JCPOA, Gerusalemme e la strategia di Trump nel mondo

in POLITICA by

Le due ultime mosse di Trump verso il Medio Oriente cioè lo spostamento dell’Ambasciata statunitense a Gerusalemme e il ritiro dal trattato JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), non sono indipendenti tra loro. Al contrario, fanno parte entrambe di una stessa strategia, non casuale, adottata dalla nuova Amministrazione USA. E’ bene ricordare che la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico e, di conseguenza, lo spostamento dell’ambasciata non è stata presa oggi ma risale ad alcune presidenze fa. L’importante differenza tra prima e oggi è che i precedenti Presidenti tenevano la sua attuazione volutamente congelata, a mo’ di spada di Damocle sulla testa dei Palestinesi. Forse non fu mai vista in questo senso ma, di fatto, costituiva uno strumento di pressione non dichiarato. Trump l’ha “scongelata” e il trasferimento è diventato realtà, con le conseguenze che abbiamo visto. A difesa del Tycoon bisogna ammettere che la politica seguita finora da tutti i Governi che si sono succeduti non ha portato da nessuna parte: la creazione di due Stati indipendenti resta una chimera, i rapporti tra ebrei e palestinesi, da Oslo in poi, sono solo peggiorati e la lenta appropriazione di terre occupate a favore di nuovi coloni israeliani continua.

Non si creda che Trump stia rivoluzionando più di tanto la politica americana verso il mondo: la tattica è cambiata ma gli obiettivi strategici restano gli stessi. La costante è nell’agire per salvaguardare il ruolo egemone che gli Stati Uniti hanno conquistato dopo la seconda guerra mondiale. Ciò che cambia è solo il modo. D’altra parte, sono proprio grazie a quella posizione dominante nel globo che il comune cittadino a stelle e strisce puo’ permettersi di indebitarsi quanto vuole, i Governi di emettere debito pubblico senza doverne pagare tutte le conseguenze, e il dollaro di essere la valuta di scambio più usata nel mondo. Fino a quando gli Stati Uniti riusciranno a imporre la propria volontà alla maggior parte dei Paesi e deciderne le priorità, investimenti e risparmi stranieri non cesseranno di foraggiare la sua economia. E la FED potrà continuare a stampare tutti i dollari che vorrà senza temere per l’inflazione, certa del loro assorbimento al di fuori dei confini.

Per assicurarsi che tale supremazia non sia messa in discussione da nuovi o vecchi protagonisti desiderosi di affrancarsi e, magari, di insidiare il suo attuale ruolo, la politica di Washington è dovuta diventare il “gendarme del mondo” e, per farlo, si sono creati in ciascuna area degli “sceriffi” locali su cui contare. Fedele al principio del “divide et impera”, è sempre stato però necessario che nessuno di loro non diventasse abbastanza forte da potersi permettere di “fare da solo”. Occorreva, dunque, che nella stessa area gli “amici” fossero almeno due: entrambi legati agli USA ma nemici o, almeno, rivali tra loro.

GLI EQUILIBRI IN MEDIO ORIENTE PRIMA DEL JCPOA

In Medio Oriente, area strategica per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici (fino all’autosufficienza, recentemente raggiunta dagli USA grazie al sistema del fracking), gli “amici” tradizionali erano due: Israele e Arabia Saudita (quest’ultima con i suoi Paesi satelliti). Naturalmente, oltre a legare questi Paesi con vincoli economici, si stabilirono qui e là anche basi militari a garanzia loro e come avvertimento per possibili male intenzionati. A Israele fu assegnato il compito di “poliziotto” verso Siria, Libano e, da un certo momento in poi, anche verso Iraq e Iran. Con l’Arabia Saudita il compito fu nello stesso tempo più semplice e più complesso. Fino al 1979 la presenza dello Scià iraniano, alleato con Israele ma non amico dei sauditi, garantiva tutti gli equilibri della zona. L’Unione Sovietica, vicina alla Siria di Assad e all’Egitto di Nasser, non poteva avvicinarsi al Golfo e anche in Iraq doveva accontentarsi di sostenere i curdi di Barzani padre nella loro lotta contro Saddam Hussein che, all’epoca, era ancora un “amico” degli americani. La Cina era ancora chiusa in se stessa e non dava preoccupazioni. La caduta di Reza Pahlavi a seguito della rivoluzione Khomeinista cambiò, temporaneamente, le carte. L’amicizia con Saddam fu rinforzata proprio per contenere l’Iran e lo stesso fu fatto con riad, anche se i rapporti tra i due non erano certo idilliaci. La scomparsa, nel 1989, dell’URSS cambiò ulteriormente le carte in tavola. Saddam, lanciato contro gli iraniani solleticandolo con la chimera di allargare attorno a Bassora il suo sbocco sul Golfo non riuscì nell’intento e cercò allora di rifarsi conquistando il Kuwait. Mal gliene incolse perché gli americani, spaventati dal potere di ricatto petrolifero che avrebbe potuto vantare dopo e spinti dagli altrettanto preoccupati sauditi, diedero il via alla Prima Guerra del Golfo e lo costrinsero a ritirarsi. Bush padre, l’allora Presidente americano, fu abbastanza accorto da non destabilizzare quel Paese e, seppur con forti limitazioni e con sanzioni economiche, lasciò in vita il regime.  Suo figlio, subentrato dopo la Presidenza Clinton, non fu altrettanto lungimirante e, plagiato dai neo-conservatori con un pretesto rivelatosi del tutto falso (le “armi di distruzione di massa”) lo attaccò nuovamente, ottenendone la caduta e provando a instaurare nel paese un regime fantoccio filo-americano. A causa di scelte sbagliate e di analisi superficiali il progetto non funzionò. Ben presto, gli sciiti locali, identificati dagli americani quali asse portante del nuovo Iraq, si volsero verso Tehran che fu ben felice di esercitare una propria egemonia sui Governi di Baghdad. In quel modo riuscivano a garantirsi una continuità territoriale che portava la propria influenza fino al Mediterraneo via Siria (con gli alleati Alawiti) e Libano (tramite Hezbollah).

LO JCPOA

La Repubblica Islamica Iraniana, facendo proprio l’obiettivo che era gia’ stato dello Scià, ha coltivato da subito l’idea di diventare una grande potenza regionale e per farlo riportò segretamente in vita il progetto nucleare gia’ iniziato dal Pahlavi con l’aiuto americano. Quando le manovre nucleari dei Khomeinisti furono scoperte, dissero che erano destinate solamente a scopi civili ma nessuno ci credette. L’ONU decise per delle sanzioni internazionali che andarono ad aggiungersi a quelle americane instaurate dopo l’occupazione dell’Ambasciata americana a Tehran da parte di un gruppo di Pasdaran nei giorni della rivoluzione. Le sanzioni ONU sono rimaste in vigore fino alla firma dello JCPOA.

I contenuti di quest’accordo non prevedono che l’Iran rinunci del tutto al nucleare, ma sono studiati in modo che l’arricchimento dell’uranio si limiti alla quantità necessaria per farne usi civili e non possa arrivare ai livelli necessari per utilizzarlo nella costruzione di bombe atomiche. Più esattamente, gli iraniani ridurranno le centrifughe in precedenza installate da circa 19.000 a 5.060, le riserve di uranio ad arricchimento medio del 20% passano dai 195 chili a zero e quelle indispensabili per un utilizzo pacifico (che prevede l’arricchimento al 3,5 %) sono ridotte da 9.000 a 300 chili. Il rispetto di questi impegni da parte iraniana è verificato e certificato dall’Agenzia Atomica Internazionale che ha la possibilità di compiere altri controlli, a sua discrezione, in tutti i siti previsti dall’accordo e, dietro richiesta (mai rifiutata finora) anche in altre località. E’ previsto che anche le centrifughe a gas siano ridotte nel loro numero.

Tale meccanismo resterà in vigore per i quindici anni successivi alla firma, anni durante i quali l’Iran non potrà costruire nemmeno reattori nucleari ad acqua pesante.

Le attività di arricchimento dell’uranio, così come quelle di ricerca, saranno limitate a un singolo impianto, Natanz. Nessun processo di arricchimento sarà invece permesso nel sito di Fordo, attivo in precedenza. Altri impianti saranno convertiti ad altri usi.

 Dal 2015 a oggi gli ispettori dell’AIEA hanno certificato 10 volte il rispetto iraniano degli impegni assunti. Le ispezioni non si limitano alle centrali nucleari ma riguardano anche le miniere di uranio e le yellowcake (scorte di uranio concentrato, sostanza che può essere usata nella preparazione di combustibili per i reattori nucleari). E’ bene notare che le condizioni previste dall’accordo sono tali da costituire un precedente unico mai visto in modo così stringente verso nessun altro Paese al mondo.

Le accuse di non rispetto degli impegni lanciate da Trump e le pseudo – dimostrazioni esibite da Netanyahu con gran battage mediatico sono quindi totalmente campate in aria. In particolare lo sono le presunte “prove” presentate con grande abilità mediatica dal Primo Ministro israeliano. I documenti esibiti riguardano, infatti, attività risalenti al 2005, cioè ben prima dello JACPOA sottoscritto solo nel 2015.

Considerato quindi che non è vero che Tehran non rispetti gli accordi, perché Trump, e con lui un settore importante dei politici e dei politologi americani, ha spinto per far cadere l’intesa così faticosamente raggiunta?  Per capirlo, occorre allargare lo sguardo ai Paesi circostanti.

L’ARABIA SAUDITA E ISRAELE

Durante l’Amministrazione Obama la certezza dell’affidabilità’ dell’Arabia Saudita come alleato su cui era sempre possibile contare cominciò a barcollare. I problemi legati all’incerta successione nel Regno e l’esagerato aumento delle spese da affrontarsi per le truppe dislocate nel mondo e particolarmente in Afghanistan suggerirono a Washington che occorreva cambiare strada. Non fu messo in discussione il principio che si dovesse salvaguardare la propria supremazia, ma si cominciò a pensare che sarebbe stato utile lasciare solo (o molto di più) ad altri il compito di svolgere le funzioni di “controllo” e di mantenimento della pace, consentendo così il “rientro” del maggior numero di soldati possibile. Tuttavia, il persistere delle tensioni tra Israele e Palestinesi dopo il fallimento dell’ultimo tentativo di Clinton nel 2000 e il continuo aumento degli insediamenti israeliani nelle terre occupate rendevano sempre piu’ difficili i rapporti tra i Democratici di Washington e Tel Aviv.  Anche in Kuwait, come a Riad e come in Oman, si cominciava a porre il problema di incerte successioni al trono. L’emiro Sabah Al Ahmed Al Sabah ha 89 anni, a Muscat l’ottimo sultano Qaboos bin Said Al Said ne ha solo 77 ma è gravemente malato dal 2014 e i possibili pretendenti al trono saudita, diverse decine, sembravano pronti a farsi la guerra per conquistare il trono.  Perfino la Turchia di Erdogan, alleato fedele nella NATO ai tempi in cui il nemico era l’Unione Sovietica, aveva dimostrato di perseguire una propria politica estera nella regione indipendente dai “bisogni” americani (nella guerra contro Saddam, Ankara si rifiutò di far transitare le truppe alleate sul suo territorio, obbligando i generali americani a cambiare drasticamente i loro piani tattici).

In una situazione del genere si cominciò a pensare che recuperare un buon rapporto con l’Iran sarebbe potuto tornare utile. L’ideale, naturalmente sarebbe stato poterlo fare senza rompere con gli amici di prima e si cercò la loro collaborazione. Dal Cairo il Presidente lanciò un messaggio conciliante verso tutto il mondo islamico, sottovalutando però le divisioni interne a quello stesso mondo e le ambizioni di Turchia e Arabia Saudita che ambivano entrambe, in competizione tra loro, a una propria egemonia sull’intera area.  Riammettere l’Iran nel consesso mondiale eliminando sanzioni ed emarginazione significava consentire alla sua economia di svilupparsi e di dare quindi nuova linfa alle sue aspirazioni verso tutto il mondo medio – orientale.  Il tentativo nasceva quindi in modo contrastato con ostilità subito enunciate. Se la Turchia lo fece senza dichiararlo, Riad espresse platealmente la sua contrarietà e si trovò così al fianco di Israele che (per motivi diversi, come vedremo in seguito) era pure ostile a ogni apertura verso il regime iraniano.

Pur tra mille difficoltà negoziali si arrivò comunque a sottoscrivere un accordo con Tehran nel quale quest’ultimo s’impegnava a rinunciare a dotarsi di armi nucleari e, in cambio, si sarebbero riaperte tutte le frontiere commerciali e si sarebbe aiutata l’economia locale con know-how e investimenti. L’operazione fu condotta attraverso un tavolo cui sedevano, oltre agli americani e gli iraniani, anche cinesi, russi, francesi, britannici e tedeschi (i famosi 5+1, cioè i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più Germania e, naturalmente, Iran).

L’interesse di Tehran era evidente e altrettanto chiaro era l’interesse non solo dei sottoscrittori ma di tanti Paesi che, oltre al contenimento del rischio di una proliferazione nucleare, vedevano aprirsi le porte di un nuovo mercato di ottanta milioni di consumatori di buona cultura, con crescenti possibilità di spesa e avidi di sentirsi pari ai cittadini dei Paesi più sviluppati. Le grandi quantità di petrolio e gas presenti nel sottosuolo iraniano e non ancora sfruttate adeguatamente garantivano inoltre una nuova offerta che avrebbe aiutato a calmierare i prezzi dell’energia nelle economie industrializzate.

Quest’ultimo aspetto, unito alla rivalità politica di cui si accennava sopra, disturbava però i calcoli sauditi e perfino quelli israeliani, da poco divenuti esportatori netti (per ora ancora parzialmente) di gas.

Netanyahu aveva, ed ha, però, anche altri motivi per essere contrario a che l’Iran fosse riammesso a pieno titolo nella comunità internazionale e un ruolo non minore lo gioca la retorica anti israeliana che il regime degli Ayatollah continua a spargere in ogni modo. Tutti sanno, anche a Tel Aviv, che se Teheran non sarà aggredita per prima non ha alcuna intenzione di attaccare direttamente Israele. Si sa anche, tuttavia, che dietro le azioni di Hezbollah in Libano e Hamas nella striscia di Gaza c’e’ l’indispensabile aiuto degli Ayatollah. Le due organizzazioni perseguono ciascuna il proprio scopo ma, senza il supporto economico e in armi di Teheran, avrebbero ben maggiori difficoltà nel condurre le loro azioni. Il paradosso è che sia tra gli iraniani sia nel mondo arabo i palestinesi come popolo non riscuotono personali simpatie, ma il leit-motiv della loro difesa contro il torto subito con la creazione dello Stato israeliano è un mantra percepito come un dovere. Per i Governi che puntano a conquistare una loro egemonia nell’area, schierarsi a loro favore è una tattica utile per attirarsi il consenso di tutti i musulmani e insidiare il consenso che potrebbe indirizzarsi verso altri. Anche l’Iran, come fa la Turchia attraverso plateali dichiarazioni contro Tel Aviv, condanna l’esistenza di Israele in quanto tale e, comprensibilmente, Netanyahu ha buon gioco ad additarne la pericolosità.

Un secondo motivo di ostilità all’accordo è, ingigantendo il pericolo iraniano, Netanyahu vuole garantirsi la permanenza dell’”ombrello protettivo” americano scongiurando pressioni o critiche per il moltiplicarsi degli insediamenti o per le reazioni, probabilmente esagerate, a Gaza o in Libano. Aprendo il dialogo con Teheran, Obama aveva raffreddato i rapporti con Israele, arrivando anche a ridurre gli aiuti in armamenti che da decine d’anni Washington elargiva generosamente. Il terzo motivo è quello più “personale” e riguarda la posizione politica dello stesso premier israeliano all’interno del Paese: Netanyahu è sotto accusa per corruzione assieme alla moglie e la sua popolarità è in forte calo. Accentuare il pericolo esterno serve a ricompattare gli israeliani attorno al Governo, cioè a lui.

COSA SUCCEDE IN USA

A Washington la lobby israeliana è molto forte e, assieme a quella saudita e al conglomerato dei produttori di armi, è considerata tra quelle con maggiore capacità di penetrazione nei centri decisionali statunitensi. Il genero di Trump è ebreo di origine e ben ammanicato con il Likud. Contemporaneamente, è amico personale dell’erede al trono saudita Mohamed bin Salman. E’ quindi un uomo chiave sia per rinfrescare i rapporti con Netanyahu che per avvicinare quel Paese con l’Arabia Saudita ed entrambi con la nuova politica americana. C’e’ però un altro uomo che va considerato: è Sheldon Adelson, il “re di Las Vegas”, che fu il maggior finanziatore della campagna elettorale di Trump. Anch’egli è di origine ebraica, amico di Netanyahu e si è fatto notare come fautore della minaccia nucleare da usarsi contro Tehran. Anche tra i neo-conservatori, oggi non più in vista come ai tempi di Bush figlio ma sempre influenti, c’è chi giudicò un errore l’attacco fatto a Saddam Hussein perché, sostengono, sarebbe stato più opportuno dichiarare guerra all’Iran piuttosto che all’Iraq. A questo proposito ricordo una conversazione con Michael Leeden avvenuta poco dopo l’inizio dell’attacco: era furioso perché capiva che eliminare Saddam avrebbe significato aprire le porte agli iraniani. Era, al contrario, fortemente convinto che si dovesse invece attaccare l’Iran con ogni mezzo e che, sconfitti gli Ayatollah, anche Saddam si sarebbe riallineato con gli USA.

Oltre alla lobby pro Israele è potentissima anche la saudita, che risulta essere quella che più ha investito, e investe, per “informare” adeguatamente i politici di Washington. Considerata la somma delle due lobby, diventa evidente che ci sarebbe stato da stupirsi se Trump avesse deciso altrimenti.

Inoltre, durante la Presidenza Obama la situazione successoria in Arabia saudita non si era ancora chiarita mentre ora i rischi d’instabilità nel Regno sembrano superati.

La nomina a successore di Mohamed bin Salman sembra non aver incontrato eccessivi ostacoli. Per ancora maggiore garanzia, il neo nominato ha provveduto a tacitare in vari modi, non sempre di dominio pubblico gli altri possibili pretendenti e a fare arrestare tutti coloro che, per le loro capacità economiche avrebbero potuto, un domani, cercare di condizionarlo o sostituirlo. Per qualcuno di questi è bastato un avvertimento, per altri si è ben pensato di accusarli di evasione fiscale e sottrarre loro una buona parte delle loro ricchezze. Occorreva però anche lanciare segnali positivi graditi dalle opinioni pubbliche occidentali e, perché no? modernizzare veramente il paese. Bin Salman ha allora lanciato un ambizioso piano di riconversione dell’economia locale facendola transitare dall’essere totalmente basata sulle rendite degli idrocarburi a una diversificazione industriale “sostenibile” (Vision 2030). Contemporaneamente, pur continuando a foraggiare le madrasse salafite all’estero, ha attuato, all’interno, alcune riforme più che simboliche, utili a lasciare passare il messaggio che con lui si ha a che fare con un “islam moderato”.  In effetti, se un singolo paese puo’ essere identificato come la madre di tutto il terrorismo sunnita che insanguina varie parti del mondo, quello è proprio l’Arabia Saudita e togliersi di dosso quell’etichetta è indispensabile per fare accettare a tutto il pubblico occidentale, e soprattutto americano, il rafforzamento di una nuova alleanza.

Recuperato, quindi, un rapporto virtuoso con Israele e garantita la stabilità futura dell’Arabia Saudita, per Trump non era così più indispensabile dover riabilitare l’Iran. C’e’ da aggiungere che Tehran non è mai stata disponibile a diventare un Paese vassallo degli americani e le sue ambizioni, una volta rinforzata la propria economia, l’avrebbe resa poco controllabile. Resta il rischio di una proliferazione nucleare ma gli strateghi di Washington pensano che un rinnovamento delle sanzioni, magari ancora più pesanti che nel passato, dovrebbe mettere il paese in ginocchio e spingerlo a più miti atteggiamenti. Se ciò non bastasse, resterà pur sempre l’ipotesi di minacciare dei bombardamenti mirati e, se anche questo non fosse sufficiente, si procederà a farli veramente. Negli Stati Uniti non tutti sono convinti che tutto ciò funzionerà e perfino il Pentagono ha sostenuto che eventuali bombardamenti potrebbero rallentare ma non impedire lo sviluppo del programma nucleare iraniano.

Nel nuovo scenario gli USA tornano, quindi, allo schema pre-Obama: l’Iran resta il nemico comune e si riconfermano le alleanze storiche. Per consentire l’obiettivo di ridurre la presenza (e le relative spese) delle truppe americane in loco, si riforniscono gli Stati amici dell’area di nuove armi, ottenendo così anche il risultato di favorire l’industria bellica americana che ne è il maggior fornitore.

Questo il calcolo che sta dietro al ritiro di Trump dallo JCPOA. Tuttavia, come sempre nella politica internazionale, le variabili sono innumerevoli e le conseguenze non sono sempre quelle attese.

L’IRAN

L’Iran non è certo un fulgido esempio di democrazia liberale ma chi pensa che si tratti di un Paese gestito da un dittatore solitario che fa il bello e cattivo tempo è totalmente fuori strada. Formalmente, il supremo Ayatollah Seyyed Alī Ḥoseynī Khāmenei ha l’ultima parola su ogni decisione ma, come sempre succede nelle dittature, il “capo” basa il suo potere sull’equilibrio tra le fazioni che stanno sotto di lui e lascia che prevalgano gli uni o gli altri secondo le sue convenienze. Nessuno deve però acquisire sufficiente potere da poterlo insidiare. La vita politica di Tehran va letta con questa chiave di lettura e si potrà notare che le varie correnti si polarizzano su due fronti principali: i cosiddetti “moderati”, oggi rappresentati da Rohani, e le Guardie Rivoluzionarie (IRGC) che s’identificano con i conservatori. Il panorama reale è ancora più articolato ma, al momento, lo scontro sembra focalizzarsi tra questi due centri di potere.  Consapevole della domanda di sviluppo economico e di maggiore libertà crescente nella popolazione soprattutto giovanile, Khamenei ha favorito Rohani consentendogli di arrivare alla firma dell’accordo al fine di eliminare l’isolamento del Paese e le sanzioni che impedivano l’ammodernamento del sistema industriale. Osservatori superficiali si soffermano su dichiarazioni del Grande Ayatollah che sembrerebbero, a volte, sconfessare l’operato del Presidente ma quell’atteggiamento rientra tra i comportamenti sopra descritti. Poiché ogni decisione strategica richiede il suo consenso, se veramente fosse stato ostile alle negoziazioni dei 5+1, nemmeno Rohani avrebbe potuto accettare i risultati ottenuti. Prudentemente, Khamenei ha però lasciato che le Guardie Rivoluzionarie rimanessero padrone di gran parte dei settori cruciali dell’economia, riservandosi di agire contro di loro quando i benefici dell’accordo fossero diventati più evidenti. Non bisogna tuttavia dimenticare che le IRGC hanno a loro disposizione una sorta di esercito parallelo, ben equipaggiato e impegnato a sostenere i proxi al di fuori del territorio nazionale quali i vari Hezbollah, Hamas, Houti etc. La forza economica dei “conservatori” si esercita principalmente attraverso “Fondazioni caritatevoli” e puo’ contare su notevoli mezzi finanziari. Questi strumenti possono contare su un certo sostegno popolare grazie ai posti di lavoro che sono in grado di distribuire e alle forme di assistenza che sono fornite ai più diseredati. Timorosi che l’apertura verso l’Occidente potesse ridurre di molto la loro influenza, sia politica sia economica, si sono opposti con forza all’accordo, accusando Rohani di aver svenduto il Paese. Dopo la denuncia americana dello JCPOA, il capo delle Guardie Rivoluzionarie Ali Jafari si è perfino “felicitato” che Trump lo avesse deciso. A loro giudizio il possesso della bomba atomica era e rimane un fattore indispensabile per ottenere il rispetto dei vicini e dei nemici e il ritiro degli USA voluto da Trump sembra dare loro ragione. Come inequivocabile esempio si menziona la Corea del Nord che nonostante le minacce ricevute, dopo aver dimostrato la propria capacità di colpire perfino gli Stati Uniti, sono riuscita a obbligare gli americani al tavolo delle trattative. Non è successa la stessa cosa a Saddam e Gheddafi che, avendo rinunciato all’atomica, sono stati attaccati e distrutti.

Dal momento dell’annuncio della firma, l’economia iraniana aveva cominciato a svilupparsi in modo significativo. Nel 2017 il PNL era cresciuto dell’ 11% e l’inflazione era precipitata in termini percentuali. Certamente ha giocato un ruolo anche il contemporaneo aumento del prezzo del petrolio, arrivato ora attorno ai 70 dollari il barile, ma il fermento di aziende pubbliche e private è stato subito evidente. Pochi mesi orsono hanno avuto luogo forti manifestazioni di malcontento in alcune città del Paese ma erano dovute a lotte intestine al regime e ad aspettative premature di aumento del benessere.  Qualcuno a Washington (e altrove) pensa che le sanzioni riescano a fomentare ulteriore malcontento tra le popolazioni sofferenti e che ciò finisca con causare il cambio di regime. Così non è: pur divisi tra fazioni contrapposte, con minoranze etniche a volte insofferenti e con una crescente diffidenza verso i “clerici” da parte delle giovani generazioni, gli iraniani nutrono un forte sentimento di appartenenza nazionale e il sentirsi attaccati dall’esterno li rinsalderebbe attorno al potere che più s’identifichi con la nazione. Lo si capisce se capita di trovarsi una qualunque sera nei ristoranti ove si mangia a suon di musica. Chi li frequenta è spesso un pubblico giovanile di classe media e mediamente di buon livello culturale. In altre parole lo stesso tipo di persone che manifestò nelle cosiddette “proteste verdi”. Ebbene, se l’orchestra si mette a suonare l’inno nazionale, tutti si alzano spontaneamente in piedi e lo cantano a voce spiegata con aria partecipe.

Le accuse (pretestuose) che Trump ha rivolto a Tehran sono di fomentare il terrorismo internazionale e di sviluppare un sistema missilistico pericoloso per la pace nell’area. Ha anche accusato di non rispettare i contenuti dell’accordo sottoscritto ma a questo proposito non vale la pena parlarne perché l’AIEA ha confermato che l’Iran sta facendo esattamente tutto quanto è previsto nelle clausole sottoscritte.  Quanto all’accusa di terrorismo, basta ricordare che il regime stesso è stato più volte vittima di attentati e che, comunque, la matrice degli attentatori nel mondo è sempre d’ispirazione sunnita e va quindi fatta risalire più alla dottrina Wahabita/Salafita saudita che a presunte ispirazioni iraniane.

Per ciò che concerne i programmi missilistici, fatto salvo il diritto di ogni Paese di garantire la propria sicurezza, occorre ricordare che l’aviazione iraniana è ai minimi termini per il suo mancato ammodernamento dovuto alle sanzioni; che l’esercito, figlio di una guerra sanguinosa contro l’Iraq durata ben otto anni, non ha saputo (o potuto) riorganizzarsi in un modo efficiente e che dotarsi di missili moderni di medio raggio è un modo piuttosto economico per “avvertire” i vicini se non vogliono incorrere in pericolose ritorsioni. Basta aggiungere che il bilancio iraniano per la difesa è attorno ai 17 miliardi di dollari mentre quello di Israele è di 20 miliardi (più altri 3 quale aiuto diretto americano) e si suppone che lo Stato ebraico abbia anche almeno 70/80 bombe atomiche pronte all’uso. Da parte sua, l’Arabia Saudita ha un bilancio per la difesa di almeno 70 miliardi. E’ allora comprensibile, ci piaccia o no, che Tehran voglia garantirsi in qualche modo delle capacità di difesa. Chiedere agli iraniani di rinunciare alla bomba atomica e, contemporaneamente, di non puntare nemmeno su un moderno sistema missilistico che supplisca le altre carenze è come in una partita di calcio far giocare una sola squadra senza scarpe e con una fascia sugli occhi.

Nelle prossime settimane dovremo attendere di vedere cosa succederà nella dialettica politica interna al Paese e, soprattutto, cosa faranno gli altri sottoscrittori dell’accordo.

IL FUTURO DELLO JCPOA

L’Europa, per ora, ha dichiarato che intende tenere sicuramente  fede agli impegni sottoscritti nel 2015 e altrettanto hanno fatto Cina e Russia. Se gli Stati Uniti dovessero rimanere isolati nel sottrarsi allo JCPOA, Rohani, con l’aiuto di Khamenei (se ci sarà), potrebbe riuscire a tacitare le richieste dei conservatori che vorrebbero riprendere con urgenza l’arricchimento dell’uranio. Ciò che serve ai “moderati” è che le aperture economiche europee, gli investimenti promessi e l’arrivo di nuovo know how comincino a realizzarsi. Qualora ciò non avvenisse e Bruxelles dovesse accodarsi agli americani, a Tehran rimarrebbe l’appoggio della Russia e, teoricamente, anche della Cina. Recentemente, Rohani ha compiuto una visita di Stato in India firmando accordi economici importanti tra cui uno per l’ammodernamento delle ferrovie iraniane con investimenti e tecnologia indiana.  Si è recato anche in Turchia e Russia per rinsaldare i legami che gia’ li vedono collaborare in Siria e ottenere rassicurazioni.

Tuttavia, è presto per sapere cosa esattamente succederà perché mantenere la validità dell’accordo non sarà di facile attuazione. L’Europa si trovò di fronte a un caso simile con Cuba, quando gli americani vararono sanzioni che gli europei non condividevano. Anche allora Washington minacciò “sanzioni secondarie”, cioè quelle che avrebbero colpito tutte le società non americane che non avessero rispettato i limiti gia’ imposti alle aziende a stelle e strisce.  Quella minaccia non fu attuata perché l’Europa approvò, nel 1996, una procedura detta “legge di bloccaggio” che serviva a proteggere le aziende europee dalle “sanzioni extraterritoriali” americane. Alla fine non servì perché la crisi fu risolta politicamente. Bruxelles dichiara ora di essere pronta ad applicarla a partire dal 6 di agosto, quando entreranno in vigore le prime mosse americane. All’inizio, le sanzioni riguarderanno le conversioni monetarie, i metalli di vario tipo, l’automotive e il software a fini industriali.  Dal 4 novembre, invece, saranno anche coinvolti tutti i servizi portuali, il settore navale, le transazioni relative al settore petrolifero e chimico, le operazioni finanziarie di ogni genere, il mondo dell’energia e delle assicurazioni. La “legge di bloccaggio” permetterebbe alle imprese e ai tribunali europei di non sottomettersi a regolamenti sanzionatori stabiliti da Stati esteri e di rifiutare qualunque sentenza straniera emessa a seguito di quegli stessi regolamenti. Purtroppo, occorre considerare che le società europee che lavorano anche con gli USA potrebbero essere colpite direttamente nei loro interessi sul territorio americano. E’ per questo motivo che, nonostante la firma dell’accordo, l’incertezza sulla posizione americana provocata dalle dichiarazioni di Trump gia’ in campagna elettorale ha convinto tutte le grandi banche europee a congelare ogni mossa in attesa di futuri sviluppi. Solo le piccole banche che non lavorano con gli USA hanno cominciato a operare con la Banca Centrale Iraniana e lo fanno evitando l’uso del dollaro, o per non correre il rischio di vedersi bloccare in America le loro transazioni. Quali siano le difficoltà per gli investimenti stranieri in Iran che ne conseguono, è reso evidente dall’accordo firmato pochi mesi orsono tra il gigante Total e il Governo iraniano: l’importante finanziamento è dovuto essere garantito da banche cinesi. Che cosa significhi incorrere nelle reazioni americane per chi non rispetta le loro sanzioni si è visto ancora prima dello JCPOA, quando le banche europee accusate di aver fatto transazioni finanziarie con banche vicino al regime sono state condannate dai tribunali americani per una cifra di ben 33 miliardi di dollari.

L’INTERSCAMBIO EUROPA-IRAN

Di là dalle ritorsioni formali dirette contro le aziende che non rispettino la volontà americana di rompere i rapporti con Tehran, nelle mani di Washington esistono altri strumenti per “convincere” i Governi europei. Lo si vede nella decisione trumpiana di far partire i dazi doganali su acciaio e alluminio e nei contenziosi in corso con la Germania in merito al reciproco interscambio. Forse non è nemmeno casuale che le società automobilistiche di questo paese siano sotto scacco in attesa di sentenze definitive per aver mentito sui dati dei gas di scarico.

L’Iran è certamente un paese giudicato interessantissimo da tutte le aziende europee per il potenziale sviluppo economico che promette, ma non va dimenticato che il mercato americano rappresenta gia’ per tutti i Paesi europei produttori uno sbocco molto più grande e gia’ acquisito.  Con tutta la buona volontà di non cedere alle pressioni di oltre oceano bisogna anche sapere che alcuni tipi di prodotto, come ad esempio gli aerei di Airbus, hanno componenti fabbricati negli Stati Uniti e non potranno quindi più essere venduti all’Iran. In questo settore, proprio in considerazione dell’arretratezza dell’aviazione locale, Tehran aveva firmato contratti per l’acquisto di un centinaio di aerei dalle due compagnie, Airbus e Boeing, ma soltanto poche unità sono state consegnate e per le altre sarà impossibile procedere.

Quanto all’Italia, noi siamo attualmente il primo Paese europeo nell’interscambio commerciale: acquistiamo principalmente petrolio per circa 3,5 miliardi di euro ed esportiamo per 1,7 con tendenza a crescere. Fino al 2011 il nostro commercio con l’Iran ammontava a più di 7 miliardi, è poi sceso durante il periodo delle sanzioni a quasi 1 miliardo e si è attestato nel 2017 a 5 miliardi. La Germania è il primo esportatore, la Francia viene dopo di noi. Dopo la firma dell’accordo, la prima visita ufficiale in Europa del Presidente Rohani è stata proprio a Roma e in quell’occasione fu firmato un Memorandum of Understanding (MOU) per circa 20 miliardi di euro. La difficoltà di attuare i finanziamenti secondo le usuali procedure ha poi spinto il nostro Governo a garantire in proprio una copertura di 5 miliardi che, teoricamente, dovrebbero essere utilizzabili da subito. Purtroppo, in attesa di cosa realmente farà Bruxelles davanti alle pressioni americane che andranno aumentando, la prudenza fa sì che sia le aziende italiane, sia le iraniane firmino pre-accordi ma non si affrettino a dare esecutività ai progetti.

LA CINA

Oltre all’Europa, la più grande incognita di oggi è sapere quel che farà la Cina, sia dal punto di vista politico sia economico. Se Pechino continuerà a tenere fede allo JCPOA e quindi non applicherà le sanzioni, si creerà, nei fatti, un fronte politico che andrà dalla Turchia a Mosca a Pechino, passando per il Pakistan o, in alternativa, l’India. La Cina ha ottimi rapporti con Islamabad ma pessimi con l’India, l’Iran ne ha buoni con l’India e così così con il Pakistan. L’Arabia Saudita ha invece ottimi contatti da molto tempo con quest’ultimo e, in funzione di un’accentuata ostilità verso Tehran, cercherà sicuramente di avere un appoggio nel vecchio amico.  Comunque si pongano le cose in Medio Oriente e in Asia centrale, l’isolamento voluto dall’Occidente nei confronti  dell’Iran (se l’Europa si accoderà alle posizioni americane), spingerà il Paese nelle braccia accoglienti di Pechino, com’è gia’ successo con la Russia. Gia’ oggi la presenza cinese in Iran è pervasiva: per le strade non si vedono molti cinesi (non sono generalmente amati) ma i loro capitali sono disseminati in tutto il territorio. Durante le sanzioni precedenti, anche la Cina ufficialmente le rispettava ma, tramite triangolazioni o artifici vari, le sue merci invadevano fabbriche e negozi iraniani. A Washington sono consapevoli del rischio politico ed economico di uno “sfilarsi” cinese e certamente eserciteranno, anche in quella direzione, tutte le pressioni che saranno loro possibili. Per Pechino, come per l’Europa, il mercato americano è più importante che qualunque altro e lo dimostra la volontà di negoziare ad ogni costo dopo le minacce sui dazi.  Si consideri che il commercio cinese con gli USA lo scorso anno è stato di circa 636 miliardi di dollari mentre con l’Iran il volume era attorno ai 38 miliardi. Fino ad ora, la politica della Cina è sempre stata quella di apparire il più possibile neutrale in ogni crisi che avvenisse lontana dal loro territorio. Così è per la questione Israelo-Palestinese, per i litigi nel Golfo che coinvolgono Iran, Saudia e Qatar e anche per la guerra siriana. E’ però vero che più il tempo passa e più l’economia cinese si sviluppa, più la politica estera di Pechino diventa assertiva, come si è visto nel Mar Cinese del Sud. Prima o poi, i nuovi “Mandarini” dovranno esplicitare l’ambizione, per ancora taciuta, di voler assurgere al ruolo di prima potenza mondiale e quella della crisi con l’Iran potrebbe anche essere l’occasione. Oggettivamente, è improbabile che davvero lo diventi ma qualora ciò avvenisse (e se la guerra commerciale con Washington dovesse davvero scoppiare, tutto diventa più probabile) costituirebbe un importante passo su quella strada espansionistica cominciata in silenzio da almeno venti anni.

Per ora a Pechino conviene la prudenza e i motivi sono almeno due. Nel recente passato, con l’accusa di aver violato le sanzioni, il Ministero statunitense del Commercio Estero aveva ordinato la non importazione di tutti i prodotti della società cinese ZTE. Si tratta di gigantesco produttore di materiale elettronico con la maggior parte delle merci destinate al mercato USA. Il blocco di questo mercato l’ha spinta vicino alla bancarotta e la sua salvezza rientra oggi nelle trattative fra Trump e XI per evitare una guerra commerciale. Di casi simili ce ne sono certamente molti e gli USA potrebbero usarli come pressione. Un secondo motivo di prudenza riguarda invece i problemi interni che Pechino ha con la minoranza islamica degli Uiguri, nello Xingyang: sono di fede sunnita e uno schierarsi della Cina con l’Iran potrebbe spingere i sauditi a ergersi quali “protettori” dei fedeli locali, finanziandoli e aiutandoli nelle loro rivendicazioni.

Infine, la Cina ha interesse a sviluppare la sua “via della seta” che passa, tra l’altro per il porto di Chabahar, a 75 chilometri da Gwadar, ove i cinesi hanno investito in infrastrutture ben 50 miliardi di dollari per completare il collegamento economico con il Pakistan. Ebbene, quella è una zona, proprio al confine con l’Iran abitata dai Balushi, una minoranza etnica sunnita presente anche in territorio iraniano. I sauditi stanno finanziando in loco alcune madrasse in funzione anti-sciita per usarle all’occorrenza contro il regime.

Come dunque si comporterà la Cina resta, per ora una domanda cui è difficile dare una risposta. Se l’Europa terrà fede all’accordo JCPOA si creerà allora una frattura nel mondo Occidentale e la Cina ne potrebbe approfittare offrendosi come alternativa a uno dei due contendenti. Se, invece, l’Europa cederà e applicherà le sanzioni, Pechino dovrà valutare da quale parte stare, anche tenendo in conto l’esito delle negoziazioni commerciali con Washington.

Come si è visto, la partita sul nucleare iraniano non è piccola cosa e ha ricadute che vanno ben oltre l’ipotesi che tutto nasca o si limiti a una ripicca personale fra Trump e il suo predecessore Obama. Di certo, qualora tutto saltasse e l’Iran procedesse veramente verso l’acquisizione di una bomba atomica, sappiamo che Arabia saudita, Turchia ed Egitto non assisteranno senza far nulla e vorranno anch’essi dotarsene. Con la conseguenza che il rischio che, in un qualunque prossimo conflitto, qualcuno non si limiti alle armi tradizionali.

 

 

1 Comment

  1. Complimenti all’autore, è un articolo molto esauriente e spiega le questioni in modo chiaro e comprensibile.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*