GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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maggio 2018

Gardini (FI/PPE), Protezione civile europea: “Più solidarietà con la massima efficienza nell’UE”

EUROPA di

Il Parlamento europeo ha votato oggi a favore del miglioramento del meccanismo di protezione civile europea, istituito nel 2013 per aiutare gli Stati membri per far fronte alle calamità naturali e a quelle provocate dall’uomo.

“Era fondamentale agire. I cittadini europei hanno ragione nel chiedere una migliore e più efficiente protezione civile in Europa”, ha detto l’onorevole Elisabetta Gardini, negoziatore del Parlamento per il dossier, che ha ricevuto il sostegno della maggioranza dei gruppi politici.

Il nuovo Meccanismo di Protezione Civile aiuterà gli Stati membri a far fronte alle catastrofi, sia naturali che provocate dall’uomo, in modo più efficiente. Esso sarà dotato di mezzi operativi a livello UE, come aerei per combattere gli incendi boschivi, unità di pompaggio ad alta capacità, ospedali da campo e squadre mediche di emergenza, per poter essere operativo in ogni tipo di emergenza.

Elisabetta Gardini sottolinea che “nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà, il Meccanismo non sostituirà le Protezioni Civili a livello nazionale e regionale, ma sarà complementare al loro lavoro. Nessun paese dell’UE deve essere lasciato solo ad affrontare le calamità naturali”.
“Attraverso il rinnovato meccanismo di protezione civile europea, stiamo rispondendo alla richiesta dei nostri cittadini di più solidarietà con il massimo dell’efficienza e il minimo di burocrazia. Non solo in teoria, ma in pratica”, ha concluso Elisabetta Gardini.

Dopo questo voto, Parlamento europeo, Consiglio e Commissione avvieranno le procedure del trilogo per giungere a  un accordo il più rapidamente possibile.

L’Unione Europea mette al bando i prodotti in plastica monouso. Greenpeace “Bene ma serve di più”

EUROPA di

La commissione europea, prendendo atto del costante aumento dei rifiuti di plastica negli oceani e nei mari, oltre ai danni che ne conseguono, ha proposto nuove norme per 10 prodotti di plastica monouso che più inquinano le spiagge e i mari d’Europa.

Nel mondo, le materie plastiche rappresentano l’85 % dei rifiuti marini. Sotto forma di microplastica sono presenti anche nell’aria, nell’acqua e nel cibo e raggiungono perciò i nostri polmoni e le nostre tavole, con effetti sulla salute ancora sconosciuti. L’attenzione viene posta su 10 prodotti di plastica monouso e attrezzi da pesca che, insieme, rappresentano il 70% dei rifiuti marini in Europa. Le nuove regole sono volte a vietare la commercializzazione dei prodotti di plastica di cui esistono alternative facilmente disponibili ed economicamente accessibili, mentre i prodotti monouso saranno esclusi dal mercato e dovranno essere fabbricati esclusivamente con materiali sostenibili. L’Unione europea ha come obiettivo la riduzione del consumo di plastica e gli stati potranno fissare obiettivi di riduzione mettendo a disposizione prodotti alternativi o la possibilità che questi prodotti siano forniti gratuitamente. Verranno introdotti obblighi ai produttori in quanto contribuiranno a coprire i costi di gestione, bonifica dei rifiuti e sensibilizzazione. A ciò si aggiunge l’introduzione, su alcuni prodotti, di un’etichetta che indica come devono essere smaltiti, il loro impatto negativo sull’ambiente e la presenza di plastica. Per quanto riguarda gli attrezzi da pesca, che rappresentano il 27% dei rifiuti rinvenuti sulle spiagge, la Commissione punta a completare il quadro normativo vigente introducendo regimi di responsabilità del produttore per gli attrezzi da pesca contenenti plastica. Inoltre, entro il 2025 gli stati membri dovranno raccogliere il 90% delle bottigliette di plastica monouso. Con queste nuove norme l’Europa è la prima a intervenire incisivamente su un fronte che ha implicazioni mondiali. Jyrki Katainen, Vicepresidente responsabile per l’occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, ha dichiarato: “La plastica è un materiale straordinario, che dobbiamo però usare in modo più responsabile. I prodotti di plastica monouso non sono una scelta intelligente né dal punto di vista economico né da quello ambientale, e le proposte presentate oggi aiuteranno le imprese e i consumatori a preferire alternative sostenibili. L’Europa ha qui l’opportunità di anticipare i tempi, creando prodotti che il mondo vorrà procurarsi nei decenni a venire e valorizzando le nostre preziose e limitate risorse. L’obiettivo per la raccolta delle bottiglie di plastica concorrerà anche a generare i volumi necessari a far prosperare il settore del riciclaggio”. Affrontare il problema della plastica è una necessità, che può dischiudere nuove opportunità di innovazione, competitività e occupazione. La normativa unica per l’intero mercato dell’UE offre alle imprese europee un trampolino per sviluppare economie di scala e rafforzare la competitività nel mercato mondiale in piena espansione dei prodotti sostenibili: con i sistemi di riutilizzo (come quelli di cauzione-rimborso) le imprese potranno contare su un approvvigionamento stabile di materiali di alta qualità; in altri casi, mosse dall’incentivo a ricercare soluzioni più sostenibili, potranno conquistare un vantaggio tecnologico sui loro concorrenti internazionali. Le misure proposte hanno come obiettivo anche quello di aiutare l’Europa a compiere la transizione verso un’economia circolare, a realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni unite e a onorare gli impegni assunti sul fronte del clima e della politica industriale. La direttiva si poggia su norme già esistenti (come la direttiva quadro sulla strategia marina e le direttive sui rifiuti) e va a integrare altre misure adottate per contrastare l’inquinamento dei mari. Nel frattempo, Greenpeace, insieme alla coalizione ReThink Plastic Alliance, accoglie favorevolmente la nuova proposta e la considera un primo passo, importante e positivo, verso la riduzione degli imballaggi e dei contenitori in plastica monouso. Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, ha commentato: “Se vogliamo invertire la rotta, è fondamentale eliminare al più presto tutti quegli oggetti per i quali sono già disponibili alternative sostenibili. La proposta della Commissione Ue è un buon passo avanti ma è necessario avere più coraggio e ambizione: chiediamo ai membri del Parlamento Europeo di definire obiettivi precisi sulla riduzione della produzione e immissione sul mercato di imballaggi monouso. La proposta, altrimenti, è inefficace e non sufficiente per affrontare il grave inquinamento da plastica dei nostri mari”.

Il prossimo futuro vede la proposta della commissione passare al vaglio del Parlamento europeo e del consiglio (dove potrà subire delle modifiche o precisazioni). Inoltre, Il prossimo 5 giugno, per celebrare la giornata mondiale dell’ambiente, la Commissione lancerà anche una campagna di sensibilizzazione a livello europeo per puntare i riflettori sulla scelta dei consumatori e sul ruolo che hanno i singoli cittadini nella lotta contro l’inquinamento da plastica e i rifiuti marini. Successivamente, con questa iniziativa, l’Unione europea assumerà un ruolo guida e sarà nella posizione per guidare il cambiamento a livello mondiale, attraverso il G7 e il G20 e l’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni unite.

Myanmar: Amnesty International accusa il gruppo armato Rohingya di stragi civili

ASIA PACIFICO di

Una ricerca condotta da Amnesty International nello stato di Rakhine, in Myanmar, ha rilevato che “L’Esercito di salvezza dei Rohingya dell’Arakan” (Arsa) è responsabile di almeno un massacro che conta almeno 99 persone tra uomini, donne e bambini indù e di ulteriori uccisioni illegali e di rapimenti di civili verificatisi nell’agosto 2017. L’Arsa è un gruppo di insorti Rohinghya che il Comitato Centrale Anti-Terrorismo del Myanmar ha dichiarato essere un gruppo terroristico il 25 agosto 2017 in conformità con la legge antiterrorismo del Paese. Il governo birmano ha affermato che il gruppo è coinvolto e finanziato da islamisti stranieri, nonostante non ci siano prove certe che dimostrino tali accuse. L’Arsa ha rilasciato una dichiarazione il 28 agosto 2017 in cui ha definito le accuse del governo come “infondate” e sostenendo che il suo scopo principale è quello di difendere i diritti dei Rohingya. La ricerca, svolta sulla base di interviste e analisi condotte da antropologi forensi, risponde al bisogno di fare luce sulle violazioni dei diritti umani, sottovalutate, commesse dall’Arsa. La brutalità delle azioni ha avuto un impatto indelebile sui sopravvissuti e Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per le risposte alle crisi, ha sottolineato che occorre “chiamare a rispondere i responsabili di quelle atrocità, è fondamentale tanto quanto farlo per i crimini contro l’umanità commessi dalle forze di sicurezza di Myanmar contro i civili Rohinghya”.

Il massacro di Kha Maung Seik

Erano le 8 di mattina del 25 agosto 2017 quando l’Arsa ha attaccato la comunità indù che viveva in una parte di una serie di villaggi nella zona chiamata Kha Maung Seik. Qui gli indù vivevano in prossimità dei villaggi della comunità musulmana Rohinghya e della comunità prevalentemente buddista rakhine. Uomini armati vestiti di nero e Rohinghya in abiti civili hanno rastrellato decine di uomini, donne e bambini indù, li hanno depredati dei loro averi e li hanno condotti bendati fuori dal villaggio. Dopo aver separato le donne e i bambini dagli uomini, i militanti dell’Arsa hanno ucciso 53 persone, a iniziare dagli uomini. Otto donne e otto dei loro figli sono sopravvissuti dopo che l’Arsa ha obbligato le donne a convertirsi all’Islam. Le 16 persone sono state poi obbligate a seguire i combattenti in Bangladesh e sono state rimpatriate nell’ottobre 2017 con il coinvolgimento delle autorità di entrambi i paesi. I sopravvissuti hanno riferito di aver visto parenti uccisi o di aver sentito le loro urla, di aver visto gli uomini sgozzati mentre venivano intimati a non guardare, di aver visto i combattenti dell’Arsa tornare indietro col sangue sulle spade e sulle mani, di aver visto l’uccisione di donne e bambini. In molti hanno perso padri, zii e fratelli ma anche madri e sorelle che sono stati massacrati. Sono morti 20 uomini, 10 donne e 23 bambini, 14 dei quali non avevano neanche otto anni. Bina Bala, una ventiduenne sopravvissuta al massacro ha raccontato le violenze di quei momenti: “Avevano coltelli e lunghi cavi metallici. Ci hanno legato le mani dietro la schiena e bendati. Ho chiesto loro cosa avessero intenzione di fare e uno di loro ha risposto, nel dialetto Rohinghya: ‘Voi e i rakhine siete la stessa cosa, praticate una religione diversa dalla nostra, non potete vivere qui!’. Poi hanno chiesto di consegnare tutto ciò che avevamo e hanno iniziato a picchiarci. Io alla fine gli ho dato i soldi e i gioielli d’oro che avevo”. Nello stesso giorno i 46 abitanti del vicino villaggio di Ye Bauk Kyar sono scomparsi, la comunità indù locale ritiene che l’intero villaggio sia stato assassinato dall’Arsa. Sommando le vittime dei due massacri, il totale è di 99 morti. Inoltre, il giorno successivo, l’Arsa ha ucciso due donne, un uomo e tre bambini nei pressi del villaggio di Myo Thu Gyi, sempre nella zona. Durante l’ondata di violenza nello stato di Rakhine, decine di migliaia di appartenenti a comunità etniche e religiose sono state costrette a fuggire. Molti di loro sono rientrate nei loro villaggi, altre continuano a restare in rifugi temporanei poiché le loro case sono state distrutte o per il timore di ulteriori attacchi dell’Arsa.

Le violenze contro i Rohingya

Gli episodi di Kha Maung Seik hanno coinciso con una serie di attacchi condotti dall’Arsa contro una trentina di posti di blocco delle forze di sicurezza di Myanmar. Le forze di sicurezza hanno reagito avviando una campagna illegale e sproporzionata contro la comunità Rohinghya, fatta di uccisioni, stupri, torture, incendi di villaggi, affamamento e altre violazioni dei diritti umani che costituiscono crimini contro l’umanità. I peggiori episodi di violenza chiamano in causa specifiche unità delle forze armate, come il Comando occidentale dell’esercito, la 33ma Divisione di fanteria leggera e la Polizia di frontiera. Le forze di sicurezza si sono vendicate brutalmente nei confronti dell’intera popolazione Rohinghya dello stato di Rakhine con l’intento di cacciarla dal paese. Uomini, donne e bambini furono vittime di un attacco sistematico e massiccio, costituendo un crimine contro l’umanità. Nell’ondata di violenza contro i Rohinghya sono state riscontrate almeno 6 degli 11 atti che secondo lo statuto di Roma del tribunale penale internazionale, quando sono commessi intenzionalmente durante un attacco, costituiscono crimini contro l’umanità: omicidio, deportazione, sfollamento forzato, tortura, stupro e altre forme di violenza sessuale, persecuzione oltre a ulteriori atti inumani come il diniego di cibo e di altre forniture necessarie per salvare vite umane. Le forze di sicurezza di Myanmar, a volte con la collaborazione di gruppi locali di vigilantes, hanno circondato i villaggi Rohinghya nella zona settentrionale dello stato di Rakhine, uccidendo o ferendo gravemente centinaia di abitanti in fuga. Inoltre, persone anziane e con disabilità, impossibilitate a fuggire, sono state arse vive nelle loro abitazioni date alle fiamme dai soldati. I testimoni hanno raccontato che l’esercito di Myanmar, appoggiato dalla polizia di frontiera e da vigilantes locali, ha circondato il villaggio aprendo il fuoco su chi cercava di fuggire e poi ha incendiato sistematicamente le abitazioni. I medici incontrati in Bangladesh hanno dichiarato di aver curato molte ferite causate da proiettili sparati da dietro il che coincide con le testimonianze di coloro che hanno visto i militari sparare contro le persone in fuga. La mattina del 30 agosto i soldati sono entrati a Min Gyi, hanno inseguito gli abitanti in fuga fino alla riva del fiume e poi hanno separato gli uomini e i ragazzi più grandi dalle donne e dai ragazzi più piccoli. Dopo aver aperto il fuoco uccidendo decine di persone i soldati hanno diviso le donne in gruppi portandole nelle case più vicine. Poi le hanno stuprate e infine hanno dato fuoco a quelle e ad altre abitazioni. Il 3 ottobre Unosat (l’operazione satellitare della Nazioni Unite) ha dichiarato di aver identificato un’area di 20,7 kmq di edifici distrutti da incendi nelle zone di Maungdaw e Buthidaung a partire dal 25 agosto: un dato persino probabilmente sottostimato a causa della densa copertura nuvolosa del periodo. Un ulteriore esame dei dati forniti dai sensori satellitari è giunto alla conclusione che dal 25 agosto sono stati appiccati almeno 156 vasti incendi ma anche questo numero potrebbe essere inferiore alla realtà. Le immagini satellitari riprese prima e dopo gli incendi confermano le testimonianze raccolte, ossia che le forze di sicurezza hanno dato alle fiamme solo abitazioni o zone abitate dai Rohinghya. A Inn Din e Min Gyi vi sono ampie parti di territorio con strutture incendiate fianco a fianco ad abitazioni rimaste intatte. L’esame delle caratteristiche delle zone risparmiate dalle fiamme, incrociato con i racconti dei testimoni sulla diversa composizione etnica di queste ultime, conferma che sono state incendiate solo le zone dei Rohinghya. Le violenze di quei giorni hanno costretto oltre 693.000 rohingya a fuggire in Bangladesh, dove si trovano tuttora. A proposito Tirana Hassan ha precisato che “I feroci attacchi dell’Arsa sono stati seguiti dalla campagna di pulizia etnica condotta dall’esercito di Myanmar contro l’intera popolazione rohingya. La condanna dev’essere totale: le violazioni commesse da una parte non possono giustificare quelle commesse dall’altra. Ogni sopravvissuto e ogni famiglia delle vittime hanno diritto alla giustizia, alla verità e alla riparazione per l’immensa sofferenza che hanno patito”.

Le dichiarazioni da parte di Myanmar

La settimana scorsa, il rappresentante permanente di Myanmar presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha criticato alcuni stati membri per aver ascoltato “solo una parte” della storia e non aver riconosciuto la violenza dell’Arsa. In riferimento a queste dichiarazioni Tirana Hassan ha dichiarato che “Il governo di Myanmar non può accusare la comunità internazionale di essere unilaterale se non permette l’ingresso nello stato di Rakhine. L’esatta dimensione delle violenze commesse dall’Arsa resterà sconosciuta se gli investigatori indipendenti sui diritti umani, compresa la Missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite, non potranno avere libero e pieno accesso nello stato di Rakhine”. A questo proposito Amnesty International rinnova il proprio appello per fermare le violenze.

 

Il Presidente del comitato dei Capi di Stato Maggiore Pakistano in visita in Italia incontra il generale graziano

SICUREZZA di

L’Alto Ufficiale ha assistito, con il sottocapo di Stato Maggiore della Difesa, Gen. S.A. Roberto Nordio, all’esercitazione delle specifiche capacità delle forze speciali e per le operazioni speciali

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Claudio Graziano, ha ricevuto ieri a Roma presso Palazzo Esercito il Presidente del Comitato dei Capi di Stato Maggiore (CJCSC), Generale Zubair Mahmood Hayat.

Preceduta dalla resa degli onori da parte di un picchetto interforze, presso il cortile di Palazzo Esercito, la visita è proseguita con l’approfondimento dei temi della cooperazione militare e condividendo alcune riflessioni sulla situazione internazionale, con specifico riferimento alla minaccia terroristica.

La visita è proseguita presso l’Ippodromo militare di Tor di Quinto dove il Generale Hayat ha assistito allo storico carosello del gruppo squadroni a cavallo dei Lancieri di Montebello e alla rievocazione della Carica.

In data odierna il Presidente del CJCSC e la delegazione pakistana, accompagnati dal Generale S.A. Roberto Nordio, Sottocapo di Stato Maggiore della Difesa, si è recato presso la Base Addestrativa Incursori (BAI) di Marina di Pisa per assistere all’esercitazione “Global Capacity” 2018. L’esercitazione delle Forze Speciali e delle Forze per Operazioni Speciali ha visto impegnati diversi reparti delle Forze speciali e per le operazioni speciali dell’Esercito sotto la guida del Comparto Forze Speciali dell’Esercito (COMFOSE).

In particolare, ad addestrarsi nella base toscana sono stati il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutista “Col Moschin” e il 185° Reggimento Paracadutisti Ricognizione Acquisizione Obiettivi (RAO) entrambi con sede a Livorno, il 4° Reggimento Alpini Paracadutisti “Rangers” (Verona), il 28° Reggimento “Pavia” (Pesaro) e il 3° Reggimento Elicotteri per Operazioni Speciali (REOS) “Aldebaran” (Viterbo).

L’esercitazione si è articolata in una successione di atti tattici, svolti congiuntamente da tutte le unità coinvolte e appartenenti a tutti i domini, terrestre, marittimo e aereo. Un team di operatori delle Forze Speciali ha, infatti, raggiunto la terra ferma dopo essere stato aviolanciato da un elicottero CH47 insieme ai battelli commando (Rigid Hull Inflatable Boat – RHIB).

Tra le varie attività addestrative, è stato possibile osservare anche come gli operatori delle Forze Speciali siano in grado di portare in salvo, attraverso la condotta di una cosiddetta “operazione di evacuazione di non combattenti”, quei connazionali che dovessero trovarsi in situazioni di rischio all’estero.

L’assalto ad un edificio in cui erano detenuti cittadini italiani, con il supporto dell’assetto cinofilo e le tecniche di arresto di un veicolo sospetto , hanno infine concretizzato la capacità del Comparto Forze Speciali dell’Esercito di operare efficacemente anche in un contesto di lotta al terrorismo tipico dello scenario di sicurezza internazionale che attualmente siamo chiamati ad affrontare.

“Le Forze Speciali – ha dichiarato il Generale Nordio – sono un assetto strategico per la tipologia degli obiettivi che riescono a conseguire e assumono una connotazione intrinsecamente inter-forze quale massima espressione dell’interoperabilità e dell’integrazione.  Le competenze e le tecniche delle Forze Speciali sono state messe a disposizione anche della collettività come dimostrato dagli interventi avvenuti in occasione delle zone terremotate in cui è stato possibile per esempio raggiungere popolazioni isolate. La capacità “dual use” delle forze speciali è un’ulteriore motivazione per investire in questo settore”.

 

Il Comando delle Forze Speciali dell’Esercito è un comando a livello di brigata dell’Esercito Italiano che si occupa di gestire tutte le unità di forze speciali, forze per operazioni speciali e di supporto operativo per le operazioni speciali della forza armata. Operativo dal 19 settembre 2014.

Il COMFOSE non ha la responsabilità dell’impiego operativo dei propri reparti, ruolo che resta di competenza del Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (COFS) alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa e la cui attuale articolazione rispecchia appieno l’esigenza sancita dal “Libro Bianco per la Sicurezza Internazionale e la Difesa” di rafforzare e di rendere le capacità esprimibili da parte di Forze Speciali e di Forze per Operazioni Speciali più integrate e idonee a operare in sinergia con le forze convenzionali, potenziando i sistemi di supporto alle stesse in termini di efficienza, efficacia e numero, anche attraverso l’acquisizione di specifici sistemi tecnologici d’avanguardia, specie nel campo della mobilità.

Agcom: Martusciello, le piattaforme on line come un one-stop-shop per le campagne politiche

INNOVAZIONE di

“Le piattaforme on line potrebbero diventare un one-stop-shopper le campagne politiche che hanno bisogno di raccogliere, profilare, segmentare e targetizzare gli elettori”. Lo ha dichiarato il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Antonio Martusciello, intervenuto oggi al convegno su presente e futuro dell’informazione elettorale, nell’ambito delle Giornate sul diritto dell’informazione, promosse dall’Università di Siena.

“Oltre alla pluralità delle fonti d’informazione, è necessario garantire il rispetto sostanziale di una corretta e completa informazione, nonché di una parità delle chances per la comunicazione politica”, ha proseguito il Commissario.

I maggiori social network, ha rilevato Martusciello, “hanno assunto un ruolo di primo piano quali mezzi di accesso alle informazioni utilizzate dai cittadini italiani per formarsi un’opinione in vista del voto, rendendo elettoralmente meno attraente, anche per i partiti, l’uso dei consueti strumenti comunicativi”.

“Se nella logica “dataista”, chi possiede i dati comanda, allora”, ha concluso il Commissario, “diventa rilevante stimolare un meccanismo di trasparenza dell’offerta informativa”. Per Martusciello, ciò è realizzabile mediante quella algoritmic accountabilityche, intesa come “diritto alla spiegazione”, possa sconfessare una temibile dittatura delle macchine.

 

Quando guidi, guida e basta

Senza categoria/SICUREZZA di

Quando guidi, guida e basta’ è il claim della nuova campagna per la sicurezza stradale 2018 promossa da Anas (Gruppo Fs Italiane) in collaborazione con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e la Polizia di Stato per sensibilizzare gli utenti della strada a essere prudenti e concentrati mentre si è al volante.

Il numero delle vittime sulle strade, secondo i dati Istat, nel 2016 aveva finalmente registrato una battuta d’arresto, con 145 deceduti in meno rispetto al 2015. Nel 2017 l’incidentalità, rilevata da Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri, ha evidenziato una preoccupante inversione di tendenza, con un aumento degli incidenti mortali dell’1,4% (22 in più del 2016, da 1.547 a 1.569) e, soprattutto, delle vittime del 2,7% (45 deceduti in più, da 1.665 a 1.710).

Sono aumentate anche le infrazioni, dovute all’uso improprio dello smartphone: 65.104 sono le infrazioni commesse nel 2017 per il mancato utilizzo di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare, il 7,1% in più rispetto al 2016.

 

Per queste ragioni Anas, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e Polizia di Stato hanno deciso di tornare a focalizzare l’attenzione sui pericoli derivanti dall’utilizzo dello smartphone mentre si è alla guida, una tra le maggiori cause di incidentalità.

L’obiettivo della campagna 2018 è quello di far percepire come i comportamenti scorretti o che sono diventati consuetudini spesso consolidate, rappresentino invece un pericolo per se stessi e per gli altri quando si è alla guida.

“Anas – ha spiegato l’Amministratore Delegato di Anas Gianni Vittorio Armani – è costantemente impegnata nell’assicurare la sicurezza di chi è in viaggio. Dal 2015, in controtendenza rispetto al passato, abbiamo avviato un vasto programma di manutenzione programmata destinando a essa il 45% delle risorse. Oggi, rispetto a due anni fa, abbiamo aumentato la spesa per la manutenzione di oltre il 50% con l’obiettivo di far crescere il livello di sicurezza e comfort di guida degli utenti. Purtroppo questo non basta: oltre il 90% degli incidenti derivano dal comportamento del guidatore e, come mostrano i dati degli ultimi anni, tra le cause che mettono a rischio la sicurezza di chi guida c’è soprattutto la distrazione. Per questo organizziamo campagne di informazione per promuovere la cultura della sicurezza: è fondamentale far capire che è indispensabile una maggiore attenzione mentre si guida e il rispetto delle regole del Codice della Strada”.

Sul tema il Direttore del Servizio Polizia Stradale Giovanni Busacca ha dichiarato: “Quando parliamo di sicurezza stradale non possiamo prescindere dall’analisi delle cause che la insidiano: alle tradizionali fonti di pericolo come la velocità, la guida sotto l’effetto di  alcool  e/o  sostanze stupefacenti  e il mancato utilizzo delle cinture di sicurezza,  si aggiungono oggi nuovi comportamenti ‘rischiosi’, come  la distrazione ed in particolare l’utilizzo dello smartphone alla guida. Gli smartphone oggi ci connettono costantemente al mondo con sistemi di messaggerie, piattaforme social, foto ‘selfie’ scattati mentre si è alla guida: tutte operazioni che impediscono di mantenere lo sguardo sulla strada e le mani sul volante, interferendo pericolosamente sui tempi di reazione e sull’attenzione dei conducenti, con rischi elevatissimi per la sicurezza di tutti gli utenti della strada”.

La campagna 2018

La campagna sulla sicurezza stradale 2018 è dedicata ai rischi che derivano dalla distrazione, dalle cattive abitudini alla guida e dal mancato rispetto delle regole del Codice della Strada. Ogni oggetto, anche uno smartphone, può diventare un mezzo pericoloso e, se adoperato in modo improprio come quando si è alla guida, può diventare uno strumento letale.

“Quando guidi #GUIDAeBASTA” riassume in uno spot, della durata di circa 30 secondi, la pericolosità di azioni quotidiane che non vengono compiute in sicurezza oppure utilizzando gli oggetti in maniera impropria: radersi con un machete, asciugarsi i capelli in una vasca da bagno piena di acqua, affettare il cibo con una motosega. E, soprattutto, guidare e nello stesso tempo prendere in mano il telefono cellulare.

L’app “Guida e Basta”

È disponibile l’applicazione per smartphone “Guida e Basta” per Ios e Android, che consente di impostare il proprio cellulare sulla modalità di guida, con la possibilità di inoltrare a un gruppo di contatti “preferiti” un messaggio per comunicare loro che ci si sta per mettere in viaggio e che per tutta la durata di tempo selezionata non sarà possibile rispondere al telefono. L’app, infatti, blocca l’accesso alle impostazioni e consente, durante la sosta, di inviare la propria posizione geografica in modo da tenere aggiornati i contatti preferiti sull’andamento del viaggio.

Distrazione alla guida

La distrazione alla guida costituisce una delle principali cause di incidente stradale. In base ai dati ISTAT, nel 2016 il numero di incidenti imputabili alla guida distratta è stato di oltre 36 mila casi, pari a circa il 16,2% degli incidenti stradali.

Il dato ISTAT risulta in linea con quanto stimato da studi della Commissione europea che individuano la distrazione come causa di una percentuale variabile dal 10 al 30% di incidenti. Tra i principali fattori di distrazione vi è l’uso del cellulare o smartphone alla guida per telefonare o per inviare/leggere messaggi nonché della maggior parte dei dispositivi di bordo (di navigazione, di intrattenimento ecc.). Diversi studi hanno confermato una generale sottovalutazione della distrazione come fattore di rischio da parte dei conducenti. Peraltro il fenomeno è in crescita parallelamente alla diffusione dell’utilizzo di dispositivi telefonici e di bordo che possono distogliere l’attenzione dalla guida.

La guida richiede continua attenzione alla strada ed al traffico così come un buon controllo del veicolo. Non prestare una piena attenzione può condurre ad una perdita di controllo o ad una andatura incerta che può mettere a rischio se stessi e gli altri. Sebbene non esista una definizione comune del termine “distrazione” per il guidatore, generalmente si conviene che il guidatore è distratto quando la sua attenzione è focalizzata su qualcosa di diverso della guida: distrazioni visive, uditive, biomeccaniche (regolazioni degli apparecchi di bordo) oppure distrazioni cognitive (sovrappensiero). Poiché guidare è prima di tutto un’attività che coinvolge le capacità visive, le distrazioni visive sono tra quelle più pericolose. In ogni caso l’importante è capire che non è possibile fare due cose contemporaneamente quando una di queste è guidare.

Potenziali effetti

Sono diversi gli studi che hanno esaminato gli effetti dell’utilizzo del cellulare o smartphone durante la guida ed emergono dati significativi:

  • scrivere un messaggio equivale a 10 secondi di distrazionee a percorrere 300 metri senza guardare la strada, fare un selfie distrae dalla guida per 14 secondi;
  • per consultare un social network ci vogliono 20 secondi(a 100km/h significa percorrere cinque campi da calcio al buio);
  • il rischio di incidente per chi utilizza il cellulare o smartphone durante la guida è fino a 4 volte superiorerispetto a chi non ne fa uso;
  • i tempi di reazione di chi guida e contemporaneamente usa un dispositivo elettronicosi riducono del 50%;
  • per fermare il proprio veicolo mentre si sta parlando al telefono con il cellulare o smartphone in mano occorrono 39 metri a fronte di 8 se invece si usa auricolare o kit vivavoce(in sostanza 31 metri in più);
  • usare un dispositivo elettronico abbassa la soglia di attenzione rendendola simile a quella di chi guida con un tasso alcolemico di 0,8 g/litro(il limite è 0,5).

 

Indicazioni del Codice della strada (art. 173)

L’articolo 173 vieta di usare cellulari o smartphone alla guida, anche per mandare sms. Si può telefonare solo usando l’auricolare. Chi vìola queste disposizioni è soggetto a sanzione amministrativa da 161 a 646 euro e alla decurtazione di 5 punti patente.

Difesa, conclusa l’Esercitazione Joint Stars 2018

SICUREZZA di

Con il Distinguished Visitor Day, organizzato nell’aeroporto militare di Decimomannu, sede del Reparto Sperimentale e di Standardizzazione al Tiro Aereo (R.S.S.T.A.) dell’Aeronautica Militare, si è conclusa la parte live dell’esercitazione Joint Stars 2018 (JS18), attività addestrativa di maggiore rilevanza nazionale, organizzata e gestita direttamente dallo Stato Maggiore della Difesa per il tramite del suo “braccio operativo”, ovvero il Comando Operativo di Vertice Interforze (COI).

La Difesa ha dato dimostrazione di come le capacità operative delle Forze Armate siano dotate di un elevato livello di interoperabilità, mantenendo inalterati gli scopi addestrativi delle singole componenti, come ha voluto sottolineare il Comandante Operativo di Vertice Interforze, Ammiraglio di Squadra Giuseppe Cavo Dragone “l’obiettivo  principale è stato quello di conseguire il maggior livello possibile di interoperabilità delle Forze Armate, con un intelligente uso di tutte le specialità per raggiungere un obiettivo comune grazie anche allo sviluppo ed all’integrazione di procedure comuni”.

Le autorità militari e civili hanno assistito ad un evento tattico complesso, che ha visto operare in sinergia tutti gli assetti delle Forze Armate e alcune componenti dell’US Marines Corps. Durante queste due settimane esercitative oltre 2000 militari, più di 25 tra velivoli ed elicotteri, decine di mezzi terrestri, navali ed anfibi sono stati impegnati in intense attività addestrative diurne e notturne.

La JS18 è stata concepita per addestrare i comandi e le forze sulle diverse tipologie di missione che potranno essere oggetto di future operazioni nazionali, multinazionali e di coalizione e si pone come preziosa opportunità per conseguire, attraverso l’addestramento congiunto di Esercito Italiano, Marina Militare e Aeronautica Militare sinergia ed economie, nonché per condividere risorse e massimizzare l’interoperabilità in ambito Difesa, affinando la capacità d’intervento con un’impronta sempre più marcatamente interforze.

Articolata in due parti, la “Joint Stars” ha permesso, in questa prima fase che si è appena conclusa, di federare le concomitanti esercitazioni “Golden Wings” dell’Esercito Italiano, “Mare Aperto” della Marina Militare e “Vega 18” dell’Aeronautica Militare nonché, sulla base dell’esigenza di ricercare una sempre più marcata interoperabilità a livello multinazionale, l’esercitazione “Ramstein Guard 6-2018” condotta dalla NATO.

Diversamente dalla precedenti edizioni, i Comandi e le unità in addestramento sono state messe di fronte a ulteriori difficoltà, poiché lo scenario d’impiego ha previsto la simulazione d’intervento in un ambiente caratterizzato da minacce cibernetiche e da quelle chimico-biologiche e radioattive (CBRN). Inoltre, tenuto conto che la Difesa italiana è responsabile, per tutto il 2018, della gestione della NATO Response Force, sono state testate anche le capacità delle unità militari italiane inserite nella NATO Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), cioè la forza di intervento rapido dell’Alleanza Atlantica, vera e propria “punta di lancia” della struttura NATO di risposta alle crisi internazionali.

La “Joint Stars” nella fase live è stata una prova per la Difesa anche in ambito tutela ambientale, poiché lo sviluppo di attività addestrative di tale tipologia consente, grazie all’effettuazione contemporanea e coordinata di esercitazioni che coinvolgono assetti tratti da tutte le Forze Armate, di ottimizzare l’impiego delle aree addestrative, concentrando nel tempo e nello spazio le attività stesse e, pertanto, riducendo sensibilmente l’impatto sui territori e sulle popolazioni locali.

Striscia di Gaza: almeno 13 bambini hanno perso la vita dall’inizio delle proteste, 1.000 quelli rimasti feriti

MEDIO ORIENTE di

Sul piano internazionale, la storia della Striscia di Gaza imbarazza poiché tutti gli attori (Stati uniti e Unione Europea in primis) che si dicono paladini della “pace in Medio Oriente” non vogliono (i primi) e non possono (la seconda) muovere un dito per affrontare radicalmente la questione. Che viene così trascurata, attenuata ogni tanto con discorsi di “investimenti”, di “sostegno allo sviluppo”, di “interventi” che non hanno alcun impatto significativo per sedare la rabbia di chi nasce, sopravvive e muore in quel pezzo di terra recintata. Le ragioni delle proteste iniziate da più di 6 settimane nella striscia di Gaza sono diverse: l’embargo di Israele verso la Striscia di Gaza (che dura da più di dieci anni), l’assenza di prospettive e di lavoro con un tasso di disoccupazione al 44%, il risentimento verso la classe dirigente palestinese, il 30% del taglio dei salari agli abitanti di Gaza solo nell’ultimo anno o anche il fatto che periodicamente mancano acqua, cibo, medicinali, elettricità e carburante. Le proteste hanno visto 108 morti di cui 60 solo nella giornata del 14 maggio. Gli scontri hanno visto da una parte i Palestinesi che cercavano di “abbattere” il muro o di lanciare pietre (pietre che hanno assunto il simbolo del dolore della popolazione palestinese), mentre dall’altra parte del muro vi erano i tiratori scelti israeliani. Amnesty International ha dichiarato che è “aberrante l’uso sproporzionato della forza militare contro i civili disarmati” mentre l’esercito israeliano si è difeso dicendo che tra i 60 caduti vi erano 14 che cercavano di scavalcare il muro o di lanciare molotov o ordigni improvvisati e altri 24 che facevano parte delle brigate di fondamentalisti. In questi scontri non è stato risparmiato nessuno, sono almeno 13 i bambini che hanno perso la vita a Gaza dall’inizio delle proteste mentre il numero di persone rimaste ferite ha ormai superato quota 10.000di cui almeno 1.000 sono minori.  Quella del 14 maggio, sottolinea Save the Children è stata una delle giornate più sanguinose dalla guerra del 2014, con 6 bambini che hanno perso la vita e più di 220 rimasti feriti, tra cui, secondo i dati del Ministero palestinese per la Salute a Gaza, più di 150 colpiti da colpi d’arma da fuoco. Lo stesso Ministero, del resto, conferma che circa 600 bambini sono stati finora ricoverati in strutture ospedaliere, mentre secondo le informazioni diffuse da un’agenzia impegnata nella protezione dei civili almeno 600 minori hanno attualmente bisogno di supporto psicosociale. Inoltre, Anche prima dell’inizio delle proteste, gli ospedali di Gaza erano quasi al collasso con il 90% dei posti letto già occupati. L’afflusso di nuovi feriti ha significato che tante persone vengono curate nei corridoi o dimesse prima di essere adeguatamente curate. A peggiorare ulteriormente la situazione, secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, solo a pochissimi feriti viene permesso di lasciare Gaza per cercare assistenza medica, il che aumenta le probabilità di complicazioni e impedisce ai bambini di ricevere le cure di cui hanno bisogno. Nel frattempo, Germania e Regno unito pretendono un’inchiesta indipendente, richiesta che al consiglio di sicurezza è stata bloccata dagli Stati Uniti che riconoscono ad Israele “il diritto di difendere il loro confine”. A ciò si aggiunge il riaprirsi della frattura diplomatica tra Israele e Turchia. La Turchia ha espulso l’ambasciatore di Ankara mentre Netanyahu ferma l’importazione dei prodotti agricoli turchi e rimanda a casa il console a Gerusalemme. I palestinesi sono abituati da sempre a dare grande importanza al dibattito internazionale che si è creato intorno alla loro causa. La nuova amministrazione americana ha nominato un ambasciatore in Israele molto vicino al movimento dei coloni e soprattutto ha deciso di spostare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, una città contesa da decenni fra israeliani e palestinesi. Una decisione che ha convinto molti palestinesi che la soluzione ai loro problemi sia sempre più lontana, per cui l’autorità palestinese ormai non considera più Washington come un mediatore imparziale.

Il comitato organizzatore della protesta si era impegnato a garantire una grande manifestazione non violenta in modo da favorire la partecipazione delle famiglie. In cinque luoghi diversi della Striscia, a circa un chilometro di distanza dalla recinzione, sono stati montati ampi tendoni per i manifestanti. Qui migliaia di persone hanno mangiato e bevuto insieme mentre gli altoparlanti trasmettevano musica leggera. Però qualche centinaio di metri più in là, a poca distanza dalla recinzione, l’atmosfera era molto diversa. A piccoli gruppi provano ad avvicinarsi sempre di più al confine israeliano per lanciare pietre, bruciare copertoni e danneggiare la recinzione. Alcuni di loro sono giovani manifestanti senza particolari affiliazioni politiche mentre altri hanno legami con Hamas. La giornata del 14 è particolare che passa tra il sorriso di Ivanka Trump e il massacro dei palestinesi: mentre delle persone morivano sotto i colpi dei fucili di precisione, a Gerusalemme si teneva la cerimonia in pompa magna per l’inaugurazione dell’ambasciata statunitense. Trump ha ventilato per mesi la possibilità di partecipare lui stesso alla cerimonia ma alla fine ha mandato sua figlia Ivanka e il marito Jared Kushner. Inoltre, la data è stata scelta con precisione in quanto coincide con i 70 anni dalla nascita dello stato israeliano. Ivanka Trump ha inaugurato la sede dell’ambasciata dicendo: “A nome del 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America, vi diamo ufficialmente il benvenuto per la prima volta nell’ambasciata degli Stati Uniti qui a Gerusalemme, la capitale d’Israele. Inoltre, come è stato detto: “Prevale una versione della storia della Palestina con una costante rimozione: nella terra promessa c’è un altro popolo che sente quella terra come propria per il semplice fatto che ci vive da secoli e secoli. Una contraddizione irrisolta tra il mito del focolare ebraico, dove far tornare un popolo a lungo perseguitato, e la realtà di un progetto coloniale di insediamento: Gerusalemme capitale dello stato israeliano significa anche questo”. Il 15 maggio, anniversario dei 70 anni della Nakba, era previsto come il giorno in cui le azioni di protesta sarebbero state più intense ma è stata una giornata di funerali.

Lo Status di Gerusalemme

Lo scorso 6 dicembre Donald Trump ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele. Gli Stati Uniti non hanno sempre sostenuto il movimento sionista (movimento politico internazionale il cui fine è l’affermazione del diritto alla autodeterminazione del popolo ebraico mediante l’istituzione di uno Stato ebraico). Per esempio, Roosevelt aveva capito il rischio nel supportare uno stato Israeliano in un momento in cui il mondo arabo mostrava affinità con il socialismo sovietico e possedeva la maggior quantità di petrolio. Truman invece era un simpatizzante sionista e doveva, in parte, la sua elezione alla comunità ebraica americana quindi, una volta diventato presidente, spinse molto per lo Stato di Israele, per questo gli Stati Uniti furono il primo paese a riconoscere il neonato stato ebraico. Nel 1947 l’Assemblea delle Nazioni Unite (che allora contava 52 Paesi membri), dopo sei mesi di lavoro da parte dell’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine) approvò la Risoluzione dell’Assemblea Generale n. 181 che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico (sul 56,4% del territorio e con una popolazione di 500 000 ebrei e 400 000 arabi) e di uno Stato arabo (sul 42,8% del territorio e con una popolazione di 800 000 arabi e 10 000 ebrei). La città di Gerusalemme e i suoi dintorni (il rimanente 0,8% del territorio), con i luoghi santi alle tre religioni monoteiste, sarebbero dovuti diventare una zona separata sotto l’amministrazione dell’ONU. Nella sua relazione l’UNSCOP giunse alla conclusione che era “manifestamente impossibile” accontentare entrambe le fazioni ma che era “indifendibile” accettare di appoggiare solo una delle due posizioni. Nel decidere su come suddividere il territorio considerò la necessità di radunare tutte le zone dove i coloni ebrei erano presenti in numero significativo (seppur spesso in minoranza) nel futuro territorio ebraico. Le reazioni alla risoluzione dell’ONU furono diversificate. La maggior parte degli ebrei accettarono pur lamentando la non continuità territoriale mentre i gruppi più estremisti erano contrari alla presenza di uno Stato arabo in quella che consideravano “la Grande Israele”, nonché al controllo internazionale di Gerusalemme. Tra la popolazione araba la proposta fu rifiutata, con diverse motivazioni: alcuni negavano totalmente la possibilità della creazione di uno Stato ebraico; altri criticavano la spartizione del territorio che ritenevano avrebbe chiuso i territori assegnati alla popolazione araba (oltre al fatto che lo Stato arabo non avrebbe avuto sbocchi sul Mar Rosso né sulla principale risorsa idrica della zona, il Mar di Galilea); altri ancora erano contrari perché agli ebrei, che allora costituivano una minoranza (un terzo della popolazione totale che possedeva solo il 7% del territorio), fosse assegnata la maggioranza (56%, ma con molte zone desertiche) del territorio (anche se la commissione dell’ONU aveva preso quella decisione anche in virtù della prevedibile immigrazione di massa dall’Europa dei reduci delle persecuzioni della Germania nazista); gli stati arabi infine proposero la creazione di uno Stato unico federato, con due governi. Tra il dicembre del 1947 e la prima metà di maggio del 1948 vi furono cruente azioni di guerra civile da ambo le parti. Venne messo a punto Il piano che aveva come scopo la difesa e il controllo del territorio del quasi neonato Stato israeliano, e degli insediamenti ebraici a rischio posti di là dal confine di questo. Questo prevedeva, tra le altre cose, la possibilità di occupare “basi nemiche” poste oltre il confine (per evitare che venissero impiegate per organizzare infiltrazioni all’interno del territorio), e prevedeva la distruzione dei villaggi palestinesi espellendone gli abitanti oltre confine, ove la popolazione fosse stata “difficile da controllare“. Il 14 maggio del 1948 venne dichiarata unilateralmente la nascita dello Stato di Israele, un giorno prima che l’ONU stessa, come previsto, ne sancisse la creazione. Il giorno successivo (15 maggio 1948) gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania, attaccarono l’appena nato Stato di Israele ma l’offensiva venne bloccata dall’esercito israeliano. Nel corso della guerra, Israele distrusse centinaia di villaggi palestinesi e fu la concausa dell’esodo degli abitanti. La guerra terminò con la sconfitta araba nel maggio del 1949, e produsse 711 000 profughi arabo-palestinesi. Dall’amministrazione Truman in poi abbiamo assistito a differenti linee guida con i democratici e i repubblicani. L’unica caratteristica che è rimasta stabile nelle differenti politiche è la soluzione a due stati, di fatto nessun presidente ha mai apertamente sostenuto la possibilità che Israele possa annettere automaticamente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Nella presidenza Reagan invece vi è stato il momento più forte di supporto a Israele, sotto la sua amministrazione Tel Aviv ha guadagnato il titolo di “major non-NATO ally” e che si è tradotto in grandi quantità di denaro e di armi in arrivo da Washington. Con la fine della Guerra fredda il supporto a Israele è diventato più una posizione di politica interna. Inizialmente, dopo la caduta del muro di Berlino, gli Stati uniti hanno cercato di avvicinarsi al tema dei diritti dei palestinesi per cercare alleanze con il mondo arabo che non godeva più del supporto dell’unione sovietica. Ma con gli attacchi alle Torri Gemelle del 2001 e la retorica del terrorismo, l’appoggio per la causa palestinese ha assunto sfumature diverse.  Le due amministrazioni Bush e, in parte, quelle di Obama hanno mostrato una forte vicinanza a Israele ma hanno usato il tema dei diritti dei palestinesi e della difesa dei loro territori come uno strumento per farsi vedere vicini ai temi arabi.

Dal 1947 la questione cruciale dello scontro è lo status di Gerusalemme. Le nazioni unite hanno ripetuto a più riprese la soluzione che comprendeva l’esistenza di due stati e l’amministrazione sotto l’ONU della città di Gerusalemme. Ciò non riuscì ad evitare la divisione effettiva della città tra due gruppi opposti. Sono stati svariati i tentativi di stabilire giuridicamente il possesso della città. Uno dei casi più eclatanti è in seguito alla vittoria da parte di Israele della guerra dei sei giorni e la successiva annessione dei territori del Sinai, della West Bank e delle Alture del Golan. Infatti, immediatamente dopo l’occupazione, il ministro della difesa israeliana Dayan ha proclamato Gerusalemme capitale dello Stato di Israele. La comunità internazionale non ha riconosciuto l’annessione della città e si è continuato a sottolineare la necessità del regime internazionale sull’area. Ci furono ripetuti tentativi dell’ONU e diverse investigazioni sulla violazione dei diritti umani. Sullo status di Gerusalemme, per esempio, ha dichiarato inammissibile l’acquisizione di un territorio attraverso l’uso della forza, secondo quanto stabilito dalla carta Onu, e ha richiesto il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati, nel riconoscimento dell’inviolabilità delle frontiere e del principio di sovranità. Nel 1980, però, lo stato israeliano ha emanato la Jerusalem Law, con cui si dichiarava Gerusalemme capitale. La dichiarazione venne immediatamente rifiutata dalle Nazioni Unite e dalle altre organizzazioni internazionali. Furono adottate due risoluzioni in quell’anno, la 465 e la 478, in cui Israele veniva accusata di violazione dei diritti umani e si invitava tutti i membri dell’ONU ad interrompere le missioni diplomatiche nella città. Nel corso degli anni le risoluzioni hanno sempre confermato lo status di Israele come forza occupante e il riconoscimento di violazioni dei diritti umani. Anche nella risoluzione del 2016 (Res 2334) è stato riaffermato l’obbligo di Israele di rispettare scrupolosamente i suoi obblighi e responsabilità legali ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra. Inoltre, sono state condannate tutte le misure volte a modificare la composizione demografica, il carattere e lo status del Territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, compresa, tra l’altro, la costruzione e l’espansione degli insediamenti, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca di terreni, la demolizione di case e dislocamento di civili palestinesi, in violazione del diritto internazionale umanitario e relative risoluzioni. In relazione a Gerusalemme è stato ribadito che l’istituzione da parte di Israele di insediamenti nel territorio palestinese occupati dal 1967, inclusa Gerusalemme Est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione ai sensi del diritto internazionale e un ostacolo principale al raggiungimento della soluzione dei due Stati e un giusto pace duratura e completa. In sintesi, le Nazioni Unite continuano a sottolineare il regime internazionale di Gerusalemme e ad accusare Israele di occupazione illecita del territorio, soprattutto di Gerusalemme est (essendo quella ovest ormai considerata de facto israeliana). Come possiamo notare la soluzione di Trump ha dimostrato di avere pesanti conseguenze e porre una rottura sia con la politica estera americana che con le decisioni internazionali. In molti hanno cercato lo scopo della mossa del presidente degli Stati uniti. C’è chi ha trovato la motivazione nell’avvicinarsi delle elezioni di Mid Term. Trump, poiché sta perdendo consensi tra i moderati, avrebbe deciso di assolutizzare ancora di più il suo messaggio politico per poter raccogliere i voti nei poli più estremi del panorama politico. Inoltre, è stata vista come mossa per tenersi più stretti i cristiani evangelisti all’interno del partito repubblicano e che simpatizzano per la questione ebraica, per evitare che vadano su posizioni più vicine ai nemici interni al partito. Va anche detto che Trump sta cercando di mantenere le sue promesse elettorali non appena gli è permesso dalla situazione. Altre ipotesi che sono state analizzate sono quelle relative agli stessi consiglieri di Trump e anche all’ansia della Casa Bianca di distogliere l’attenzione mediatica dal cosiddetto Russiagate. Ciò che rimane sicuro è che le conseguenze per l’area sono gravi e profonde anche per gli stessi alleati del presidente, come l’Arabia Saudita e l’Egitto. Questi giorni risultano essere un successo non per Israele bensì per il primo ministro Benjamin Netanyahu, per la destra e per i nazionalisti. Questi sono giorni di vittoria per il loro percorso, quello della forza, e della loro fede, quella negli eletti che possono fare tutto ciò che vogliono.

La situazione dei bambini

Jennifer Moorehead, direttrice di Save the Children nei Territori palestinesi occupati ha detto: “L’uccisione dei bambini non può essere giustificata. Chiediamo con urgenza a tutte le parti di adottare misure concrete per garantire l’incolumità e la protezione dei bambini, nel rispetto delle convenzioni di Ginevra, del diritto umanitario internazionale e delle leggi internazionali sui diritti umani. Chiediamo inoltre a tutte le parti di impegnarsi affinché tutte le proteste rimangano pacifiche, di affrontare le cause alla radice del conflitto e di promuovere dignità e sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi. Le famiglie che incontriamo ci dicono che stanno letteralmente lottando per sopravvivere, mentre cercano di prendersi cura dei propri cari che sono rimasti feriti. Spesso non possono permettersi cure e medicinali e ci raccontano di essere estremamente preoccupate per il futuro dei loro bambini, già devastati da più di 10 anni di blocco israeliano e dal sempre minore interesse da parte dei donatori. Le continue interruzioni di corrente e il congelamento degli stipendi dovuto alle continue divisioni tra l’Autorità Palestinese che governa la West Bank e l’autorità de facto di Gaza, inoltre, significa aggravare ulteriormente le condizioni di vita di famiglie già disperate”. Nella striscia di Gaza, le ostilità hanno esposto i bambini a livelli di violenza e distruzione senza precedenti. La povertà, le condizioni in cui cresce il bambino, la mancanza di istruzione, o il fatto di non avere cibo e acqua sono solo alcune delle problematiche in cui cresce un bambino nelle zone di guerra, queste problematiche hanno effetti sulla salute fisica e mentale del bambino. In questi contesti la personalità e l’intersoggettività del bambino viene distrutta e occorrono importanti cure mediche e piscologiche che spesso solo le ONG possono portare ma trovano ostacoli nel loro operato o perdono fondi per il disinteresse internazionale.  Il “rapporto 2017 – 2018 sulla situazione dei diritti umani nel mondo” di Amnesty International riporta che Il blocco degli spazi aerei, marittimi e di terra imposto illegalmente da Israele sulla Striscia di Gaza mantiene in vigore le consolidate restrizioni al transito di persone e merci da e verso l’area e sottoponendo a punizione collettiva l’intera popolazione di Gaza. Insieme alla chiusura quasi totale del valico di Rafah da parte dell’Egitto e alle misure punitive imposte dalle autorità della Cisgiordania, il blocco di Gaza da parte d’Israele ha determinato una crisi umanitaria caratterizzata da interruzioni dell’erogazione dell’energia elettrica, passata da una media di otto ore al giorno a un massimo di due o quattro ore giornaliere, da una ridotta fornitura di acqua potabile con implicazioni igienico-sanitarie e da crescenti difficoltà d’accesso all’assistenza medica, rendendo Gaza progressivamente “invivibile”, secondo una definizione delle Nazioni Unite.

Povertà urbana: quando è necessario mettere i Confini al Centro

CAPITALI/EUROPA di

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una crescita verticale dell’insediamento urbano e alle intense mutazioni qualitative sia in termini morfologici che funzionali. Vi sono dei tratti negativi in questo processo in cui primeggia la dilatazione della povertà e che assume le fisionomie proprie di povertà urbana. Ad oggi più della metà della popolazione mondiale vive in aree urbane, circa il 54% con rischio di arrivare al 60% entro il 2030, e accanto a questo si è registrato un aumento delle diseguaglianze a livello globale. Durante la crisi abbiamo sentito dire che tutti si impoveriscono ma non è vero che dentro la crisi tutti ne risentono allo stesso modo. Nell’indagine ISTATCondizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie” pubblicata il 6 dicembre 2017, mentre tra il 2016 e l’anno precedente si è verificata una “significativa e diffusa crescita del reddito disponibile e del potere d’acquisto delle famiglie”, contemporaneamente si è registrato “un aumento della diseguaglianza economica e del rischio di povertà o esclusione sociale”. Ciò ha significato più ricchezza complessiva ma più distanze economiche tra ricchi e poveri. Inoltre, sono aumentati i poveri e le famiglie a rischio di povertà. Sostanzialmente ha significato una redistribuzione dal basso verso l’alto che porta ad un’ingiustizia sociale ed economica. Sono note le reali condizioni di lavoro e le basse remunerazioni di commesse, badanti, camerieri, addetti ai supermercati, lavoro ambulante, operai della logistica, dell’agricoltura e delle piattaforme digitali e di tanti lavoratori e lavoratrici autonome. Al di là delle retoriche populiste e razziste, le aree più a rischio e le categorie più esposte all’impoverimento sono le famiglie a basso reddito con stranieri, gli anziani soli e i giovani disoccupati. Questo quadro si aggrava inserendo le aree sociali meno presenti nei dati disponibili, come quelle composte da richiedenti asilo e migranti con protezione umanitaria, sussidiaria o internazionale fuoriusciti dal sistema di accoglienza, che si ritrovano per strada (10 mila ne stima il rapporto “Fuoricampo” pubblicato a febbraio 2018 da Medici senza frontiere) o nei ghetti delle aree agricole (le cosiddette “Ghetto economy” come quella di Gioia Tauro), a cui si aggiunge una parte di immigrati che negli ultimi anni sono andati a lavorare in campagna dopo essere stati licenziati dalle fabbriche del nord. A questo punto va detto che vi sono due caratteristiche preponderanti nella povertà italiana: la concentrazione nel Mezzogiorno d’Italia e la sua caratterizzazione familiare. Il Mezzogiorno è l’epicentro del “sisma povertà” in cui la Campania risulta il centro da cui si propagano le onde sismiche sul tutto il territorio nazionale e in cui vi sono i maggiori danni. Va aggiunto che si sono manifestate forme nuove di povertà che hanno interessato aree tradizionalmente meno svantaggiate e più industrializzate di Italia: la fame ha cominciato a mordere anche al Nord. La povertà in Italia è dovuta alla difficoltà dei soggetti in età di lavoro di guadagnare un reddito dotato di continuità e protezioni sociali tali da evitare il sovraccarico di aspettative e obblighi familiari insoddisfatti che rende la famiglia più esposta al rischio di diventare povera. Intervenire sulla famiglia è fondamentale poiché potrebbe accentuarsi la sua funzione di cinghia di trasmissione della povertà e potrebbe aumentare il rischio di spinte verso l’esclusione sociale e lavorativa, ciò indebolisce le forme di coesione sociale. Le politiche di contrasto alla povertà si sono rilevate ad oggi una coperta troppo corta, sia per il loro carattere frammentato e categoriale, sia per le dimensioni stesse del fenomeno e la sua concentrazione in un’area specifica del paese. Occorre intraprende un percorso che non potrà limitarsi ai soli interventi di contrasto alla povertà, ma deve allargarsi al piano delle politiche occupazionali e alle scelte di politica economica. Gli anni più recenti segnano una ripresa di un discorso nazionale di lotta alla povertà e l’attuazione per la prima volta di una misura non contingente di universalismo selettivo non differenziato territorialmente quale il Reddito di inclusione (REI). Evidenziato il fatto che è ancora prematura una valutazione del REI, è possibile evidenziare delle criticità. Il REI permetterà di raggiungere nel 2018 il 38% delle persone in povertà assoluta e risulta evidente che una maggioranza ne rimarrà priva. A ciò si aggiunge che il sostegno economico, anche se più elevato di quanto concesso in precedenza, rimane generalmente insufficiente per fare uscire dalla condizione di povertà assoluta; questo punto si aggrava con la natura temporale della misura (18 mesi + 12) che prescinde dal fatto che situazione della persona/famiglia sia migliorata o meno. Infine, scompare dal discorso pubblico il riferimento alla povertà relativa. Altra problematica è dovuta al fatto delle categorie. Inoltre, Il comune resta il livello istituzionale con la responsabilità principale del contrasto alla povertà, una centralità che continua ad alimentare l’elevata frammentazione delle politiche in questo ambito, assicurando diritti condizionati al luogo di residenza e alle possibilità e alle scelte dei Comuni sull’utilizzo delle proprie risorse; questa frammentazione rende inadeguate le politiche contro la povertà in Italia.

Su questo tema tra l’11 e il 13 maggio si è tenuta la tre giorni di “Confini Al Centro”, la convention nazionale sulla povertà urbana organizzata da Associazione 21 luglio Onlus, Università di Roma Tor Vergata e la rete Reyn Italia. L’obiettivo è stato quello di sviluppare un documento programmatico di proposte e riflessioni per elaborare strategie e politiche di contrasto alla povertà urbana, fenomeno sempre più diffuso in Italia. Per questo motivo tutti i partecipanti, dalle professionalità più svariate, sono stati chiamati a dare il proprio contributo attraverso un attivo scambio di conoscenze ed esperienze dirette per parlare di diritto ad abitare, educazione e infanzia, media e povertà estreme. A condurre i tavoli di lavoro e i dibattiti si sono alternati oltre 30 relatori, tra esperti, accademici, associazioni del terzo settore e giornalisti. Inoltre, vi è stata la presenza di deputati e consiglieri regionali. Gli organizzatori hanno scelto di ripartire dal quartiere di Tor Bella Monaca, da una periferia romana, per immaginare e ridisegnare insieme i contorni di una città più inclusiva e egualitaria. All’iniziativa è stata conferita, come premio di rappresentanza, una medaglia del Presidente della Repubblica. La sfida della convention è stata quella di dare una proposta concreta che risponda al crescente fenomeno di “urbanizzazione della povertà”, caratterizzata da un modello di segregazione del disagio sociale nelle aree più periferiche, sempre più distaccati dal centro e dai ceti benestanti. Parallelamente negli anni, dagli ’80 ad oggi, si è consolidata la “politica dei campi” ma anche la formazione dei ghetti per lavoratori stagionali, centri di accoglienza per migranti e richiedenti asilo. Un sistema di relegazione e iper-ghettizzazione che marca una distanza spaziale oltre che relazionale, delineando così un percorso di impoverimento ulteriore all’interno delle nostre città.

Alcune delle problematiche affrontate

Durante la Convention è stata rilevata una vulnerabilità abitativa diffusa di cui è importante cogliere le articolazioni in quanto le diverse figure e la diversa gravità dei problemi esigono soluzioni differenti. I problemi sono suggeriti dai profili sociali delle popolazioni escluse: immigrati irregolari e richiedenti asilo privi di sostegno, disoccupati di lunga durata, homeless cronici, rom residenti in campi nomadi o in insediamenti informali ecc. Le politiche potrebbero muovere dal riconoscimento delle capacità di organizzazione delle stesse persone in povertà. È un esempio chiaro quello di chi vive in occupazioni abitative. Invece di penalizzare questa parte della popolazione come fa, ad esempio, l’articolo 5 del decreto lupi, si potrebbe riconoscere, anche dal punto di vista istituzionale, le esperienze e le proposte avanzate da una parte della popolazione che ha cercato nelle pratiche collettive dei movimenti per l’abitare un’alternativa all’isolamento. L’autorganizzazione di politiche per la casa, anche attraverso il riutilizzo di immobili vuoti, ha proposto soluzione concrete a parti della società che non possono aspettare. Queste esperienze mettono in discussione il concetto di fragilità utilizzato solitamente in maniera banale e banalizzante da parte delle istituzioni, incapace di comprendere i problemi strutturali e politici alla radice dei processi e delle condizioni di impoverimento. Tali esperienze hanno prodotto anche una ridefinizione dell’orizzonte culturale di riferimento, che si potrebbero consolidare se anche dal lato istituzionale si riconoscesse l’autonomia delle aree sociali e delle persone impoverite, liberandole dall’ineluttabilità della subalternità riprodotta dalle politiche. Alla cronaca è noto il tema degli sgomberi che spesso poco parla della sofferenza e dell’accanimento che ricevono le persone coinvolte. Negli occhi vi sono ancora i fatti di piazza indipendenza dell’anno scorso in cui circa 100 persone fuggite dalle guerre in Eritrea o dai problemi della Somalia sono stati cacciati con violenza dall’edificio che avevano occupato 4 anni prima. La maggior parte della problematica risiede nella metodologia dello sgombero e del mancato preavviso alle associazioni che lavorano nel quartiere. È stata la persecuzione di persone a cui è stata data la protezione internazionale o lo status di rifugiato per poi essere abbandonati senza l’assegnazione di una casa, di un lavoro o di un corso di lingua come in altri paesi. In questo caso vi è stato un accanimento verso persone che erano state capaci di auto-organizzarsi per allontanarsi dal mondo della criminalità e della droga. Con lo sgombero queste persone hanno perso quella che per loro era diventata casa. Il luogo da cui erano riusciti a ripartire, trovare lavoro e inserirsi nel tessuto sociale. Lo sgombero è solo uno dei casi dei tanti nel territorio romano e che avvengono nei posti più disparati. Spesso questi sono posti abbandonati, lontani dai centri abitati e in condizioni sanitarie terribili. Nota ancora più amara è dovuta al fatto che ogni sgombero costa circa 1256€ a persona con il risultato che in totale si spendono 10 milioni di euro per costringere le persone a spostarsi da una parte all’altra della città. Sono fondi che vengono spesi per disperdere il problema ma non risolverlo con il risultato di infierire su persone che cercano di attivarsi. Tutto ciò è funzionale alla politica perché la politica può sfruttare l’emergenza per far vedere un operato, in questo senso tutto ciò che è temporaneo diventa permanente. A ciò si aggiungono problemi che coinvolgono tutta la popolazione come il fenomeno dei residence per cui il comune spende circa 3000€ di affitto in cui spostare i poveri in veri e propri ghetti o la dinamica dei campi cosiddetti istituzionali o il fatto che molti dei fondi destinati alla questione abitativa non vengono utilizzati.

Nell’ambito dell’educazione “La strage dei poveri continua”, ovvero in Italia l’accesso alla conoscenza (alla cultura, al lavoro, al futuro) continua a rappresentare un grosso problema per tanti bambini e ragazzi che nascono nei quartieri “sbagliati”, ovvero con minori risorse (familiari, economiche, educative e ricreative) a cui attingere. Un dato su tutti: nelle scuole caratterizzate da un indice socioeconomico basso, più di uno studente su quattro finisce per ripetere l’anno, mentre nelle scuole “bene” viene bocciato “soltanto” un alunno su 25. Tra i vari fattori viene in rilievo la canalizzazione formativa strisciante, all’opera su diversi fronti: tra ordini di scuole (i tecnici e i professionali sono caratterizzati da indici socioeconomici significativamente più bassi rispetto ai licei), tra scuole del centro e scuole ai margini, ma anche tra scuole principali e scuole secondarie, e a volte perfino all’interno delle stesse scuole, con la creazione di classi ghetto. Ad oggi, in Italia, non abbiamo ancora una mappa affidabile e dettagliata delle aree “ad alta priorità educativa” sulle quali investire con fondi e programmi ad hoc, come si è cercato di fare con alterni successi in Francia e in altri Paesi europei. Non va dimenticato però lo sforzo e le numerose esperienze di scuole in tutta Italia che dimostrano come rimettere la scuola al centro dei quartieri, soprattutto nei tessuti marginali, senza dover necessariamente attendere rinforzi e grandi investimenti. La scuola diventa così un luogo di istruzione, ma anche un centro di aggregazione, cultura e intercultura, aperto al territorio anche oltre l’orario scolastico.

Un po’ di attenzione va posta al tema del razzismo e della criminalizzazione della povertà. Questo è dovuta ad un’ossessione per la sicurezza che caratterizza la nostra epoca, questa ossessione genera paura e povertà, si sa da dove si incomincia a colpire (immigrati, neri, rom), ma non si sa dove si finisce. Prima o poi anche altre parti di popolazione diventeranno oggetto di quelle politiche di repressione, in cui a prevalere è una sola idea: pulire la città e sterilizzare lo spazio pubblico da tutte quelle presenze ed attività considerate indecorose, allontanando la “brutta gente”, gli appartenenti alle rinnovate classi pericolose. Persone senza tetto, ambulanti, parcheggiatori senza permesso, artisti di strada, persone che chiedono l’elemosina, occupanti di abitazioni, immigrati presenti nello spazio pubblico o ospiti del sistema di accoglienza sono stati costruiti come soggetti problematici per l’ordine pubblico, soggetti da controllare. Il grosso del problema trova ampio spazio quando l’intolleranza spontanea è avallata dalle istituzioni, anzi spesso si viene a incoraggiare un sistema razzismo direttamente o indirettamente incoraggiato dalle istituzioni o dai mezzi di comunicazione. Esemplare è il caso della delegittimazione istituzionale, se non della criminalizzazione, non solo delle ONG che praticano ricerca e soccorso in mare, ma anche di chiunque, sia pure individualmente, compia gesti di solidarietà verso profughi e migranti. Possiamo pensare ai messaggi di Grillo agli albori del Movimento 5 stelle in cui definiva “una bomba a tempo” i rom di nazionalità romena e proponeva d’interdire loro la libera circolazione nell’Ue, onde salvaguardare “i sacri confini della Patria”; oppure all’astensione sul moderato disegno di legge per il conferimento della cittadinanza italiana ai minori figli di cittadini stranieri secondo requisiti abbastanza rigidi (decisione che porta all’esclusione dei benefici della cittadinanza di decine di migliaia di bambini e adolescenti: nati e/o cresciuti in Italia, educati e socializzati nel nostro Paese, nondimeno finora destinati a ereditare la condizione dei loro genitori); infine alla già citata campagna diffamatoria contro le Ong impegnate nell’opera di ricerca e soccorso nel mediterraneo con tanto di locuzione “Taxi del mare”. Occorre però precisare che tutto questo non riguarda tutto il movimento pentastellato ma una sua parte. Nel rapporto 2017-2018 di Amnesty international sulla situazione dei diritti umani in 159 stati del mondo il segretario della Lega Salvini primeggia per la percentuale di frasi xenofobe, basta pensare all’ultima campagna elettorale o comunque al collegamento con ex esponenti della lega e macerata. Tra questi nella storia anche il PD ha avuto un suo ruolo, in un manifesto del 2006 della campagna elettorale di Veltroni viene esibito il messaggio “Le nuove piccole bugie di Alemanno: mentre a Roma sono state spostate in  5 anni 8000 persone dagli insediamenti abusivi e chiusi decine di campi rom; il governo Berlusconi, di cui Alemanno è stato ministro, ha consentito arrivi indiscriminati senza regole e controlli alle frontiere”, con i dovuti aggiustamenti potrebbe essere utilizzato per la campagna elettorale della Meloni.

Il disagio economico e sociale e il senso di abbandonano alimentano il risentimento e la ricerca del capro espiatorio, in questo contesto è ingannevole la formula “guerra tra poveri”. Questa finisce per rappresentare aggressori e aggrediti quali vittime simmetriche; e per fare dei poveri “in guerra tra loro” gli attori unici o principali della scena razzista. Probabilmente è ingiusto mettere sullo stesso piano un aggressore che ha una casa, un lavoro e la famiglia vicino a sé con un immigrato che non ha una casa, deve mantenere la famiglia che sta in Africa e magari ha appena perso il lavoro. È altrettanto ingiusto dire che non ci sono altri attori al di fuori di vittima e carnefice visto che a deviare il rancore collettivo sono spesso militanti di gruppi di estrema destra. In tal caso il circolo vizioso del razzismo non fa che produrre, se non il rafforzamento, comunque la legittimazione, per quanto implicita o involontaria, della destra neofascista e neonazista. Lo schema ideologico e narrativo che fa perno sulla locuzione “guerra tra poveri” è, in fondo, contiguo a quello che s’incentra sulle antitesi-chiave sicurezza/insicurezza, decoro/degrado. Tali antitesi abbondano nel testo della legge Minniti del 18 aprile 2017, n.48 (“disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”): non fa che tradurre e legittimare la percezione comune per la quale migranti, rifugiati, rom, senzatetto, marginali sarebbero importatori di degrado, insicurezza, disordine sociale. In definitiva, essa tematizza in termini di pericolosità sociale lo stile e le pratiche di vita, spesso imposte, di coloro che sono considerati “fuori norma”. In realtà questo è il prodotto di dinamiche tutte interne alla nostra società: sono cioè le discriminazioni nel mercato del lavoro e dell’alloggio, le politiche di esclusione e di confinamento, le retoriche del decoro urbano e della sicurezza, nonché il progressivo smantellamento di politiche sociali di inclusione, ad alimentare la povertà di questi segmenti del corpo sociale. Inoltre, a chi viene sgomberato o subisce il sequestro della merce o dell’attrezzatura per lavorare come ambulante quale possibilità diversa gli viene proposta? Nessuna. Ai processi di impoverimento si risponde da anni con polizia, vigili urbani e retoriche securitarie. Nei discorsi pubblici e dell’azione politica ed amministrativa sono scomparsi gli obiettivi dell’uguaglianza e della giustizia. È rimasto solo lo spazio per l’ossessione per la sicurezza, la quale costruisce una strada senza uscita, che, in un circolo vizioso, chiede sempre più polizia, sempre più controllo, sempre più repressione, all’infinito. Con tutta questa retorica ci dimentichiamo che al di là dei dati ci sono le persone. In tutto questo discorso ci sono persone che vivono emarginate nei campi ma che riescono a trovare associazioni che riescono a inserirle nel tessuto sociale. Sono persone con sogni e desideri, che hanno voglia di vivere e conoscere o che semplicemente hanno voglia di viaggiare ma non possono farlo perché, pur avendo vissuto e lavorato tutta la vita in Italia, non hanno un passaporto. Vi sono altre persone che invece hanno attraversato un continente per scappare dall’inferno, per passare attraverso un inferno d’acqua e fondamentalmente trovare un inferno fatto di esclusione e abbandono. Vi sono anche le persone anziane che rimaste sole richiedono veri spazi per la socialità in modo da non essere dimenticate. Vi sono anche quelle persone che hanno perso il lavoro e non riescono a pagare un affitto, vi è anche chi per questo diviene un senza dimora. Infine, va ricordato che vi sono molte altre persone e tra tutte queste vi sono molti giovani. C’è da dire che questi sono solo alcuni dei temi e dei problemi da cui si è partito per parlare della povertà urbana ed elaborare il documento finale.

Danilo Garcia Di Meo “Tor bella monaca”

Tor bella monaca e il lavoro di Associazione 21 luglio

Nei nostri giornali, online o cartacei, spesso vediamo la diffusione di stereotipi o di storie gonfiate solamente per poter vendere i propri giornali. A pagare sono i nostri quartieri o quelli che possiamo chiamare working class district, quartieri (chi più e chi meno) come Garbatella, Tufello, Tor bella monaca, San Lorenzo, Tor sapienza, Centocelle, Casal Bertone, Portonaccio, Pigneto, Spinaceto e Primavalle. Spesso vediamo delle narrazioni che creano una paranoia isterica e una realtà falsata. Come se, una volta parcheggiato a Tor bella monaca, la mia macchina dovesse esplodere come in un film di Michael Bay: un’esplosione esagerata e senza senso. Oppure come se fosse vera la frase “giro col coltello quando giro per il Tufello”, come se superando una linea immaginaria ci sia li pronto qualcuno esclusivamente per noi. Oppure come quando abbiamo letto sui giornali di una Ostia in rivolta o messa a ferro e fuoco, ma poi basta sentire chi ci abita per sapere che non c’è nulla di quello che è stato scritto. Sono tutte narrazioni che creano una specie di stigma sulle persone che quotidianamente vivono il quartiere. Certo ogni quartiere ne viene colpito in maniera differente e sicuramente non vuol dire che ogni quartiere è privo di problemi. Occorre ricordare come però narrazioni del genere vanno a colpire in maniera più forte quei quartieri e quelle persone più in difficoltà. Per esempio, molti ragazzi, se vogliono trovare lavoro devono mentire sulla propria provenienza se vogliono trovare un lavoro fuori dal proprio quartiere. Inoltre, alcuni quartieri spesso vengono visitati solo per gettare la spazzatura, una dinamica innescata da un’informazione che ha narrato di luoghi franchi, privi di ogni regola. Occorre altrettanto ricordare che esistono esperienze che riqualificano il quartiere e riconnettono il tessuto sociale, che esistono intere comunità che aiuta la gente che soffre per strada e chi ha sogni senza troppe illusioni. Esistono racconti virtuosi che dovrebbero essere presi come spunti di riflessione e che dovrebbero essere il centro di “contro-narrazioni” che partono innanzitutto dal basso. Questo perché spesso siamo noi stessi ad attizzare il focolare della narrazione. Per esempio, Tor bella monaca sembra un luogo a sé stante in cui emerge una strategia della sopravvivenza in risposta alla latitanza istituzionale, che si percepisce alla vista e si ascolta nei racconti dei suoi abitanti: “Le persone possono vivere senza Stato, e Tor bella monaca ne è la dimostrazione”.

Nel contesto di Tor bella monaca opera ogni giorno Associazione 21 luglio, un’organizzazione non profit impegnata nel supportare gruppi e individui in condizione di segregazione estrema e di discriminazione tutelandone i diritti e promuovendo il benessere di bambine e bambini. Il lavoro vede un approccio basato sui diritti fondamentali di ogni essere umano riconosciuti dalla comunità internazionale per opporsi a tutte quelle politiche e azioni discriminatorie che promuovono nelle periferie il rifiuto verso la diversità, la povertà urbana e la segregazione abitativa. L’associazione svolge azione di advocacy per promuovere il cambiamento delle misure politiche che producono segregazione e discriminazione, presenta rapporti e ricerche ai decisori politici, stila raccomandazioni, diffonde lettere e appelli pubblici, redige rapporti per la Commissione Europea e per le nazioni unite, crea reti locali e radicate sul territorio, intraprende azioni legali pilota di fronte alla violazione dei diritti umani e dell’infanzia e monitora casi di incitamento all’odio e alla discriminazione ed episodi violenti a sfondo razziale ricorrendo anche all’autorità giudiziaria nei casi più gravi. Le attività dell’associazione passano anche per la sensibilizzazione sulle violazioni dei diritti umani e di promozione di modelli ed esperienze positive in grado di decostruire pregiudizi e stereotipi diffusi su quanti vivono in uno stato di marginalità. Al centro di tutto vi è il benessere dei minori, l’associazione implementa progetti di sostegno all’infanzia operando una scelta privilegiata sui bambini e promuovendo interventi che partono dall’infanzia per estendersi alle famiglie e a tutta la comunità educante. L’associazione segue il metodo della “pedagogia della cittadinanza” in cui gli educatori di Associazione 21 luglio realizzano e animano spazi ludici e laboratori artistici che mirano alla crescita personale e sociale delle bambine e dei bambini. L’associazione ha molti progetti, tra cui: Amarò foro, Bambini al centro, Toy – togheter old and young, Tor bella infanzia, Casa Sar san, Corso di formazione per attivisti Rom e Sinti, Lab Rom e Danzare la vita.

Il mondo della politica e il futuro

Il comitato scientifico ha lavorato giorno e notte per stilare il documento strategico tenendo conto delle relazioni, dei dibatti e delle discussioni dei gruppi di lavoro intercorsi nei giorni della convention. Ogni gruppo (abitare, educazione, media, povertà estreme) ha lavorato e approfondito la propria tematica da inserire nel documento e proporre azioni concrete. Nel corso della convention si sono alternati diversi esponenti della politica.

Matteo Orfini, deputato e presidente del Partito Democratico, ha dichiarato che stiamo assistendo alla proletarizzazione di fasce della città. Secondo Orfini possiamo vedere l’esistenza di due città: una dentro il raccordo e una fuori al raccordo. Il presidente del PD ha voluto sottolineare come questo sia l’effetto delle scelte di chi ha gestito la città e di come si è voluto sviluppare la città nel corso delle varie amministrazioni. Orfini ha messo in evidenza come, nel nostro paese, sia sparito il tema della città da almeno 20 anni. “Occorre pensare la città non solo come Urbs ma anche come Civitas; noi come politica ci siamo occupati solo della prima ma ora occorre pensare la città come un fattore inclusivo e non di esclusione” sono state le parole di Orfini. Ha poi aggiunto che occorre dare luoghi e strumenti che facciano da primo argine alla disgregazione cittadina, che occorre aiutare la cintura periferica dato che spesso sono i luoghi da cui provengono le maggiori innovazioni.

Marta Bonafoni, consigliere regionale eletta con Lista civica per Zingaretti, ha portato i saluti del presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti dicendo che la convention è l’occasione per “entrare nelle questioni del 4 marzo e del pre 4 marzo per un dopo 4 marzo”. La Bonafoni sottolinea come sia l’occasione per entrare in una crisi poco indagata: “la crisi della città”. Roma non è più la città dell’accoglienza e serve pensare una nuova accoglienza, inoltre ci si ammala di più e si muore di più nelle periferie. Infine, la Bonafoni, allerta che occorre riflettere anche sulla scuola poiché, sempre di più, la scuola non è più un “ascensore sociale”.

Paolo Ciani, consigliere regionale eletto con Centro solidale per Zingaretti, è intervenuto dicendo che è una scelta mettere i confini al centro. Il consigliere ha notato che la pacificazione degli ultimi decenni ha portato al superamento di molti dei confini geografici ma oggi un altro tipo di confine è tornato al centro del dibattito. Spesso si parla di periferia ma non la si conosce e ciò non aiuta a ragionare sulla giustizia urbana, questa è la sfida dei nostri tempi. Ad oggi la popolazione urbana nel mondo ha superato la popolazione rurale e possiamo vedere come si stia sviluppando il fenomeno delle megalopoli. Il tema della vita al confine e nei confini è la sfida del nostro tempo, è la sfida del “vivere insieme tra diversi” in un’epoca che parla di separazione e di frontiera. Deleterio a questo proposito è stata la propaganda del “noi” e del “voi” di cui spesso ha fatto uso la lega (ex nord) che prima diceva “noi il nord” e “voi il sud” (con tanto di “Roma ladrona”) che poi si è trasformato in “noi italiani” e “voi immigrati”; una retorica che ha deteriorato le periferie.

La convention si è conclusa con la presentazione del documento strategico per il contrasto alla povertà urbana in Italia a Lorenzo Fioramonti, deputato del Movimento 5 stelle e possibile ministro del prossimo governo. Fioramonti, cresciuto a Tor bella monaca e di ritorno dopo anni all’estero, dice di essere fautore di un approccio alla povertà che si renda conto dei diversi tipi di povertà. Il deputato sottolinea l’importanza delle forme associative in un contesto che è peggiorato rispetto ad anni fa. La situazione è critica e servono misure strutturali ma le strutture hanno bisogno di tempo per cambiare e il tempo della politica è breve. Soprattutto perché occorre tenere conto della pressione pubblica. Per Fioramonti quindi occorre fare politiche strutturali ma con elementi che rispondano nel breve per poter migliorare un pezzo per volta e istituire fiducia in un progetto che ha bisogno di tempo. Il deputato ha sottolineato che troppo spesso si ha un problema centro-periferia, di quartieri in cui c’è tutto e quartieri che sono solo residenziali. Occorre fare delle periferie un centro, ogni periferia deve essere il centro di una nuova economia. Evidenzia che di certo la povertà non è una colpa ma è una realtà. Per questo Fioramonti dichiara che attende la pubblicazione documento e che spera di utilizzarlo al governo in quanto il documento strategico è in linea con le proprie intenzioni.

Da questa convention parte una campagna da parte dell’Associazione 21 luglio che entrerà nel vivo con la pubblicazione del documento. In un clima in cui molte associazioni hanno espresso molte perplessità e incertezze rispetto ai risultati del 4 marzo, basti pensare comunque ai toni dell’ultima campagna elettorale, Associazione 21 luglio si è aperta al dialogo e alla propositività. Al di là delle varie dichiarazioni politiche è importante notare e incoraggiare ulteriormente eventi come questo che hanno visto il mondo dell’università, il mondo delle istituzioni (in tutti suoi modi e livelli), il mondo delle associazioni di volontariato attive sul territorio ma soprattutto persone e cittadini incontrarsi, discutere e collaborare per un’azione concreta volta a riportare la giustizia sociale. È la rinascita di un fare politica che supera odio e stereotipi e di un voler essere comunità. Questa è la rinascita di una comunità che vuole vedere l’altro uomo in quanto uomo, di vedere l’altro non come un cuore marziano ma come appartenente allo stesso universo.

 

Rainer Maria Baratti
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