale porto nelle mani dei ribelli huthi. L’operazione è stata formalmente annunciata dal governo yemenita in esilio, iniziata a mezzanotte tra martedì e mercoledì, dopo l’ultimatum inviato al gruppo dei ribelli, che ha preso il potere nel 2014 e che la coalizione araba accusa di essere una pedina dell’Iran. Sia l’ONU che l’Unione Europea ritengono che l’offensiva mina tutte le possibilità di raggiungere una soluzione.

“La liberazione  del porto di Hodeidah è una questione fondamentale nella lotta al recupero dello Yemen caduto nelle mani di milizie al servizio di paesi stranieri”, ha affermato il Governo di Abdrabbo Mansur Hadi. Anche se la coalizione filoaraba creata da Riad è riuscita ad espellere i ribelli nel sud del paese, il gruppo (una milizia derivante dalla marginalizzazione della minoranza zaidita durante la dittatura di Saleh) rimane al potere a Sana’a. L’Arabia Saudita accusa gli Huthi di utilizzare il porto di Hodeidah per rifornimento di missili iraniani, affermazione più volte negata dai ribelli. Tuttavia, molti osservatori internazionali sospettano che in realtà si tratti di una strategia per circondare completamente l’enclave nordoccidentale in cui gli huthi sono insediati, con l’obiettivo di tagliare le scorte di viveri, soffocandoli economicamente e costringerli alla resa definitiva.

“Questa offensiva potrebbe compromettere ogni possibilità di un accordo di pace” avverte l’ambasciatore dell’Unione Europea nello Yemen, lo spagnolo Antonio Calvo. Calvo sottolinea il rischio di vittime civili dell’operazione che si svolge in un’area densamente popolata. “Le Nazioni Unite stimano che possano perdere la vita oltre 250.000 persone”. Gli analisti temono che Hodeidah possa diventare “l’Aleppo dello Yemen”. Il nuovo inviato ONU in Yemen, Martin Griffith, ha compiuto molto sforzi per tentare di raggiungere una mediazione tra i ribelli e i due pilastri della coalizione araba, l’Arabia Saudita e gli EAU. Questi ultimi avevano inviato un ultimatum con cui si intimavano i ribelli a lasciare il porto in questione nelle ultime 48 ore, con risultato negativo.

Situato a 150 chilometri a ovest di Sana’a, la città di Hodeidah con 400.000 abitanti e altri 200.000 nell’area circostante, è sede del principale porto yemenita nel Mar Rosso, oltre ad essere la seconda città più grande del paese dopo Aden, quest’ultima sotto il controllo della coalizione filoaraba. Anche prima dell’inizio della guerra, questo porto rappresentava l’ingresso per il 70% delle importazioni, in un paese che importa il 90% del proprio fabbisogno alimentare. Da allora è diventato non solo la prima fonte di reddito per i ribelli huthi che lo controllano, ma anche l’unica via d’accesso per gli aiuti umanitari a due terzi della popolazione che vive nel territorio.

“La battaglia per Hodeidah continuerà probabilmente, lasciando milioni di yemeniti senza cibo, carburante ed altri generi di prima necessità. La continua lotta scoraggerà piuttosto che facilitare un ritorno al tavolo delle trattative. Lo Yemen affonderà ulteriormente in quella che è già la peggiore crisi umanitaria del mondo”, ha avvertito nei scorsi giorni un rapporto dell’International Crisis Group.

A questo proposito, 14 ONG hanno inviato una lettera aperta al presidente francese Emmanuel Macron, per rinviare la conferenza umanitaria per lo Yemen prevista per il prossimo 27 giugno. E secondo Save the Children e l’Unicef, a causa dei combattimenti in corso ad Hodeida, circa 300.000 bambini rimasti bloccati in città rischiano di essere uccisi o restare feriti.

 

di Mario Savina

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