Fratelli traditi, l’ultimo libro di Gian Micalessin

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L’ultimo libro di Gian Micalessin descrive le sofferenze patite dalle comunita cristiane nella Siria distrutta dalla guerra Civile.

Un lungo lavoro di indagine e di raccolta di testimonianze durato anni sviluppato durante i tanti viaggi del reporter in Siria.

Questo libro è un percorso che tu hai fatto in Siria, seguendo le storie dei cristiani perseguitati, come è partito questo percorso?

Questo percorso è iniziato nel 2012, quando cercavo un punto di vista per raccontare la guerra civile che era in corso in quel momento in Siria. Una guerra raccontata in quel momento in bianco e nero, dove c’era un solo cattivo, Bashar al-Assad, definito il dittatore che massacrava la propria popolazione; mentre tutti gli altri, i ribelli, sembravano i combattenti per la libertà. Ma ciò che mi sembrava strano era che nessuno in Europa e in Italia si ricordasse dei cristiani della Siria. Siria dove il cristianesimo è nato, dove San Paolo ha iniziato la sua opera di conversione che ha portato poi il cristianesimo nel medio oriente. Dove erano finiti quei cristiani? Con questa domanda me ne andai per la prima volta in Siria nel settembre del 2012. Il primo incontro fu un incontro profetico, una specie di illuminazione, proprio lì al memoriale di Damasco dove San Paolo era caduto fulminato, incontrai padre (nome indistinguibile), che scendeva per la prima volta da un piccolo in villaggio in cui era il parroco di una piccola comunità di cristiani. In quel villaggio erano arrivati per primi i ribelli, e quello che questo prete mi disse è “guardate che la guerra che raccontate voi è una guerra completamente sbagliata, perché i ribelli sono venuti nel mio villaggio e hanno massacrato 84 soldati che si erano arresi, se queste persone andranno al potere la Siria non sarà sicuramente un paese libero”. Allora lì capii che c’era qualcosa che non funzionava, nell’informazione sulla Siria e che qualche massacro di troppo veniva attribuito al regime mentre alcuni massacri dei ribelli non venivano contati. Allora raccontare la storia dei cristiani in Siria divenne un po’ raccontare il lato oscuro della guerra, di cui noi vedevamo solo un versante.

Tu sei molto esperto riguardo alla Siria, cosa puoi dirci degli ultimi cambiamenti nella situazione siriana? Hai visto delle evoluzioni nel paese? Quali sono le ultime informazioni e notizie che giungono dai tuoi contatti?

Per fortuna il punto di vista sulla guerra è un po’ cambiato ma con molta fatica. C’è stato un grande inganno mediatico, quello che oggi chiamiamo fake news, abbiamo dimenticato i nostri fratelli cristiani, abbiamo dimenticato i nostri valori, la nostra identità e le radici della nostra società. Abbiamo dato spazio a ribelli che venivano considerato portatori di libertà, quando erano semplicemente portatori di un terrorismo jihadista assassino che poi è arrivato fino a noi, fino a Parigi e a Berlino. Ci ha colpito proprio per mano di coloro che noi pensavamo fossero portatori della libertà.

La tua è anche una denuncia di disinformazione sul campo, ma perché l’occidente si beve questa disinformazione?

La guerra di Siria era voluta principalmente dall’amministrazione americana che aveva deciso di mettere fuori gioco Bashar al-Assad per una serie di motivi tra i quali il fatto che Bashar al-Assad rappresenta un ponte tra l’Iran e Hezbollah, quindi è un segmento importante di quella fazione Sciita che per l’amministrazione Obama era da eliminare. In parte perché minaccia Israele, in parte perché mette in discussione la stabilità di altri paesi come l’Arabia Saudita. Quindi su questa base si è costruita una guerra fatta di propaganda e di massacri attribuiti al regime, il massacro di Hula è uno dei più famosi. E ricordiamoci che sul sito della BBC, il fotografo italiano Franco di Lauro scoprì per caso una sua foto fatta in Iraq dieci anni prima con cui si descriveva questo massacro attribuito al governo. Alla faccia di una BBC che oggi si proclama come una delle più risolute antagoniste delle fake news.

Dalle testimonianze che abbiamo letto sul tuo libro, traspira la sofferenza delle comunità cristiane e l’impotenza rispetto una guerra che li ha travolti, isolati e decimati. Un modello che è stato attuato anche in Iraq dall’ISIS. Una testimonianza che ho raccolto io stesso mi ha fatto riflettere. Un prete mmi disse “voi a Roma non potete comprendere cosa significa essere una minoranza in questi paesi”. È possibile, Gian, che noi davvero non riusciamo a decontestualizzarci dalle nostre vite e a capire queste tragedie?

Non è solo possibile, è la tragica verità. Siamo in un Occidente che ha dimenticato i propri valori e la propria identità, è un occidente che si vergogna di essere cristiano e si vergogna della propria fede. Per questo non abbiamo voluto vedere questa guerra per quello che era. Ma ci siamo dimenticati ancor prima di quello che erano i cristiani dell’Iraq, ricordiamoci che la persecuzione dei fratelli cristiani in Iraq inizia subito dopo la caduta di Saddam Hussein. Paradossalmente quelli che chiamiamo dittatori come anche Bashar al-Assad, sono quelli che hanno permesso ai cristiani di convivere a fianco dei musulmani. Con la scomparsa di questi dittatori i primi a subirne le conseguenze sono stati i cristiani, quindi forse dobbiamo fare una profonda riflessione sulla valenza delle guerre combattute in Medioriente dall’occidente.

Come mai l’Europa ma anche il vaticano non sono riusciti a trovare una linea politica per proteggere queste comunità cristiane?

Perché la linea politica in Europa è stata quella di completo appiattimento su quella dell’amministrazione americana. Ricordiamoci l’Italia che era il secondo partner commerciale della Siria, il primo in ambito europeo. Nel 2012, in piena crisi del governo Monti accettammo le sanzioni imposte dall’Europa e rinunciammo a tutti i trattati commerciali con la Siria. Ma ricordiamoci il presidente Napolitano che nel 2010 era andato in Siria in viaggio, aveva conferito una onorificenza del Quirinale a Bashar al-Assad definendolo un grande protettore dei cristiani e nel 2012, al secondo anno della guerra civile tolse l’onorificenza e lo definì una specie di mostro assassino. Questa è stata la tremenda ipocrisia di questa guerra, condotta seguendo una politica dettata dagli Stati Uniti, da Obama che nel 2012 perse un ambasciatore ucciso a Bengali mentre tentava di portare le armi prese ai gruppi jihadisti che in Libia per darle a gruppi jihadisti che combattevano in Siria, contro i cristiani e contro Bashar al-Assad. In tutto questo dalla Siria ci dicevano “guardate questi non sono combattenti per la libertà, sono quelli che vengono per ucciderci”. Ma noi non ascoltavamo, e non ascoltava neanche il Vaticano, perché molto spesso le notizie che venivano dalla Siria erano in contrasto con quelle che venivano da nunzi in Libano o dalla Giordania, che trasmettevano notizie confuse.

Anche nel tuo libro tu lo evidenzi, le grandi alleanze economiche che si basano sul petrolio sono fatte con paesi islamici o quantomeno non a componente cristiana maggioritaria. È per questo poi che a livello internazionale non si riesce ad avere una politica comune?

Non dimentichiamoci che la nostra alleanza nella guerra di Siria è stata con l’Arabia saudita, con la Turchia, con il Qatar, e poi ci siamo stupiti che cinquemila combattenti jihadisti europei siano usciti dai nostri confini e siano andati a combattere in Siria. Ma nel 2011-2012 i servizi segreti europei collaboravano con quelli turchi e dividevano una base al confine con la Siria per facilitare l’afflusso di combattenti che andassero contro Bashar al-Assad e contro i cristiani. Quindi abbiamo direttamente favorito l’afflusso dei combattenti che si sono uniti all’ISIS e ci hanno colpito a Parigi a Berlino e a Londra. Ma non dimentichiamoci Maaloula nel 2013, città cristiana che viene assediata da Al-Qaeda, che a New York aveva attaccato le torri gemelle, e gli americani, pensando a bombardare Bashar al-Assad, sono stati a guardare mentre i cristiani venivano attaccati.

Abbiamo parlato di valori cristiani, potremmo dire che sono il centro del tuo libro. C’è in Russia un ritorno alla tradizione, quella ortodossa, nel modo in cui il presidente Putin si sta comportando?

Diciamo che Putin ha fatto un’opera di sincretismo politico e religioso, non rifiuta quel passato comunista e sovietico della Russia ma sicuramente non dimentica la grande anima cristiana della Russia e quindi un grande abbraccio con la chiesa ortodossa. Ha ritrovato le radici del suo popolo senza però buttare alle ortiche un passato molto recente di cui Putin è stato anche lui parte ma che resta patrimonio di tutto il popolo russo. E in questo ha trovato una comunanza con il suo popolo che non sembra essere lontano dalla sua visione. Mentre l’Europa dimentica le sue radici, dimentica il suo passato, perde la propria identità. Forse per questo la visione dei giochi politici internazionali resta più lucida in Putin, mentre l’occidente sembra brancolare nel buio di quello che è e che dovrebbe essere.

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