GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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aprile 2018

NATO, terminata l’esercitazione Locked Shields in ambito Cyber defence

SICUREZZA di

Si è conclusa oggi la più grande ed avanzata esercitazione internazionale di Cyber Defense al mondo, organizzata dal Centro di Eccellenza della NATO per la Difesa Cibernetica (CCDCOE – NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence) di Tallinn, in Estonia.

Con più di 1000 esperti provenienti da circa 30 differenti Nazioni e più di 2500 attacchi virtuali simulati, la Locked Shields è una esercitazione che ha lo scopo di addestrare gli esperti del campo della sicurezza dei sistemi informatici nazionali attraverso una serie di simulazioni di attacchi cyber alle reti informatiche di una base militare: attacchi ad aeromobili a pilotaggio remoto, al sistema elettrico, al sistema di comando e controllo ed altre infrastrutture operative essenziali per la sopravvivenza di una base militare.

L’annuale esercitazione si è svolta dal 23 al 27 aprile e l’Italia ha partecipato con una squadra di informatici provenienti dalle Forze Armate che, durante l’esercitazione, hanno avuto modo di collaborare con gli esperti di settore delle altre nazioni partecipanti, degli istituti di ricerca, delle Università e con gli esperti provenienti dall’industria di settore, confrontandosi tutti attori che, in caso di attacco reale, potrebbero essere coinvolti in situazioni simili.

Negli ultimi anni le avanzate tecnologie hanno reso il mondo sempre più digitalizzato e inter-connesso, generando al contempo anche una serie di minacce cibernetiche che sfruttano i bug insiti nei software che regolano, ormai, una moltitudine di attività umane.

Il settore della Difesa da sempre attinge alle tecnologie più avanzate e circa il 60% delle attività militari di una Nazione moderna ha una componente cibernetica e ciò ha imposto alle Forze Armate di dotarsi delle necessarie contromisure alle nuove minacce cyber. In Italia proprio in quest’ottica è stato concepito il Comando Interforze per le Operazioni Cibernetiche (CIOC), in linea con gli obiettivi definiti sia in ambito europeo sia in ambito NATO che comprendono la realizzazione di solide capacità di cyber defence e di protezione delle infrastrutture. Il CIOC è già operativo e proiettato verso la piena capacità nel 2019.

Iraq, Premier iracheno visita la diga di Mosul

MEDIO ORIENTE di

Nella giornata del 25 aprile 2018, il Primo Ministro Iracheno Haydar al-‘Abadi ha visitato la diga di Mosul. Il Primo Ministro, atterrato presso la base di Mosul Dam, è stato accolto dal Comandante della Task Force “PRAESIDIUM”, Colonnello Maurizio Settesoldi, dal Comandante delle Counter Terrorism Service (CTS) operanti nell’area di Mosul Dam e da personale del Ministero delle Risorse Idriche iracheno.

A seguire, l’alta Autorità ha effettuato una visita presso i cantieri della diga, vigilata dai militari italiani, durante la quale ha dialogato con i dirigenti del Ministero delle Risorse Idriche iracheno, della ditta TREVI e dello United States Army Corps of Engineers (USACE) e ha avuto modo di prendere visione dello stato di avanzamento dei lavori di risanamento in corso. Successivamente, il Primo Ministro al-‘Abadi si è recato presso gli uffici del Ministero delle Risorse Idriche iracheno dove è stato accolto da una scolaresca di bambini e adolescenti delle scuole primaria e secondaria che insistono nel villaggio di Mosul Dam.

I Dimonios del 151° Reggimento Fanteria “Sassari” della Task Force “PRAESIDIUM” in missione in Iraq – in stretta coordinazione con le Counter Terrorism Service ed il National Security Service iracheni – hanno garantito il dispositivo di sicurezza durante tutto il corso della visita che si è conclusa con il decollo del Primo Ministro al-‘Abadi dalla base di Mosul Dam nel pomeriggio stesso.

Nella missione in Iraq, la Task Force “Praesidium” – su base 151° Reggimento Fanteria “Sassari”, nell’ambito dell’Operazione “Inherent Resolve” – è la Task Force preposta alla protezione della diga di Mosul in coordinamento con le forze di sicurezza locali, quali Counter Terrorism Service, National Security Service ed Iraqi Police. Oltre ad assicurare la difesa della diga, sito di interesse strategico per l’Iraq, i militari italiani garantiscono la sicurezza del personale militare e civile di USACE e delle maestranze della ditta TREVI impegnate nei lavori di risanamento dell’infrastruttura per scongiurare il rischio di una catastrofe ambientale.

Il personale della Task Force “Praesidium”, in missione in Iraq, garantisce la cornice di sicurezza durante la visita del Primo Ministro Iracheno Haydar al-‘Abadi alla diga di Mosul

29° summit della Lega Araba – Leader uniti su Palestina e Iran

 

 

Si è concluso domenica scorsa il summit della Lega Araba, giunto alla sue 29esima edizione. L’incontro, tenutosi a Dharan (Arabia Saudita) ha visto riunirsi i 21 membri attivi della lega e personalità di spicco dello scenario internazionale, come l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, il presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Unico membro assente la Siria, sospesa dalla Lega nel novembre del 2011, quando iniziarono le rivolte nel paese ed in seguito alle azioni repressive condotte dal regime di Assad a danno della popolazione civile.

I vari paesi membri erano rappresentati dai capi di stato e di governo, ad eccezione del Qatar che, invece, ha inviato il proprio rappresentate presso la Lega Araba. Un gesto, questo, accolto non molto positivamente dal resto della comunità araba. Ricordiamo, infatti, che da parecchi mesi i rapporti della monarchia con i paesi arabi e mediorientali si sono fortemente incrinati, determinando una crisi diplomatica proprio tra vicini di casa. In particolare, lo scorso 5 giugno, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto hanno annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar, accusando quest’ultimo di fornire supporto a gruppi estremisti e terroristi. L’invito del Qatar a partecipare al summit era arrivato insieme all’annuncio che la crisi diplomatica non sarebbe stata posta nell’agenda dell’evento. L’assenza dell’emiro del Qatar, è stata, dunque, percepita come un segno di arroganza, che ha gettato ulteriore benzina su un fuoco ancora molto ardente.

Il vertice si è concentrato maggiormente sui temi in agenda, mostrando come vi sia una notevole unità di pensiero tra i leader su temi d’importanza cruciale per il contesto arabo e mediorientale e gli equilibri tra la regione e gli attori esterni.

Tre i grandi temi trattati: la questione israelo-palestinese, la guerra in Yemen e la pericolosa influenza dell’Iran. Non sono, invece, stati messi in agenda, come accennato, né la crisi diplomatica con il Qatar né la guerra in Siria. Tuttavia, un comunicato stampa pubblicato dalla Lega Araba al termine del summit invoca la conduzione di “independent International investigation to guarantee the application of International law against anyone proven to have used chimical weapons”. Da notare, infatti, che il summit ha avuto inizio 24 ore dopo l’attacco di USA, Gran Bretagna e Francia sui alcuni siti militari siriani. Tale azione nasce in risposta ad un presunto attacco chimico condotto dal regime contro alcuni ribelli, attacco per altro negato dal presidente Bashar e l’alleato russo.

 

PALESTINA E ISRAELE

Riflettori puntati su Palestina ed Israele, tema che ha portato alla luce una posizione peculiare dei paesi arabi. Da un lato, la ferma opposizione alla decisione del presidente statunitense Donald Trump di spostare la sede dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come capitale della nazione israeliana. Per un paese come gli Stati Uniti, che ha sempre giocato un ruolo di mediazione nel conflitto arabo-israeliano, un gesto simile viene visto dai leader mediorientali come uno spostare la propria posizione di neutralità verso quella di terza parte in causa, un passo decisamente significativo (e se vogliamo, pericoloso) in un contesto delicato come quello del Medio Oriente. Come sottolineato dal re Salman -che ha rinominato il vertice “Jerusalem summit” proprio per sottolineare la solidarietà verso il popolo palestinese- i leader arabi riconoscono il diritto del popolo palestinese di stabilire un proprio stato indipendente, con Gerusalemme come capitale. La stessa Gerusalemme Est appartiene, a loro opinione, ai territori palestinesi. In aggiunta, il re Salman ha annunciato la donazione di 150 milioni di dollari all’amministrazione religiosa che gestisce i siti religiosi musulmani a Gerusalemme, come la moschea Al-Aqsa e di altri 50 milioni per i programmi condotti dalle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente.

Dall’altro lato, invece, i leader arabi –ad eccezione del presidente Abbas- si sono espressi a favore del piano di pace proposto da Trump per il conflitto tra i due popoli. I dettagli di questo piano, tuttavia, non sono ancora stati resi noti, ma potrebbe prevedere una soluzione a due stati.

 

GUERRA IN YEMEN

Altro tema caldo è stato la guerra civile che da circa tre anni logora lo Yemen, e vede coinvolti (sul campo e a livello di interessi in gioco) diversi attori mediorientali accanto a potenze straniere come Russia e Stati Uniti. Il paese è teatro di scontri tra le forze fedeli al governo di Hadi, che di fatto ha perso il controllo di numerose porzioni del territorio nazionale, e i ribelli Houthi, alleati con l’ex presidente Saleh e supportati militarmente e finanziariamente dall’Iran. In campo, inoltre, una coalizione militare a guida saudita, che vede impegnati paesi occidentali (USA; Francia, GB) e alleati mediorientali, come gli Emirati Arabi.  Ancora una volta i leader arabi hanno riaffermato il loro supporto alla nazione e l’obiettivo di ripristinare l’unità, l’integrità, la sicurezza, la sovranità e l’indipendenza della nazione yemenita. La totale responsabilità attribuita ai ribelli Houthi, rimanda ad un altro tema centrale del summit: l’Iran e la politica aggressiva sul piano internazionale.

 

L’AGGRESSIVITÀ’ DELL’IRAN

Non sono mancate nel corso della giornata condanne alle politiche condotte all’estero dall’Iran, dettate da atteggiamenti aggressivi e perpetuate violazioni dei principi del diritto internazionale. Diretto riferimento al supporto ai ribelli Houthi in Yemen, ma anche al regime di Bashar al Assad in Siria. Chiaro il tentativo del re Salman di sfruttare il summit per allineare i paesi arabi contro lo storico rivale Iran. L’Iran, ad oggi, è visto come la principale causa di instabilità nella regione, “colpevole” di destinare le proprie risorse finanziarie e militari per alimentare guerre per procura in paesi dilaniati da anni di guerra civile, come appunto Siria e Yemen. In Siria, come detto, le milizie shiite iraniane supportano le forze governative di Assad, regime anche questo shiita. Similmente in Yemen, l’esperienza militare e le armi iraniane sostengono i ribelli Houthi, che hanno nel corso del conflitto conquistato diverse porzioni del territorio nazionale, compresa la capitale Sana’a. Non è mancata la risposta iraniana: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Qasemi ha, infatti, dichiarato che le accuse sollevate in occasione del summit sono solo il risultato della pressione esercitata dal suo più grande nemico, l’Arabia Saudita, paese ospite del summit.

 

Vediamo, quindi, come le acque nel Medio Oriente continuino ad essere piuttosto agitate. Sebbene si possa intravedere un’unità d’intenti in alcuni ambiti, i temi caldi sono ancora molti ma soprattutto manca allo stato attuale un vero e proprio “corse of action” per raggiungere gli obiettivi raggiunti. È auspicabile, dunque, che questo messaggio di allineamento dei paesi arabi si trasformi ora in un’azione pratica, che possa portare, step by step, a garantire una maggiore sicurezza e stabilità nella regione.

 

Paola Fratantoni

INCHIESTA DI GREENPEACE: i fondi comunitari finanziano alcuni degli allevamenti più inquinanti in UE

EUROPA di

La Politica Agricola Comune (PAC) svolge un ruolo essenziale per il settore agricolo in Europa e distribuisce agli agricoltori circa 59 miliardi di euro, quasi il 40 percento del bilancio dell’Unione europea. La PAC definisce come distribuire questo denaro tra gli agricoltori di tutta Europa. Uno degli obiettivi dichiarati della policy europea è migliorare l’ambiente, ma l’attuale PAC raggiunge effettivamente questo obiettivo? «La tutela ambientale dovrebbe essere uno degli obiettivi della Politica Agricola Europea (PAC), ma i fatti certificano che i comportamenti sbagliati vengono costantemente premiati. E l’inquinamento da ammoniaca è solo la punta dell’iceberg. La PAC continua a finanziare gli allevamenti intensivi nonostante gli impatti disastrosi che questi hanno sull’ambiente, sul clima e sulla salute pubblica, mentre dovrebbe promuovere invece l’agricoltura che rispetta la natura e il benessere di tutti» sono le parole di Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia.

In un’inchiesta condotta da Greenpeace, sono stati incrociati i dati dei finanziamenti diretti nell’ambito della Politica Agricola Comune (PAC) e il Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR). Ciò rivela come i sussidi comunitari finanzino alcuni tra gli allevamenti più inquinanti d’Europa. Oltre la metà (51%) degli allevamenti esaminati in sette diversi Paesi dell’Ue ha ricevuto infatti fondi per un totale di 104 milioni di euro, nonostante si tratti di alcuni tra i maggiori emettitori di ammoniaca nei rispettivi Paesi. L’indagine è stata commissionata da Greenpeace Francia, ma è stata svolta in modo indipendente da otto giornalisti tra dicembre 2017 e aprile 2018. La ricerca si è concentrata sul settore dell’allevamento intensivo, poiché l’impatto ecologico di questo settore è particolarmente alto. La ricerca ha inoltre evidenziato la mancanza di un adeguato sistema di monitoraggio e trasmissione dei dati relativi all’inquinamento agricolo in Europa. L’ammoniaca (NH3) è il solo inquinante costantemente riportato nel Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR), e solo le aziende con spazio per oltre 40 mila polli, 2 mila maiali o 750 scrofe sono obbligate a comunicare i dati a questo registro. Il rilascio di ammoniaca da fertilizzanti o liquami può causare fenomeni di eutrofizzazione (ovvero l’eccessivo accrescimento degli organismi vegetali e il conseguente degrado dell’ambiente divenuto poco rigoglioso) in fiumi, laghi e mari per l’eccessivo arricchimento di sostanze nutritive. L’ammoniaca è causa inoltre di inquinamento atmosferico da particolato fine, con conseguenti impatti sulla salute umana e può influire negativamente sulle vie respiratorie. Questo è un problema serio per le persone che lavorano nel settore agricolo, dato che possono sviluppare asma e altre malattie croniche e una ricerca ha mostrato che il semplice vivere in prossimità di allevamenti intensivi potrebbe influire negativamente sull’apparato respiratorio. Chi vive nelle vicinanze di allevamenti industriali potrebbe subire le conseguenze anche dal punto di vista economico. In Polonia, ad esempio, i ricercatori hanno verificato che in alcune aree il valore delle proprietà residenziali nelle vicinanze degli allevamenti intensivi di pollame è diminuito significativamente.

In Italia, secondo i dati E-PRTR, nel 2015 circa 874 allevamenti hanno emesso più di 10 tonnellate di ammoniaca (NH3). Il numero di società (alcune delle quali hanno riferito emissioni di ammoniaca per più di un allevamento) incluse nell’E-PRTR è di 739. In quell’anno queste aziende hanno emesso 46 mila tonnellate di ammoniaca. Ciò rappresenta il 12,8% delle emissioni totali di ammoniaca del comparto agricolo del Paese. In altre parole, l’87,2% delle emissioni di ammoniaca del comparto agricolo non viene registrato nell’E-PRTR. Il totale delle emissioni di ammoniaca del settore agricolo italiano nel 2015 ha raggiunto le 378 mila tonnellate, che rappresentano il 95% delle emissioni totali di ammoniaca dell’intero Paese. I sussidi alla PAC sono stati versati a circa il 67% delle 739 società inquinanti, ovvero a 495 aziende agricole. Queste aziende hanno ricevuto 25,64 milioni di euro in sussidi alla PAC.

“Il Pianeta nel piatto” (qui la petizione) è l’iniziativa di Greenpeace contro gli allevamenti intensivi che stanno divorando il pianeta. Per produrre e vendere sempre più carne si distruggono intere foreste, si sottopongono gli animali a trattamenti atroci e si inquinano acqua, suolo e aria. Gli impatti legati agli allevamenti intensivi sono insostenibili, perciò green peace chiede all’unione europea e al governo italiano di tagliare i sussidi agli allevamenti intensivi e sostenere aziende agricole che producono con metodi ecologici.  L’iniziativa di Greenpeace ci invita a riflettere su cosa mangiamo e la risposta a questo quesito determinerà il futuro dei nostri figli e di molte altre specie che abitano il pianeta. Gli allevamenti intensivi fanno sì che la carne arrivi a buon mercato sugli scaffali dei nostri supermercati ma il prezzo più alto lo paga il nostro pianeta in termini di deforestazione (per creare aree di pascolo e produrre mangimi), perdita di biodiversità, emissioni e inquinamento dell’acqua e del suolo.Inizio modulo Greenpeace chiede di cambiare le regole dei sussidi in quanto nel 2021 l’Europa applicherà la nuova “Politica Agricola Comune” (PAC) ovvero l’insieme di regole per l’assegnazione di sussidi e incentivi agli agricoltori e allevatori europei. Greenpeace avverte che la problematica consiste nel fatto che questi fondi non vengono assegnati in modo equo poiché la PAC sostiene in modo sproporzionato grandi aziende di stampo intensivo e industriale. Il risultato è quello di spingere verso un continuo accorpamento e intensificazione, contribuendo alla scomparsa delle aziende agricole di dimensioni minori e più sostenibili.  Lo scopo di Greenpeace è quello di sviluppare una coscienza alimentare globale e inclusiva, per questo richiede di: mettere fine a sussidi e politiche che sostengono la produzione intensiva di carne e prodotti lattiero-caseari; incrementare sussidi e adottare politiche che promuovano la produzione di alimenti da aziende agricole ecologiche e locali; adottare politiche che guidino il cambiamento delle abitudini alimentari e dei modelli di consumo, finalizzati a raggiungere l’obiettivo di ridurre del 50% il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari, entro il 2050.

Il prossimo 2 maggio la Commissione europea dovrebbe pubblicare una bozza del prossimo bilancio Ue, a partire dal 2020, che includerà le spese della PAC. All’inizio di giugno, è attesa anche la pubblicazione della sua proposta di riforma della PAC.

Aiuti di Stato: la Commissione apre indagine approfondita sul dello Stato italiano ad Alitalia

EUROPA di

La Commissione europea ha aperto un’indagine approfondita per valutare se il prestito ponte di 900 milioni di euro che l’Italia ha concesso ad Alitalia costituisce un aiuto di Stato e se è conforme alle norme dell’UE in materia di aiuti alle imprese in difficoltà.

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Missione Eutm Somalia: Italian-NSE presenta 21 progetti cimic

AFRICA di

I progetti a favore della popolazione locale presentati dal CIMIC (Civil Military Cooperation) della Missione EUTM Somalia al Vice Governatore della regione del Banadir e al suo staff

Il Comandante dell’Italian National Support Element (IT-NSE) della Missione  EUTM Somalia  ha incontrato il Vice Governatore della regione del Banadir e il suo staff (Città di Mogadiscio).

L’incontro, che si è svolto presso l’ufficio del Sindaco di Mogadiscio e governatore del Banadir, è stato voluto fortemente per mostrare la volontà da parte dei militari italiani della missione EUTM di supportare l’amministrazione locale.

L’iniziativa ha avuto, inoltre, lo scopo di presentare le attività di CIMIC svolte e da svolgere da parte del Contingente italiano in Somalia.

Nel corso dell’evento sono stati discussi gli esiti dei 21 progetti eseguiti a supporto della popolazione locale che hanno interessato, nel corso del 2017-2018, principalmente i settori sanità, sicurezza, servizi di emergenza e supporto umanitario alle minoranze. Questi interventi sono stati realizzati grazie alla determinazione degli operatori del Multinational CIMIC Group, unità dell’ Esercito – a valenza interforze e multinazionale – specializzata nella cooperazione civile-militare che opera in Mogadiscio sin dal 2014.

Tra i numerosi interventi si possono elencare i progetti di ristrutturazione delle Mother and Child Health Centre dei distretti di Shibis e Darkeenley, infrastrutture pubbliche che hanno come target l’assistenza delle giovani madri partorienti e dei minori sino ad un età di 3/5 anni. Gli interventi del Contingente Italiano hanno infatti reso le strutture, prima precarie e mancanti dei servizi essenziali, tra le più accoglienti della città ed hanno permesso l’implementazione, grazie al coordinamento con le principali organizzazioni internazionali presenti in Somalia, di servizi quali il supporto ed assistenza al parto, prevenzione malattie sessualmente trasmissibili, programmi nutrizionali specifici, campagne di vaccinazioni ed attività di monitoraggio delle violenze domestiche.

Inoltre l’attività di CIMIC ha supportato la Municipalità del Banadir con la ristrutturazione ed ampliamento di una stazione di polizia nel distretto di Bondheere, distretto particolarmente bersagliato dagli attacchi di Al-Shabab, con la donazione di equipaggiamento al dipartimento dei locali vigili del fuoco che interviene con i pochi mezzi a disposizione in caso di attacchi esplosivi in città. Nel campo delle politiche di sviluppo sociale si sono inoltre sostenuti progetti per la diffusione degli sport di squadra femminili ed attività di vocational training che permettano un emancipazione delle giovani donne e studenti somale.

L’atteggiamento fraterno e l’empatia manifestata durante l’incontro da parte del vice governatore e del suo staff ha chiaramente mostra quanto la presenza fisica del personale italiano nelle aree interessate all’attività di cooperazione, nonostante il clima di sicurezza risulti particolarmente non permissivo, trovi un riscontro più che positivo da parte della popolazione locale.

AGCOM, Nicita, necessariaa una strategia italiana per intelligenza artificiale

INNOVAZIONE di

“Una strategia complessiva italiana per la governance dell’intelligenza artificiale è necessaria per uno sviluppo concorrenziale del settore digitale, un uso trasparente e consapevole dei dati personali e un pluralismo 2.0 contro la manipolazione e la disinformazione on-line”. Lo ha affermato Antonio Nicita, Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, intervenuto oggi a Bruxelles all’IIC Telecommunications and Media Forum sull’impatto dell’Intelligenza artificiale.

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Fregata Espero della Marina Italiana si unisce all’operazione Sea Guardian

SICUREZZA di

L’unità navale è partita da Taranto il 23 aprile e sarà inserita nel gruppo NATO fino a metà maggio. La fregata Espero della Marina Militare è partita il 23 aprile dalla Base navale di Taranto, per partecipare all’Operazione Sea Guardian della NATO.

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Le condannate Irachene: il rapporto di Amnesty International denuncia lo sfruttamento sessuale di donne e bambine

Diritti umani/MEDIO ORIENTE di

Fin dall’apparizione dello “Stato Islamico”, Amnesty International ha documentato i crimini di guerra e contro l’umanità del gruppo armato e rilevato le violazioni del diritto umanitario internazionale da parte della coalizione che lotta contro lo “Stato Islamico”. Amnesty International ha diffuso un rapporto intitolato “Le condannate: donne e bambine isolate, intrappolate e sfruttate in Iraq” che rivela la discriminazione praticata dalle forze di sicurezza, dal personale dei campi rifugiati e dalle autorità locali nei confronti delle donne e delle bambine sospettate di essere affiliate allo “Stato islamico”. Il rapporto è il risultato di interviste a 92 donne presenti in otto campi rifugiati delle provincie di Ninive e Salah al-Din. Gli operatori hanno rilevato lo sfruttamento sessuale in tutti i campi visitati.

Le donne intervistate sono alla disperata ricerca di qualsiasi informazione su mariti e figli che sono stati arrestati mentre fuggivano dalle forze irachene e curde e dalle aree controllate dallo stato islamico. La maggior parte delle donne ha riferito che agenti statali hanno negato di tenere i loro parenti o si sono rifiutati di fornire informazioni sulla loro ubicazione. In tali casi, gli uomini e i ragazzi interessati sono stati sottoposti alla cosiddetta “sparizione forzata” ovvero quando una persona viene arrestata, detenuta o rapita da uno stato o da agenti dello stato, che negano che la persona sia trattenuta o che nascondano la loro ubicazione, ponendoli al di fuori della protezione della legge. La sparizione forzata è di per sé un crimine ai sensi del diritto internazionale e pone gli individui a grave rischio di esecuzione extragiudiziale, tortura e altre gravi violazioni dei diritti umani. Di conseguenza sono donne costrette a badare a sé stesse, e spesso ai loro figli, dopo che i loro parenti maschi sono stati uccisi, sottoposti ad arresti arbitrari o fatti sparire durante la fuga dalle zone controllate dallo “stato islamico” a Mosul e nei dintorni. Nella maggior parte dei casi il “reato” sarebbe stato quello di fuggire dalle roccaforti dello “Stato islamico”, di avere un nome simile a quelli presenti nelle discutibili liste dei ricercati o di aver lavorato come cuoco o autista per conto dello “stato islamico”.  Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International ha dichiarato: “La guerra contro lo ‘Stato islamico’ sarà pure finita ma la sofferenza dei civili iracheni no. Donne e bambine sospettate di avere legami con lo ‘Stato islamico’ vengono punite per reati che non hanno commesso. Cacciate dalle loro comunità, queste persone non sanno dove andare e a chi rivolgersi. Sono intrappolate nei campi, ostracizzate e private di cibo, acqua e altri aiuti essenziali. Questa umiliante punizione collettiva rischia di gettare le basi per ulteriore violenza e non aiuta in alcun modo a costruire quella pace giusta e duratura che gli iracheni desiderano disperatamente”.

Tra disperazione e isolamento queste donne corrono elevati rischi di essere sfruttate sessualmente da parte delle forze di sicurezza, del personale armato dei campi e da miliziani presenti all’interno e all’esterno di quelle strutture. In ciascuno degli otto campi visitati, Amnesty International ha incontrato donne costrette o spinte ad avere rapporti sessuali in cambio di denaro, aiuti e protezione. Sono donne rischiano di essere stuprate e la testimonianza di quattro di loro rivela che le donne hanno assistito a stupri o che hanno sentito le urla di una donna, in una tenda vicina, stuprata a turno. Le testimoni hanno poi descritto l’esistenza di un complesso sistema di sfruttamento che variava da campo a campo. In alcuni campi le donne venivano messe in un’area speciale in cui gli uomini sarebbero venuti a cercare donne single e per sfruttarle sessualmente. Altre donne hanno raccontato di relazioni sessuali organizzate da attori armati, membri dell’amministrazione del campo o altri che fungevano da “protettori”. Questi protettori, uomini o donne, costringevano con la tortura le donne ad avere rapporti sessuali con gli uomini. Poiché lo sfruttamento sessuale è così diffuso nei campi, gli operatori umanitari sono ora preoccupati che le infezioni trasmesse sessualmente, le gravidanze indesiderate e gli aborti non sicuri emergeranno come le prossime sfide nei campi rifugiati.

In questa situazione vivono ragazze come “Dana” (20 anni), ragazze che hanno subito numerosi tentativi di stupro o che hanno ricevuto pressioni per rapporti sessuali dagli uomini della sicurezza. Sono ragazze che vengono considerate alla stregua di un combattente dello “Stato islamico”, che verranno stuprate e rimandate nella propria tenda. Sono ragazze umiliate. Sono storie che portano “Dana” a dire: “Vogliono far vedere a tutti quello che possono farmi, privarmi dell’onore. Non mi sento al sicuro nella tenda. Vorrei una porta da poter chiudere e delle pareti intorno a me. Ogni notte dico a me stessa che è la notte in cui morirò”. E cosi ancora anche il racconto di “Maha”: “A volte mi chiedo: perché non sono morta in un attacco aereo? Ho cercato di suicidarmi, mi sono versata addosso del cherosene ma prima di darmi fuoco ho pensato a mio figlio. Sono come in una prigione, completamente sola, senza mio marito, senza mio padre, senza più nessuno”. Maha ha poi aggiunto di sentirsi come se si fosse appena svegliata da un brutto sogno, ma ciò che la circonda ora è anche peggio. “A causa della loro presunta affiliazione allo ‘Stato islamico’ queste donne stanno subendo trattamenti discriminatori e disumanizzanti da parte di personale armato che opera nei campi. In altre parole, coloro che dovrebbero proteggerle diventano predatori”, ha commentato Maalouf. Inoltre, questi gruppi familiari non ottengono i documenti necessari per lavorare o muoversi liberamente, rendendo il campo un centro di detenzione. Il problema è aggravato dal fatto che, in diverse parti dell’Iraq, le autorità locali e tribali hanno vietato il ritorno delle donne e dei propri figli per un sospetto legame allo “Stato islamico”. Coloro che sono riuscite a tornare a casa rischiano sgomberi forzati, sfollamenti, saccheggi, intimidazioni, molestie e minacce sessuali e, in alcuni casi, le loro abitazioni sono state marchiate con la scritta “Daeshi” (il nome arabo dello “Stato islamico”). In seguito, sono state distrutte o non hanno più ricevuto elettricità, acqua e ulteriori forniture.

La situazione rischia persino di peggiorare dato che i finanziamenti internazionali per la crisi umanitaria in Iraq si stanno riducendo notevolmente e con l’approssimarsi delle elezioni parlamentari di maggio, le persone presenti nei campi profughi sono sollecitate ad andarsene per l’intenzione del governo iracheno di chiuderli e ristrutturarli. Maalouf ha sottolineato che il governo iracheno deve fare sul serio quando parla di porre fine alle violenze contro le donne nei campi rifugiati e che deve processare i responsabili. Le autorità devono assicurare che le famiglie sospettate di legami con lo “Stato islamico” abbiano uguale accesso agli aiuti umanitari, alle cure mediche, ai documenti d’identità e che possano ritornare alle proprie abitazioni senza il rischio di persecuzioni. Ha concluso dicendo: “Per porre fine al velenoso ciclo di emarginazione e violenza che piaga l’Iraq da decenni, il governo iracheno e la comunità internazionale devono impegnarsi a rispettare i diritti di tutti gli iracheni e di tutte le irachene senza discriminare. Altrimenti, non potranno esserci le condizioni per la riconciliazione nazionale e per una pace duratura”. L’Iraq è stato parte di molti dei principali trattati internazionali sui diritti umani, tra cui il Patto internazionale sui diritti civili e politici, la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti, la Convenzione sui diritti dell’infanzia, la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone contro le sparizioni forzate e la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. L’Iraq ha il dovere di rispettare, proteggere e rispettare i diritti alla vita, alla libertà dalla tortura e altri maltrattamenti, alla libertà e alla sicurezza della persona e ad un giusto processo. Non riuscendo a prevenire e rimediare esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e torture da parte delle forze irachene e altre milizie allineate al governo, l’Iraq sta violando i suoi obblighi legali e può essere ritenuta responsabile di queste gravi violazioni dei diritti umani.

Tawakkol Karman: Le sfide che la marcia per i diritti umani incontra in tutto il mondo

Il 19 aprile all’Auditorium parco della musica di Roma, in occasione del festival delle scienze “Le cause delle cose” organizzato in collaborazione con National Geographic, si è tenuto l’incontro con Tawakkol Karman. Tawakkol Karman è una giovane yemenita ed esule in Turchia da dove lavora su un canale con milioni di followers e con cui porta avanti la lotta per la causa della libertà e dei diritti umani a dispetto di chi ha fatto di tutto per denigrare le sue convinzioni. “È una giovane, è una donna, è madre di 3 figli e ha vinto il premio Nobel nel 2011; persone del genere sono importanti per il genere umano” sono state le parole di presentazione. Tawakkol ogni giorno supera le barriere grazie alla tecnologia, ai media e alle conferenze a cui partecipa in tutto il mondo, per raggiungere paesi come lo Yemen, il Qatar, la Siria e l’Egitto. Nel 2011 ha vinto il premio Nobel per la lotta non violenta per la sicurezza delle donne e per i diritti delle donne alla piena partecipazione al peacebuilding. In quegli anni le manifestazioni e le azioni critiche nei confronti del governo yemenita hanno portato varie volte al suo arresto e alle minacce di omicidio. Nonostante tutto ha continuato la sua lotta per la democrazia e per i diritti umani nello Yemen anche attraverso il lavoro politico nel partito “Al-Islah”, riconosciuta come branca yemenita del partito “Fratelli mussulmani”.

Durante l’incontro, Tawakkol parla delle sfide degli attivisti per i diritti umani e richiama più volte la nostra attenzione dicendo “Fratelli e sorelle, sognatori per i diritti umani”. Per riflettere sulle sfide occorre partire dalla questione morale di base: “Chi sono? Chi sono gli attivisti per i diritti umani?”. Sono cittadini, sono tutti i cittadini con sogni e che compiono sacrifici per la democrazia e lo stato di diritto. La prima sfida è quella riguardo al come attenersi ai propri principi e al come non essere intimiditi, per fare ciò occorre distanziarsi dagli atteggiamenti dei governi che generano la disuguaglianza. Se non si fa ciò, quale sarebbe il rischio? Se non si fa ciò, si perde la fiducia. La seconda sfida è rappresentata dai regimi repressivi che hanno un ruolo importante nel diffamare gli attivisti a livello nazionale e internazionale. In contesti ostili, gli attivisti spesso vengono identificati come coloro che seguono istruzioni da altri paesi per cospirare contro il proprio paese e vengono accusati di terrorismo. Occorre contrastare questa cattiva immagine poiché gli attivisti, con questa scusa, sono soggetti ad abusi, torture e sparizioni forzate. In poche parole: “sono soggetti a violazione dei diritti umani”. Questo è ciò che accade oggi nei paesi arabi.

Tawakkol ci dice, in veste di protagonista degli eventi, che la primavera araba non è stata un capriccio o una cospirazione. La primavera araba è stata l’espressione di attivisti per i diritti umani, è stato il desiderio di giustizia in risposta a repressione, fame e povertà. È stata una risposta nel segno della democrazia e dello stato di diritto. Lo scopo della primavera araba era quello di porre fine al dispotismo senza fine e porre un nuovo inizio nel nome dei diritti umani. Era la speranza per una patria e per una casa in cui ognuno potesse avere il suo posto e portare avanti i propri sogni. Era la lotta dei giovani contro la corruzione. Ma cosa è successo? I vecchi regimi hanno portato avanti una controrivoluzione con alleanze regionale e internazionali che, Tawakkol sottolinea, hanno trasformato i paesi della primavera araba in “laghi di sangue e carceri”. Il pensiero di Tawakkol va a quei paesi come l’Egitto che hanno portato avanti una repressione in nome della lotta al terrorismo. Possiamo ricordare che in Egitto i “fratelli mussulmani” sono stati perseguitati e messi fuorilegge con l’accusa di terrorismo. Possiamo ricordare che dal 2013 Al-Sisi ha lanciato una spietata campagna repressiva contro l’organizzazione tramite arresti arbitrari torture ed esecuzioni di massa (si stima che il regime di al-Sīsī abbia ucciso oltre 2.500 manifestanti e ne abbia imprigionato più di 20mila), al fine di stroncarne ogni forma di dissenso. Ma il pensiero di Tawakkol va verso il caso Regeni e a chi ancora è in cerca di verità.

Altro esempio è la Siria (altro paese in cui i “Fratelli mussulmani” sono dichiarati fuorilegge) in cui Assad ha incarcerato e ucciso milioni di Siriani e in cui la lotta al terrorismo è portata avanti utilizzando esplosivi. Tawakkol ci racconta che Assad ha reso la siria un mattatoio sotto il silenzio della comunità internazionale, la quale ha cospirato contro le primavere arabe e dimenticato il terrorismo. Questo ha creato le condizioni per quello che chiama “il cancro Daesh”. Ci invita, sottolineando che Assad è ancora sulla sua poltrona, a riflettere su chi trae beneficio dal terrorismo, perché esiste il Daesh e su quale sia il collegamento.

L’altra situazione tragica è quella dello Yemen in cui le milizie Houthi con l’aiuto di Saleh hanno portato a deporre il presidente, eletto democraticamente dopo una rivoluzione pacifica, con un colpo di stato. Dopo il 2014 lo Yemen è distrutto, è scenario di conflitti internazionali e regionali. Nel maggio 2015 entra in scena la coalizione saudita che apparentemente vuole combattere in favore del governo legittimo in nome della risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU e del trasferimento di potere. Allo stato dei fatti però la coalizione sta lavorando in nome della propria agenda e non in nome del popolo yemenita e dei suoi diritti umani. La coalizione ha creato propri gruppi contro il governo legittimo e si tengono il petrolio (vitale per l’economia Yemenita), i porti (fondamentali per l’arrivo di merci e farmaci) e le isole (importanti in quanto rappresentano punti di appoggio per difesa delle rotte commerciali navali di tutto il mondo). Inoltre, la coalizione impedisce ai leader yemeniti di tornare al proprio paese e al presidente Hadi di tornare nella capitale provvisoria. È una colazione che sta occupando lo Yemen e ne distrugge l’unità nazionale. Lo Yemen è una realtà di cui spesso si tace, è una realtà che vive la più grande catastrofe umanitaria della storia. Lo Yemen è una realtà che vive di carestia, di colera, di malattia, di scarsità di acqua, di scarsità di farmaci, di mancanza di servizi sanitari e di base. Lo Yemen è una realtà in cui muoiono giornalmente bambini, uomini e donne sia per la guerra, sia per le malattie, sia perché spesso viene impedito ai soccorsi di arrivare nelle zone di emergenze.

Tawakkol pone un’altra domanda per poi dare la sua risposta: “Tutto il caos è stato pubblicizzato come atto di terrorismo, ma chi lo ha chiamato così? Chi vende il marchio?”. Tawakkol ci dice che i regimi sfruttano l’estremismo, affermano che tutto questo è nato dalla primavera araba e minacciano che il terrorismo è l’unica alternativa. Tirannide e terrorismo si alimentano a vicenda e dice: “ogni dittatore è un terrorista e ogni terrorista è un dittatore, entrambi abusano della regione”. Vi è un collegamento tra il tradimento della primavera araba e il terrorismo, se si crea l’autoritarismo allora nasce il terrorismo. I regimi dicono che la scelta è tra la tirannide o la guerra, la tirannide o l’occupazione, tra la tirannide o le milizie. Sono scelte presentate dalla dittatura che cerca di far rinascere i regimi caduti e che crede di poter fermare il progresso della storia. Ma, queste dittature, non si rendono conto del potere della verità e del popolo che alla fine vincerà inevitabilmente. Tawakkol presenta la terza opzione: la libertà e la democrazia. In questo senso l’educazione ha la priorità in quanto porta alle parti opportunità per i cittadini, lo stesso Yemen ha portato avanti la primavera araba per l’istruzione (l’analfabetismo tocca il 70%), e la tecnologia può aiutare a sfondare le barriere per creare una vera comunità globale e solidale. Solo le persone istruite possono e hanno il dovere cambiare il mondo.

Tawakkol infine ci dice: “Fratelli e sorelle, sognatori per i diritti umani, la sfida è alle politiche effettive della comunità internazionale che creano di continuo ostacoli ai diritti umani. La primavera araba è un appello a tutto il mondo, un appello per combattere per la libertà e la democrazia, un appello alla trasparenza dei governi per chiedere “perché sostenete questa dittatura? Perché il silenzio contro questi crimini?”. E aggiunge che la sfida per gli attivisti è quella di creare una rete di solidarietà in ambito internazionale, ciò è necessario per la speranza di un mondo in cui si possa vivere con dignità. Occorre una rete globale di diritti umani per lavorare ad una società civile globale e far sentire a tutti che possiamo salvare questo mondo e che possiamo farlo insieme. Che siamo più forti di loro, che sopravvivremo e vinceremo.Il destino è vincere, ad ogni rivoluzione è seguita una grande controrivoluzione ed abbiamo sofferto in entrambe. La controrivoluzione è la vera base del processo che porta la gente a vincere. Occorre stare dalla parte di chi lotta per i diritti, che occorre stare con il futuro. Il futuro sono le persone, non i dittatori!

Rainer Maria Baratti
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