GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Monthly archive

febbraio 2018

Siria: Save the Children, il cessate il fuoco nel Ghouta orientale in fumo già il primo giorno

MEDIO ORIENTE di

A causa dei bombardamenti intensi, l’Organizzazione è stata costretta a sospendere le distribuzioni di aiuti umanitari previste in mattinata 

Il cessate il fuoco di cinque ore al giorno proposto dal presidente russo nell’enclave assediata del Ghouta orientale è andato in fumo già il primo giorno, con colpi di artiglieria e attacchi aerei che sono stati riportati tra le 9 e le 14 odierne in molte zone, tra cui Harasta e Douma, e che hanno causato numerose vittime tra i civili. A causa dei bombardamenti intensi – con 32 attacchi aerei registrati tra le 12 e le 14 – abbiamo dovuto sospendere la distribuzione di aiuti umanitari programmate per questa mattina, denuncia Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro.

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Cambio al vertice dell’Esercito Italiano, il Gen. Farina nuovo Capo di Stato Maggiore

SICUREZZA di

Si è svolta a Roma  nella caserma “Rossetti”, all’interno del comprensorio militare “Cecchignola”,  la cerimonia di avvicendamento nella carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito tra il Generale di Corpo d’Armata Danilo Errico e il parigrado Salvatore Farina.  La cerimonia è stata preceduta dall’omaggio alla tomba del Milite Ignoto con la deposizione di una corona d’alloro all’Altare della Patria, segno di deferente ricordo dei caduti di tutte le guerre.

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Somalia, la missione italiana EUTM dona medicinali alla clinica infantile di Mogadiscio

SICUREZZA di

A seguito del tragico attentato avvenuto lo scorso 23 Febbraio 2018 a Mogadiscio, i militari italiani della cellula CIMIC (Cooperazione Civile Militare) dell’ Italian National Support Element (NSE) della missione EUTM Somalia (European Union Training Mission Somalia – , a guida italiana dal 2014, hanno donato uno stock di medicinali a favore di una clinica per madri e per bambini nel distretto di Shangani presso il centro della città di Mogadiscio.

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ANPAS, CRI e MISERICORDIE in forte disaccordo con la proposta normativa  su formazione soccorritori

EUROPA/SICUREZZA di

La proposta in discussione oggi su formazione soccorritori è uno scempio, auspichiamo soluzione condivisa con le regioni.

 “Anpas, Croce Rossa Italiana e Misericordie, in considerazione della riunione odierna del Gruppo di Coordinamento Sub Area Urgenza Emergenza della Commissione Salute, fanno appello al Ministro e agli Assessori Regionali affinché venga immediatamente fermato quello che considerano uno scempio, ossia, il riordino dei programmi di formazione per il riconoscimento e la certificazione della figura del soccorritore (con particolare riferimento a quella dell’autista soccorritore).

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Siria, il Ghouta trappola mortale per 350.000 civili

MEDIO ORIENTE di

Save the Children chiede il cessate il fuoco.

I bombardamenti governativi contro le forze di opposizione al gverno di Assad stanno provocando un numero altissimo di vittime,  si contano 1.285 feriti e 237 morti in due giorni e mezzo, tra il 18 febbraio e la mattina del 21 febbraio ma nel complesso sono 350.000 i civili che restano intrappolati.

Colpiti anche gli ospedali, come ha denunciato Save The Children, e nei rifugi i bambini sono senza acqua e cibo con il rischio di esporsi a malattie e infezioni.

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Bruxelles, blocco delle Sovvenzioni alle centrali Fossili entro il 2025,

EUROPA di

GreenPeace “Oggi il buon senso ha vinto sulla lobby fossile”

A bruxelles le votazioni per la riforma del mercato energetico hanno portato ad un risultato atteso da tempo dalle organizzazioni per la tutela dell’ambiente come Greenpeace, la commissione energia del parlamento Europeo ha proposto alcune restrizioni sui discussi meccanismi di sovvenzione alle aziende energetiche.

In particolare il provvedimento denominato “Capacity Mechanism”, che consente di mantenere stand by le centrali fossili, sarà concesso solo come ultima risorsa.

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World Reporter, Antiriciclaggio e lotta alla criminalità organizzata

BOOKREPORTER di

In questa Puntata di World Reporter parleremo della lotta alla criminalità organizzata e in particolare di Antiriciclaggio con Giuseppe Miceli,Giurista abilitato alla professione forense,Professore a contratto Università Niccolò Cusano. Commenteremo le News della redazione di European Affairs Magazine e i fatti internazionali più rilevanti della settimana, buon ascolto!

 

 

Foiba Rossa, presentato alla Camera dei Deputati il libro a fumetti su Norma Cossetto

BOOKREPORTER di

Nel libro a fumetti sceneggiato da Emanuele Merlino e disegnato da Beniamino Delvecchio la storia di Norma Cossetto, giovane donna istriana violentata e uccisa nelle foibe nel dopo 8 settembre 1943.

Una storia spesso dimenticata  quella delle foibe e dei martiri istriani, nel 2005 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha concesso alla martire Cossetto la medaglia d’oro al valore civile con le seguente motivazione «Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio. Villa Surani 5 ottobre 1943». Un riconoscimento che desta speranza ai tanti esuli Istriani, Dalmati e Giuliani che dovettero abbandonare la loro terra e cercare rifugio dove possibile, scampando ad un periodo di vendette e di rivalsa che in quel periodo attanagliava tutto il paese e in particolare quelle zone di confine.

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Dopo la battaglia nessuno ricorda la questione curda

MEDIO ORIENTE di

Un vecchio detto di quel popolo recita: “I Curdi hanno come amici solo le loro montagne”. Sembra che la saggezza popolare colga ancora nel segno meglio di ogni analisi politica o di ogni promessa pur dispensata a piene mani. Anche se, dopo aver letto dei loro sacrifici, le opinioni pubbliche occidentali hanno imparato a conoscere ed apprezzare qualcosa della storia dei curdi i diffusi sentimenti di simpatia non sembrano essere bastato a spingere i Governi occidentali a un minimo di riconoscenza. I curdi di Siria e di Iraq sono stati la forza di combattimento piu’ efficace per fermare l’avanzata dei seguaci del “Califfo” che sembrava irresistibile e sono stati altrettanto utili per la riconquista dei territori occupati dai fanatici islamisti. Ciò che però li ha fatti amare da europei e americani non è stato soltanto il coraggio dimostrato sui campi di battaglia, ma anche il fatto che, pur essendo di religione islamica, vivano la loro fede senza alcuna intolleranza verso altre religioni e sembrino condividere i valori che ci appartengono. Molti di loro han vissuto o studiato all’estero e parlano piu’ lingue e, quasi ovunque, le donne nelle loro società non sono discriminate né sottomesse.

Tuttavia, la realpolitik non considera la riconoscenza né la simpatia e, come nel passato, le promesse ricevute e le aspettative che ne derivavano sono state tradite. È successo prima in Iraq e ora in Siria.

BREVE STORIA RECENTE: IRAQ

Forte dei meriti conquistati sui campi di battaglia e convinti che si dovesse in qualche modo obbligare Baghdad a venire a patti piu’ favorevoli, il Governo regionale del Kurdistan iracheno (KRG) aveva indetto lo scorso 29 settembre un referendum consultivo tra la propria popolazione chiedendo se si voleva l’indipendenza. Come ampiamente previsto, il 93 percento dei votanti rispose affermativamente e il Presidente Regionale, Massoud Barzani, pensò che o si sarebbe realizzato il sogno che i curdi coltivavano da almeno un secolo o, nel peggiore dei casi, avrebbe potuto negoziare con il Governo iracheno da una posizione di maggior forza. Naturalmente sapeva che Iran, Turchia e Baghdad stessa erano state contrarie fin dall’inizio a quella consultazione e lo avevano diffidato dal tenerla, minacciando ritorsioni. Anche Washington lo aveva invitato a posporre il voto, giudicandolo inopportuno in quel momento. Ugualmente si erano espressi i Governi europei. Israele, al contrario ma sottovoce, si era pronunciata a favore, così come fecero qualche ex diplomatico e politici stranieri. Barzani si era convinto che, in caso di un voto plebiscitario, anche le potenze riluttanti avrebbero dovuto accettare lo stato di fatto e i rappresentanti curdi residenti nei vari paesi lo confortavano in quella convinzione. La realtà fu ben diversa e immediatamente dopo il voto Iran e Turchia annunciarono di chiudere tutti valichi di frontiera con il Kurdistan e di impedire il sorvolo di qualunque aereo diretto agli aeroporti della Regione. Contemporaneamente, il Primo Ministro iracheno Al Abadi inviò proprie truppe affiancate da milizie sciite contro le città e le aree strappate dai Peshmerga all’ISIS e le riconquistò quasi senza colpo ferire. L’obiettivo principale della manovra irachena fu Kirkuk, il centro petrolifero per eccellenza, che dalla conquista da parte curda era diventato la maggior fonte di introiti per il Governo di Erbil. La vendita era fatta direttamente attraverso un nuovo oleodotto che arrivava in Turchia rimanendo interamente sul territorio controllato dal KRG. Kirkuk era stata una città abitata prevalentemente da curdi ma arabizzata durante gli anni di Saddam Hussein. Nonostante Erbil la reclamasse, dopo la liberazione dalla dittatura non fu inserita nella Regione Autonoma e, ancora prima dell’inizio del conflitto con lo Stato Islamico, rimase uno dei contenziosi sempre aperti tra la capitale nazionale e quella regionale. Un altro forte motivo del contendere è una diversa interpretazione della Costituzione irachena (approvata con voto popolare) in merito al possesso e allo sfruttamento dei nuovi pozzi petroliferi. I curdi sostengono che solo quelli in territorio arabo debbano essere gestiti a livello statale, mentre quelli nuovi aperti e sfruttati nel Kurdistan devono essere gestiti, anche per la vendita, direttamente dalla Regione. Naturalmente, Baghdad sostiene che tutto quanto si trovi all’interno dello Stato Iracheno costituisca una proprietà statale indivisibile e che la commercializzazione del petrolio debba tutta passare dall’Ente statale SOMO. Anche i diritti doganali sono un oggetto del contendere perché’ Erbil rivendica a sé tutto quanto derivi dalle merci in transito sul proprio territorio. Perfino nelle modalità di accesso c’erano differenze: se un Europeo atterrava a Baghdad, per entrare nel Paese doveva essere munito di visto; se, invece, si fosse diretto solo in Kurdistan nessun visto gli era richiesto.

A seguito di quel contenzioso e nonostante numerosi tentativi di negoziazione, dal febbraio 2014 Baghdad ha sospeso il pagamento del 17% del budget pubblico statale che, secondo Costituzione, dovrebbe essere versato al KRG. Nel frattempo, nel 2013, cominciarono gli scontri con le truppe del “Califfo” e l’eliminazione delle entrate previste fece sì che la situazione economica della Regione iniziasse a diventare rischiosa. Fino a quel momento il Kurdistan era andato sviluppandosi velocemente grazie a investimenti locali e stranieri e alle nuove entrate petrolifere. Purtroppo la fine dei versamenti in arrivo da Baghdad, i prezzi in calo del petrolio (tra l’altro venduto necessariamente a prezzi piu’ bassi del valore di mercato, causa le diffide lanciate dal Governo iracheno a chi avesse comprato direttamente dai curdi), il costo della guerra in corso e il dover provvedere alla gestione di quasi due milioni di rifugiati (la popolazione autoctona della regione curda non arriva ai sei milioni) misero le finanze del Governo locale in ginocchio. Una grande fetta degli abitanti lavora nell’apparato pubblico o dipende da esso e, per la carenza di denaro, molti stipendi dovettero essere tagliati anche del 75%. Baghdad aveva interrotto anche l’aiuto umanitario destinato ai rifugiati ed elaborato un piano finanziario per il 2018 che prevedeva forti tagli delle somme destinate alla regione curda. Fu anche per cercare di tacitare il calo dei consensi popolari e obbligare gli altri partiti a ricompattarsi attorno al Governo che il Presidente Barzani decise il referendum. Non tutti erano convinti che fosse la soluzione giusta ma opporvisi pubblicamente sarebbe suonato come il tradimento di una secolare ambizione comune.

L’intervento dell’esercito iracheno e delle milizie sciite iraniane di Al Shaabi su Kirkuk sembra sia stato preceduto da un colloquio del Generale iraniano delle Guardie Rivoluzionarie Qassem Suleimani con alcuni esponenti del partito (PDK) del defunto leader Jalal Talabani e tutti oggi pensano che ciò spieghi perché’ i Peshmerga filo-PDK dispiegati alla difesa della città si allontanarono senza combattere appena le truppe nemiche si avvicinarono. La reazione del partito di Barzani fu immediatamente di gridare al tradimento e forti critiche furono lanciate verso gli USA che, implicitamente, avevano consentito l’operazione senza battere ciglio. Furono notati sul campo carri armati e armi a suo tempo forniti dagli americani agli iracheni per essere usate contro lo Stato Islamico e questo confermò i curdi nella convinzione che anche gli “amici” americani avevano tradito chi era stato fino a quel momento il loro maggiore alleato nella zona.

BREVE STORIA RECENTE: SIRIA

Anche in Siria, le forze di combattimento curde sono state indispensabili per la sconfitta dell’ISIS. Dopo la strenua difesa di Kobane ampiamente coperta dai media occidentali, i curdi avevano dato vita ad un esercito che, oltre ai locali Peshmerga, comprendeva gruppi arabi uniti a loro nella lotta contro i terroristi. Nella Siria degli Assad i curdi non erano considerati cittadini come gli altri e non godevano della cittadinanza o degli stessi diritti degli altri cittadini. Piu’ volte erano stati aperti contatti con il Governo di Damasco per ottenere un riconoscimento o una qualche autonomia gestionale, ma sempre con scarso successo. Allo scoppio del fenomeno ISIS e non parteggiando per Assad, le comunità curde avevano approfittato della situazione per creare una loro “zona franca” e impedire allo Stato Islamico e a chiunque altro di entrare nei loro territori. Ciò aveva consentito all’esercito siriano di concentrare le proprie forze su altri campi di battaglia, lasciando che fossero i curdi stessi a contrastare il comune nemico in quelle aree. Chi non si disinteressò, invece, di ciò che succedeva in quei luoghi fu la Turchia che denunciò il locale partito PYD di essere legato al PKK (considerato internazionalmente un gruppo terrorista curdo-turco). I Peshmerga siriani, la forza armata del partito denominata YPG, fu accusata immediatamente di ricevere armi e ordini dal PKK. La cosa è verosimile, anche se sia il PYD si l’YPG hanno sempre smentito ogni collegamento. Per questi motivi, durante l’assedio di Kobane, Ankara impedì che curdi di Turchia potessero unirsi ai difensori della città e, solo dopo le pressioni internazionali, consentì che vi arrivassero Peshmerga del partito iracheno PDK, considerati più vicini ai propri interessi. Va però aggiunto che, almeno in un primo tempo e non ufficialmente, armi turche erano a disposizione dello Stato Islamico per essere usate sia contro Saddam sia contro i curdi di Siria. La preoccupazione della Turchia era, fin dall’inizio, che una possibile caduta del regime di Damasco consentisse la nascita di una nuova enclave curda vicino al proprio confine. Se fosse nata una regione amministrata da curdi o addirittura se fosse nato uno Stato curdo in Siria, ciò avrebbe galvanizzato i seguaci del PKK incoraggiandoli nella loro lotta e rendendo piu’ difficile bloccare il desiderio di autonomia curda all’interno della Turchia. Anche quando Ankara, dopo l’accordo con i russi, virò decisamente a favore della lotta contro gli Islamisti, la preoccupazione che nessuna enclave curda potesse nascere in Siria continuò a essere presente nei suoi incubi.

Chi, al contrario, vide nell’YPG una forza utile per i combattimenti sul campo furono i russi e gli americani. La Russia nel periodo di forte crisi con Ankara aveva consentito a Mosca l’apertura di un ufficio di rappresentanza del PYD e si suppone che abbia anche contribuito agli armamenti dell’YPG. Gli Usa, con la filosofia di “No boots on the ground” videro nei Peshmerga siriani le truppe di terra che non volevano mandare direttamente e organizzarono addestramenti, informazioni tattiche e fornitura di armi letali. L’accordo tra americani e curdi siriani si dimostrò molto efficace sul campo di battaglia e i miliziani dell’YPG cominciarono a dilagare anche fuori dalle aree abitate prevalentemente da curdi. Nella conquista della “capitale” dell’ISIS, Raqqa, il loro contributo fu determinante, così come lo fu nella conquista di molti altri villaggi. Preoccupati che russi, turchi e iraniani si fossero messi d’accordo per spartirsi il futuro della Siria, con o senza Assad, gli americani individuarono nei curdi una loro possibile roccaforte nell’area e, all’inizio di gennaio, annunciarono l’intenzione di continuare a presidiare l’area assieme ai curdi, anche finita la guerra, con almeno 30.000 soldati. Evidentemente, perché’ questa ipotesi potesse realizzarsi, occorreva che gli americani dessero per scontato che una qualche entità istituzionale curda potesse nascere in loco. Fu questa ipotesi a convincere definitivamente Ankara ad intervenire direttamente, prima che fosse troppo tardi.

LA SITUAZIONE OGGI IN IRAQ

Come abbiamo visto, la situazione economica della Regione Autonoma Curda si trova oggi in gravi difficoltà, perfino piu’ pesante dopo la perdita di Kirkuk e la rinuncia del Presidente Barzani ad accettare una proroga del suo mandato. Il Governo di Al Abadi è uscito finora vincente dal confronto e sta cercando di capitalizzare quanto ottenuto imponendo ai curdi condizioni inaccettabili che costituiscono un passo indietro perfino rispetto all’autonomia prevista dalla Costituzione e alle libertà di cui già godevano. I posti di frontiera con l’Iran sono stati rimessi in funzione e dal 16 gennaio sembrerebbe che anche un accordo per la riapertura degli aeroporti possa essere raggiunto. Tuttavia, tra le condizioni poste ( ben tredici) per iniziare nuove negoziazioni ci sono: a)la dichiarazione scritta che il referendum sia considerato totalmente nullo, b)la rinuncia ad ogni futura richiesta di indipendenza, c)negli aeroporti curdi di Erbil e Suleimaniya devono essere presenti rappresentanti permanenti dell’Autorità dell’Aviazione Civile Irachena, d)tutti i valichi frontiera, compresi quelli con la Turchia, devono non essere piu’ controllati da forze curde ma solo da quelle irachene, e)tutti i pubblici ufficiali curdi che vogliono recarsi all’estero per qualunque motivo devono ottenere l’autorizzazione da Baghdad, f)tutti i futuri proventi doganali o derivanti dalla vendita di petrolio devono essere lasciati alle autorità Federali e la vendita degli idrocarburi deve essere effettuata solo attraverso la SOMO (l’Ente petrolifero nazionale), g)il controllo delle dighe su territorio curdo dovrà passare sotto il controllo dello Stato centrale, ecc.

È evidente che queste richieste, se mai saranno accolte, significano la fine non solo della (im)possibile indipendenza ma anche di gran parte dell’autonomia usufruita in precedenza. Il controllo iracheno di aeroporti e frontiere implica che gas, petrolio e traffici di merce varia saranno strettamente controllati da Baghdad e non sarà piu’ possibile per il KRG condurre qualunque tipo di affare con società straniere senza il permesso del Governo centrale. Perfino l’impossibilità di recarsi all’estero senza autorizzazioni per i pubblici ufficiali significa che i rapporti internazionali, tessuti accuratamente dai curdi in questi anni, dovranno anch’essi sottostare al placet iracheno.

La rinuncia di Massoud Barzani alla posizione di Presidente (nonostante resti il capo carismatico del partito di maggioranza PDK) si era resa indispensabile per cercare di rendere possibile il dialogo con le Autorità centrali senza una presenza diventata troppo ingombrante per il suo ruolo nell’indizione del referendum. Tocca ora al cugino, il Primo Ministro Nechirvan Barzani, giocare il ruolo del “moderato” e in questa veste, per cercare supporto, si è recato a Parigi, a Davos e ha chiesto di incontrare Erdogan. Nella località svizzera ha potuto incontrare molti capi di Stato e anche il Segretario di Stato americano Tillerson. Sia quest’ultimo che Macron, così come hanno fatto altri esponenti politici di altri Paesi (pure l’UE) sono intervenuti su Al Abadi, invitandolo ad aprire i negoziati senza irrigidirsi. Almeno in apparenza tutte queste azioni diplomatiche hanno ottenuto un qualche successo, tant’è che Baghdad ha preannunciato l’istituzione di una commissione parlamentare composta da curdi e da arabi iracheni che avrà il compito di affrontare tutti i motivi della discordia. Sarà composta da sette persone, di cui però cinque arabe e solo due curde. La strada di un possibile accordo è però complicata dal fatto che a maggio si terranno le elezioni nazionali e locali in tutto l’Iraq e ciò obbliga i politici delle due parti ad essere prudenti nelle rispettive concessioni. Che la situazione resti molto complicata lo si può vedere dal seguito dell’incontro avvenuto a Davos tra Al Abadi e Nechirvan Barzani. Dopo il loro colloquio avvenuto in forma riservata, il Primo Ministro iracheno ha detto ai giornalisti (e ripetuto nel suo intervento ufficiale) che un accordo era stato raggiunto in merito alla diatriba petrolifera e che i curdi avevano accettato di lasciare tutto nelle mani della SOMO. Appena informato della cosa, il Barzani si è precipitato a smentire quanto affermato dalla controparte dicendo che si trattava di una menzogna e che il loro (breve) incontro aveva solo accennato ai vari problemi senza nemmeno toccare la questione petrolifera. Il ministro curdo ha aggiunto che l’unico accordo raggiunto era che ci sarebbe stato un altro incontro nella settimana seguente.

Mentre la contrapposizione con Baghdad quindi continua, anche in casa curda i problemi non mancano. Il partito dell’Unione Islamica del Kurdistan, il maggior partito islamico della regione, ha annunciato di voler uscire dalla maggioranza di Governo per unirsi agli altri due partiti di opposizione, Goran e il Gruppo Islamico Curdo che già si erano ritirati in precedenza dopo esservi entrati nel 2013. Il Governo resta stabile poiché’ su 111 parlamentari 38 appartengono al PDK, 18 al PUK e altri voti utili sono quelli del piccolo Partito Cristiano e quello dei Turkmeni, consentendo così di arrivare a 72 voti. Anche il maggior alleato del PDK, il PUK, dopo la morte del suo capo carismatico Talabani attraversa un periodo di grande incertezza. Da piu’ di due anni non riesce a tenere il previsto congresso ed è sostanzialmente diviso in almeno tre spezzoni. La voce piu’ importante al suo interno resta quella della signora Hero Talabani, moglie del defunto leader, che ha potuto imporre uno dei figli, Qubad, al posto di Vice Primo Ministro. Tuttavia le contestazioni contro di lei sono in costante crescita e viene da molti ritenuta la vera causa della crisi interna. Hero Talabani è donna di fortissimo carattere e fu una combattente tra i Peshmerga nelle guerre contro Saddam, rimanendo pure ferita in combattimento. La persona che sembrava potesse far contenti tutti, almeno in attesa del congresso annunciato ora per il 5 marzo prossimo, sarebbe stato il Vice Presidente del Kurdistan Kosrat Rasul, già capo dei Peshmerga di Suleimaniya. Costui era appena rientrato dalla Germania ove si era recato per ricevere importanti cure mediche e qualcuno aveva pensato di affidare a lui l’incarico ad interim per guidare il partito fino al congresso. Lui stesso aveva annunciata l’intenzione di creare un nuovo esecutivo provvisorio con l’intento di includervi rappresentanti di tutte le fazioni. Il tentativo è però fallito per l’opposizione di alcuni membri dell’Ufficio Politico in carica che hanno rifiutato di dimettersi. Non manca di qualche peso anche il sospetto che una parte del partito abbia “negoziato” il ritiro da Kirkuk con gli iraniani. Ai due Barzani e al PDK non conviene enfatizzare troppo tale questione per non dover subire ricadute nella maggioranza che sostiene il Governo ma è certo che la cosa prima o poi tornerà a galla.

LA SITUAZIONE IN SIRIA

Il 20 gennaio scorso, con un’operazione chiamata (ironicamente?) Ramo d’Ulivo, l’artiglieria e gli aerei turchi hanno iniziato il bombardamento della zona di Afrin, città vicina al confine e una delle roccaforti dei curdi siriani dell’YPG. Dopo aver dichiarato che lo scopo era quello di “pulire” il terreno dalla presenza dei “terroristi”, le truppe turche sono entrate in territorio siriano e sono arrivate in prossimità della prima città obiettivo. Accompagnate da miliziani dell’Esercito Libero Siriano composto da 25.000 uomini hanno occupato il Monte Bursaya che sovrasta Afrin e conquistato il villaggio di Qestel Cindo che sta ai piedi del monte. Ufficialmente, l’azione turca si era resa indispensabile come risposta ad attacchi di missili curdi contro le cittadine turche di confine Kilis e Hatay ma è certo che il lancio di missili in territorio turco avvenne soltanto dopo i primi bombardamenti subiti dai curdi.

Ankara aveva sempre chiesto agli alleati americani (senza mai ottenerne l’assenso) di poter creare una zona cuscinetto in territorio siriano che non vedesse la presenza di popolazioni di etnia curda e ciò sempre per la paura che avere un’entità curda vicino al confine avrebbe consentita la possibilità di passaggio di armi e gruppi armati da e per il PKK. Aveva anche chiesto che gli Stati Uniti smettessero di fornire armi all’YPG e ne avevano ottenuto una dichiarazione in linea di massima che le forniture sarebbero cessate. Dichiarazione però che diventava poco credibile dopo l’annuncio dell’intenzione americana di creare un corpo di 30.000uomini armati proprio a ridosso del confine. A quel punto Erdogan ha dato il via all’operazione militare, ribadendo che considerava l’YPG, il PYD e il PKK come un’unica organizzazione terroristica e che andasse distrutta in ogni modo. Anche il Primo Ministro Binali Ildirim non è stato da meno e ha annunciato l’intenzione di “liberare” una zona di almeno 30 chilometri a partire dalla stessa Afrin. Non è la prima volta che le truppe turche varcano il confine siriano perché’ già lo fecero con carri armati e aerei nell’agosto 2016 tramite l’operazione detta Scudo dell’Eufrate. Allora, la motivazione data fu la volontà di allontanare l’ISIS dal confine e impedire l’avanzata delle milizie curde.

In realtà Ankara, con l’attuale intervento, oltre a voler impedire la creazione di un Governo curdo locale, vuole anche diventare protagonista ineludibile negli assetti della futura Siria e un’azione militare come quella ora in corso le consentirà di negoziare il futuro da una posizione di relativa forza anche con gli alleati russo e iraniano.

La reazione internazionale all’invasione turca non è stata positiva: i francesi, memori del loro ruolo storico di colonizzatori della Siria, hanno immediatamente chiesto che si riunisse d’urgenza il Comitato di Sicurezza dell’ONU e il Ministro degli Esteri Le Drian ha telefonato al collega turco Cavusoglu chiedendo di fermare ogni ostilità. Anche gli americani avevano, già il 19 gennaio, invitato i turchi a non intraprendere nessuna azione bellica in Siria, garantendo che non avrebbero costituito nessuna forza militare al confine turco siriano. Ciò nonostante i richiami sono caduti nel vuoto, perché come dice un analista politico turco: “Il dentifricio non si può rimettere nel tubetto” e: “Erdogan ha passato il suo Rubicone”. Il vice Primo Ministro turco Bekir Bozdag è arrivato a definire le richieste americane come “vuote e prive di senso”. Non bisogna dimenticare che Erdogan sta da tempo conducendo una cruenta battaglia in patria contro l’etnia curda e che la maggior parte della popolazione lo appoggia in questa direzione. Dopo l’inizio dei bombardamenti, il partito curdo di Turchia l’HDP ha invitato a scendere in piazza per contestare la decisione del Governo ma pochi sono stati i cittadini che hanno raccolto l’invito e anche i partiti che più si oppongono in Parlamento ad Erdogan si sono dichiarati favorevoli all’intervento militare.

Gli americani hanno le mani legate: i loro rapporti con Ankara sono già molto tesi a causa dell’avvicinamento turco a Mosca e per l’arresto di funzionari e diplomatici americani a Istanbul con l’accusa di sostenere i golpisti. Non va dimenticato che, subito dopo il tentato golpe, a tutto il personale americano presente nella base aerea di Incirlik fu proibito di uscire per diversi giorni e che Washington ancora rifiuta di consegnare alla Turchia la presunta mente del colpo di stato Fetullah Gulen.

Sembrerebbe, piuttosto, che prima di lanciare le proprie truppe, Erdogan si sia consultato con Mosca per averne l’avallo, ma dal Cremlino non si fanno commenti. Tuttavia (da fonte russa che cita un giornale turco) sembra che il generale Hulusi Akar a capo dell’esercito turco, prima di effettuare azioni aeree, abbia consultato la sua controparte russa Valery Gerasimov. Di certo, nell’incontro che si è tenuto negli scorsi giorni a Sochi, organizzato da Mosca con l’obiettivo di definire il futuro asseto della Siria, nessun rappresentante curdo è stato invitato, anche per il veto posto dalla Turchia. La conferenza ha previsto la partecipazione di ben 1600 invitati da Iran, Turchia, Russia e dalla stessa Siria. Europei ed americani avevano rinunciato a parteciparvi ribadendo che il luogo e il formato del negoziato rimanevano Ginevra e l’ONU mentre l’inviato ONU, Staffan De Mistura, che già era stato presente ai precedenti incontri ad Astana, ci è andato.

CONCLUSIONI

Le opinioni pubbliche occidentali e la maggior parte dei giornalisti quando parlano dei curdi pensano ad una popolazione compatta, unita dagli stessi interessi e divisa tra vari Stati (Siria, Iraq, Iran e Turchia) solo in base alla decisione di potenze straniere, decisione presa nell’unico interesse di quest’ultime. Ciò è vero solo in parte. Nel corso dei secoli, il popolo curdo ha attraversato storie ed evoluzioni diverse e anche la lingua, di origine simile al farsi, è suddivisa in piu’ dialetti rendendo non sempre facile la comprensione reciproca. Se pur è assodato che tutti condividono formalmente il desiderio di vedersi riunificati in uno Stato/Nazione, gli attuali interessi di ciascuno sono diversi e, a volte, contrastanti. Non è un caso che Massoud Barzani, intervistato dalla BBC, nel rispondere se i Peshmerga curdi sarebbero intervenuti in aiuto dei “confratelli” siriani ad Afrin, si è limitato a dire che condannava l’intervento militare perché “non è con le armi che si risolvono i problemi e mandare i Peshmerga non avrebbe risolto la situazione”. Ha aggiunto: “La piu’ grande assistenza che noi possiamo dare è cercare di fare il nostro meglio per fermare le ostilità”.

Anche in questo caso, la realtà vera è che i curdi iracheni hanno bisogno della Turchia sia come aiuto negoziale con Baghdad sia come unico sbocco per le loro comunicazioni con l’estero. Infatti, raggiungere il Golfo Persico significherebbe dover transitare da Baghdad, la Siria è nella situazione che si sa e di andare verso l’Iran non se ne parla. La stessa Iran è un altro fattore di divisione tra gli stessi curdi iracheni: mentre il PDK di Barzani ha da tempo identificato nella Turchia un interlocutore privilegiato, messo in forse solo dalla questione referendum, il PUK della famiglia Talabani ha da molto tempo un canale di comunicazione privilegiato con Teheran. L’Iran, ha già grande influenza su ogni Governo possa esserci a Baghdad e approfitta dei suoi amichevoli rapporti con il PUK per tenere sotto controllo anche il Governo di Erbil e impedire che la regione sia egemonizzata dai turchi, attualmente alleati ma concorrenti nell’ambizione di esercitare una leadership sul Medio Oriente. Il PUK ha anche contatti “riservati” con il PKK, anche se, piu’ o meno ufficialmente, il Governo Regionale Curdo iracheno collabora attivamente con Ankara nel combattere questi terroristi.

In Siria, nonostante il PYD, attraverso l’YPG controlli il territorio, una buona parte della popolazione curda non vi si riconosce e guarda piuttosto a Barzani come leader naturale. La concorrenza tra le varie fazioni è a volte palese, a volte sotterranea e smentita a gran voce, ma anche le ambizioni personali dei vari leader hanno la loro parte non insignificante.

Di tutte queste divisioni tra i vari gruppi curdi hanno sempre approfittato le potenze straniere interessate a quelle zone e, ahimè, bisogna ammettere che si sono ammazzati piu’ curdi tra loro di quanti ne abbiano uccisi armi straniere. Un esempio eclatante del secolo scorso è la strage degli armeni. È risaputo che furono i reparti curdi arruolati nell’esercito ottomano a commettere i maggiori eccidi; eppure, dove si rifugiavano gli armeni che riuscivano a scappare dalle carneficine? Presso altre tribù curde, nemiche delle prime perché’ affiliate al regno Persiano.

Anche oggi sulla pelle dei curdi si giocano partite che non li riguardano ma cionondimeno li coinvolgono. Quanto sta succedendo in Siria è anche uno scontro incrociato e a distanza tra Iran, USA, Russia, Turchia e monarchie del Golfo. Ognuno di loro vuole avere un modo per controllare tutta l’area, ma soprattutto vuole impedire che sia l’altro a farlo. Lo stesso succede in Iraq ove, non a caso, i curdi di Barzani godono l’appoggio di Arabia Saudita ed Emirati (e Israele) in funzione anti-Iran. L’inerzia (o la complicità) americana a Kirkuk li ha fatti gridare al tradimento perché’ la Regione curda ha rappresentato, e rappresenta, il miglior caposaldo a stelle e strisce in un’area egemonizzata da Teheran.

Tutti, quindi li vogliono, da una parte e dall’altra. Ciò che però tutti gli attori stranieri condividono è che nessuna fazione curda debba poter diventare troppo forte da sola e, soprattutto che i curdi non si riunifichino mai sotto un’unica nazione.

Dario Rivolta
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