Il  Trans Adriatic Pipeline vince le grandi potenze ma si blocca sugli ulivi pugliesi

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Non si ferma la polemica sull’approdo italiano del gasdotto TAP che in Puglia infiamma la protesta dei residenti e degli ambientalisti. Un opera che con i suoi 870 kilometri di lunghezza ha vinto contro i progetti di Mosca e dell’Europea Stessa, Il Nabucco e il SoutStream, ma si è arenata sulle coste italiane.

Il grande risiko dei gasdotti inizia nei primi anni del XXI secolo  quando la politica di sicurezza energetica dell’Europea  necessità di creare rotte alternative al più grande fornitore di gas per le nazioni comunitarie, la Russia.

Tre  i progetti presentati in quegli anni, Il Nabucco che partendo dall’Azerbaijan, avrebbe dovuto passare attraverso la Turchia, superare lo stretto dei Dardanelli e poi dirigersi attraverso i Balcani fino a Baumgarten in Austria, l’hub, lo snodo dove arriva anche il gas proveniente dall’Ucraina, secondo nella lista il Soth Stream e terzo il Trans Adriatic Pipeline.

Per il South Stream la vita del progetto fu molto breve, in contrasto con il Nabucco che percorreva la setssa direttrice fu eliminato quasi subito.

La cordata di multinazionali che sponsorizzava il  Nabucco erano la turca Botas, la bulgara Beh, l’ungherese Fgsz, l’austriaca Omv ed la rumena Transgaz. Nel TAP invece sono coinvolti  gli svizzeri di Axpo, i norvegesi di Statoil i tedeschi di E.On, la BP inglese, l’azera Socar e la francese Total.

Il  South Stream invece vedeva  la presenza di Eni, dei russi di Gazprom, della francese Edf e dei tedeschi di Wintershall.

Il Nabucco e il South Stream entrarono immediatamente in collisione, il primo sponsorizzato dagli Stati  Uniti il secondo progettato da Mosca per realizzare una via alternativa che non passasse attraverso l’Ucraina e le nazioni non gradite come la Romania, la Polonia e la Moldova.

Il primo, il Nabucco,  doveva portare il gas naturale del mar Caspio attraverso il Caucaso e la Turchia fino all’Austria da Azerbaijan, Turkmenistan, Kazakhstan, Uzbekistan, Iran, Iraq, Egitto e cosi via. Molto interessante per l’Unione Europea e sostenuto dalla commissione europea  proprio perché il progetto nasceva da partner europei e diversificava molto le fonti di approvvigionamento, una valida alternativa al fornitore Russo.

All’inizio era sostenuto dalla Commissione UE, perché il progetto era europeo e assicurava una buona diversificazione delle fonti. Piaceva anche a Washington, come alternativa al South Stream, perché escludeva le fonti russe.

Il progetto SoutStream proposto da Mosca doveva avere una conduttura dalla portata di 63 miliardi di metri cubi di gas, compartecipata dal monopolista russo Gazprom, dal colosso italiano ENI, dalle compagnie tedesche e francesi Wintershall ed EDF, dalla greca DEPA e dagli enti energetici nazionali di Montenegro, Slovenia, Serbia e Macedonia.

Mentre Il progetto Nabucco e il Southstream chiudevano la loro stagione di visibilità con il fallimento il terzo progetto quello della Trans Adriatic Pipeline,  il gasdotto di 870 km con l’unica fonte  il gas naturale dall’Azerbaijan, prendeva forma e riusciva ad arrivare alla fase di realizzazione.

Tanti gli scontenti di questa decisione a partire da Mosca che ha visto svanire l’opportunità di mettere al sicuro le forniture di Gas all’Europa evitando i paesi critici, Gli stati Uniti che si sono ritirati con l’unica soddisfazione di non aver visto Putin mettere a segno la sua politica energetica.

In questa guerra in effetti non ha vinto nessuno, perché il progetto che è in fase di realizzazione non è sicuramente il migliore per alcuni motivi che sembrano evidenti l’unico fornitore, l’Azeirbaijan, la mancanza di aziende italiane del consorzio, come abbiamo visto l’ENI aveva puntato su uno dei cavalli perdenti e solo per ultimi anche se non meno importanti i vincoli ambientali di un approdo che non è stato condiviso con le amministrazioni locali.

Il gasdotto è il risultato di una fallimentare politica energetica che l’Italia sta portando avanti ormai da alcuni decenni, tesa al de potenziamento delle aziende italiane del settore e grazie alla loro privatizzazione la sempre maggiore dipendenza da interessi internazionali, le soluzioni più innovative o che avrebbero rappresentato una maggiore sicurezza di approvvigionamento della soluzione SoutStream non hanno avuto il supporto necessario per prendere vita.

 

 

 

 

 

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