GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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agosto 2017

ESERCITO USA SPERIMENTA NUOVO SISTEMA DI TARGETING PER L’ARTIGLIERIA

SICUREZZA di

Le unità di acquisizione obiettivo, le forze sul campo deputate a dirigere il fuoco d’artiglieria sugli obiettivi, hanno testato un nuovo sistema d’arma. I paracadutisti dell’unità “Black Falcon” hanno testato un nuovo sistema portatile e modulare utilizzabile sia di giorno che di notte.

I componenti JETS comprendono un modulo di posizionamento palmare, un modulo di marcatura laser e un modulo angolare verticale azimutale di precisione, tutti gli elementi montati su un treppiede.

I soldati dell’HHB hanno trascorso quattro giorni nella formazione sui nuovi equipaggiamenti presso Fort Belvoir, in Virginia.

I “Black Falcon” hanno testato la strumentazione eseguendo sette salti con le attrezzature da combattimento assicurandosi che il sistema funzioni ancora dopo aver raggiunto il suolo.

Dopo ogni operazione aerea, gli osservatori hanno assemblato l’attrezzatura e iniziato l’attività di identificazione del personale nemico e degli obiettivi in condizioni diurne e di notturne.

“Il test operazionale offre ai soldati l’opportunità di utilizzare, lavorare e offrire i loro suggerimenti su pezzi di attrezzatura che possono influenzare lo sviluppo di sistemi che i soldati futuri utilizzeranno in combattimento”, ha dichiarato il Col. Brad Mock, direttore del test Army Airborne.

L’ATTENTATO DELLE RAMBLAS E LA MANCATA COOPERAZIONE EUROPEA

EUROPA di

Alla domanda “perché proprio la Spagna?”, come perché Nizza, Londra e via dicendo corrispondono diverse reazioni tipiche. Ci sono i complottisti che imputano, nel caso specifico, la responsabilità al Governo spagnolo, reo di non aver collaborato con le forze catalane per dimostrarne l’incompetenza, in vista del referendum per l’indipendenza annunciato (ma non confermato) per i primi ottobre. Ci sono i falchi pronti a lucrare sull’accaduto, politici e non, sui temi connessi alla migrazione, e poi c’è chi cataloga l’atto terroristico alla voce ‘casualità’ (della serie “prima o poi tocca a tutti”) senza studiarne le radici, i motivi e le modalità.

La Spagna non è un caso. C’è una storia passata rievocata dalla recente propaganda del Califfato che rimanda ai Mori (musulmani), con il richiamo al mito de “El Andalus”, nome dato alla penisola iberica quando vi si stabilirono dal 711 al 1492, per poi essere cacciati dalla riconquista cristiana della Spagna. C’è una storia più recente, legata al tremendo attentato di Madrid (2004) per cui furono arrestati 636 jihadisti, a dimostrazione della diffusione della rete di propaganda di Al-Qaeda ai tempi, come lo è quella dell’ISIS oggi. La Spagna credeva di aver pagato il suo coinvolgimento nella guerra in Iraq con quell’attentato, e invece non è stato così.

Secondo, la Catalogna non è un caso. Perché il mettere o meno barriere anti-sfondamento all’ingresso della Rambla (come di Via del Corso o di qualsiasi centro europeo) è una scelta; ma la mancata cooperazione e collaborazione tra lo Stato Centrale e la Catalogna, oltre al rimpallo di responsabilità al quale stiamo assistendo in questi giorni, sono uno scandalo.

Tre esempi su tutti. Primo, le autorità catalane ignoravano che l’Imam El Satty (peraltro già segnalato dalle autorità belghe per le sue prediche “violente”) era stato discepolo prediletto di un terrorista legato alle stragi di Atocha e Nassiriya, ritenendolo un predicatore comune. Secondo, è stato negato l’accesso agli artificieri della Guardia civile (spagnola) al luogo dell’esplosione di Alcanar, dove i terroristi stavano costruendo gli ordigni che avrebbero fatto saltare in aria la Sagrada Familia. I Mossos d’Esquadra (polizia catalana) hanno bollato l’esplosione come una banale fuga di gas senza consultare i più esperti colleghi “spagnoli”. Terzo, la richiesta del Governo catalano di essere incluso nell’Europol, è stata accolta da Madrid solamente di recente, senza che l’accordo raggiunto sia stato pienamente implementato.

Il caso spagnolo/catalano, nella sua particolarità e unicità legata alla battaglia indipendentista, è l’emblema di come le informazioni non vengano condivise tra i vari apparati, ed è solo l’ultimo esempio di come l’ISIS riesca ad infiltrarsi nelle falle dei nostri sistemi, nelle divisioni, nel mancato coordinamento. Il terrorismo è un fenomeno transnazionale, e in quanto tale non può essere contrastato a livello nazionale (figuriamoci regionale) ma almeno europeo, se non globale.

C’è la necessità di un maggior coordinamento in diversi campi, a partire da quello della giustizia come richiesto mercoledì scorso dal nostro Ministro, Andrea Orlando, al Commissario Europeo Vera Jourovà, e ai suoi omologhi Urmas Reinsalu (Estonia) e Rafael Català (Spagna). Il Ministro italiano ha richiamato l’importanza della collaborazione tra i sistemi di giustizia dei vari Paesi attraverso l’ampliamento delle funzioni della Procura Europea (oggi limitata alla difesa degli interessi finanziari). Cooperazione tra magistrature, forze di polizia e intelligence europee, è quello che ha chiesto anche il Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani.

A Bruxelles, grazie alle misure del nuovo Piano anti-terrorismo promosse dal Commissario per l’Unione della sicurezza, Julian King, si comincia a vedere qualcosa in materia di lotta alla radicalizzazione online e sul controllo delle frontiere esterne, mentre a livello nazionale sembra di vivere un déjà-vu perpetuo di messaggi di cordoglio, solidarietà e speranza da parte dei capi di Stato e di governo. Superare l’ottica “del mio giardino” credo sia la priorità assoluta.

 

di Matteo Ribaldi

TRUMP CAMBIA STRATEGIA, NESSUN RITIRO FINO ALLA VITTORIA

MEDIO ORIENTE/POLITICA di

WASHINGTON, 21 agosto 2017 – Il presidente Donald J. Trump ha presentato una nuova strategia espansiva per l’Asia meridionale, in netta contrapossizione con le sue precedenti dichiarazione, volta a rafforzare la sicurezza americana.

La nuova strategia comprende l’Afghanistan, il Pakistan, l’India, le nazioni dell’Asia centrale e si estende in Sud-Est asiatico.

Ai soldati presenti all’incontro presso la Joint Baser Myer –Henderson Ha sottolineato che la strategia non avrà linee naascoste tra le pieghe .

Trump ha detto che “il popolo americano è frustrato dalla guerra più lunga della nazione in Afghanistan, chiamandola una guerra senza vittoria” e che la nuova strategia “è un cammino verso la vittoria e si allontana da una politica di costruzione della nazione”.

‘Le truppe hanno bisogno di piani per la vittoria, la nuova strategia, ha detto Trump, è il risultato di uno studio che ha ordinato subito dopo l’insediaziamento gennaio e si basa su tre precetti.

“In primo luogo, la nostra nazione deve cercare un risultato onorato e duratura degno dei tremendi sacrifici che sono stati fatti, specialmente i sacrifici delle vite”, ha detto Trump. “Gli uomini e le donne che servono la nostra nazione in combattimento meritano un piano per la vittoria. Meritano gli strumenti necessari e la fiducia che hanno guadagnato per combattere e vincere “.

Il secondo concetto che deve essere chiaro ha ricordato il Presidente è che una uscita frettolosa dall’Afghanistan permetterebbe il ritrono dei terroristi nel paese.

Il terzo punto, ha affermato, riguarda le minacce provenienti dalla regione, che sono immense e devono essere affrontate.

“Oggi, 20 organizzazioni terroristiche straniere designate dagli Usa sono attive in Afghanistan e in Pakistan, la più alta concentrazione in qualsiasi regione in tutto il mondo”, ha detto il presidente. “Da parte sua, il Pakistan spesso offre rifugio sicuro agli agenti di caos, violenza e terrore. La minaccia è peggiore perché Pakistan e India sono due stati armati nucleari i cui rapporti tesi minacciano di spiralarsi in conflitto. E questo potrebbe accadere “.

Gli Stati Uniti, i suoi alleati e i loro partner si sono impegnati a sconfiggere questi gruppi terroristici, ha detto Trump.

Di Redazione European Affairs

EA TV

EA TV di

TERREMOTO A ISCHIA: L’IMPEGNO DELLE FORZE ARMATE

EUROPA/INNOVAZIONE di

A seguito dello sciame sismico che ha colpito Ischia nella serata di ieri, le Forze Armate hanno messo a disposizione della Protezione Civile, nel corso della notte, personale, mezzi e assetti tecnici per i primi interventi di supporto alla popolazione.

In particolare, dopo una prima ricognizione alle ore 23.00 da parte di personale militare presente sul posto e a seguito della riunione del Comitato Operativo presso la Protezione Civile, già dall’una di questa notte, alcuni elicotteri dell’Aeronautica Militare e dell’Esercito sono impiegati per il trasporto sull’isola di personale specialistico dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile, nonché di materiali speciali e attrezzature varie.

Nel frattempo, sono stati posti in prontezza anche militari, elicotteri e navi della Marina Militare, nonché personale specialistico del genio dell’Esercito, in grado di intervenire nell’arco di poche ore, laddove fossero richiesti.

Inoltre, nella mattinata di oggi sono previste attività di ricognizione aerea da parte di velivoli AMX e di un Predator dell’Aeronautica Militare per mettere a disposizione della Protezione Civile ulteriori informazioni al fine di elaborare una migliore valutazione dei danni e una mappatura dell’area.

Tecnologie e mezzi delle Forze Armate sono impiegabili sia per scopi militari che civili. Tale capacità di fornire un servizio utile per la collettività nazionale – la cosiddetta dual use – si concretizza in attività in concorso e a supporto degli interventi della Protezione Civile, come dimostra anche l’impegno ininterrotto delle Forze Armate, da agosto dello scorso anno, nelle zone colpite dal terremoto in centro Italia.

PERCHÈ QUELLO ERA IL CLIMA DEL ’68, POI CAMBIO TUTTO.

EUROPA di

“Come mai una tesi sulla Dottrina Mitterrand? Cerchi rogne?”. Una risata e poi un gesto con la mano, per farmi accomodare nel suo rifugio svizzero, un’abitazione elegante sulla riva del lago di Lugano. E’ il 2009 quando Giorgio Bellini accetta di farsi intervistare.

Apparso per la prima volta nelle cronache italiane in occasione del processo “7 Aprile 1979”, accusato di “concorso in associazione sovversiva”, il suo nome ritornerà sulle pagine dei giornali con l’apertura delle carte della STATI, dove viene menzionato insieme a Carlos “lo Sciacallo”. Contatti con il terrorista venezuelano ricostruiti anche della commissione Mitrokhin e che lui non negherà. Nel 1994, su richiesta della procuratrice svizzera Carla Del Ponte , Bellini verrà arrestato con l’accusa di aver collaborato in occasione dell’attentato alla Radio Free Europe e scarcerato qualche mese dopo per assenza di prove.

Oggi Giorgio Bellini si dedica allo studio delle foreste e dei sentieri di montagna del suo Ticino natale.

Dal Ticino al movimento di contestazione a Zurigo. Quale è stato il suo percorso?

Sono nato in Ticino, da una famiglia della classe media. I miei genitori avrebbero voluto che studiassi, magari ingegneria come mio padre, che si era laureato al politecnico di Zurigo, o giurispudenza per diventare avvocato, come avrebbe voluto mia madre. Io, però, decisi di non studiare. Non so perchè mi prese così. Iniziai le prime letture marxiste ed ero affascinato dalla figura dell’operaio, così iniziai l’apprendistato in fabbrica. Solo che molto presto mi resi conto che era una vita che non faceva per me e decisi di prendere la maturità. Erano gli anni ’60, gli anni in cui iniziò, un po’ per caso, anche la mia attività politica. Insieme ad un gruppo di ragazzetti come me, interessati dalla politica marxista ed un altro gruppo che aveva lasciato, per disaccordo, il partito socialista, fondammo “i giovani operai marxisti” o qualcosa del genere. Con il gruppo andavo spesso in Italia a sentire le riunioni della contestazione ed è lì che conobbi quei personaggi che in seguito divennero militanti di gruppi come Potop, BR, Autonomia, ad esempio Toni Negri, Oreste Scalzone, Piperno, ma allora erano solo dei giovani come me, che partecipavano alle assemblee e si interessavano di politica.

Non terminai la maturità e con l’arrivo del ’68 mi traferii a Zurigo. Inizialmente io e gli altri che si erano trasferiti come me eravamo visti come dei fannulloni, come dei giovani di belle speranze che erano andati lì con l’idea di un mondo un po’ più libero, più colorato. Insomma, eravamo degli alternativi.

E che cosa facevate lì?

Il movimento cominciò con le lotte operaie, formammo l’ “Assemblea autonoma degli operai di Zurigo”, anche se, a dire il vero, gli operai lì avevano una certa pace del lavoro. Dopo arrivarono i lavoratori del nord Italia che erano di estrazione comunista. Ci unimmo agli italiani per ragioni linguistiche e culturali. Poi si aggregarono alcuni, ma pochi, svizzero-tedeschi che erano un po’ interessati alla linea che difendevamo noi, che era una linea operaista, autonomista.. potere-operaista diciamo, “potoppista”. Lavoravamo per far conoscere quello che succedeva in Francia, in Germania, in Italia e viceversa: si pensava di poter mettere in ordine l’Europa. Era comunque qualcosa di molto spontaneo, ci si riuniva per parlare delle lotte operaie, si organizzavano anche delle azioni, tipo distruzione di vetrine, blocco del traffico..

Il gruppo girava intorno alla libreria nella quale lavoravo, dove raccoglievamo e vendevamo libri marxisti, con un certo tipo di riflessioni e poi anche libri di Toni Negri. Intorno alla libreria si formò anche una rete di “supporto logistico”, anche se parlare di rete logistica è forse troppo.. non era una cosa ben organizzata.. però davamo l’ospitalità, prima a gente che doveva scappare dall’Italia, inizialmente erano operai coinvolti in disordini. Più tardi c’erano, invece, persone che scappavano perché coinvolte, tra virgolette, nella lotta armata: gente delle Brigate Rosse, gente di Potere Operaio… La Svizzera aveva un po’ questo ruolo di primo passaggio, dato che si trova proprio nel centro dell’Europa e perché non c’erano lotte politiche molto radicali.

Vi limitavate ad ospitare i compagni?

Beh, è successo che avendo in giro questa gente, questi compagni come si diceva allora, si è capito che in Svizzera era facile procurarsi materiali e delle armi e quindi un po’ di questa roba è stata rubata, mandata in parte in Italia, in parte in Grecia, a volta verso la Spagna, insomma dove c’era necessita. Però questo non era un’attività molto organizzata: ogni tanto alcuni di noi che si occupavano del logistico, dell’ospitare la gente, facevanouna ricerca un po’ più sistematica, di questi materiali (ad esempio Morlacchi e Petra Krause, che poi furono arrestati), però direi che non era una cosa molto importante. Poi le autorità svizzere tedesche su queste cose erano molto severe, non transigevano. In Ticino erano un po’ più all’italiana, c’era più tolleranza; c’erano naturalmente i magistrati che dovevano assumere il loro ruolo in caso di infrazioni, però lo facevano senza troppo accanimento, perchè in quegli anni lì si era un po’ sotto l’influenza delle ’68, i magistrati, almeno in Ticino, erano persone che venivano da quell’esperienza.

Fino a quando è durata la vostra attività a Zurigo?

Quella fase si è concluse già nella prima metà degli anni ’70- Dopo molti gruppi si sciolsero e cpminciarono altre cose, il femminismo, ad esempio. Inoltre con l’espulsione, a causa della crisi del petrolio, di una grande fetta di operai italiani, il movimento diventò più un misto: si iniziò a parlare tedesco e non più italiano; a quel punto li non ci vedevamo più noi stessi come ticinesi ma come zurighesi, e portavamo avanti la lotta non più per salvare gli altri ma per salvare noi stessi, cioè capimmo, come diceva il femminismo, che il personale è politico e quindi ci unimmo al altri filoni di lotta, nei quartieri, contro il traffico e poi soprattutto sul nucleare. Lavoravamo soprattutto nei quartieri, nel Kreis 4 e 5 .

Il coordinamento diventò più effettivo soprattutto tra Svizzera, Germania e Francia mentre l’Italia rimase tagliata fuori perché era un paese che esprimeva ancora lotte di tipo tradizionale, mentre il nord europa aveva cominciato ad esprimere lotte del futuro: movimento antinucleare, movimento ecologista radicale, queste idee nuove ebbero un enorme peso ed è in questo senso che si intrapresero operazioni anche importanti. In Italia si rimaneva ancorati a vecchi schemi, era un mondo di interpretare la realtà tipico del movimento in Italia. Questo è abbastanza interessante: le inchieste sociologiche hanno evidenziato i cambiamenti di valore nelle diverse popolazioni e mi ricordo che soprattutto nella Svizzera tedesca in quegli anni li ci fu un cambiamento incredibile dei valori di riferimento, mentre per l’Italia rimasero abbastanza stabili.

Col tempo, poi, io mi allontanai dal movimento: il paradosso è che io lottavo per una maggiore libertà ed il movimento era il posto in cui mi sentivo meno libero; li ti senti sempre sotto pressione, una situazione che mi ha portato a dire e fare cose che non avrei realmente voluto dire o fare.

Il suo impegno nel movimento le è costato dei processi penali..

Sono stato arrestato la prima volta perché coinvolto nel processo 7 Aprile in Italia. Il mio nome fu fatto da Toni Negri: lui è stato uno dei primi che abbiamo ospitato quando ce n’è stato bisogno, poi ci ha ripagato mettendoci in mezzo nel processo sul 7 Aprile.

Quando fui arrestato a Monaco la Germania non concesse l’estradizione chiesta dall’Italia, perché ero accusato di partecipazione a banda armata, che in Germania è considerato reato politico e la Germania non concede l’estradizione per reati politici. Sono comunque rimasto dentro un anno. A causa del processo per il gruppo 7 Aprile non sono più potuto tornare in Italia fino ad 2001.

L’ultima volta invece rimasi in prigione solo 3 mesi e mi dovettero anche pagare dopo. Questo accadde perchè con l’apertura delle schede della STASI venne fuori anche il mio nome, insieme a quello di Carlos. Con lui ci eravamo effettivamente conosciuti, lui mi chiedeva come procurare dei materiali per degli attentati che era facile trovare in Svizzera, ma niente di più. Le informative venivano dall’Ungheria dove Carlos era molto attivo ed anche tollerato, ma non era un uomo dei servizi, assolutamente. Venne accusato per una bomba alla Radio Free Europe di Monaco, in cui morì anche un uomo. Io, quando fui arrestato in Germania, mi trovavo proprio in un treno che passava anche per Monaco, in realtà stavo tornando da Norimberga, dove ero andato a vedere il museo dei giocattoli, ma la Carla Delponte collegò il mio viaggio da Monaco alle carte della STASI e sostenne che io mi ero recato a Monaco per organizzare quell’attentato con Carlos. Non furono trovare abbastanza prove neanche per formalizzare l’accusa e dovettero prosciogliermi. In quell’occasione venne a Berna il magistrato Bruguière dalla Francia, per sentirmi come informato dei fatti, perché inizialmente mi chiamarono a Berna per sentirmi, non per arrestarmi. Quando però mi trovai a Berna in vesta di inquisito non parlai, come di solito faccio, perché non era più considerato solo uno informato, ma un complice. Ci sono quei magistrati come Bruguière a cui interessano persone come me in quanto informate, perché solo così puoi ricostruire i fatti ; poi ci sono quelli come la Delponte che non capiscono questa cosa e a cui interessa solo arrestare la gente subito.

Oltre all’atteggiamento dei magistrati, un punto controverso fu anche l’uso che si fece delle testimonianze dei pentiti..

Tra le dichiarazioni dei pentiti ci sono cose vere, so anche di cose false. Il problema è vedere se un sistema di giustizia può far condannare qualcuno in base a delle dichiarazioni e basta. Ecco, e lì è la grossa anomalia italiana, anche se adesso è diventata di moda. Queste normative italiane hanno provocato degli effetti estremamente perversi, perchè bastava che uno accusasse altri e se la cavava. Beh senza ripetere sempre la stessa storia, però Savasta che era accusato di 17 omicidi, però accusando altri è uscito abbastanza in fretta, mentre altri che non avevano mai ammazzato nessuno come Sofri, che si è sempre rifiutato di chiedere la grazia, magari sono ancora dentro. In altri paesi questa anomalia è stata guardata con un certo sospetto, ma è finita ad inquinare anche altri ordinamenti. La Francia è forse il paese che ha detto più chiaramente no a questa prassi. Poi non è che loro siano molto meglio, comunque! Poi ci fu la cosiddetta “Dottrina Mitterrand” che era sostanzialmente un accordo tra Mitterand e Craxi. Quest’ultimo era stato sempre più “liberale” sulla questione del terrorismo. Sapere di centinaia di italiani in Francia che potevano essere giudicati in Italia era un problema, quindi si misero d’accordo così.

Della lotta armata in Italia che idea si è fatto?

La lotta armata in Italia è un fenomeno chiaro, spiegato. In Italia c’è sempre stato un partito comunista forte, c’è stato un certo tipo di resistenza, ci sono state anche manifestazioni di stalinismo e queste cose hanno avuto il loro peso e possono servire almeno in parte a spiegare un fenomeno come le BR , soprattutto la piega che le BR poi han preso.

Ora, che dei movimenti armati o dall’intenzione di armarsi, siano nati all’interno di un movimento come quello del ’68 questo mi sembra assolutamente normale, non è un’anomalia, era “dans l’air du temps” e se ne parlava dappertutto. Non dimentichiamo che a quei tempi c’era Che Guevara, c’erano i palestinesi che cominciavano a fare le loro azioni, cioè sembrava che queste cose fossero possibili. Poi questo fenomeno aveva specificità proprie nei vari paesi: in Italia nella contestazione la parte operaia era molto forte, anche se gli studenti avevano il loro peso però la parte dell’operaio e proprio dell’operaio di fabbrica era estremamente importante e portava dentro delle tradizioni comuniste che hanno ereditato le BR. Mentre in altri paesi europei questa presenza era meno forte e meno importante. Poi c’ erano certamente dei cattivi maestri, Toni Negri ad esempio, ma anche Sofri. Le persone che li hanno ascoltati erano persone che hanno preso le armi e si sono poi rivolte in direzioni altre rispetto alle loro idee. Quindi può essere che uno come Negri, per salvare quello che era il suo progetto, la sua linea, abbia sacrificato quella manovalanza un po’ incontrollabile, che non aiutava alla sua causa. Se sia sceso a patti con i carabinieri non lo so, ma non mi sorprenderebbe.

Per quel che riguarda i servizi io credo che una strategia della tensione in Italia ci sia stata. Ora, qualcuno l’avrà pure organizzata, non lo so, posso immaginarmi che siano stati i servizi, però certamente era una strategia della tensione, non tanto gli opposti estremismi, perchè la lotta armata è venuta dopo e non so se i servizi abbiano proprio tollerato la presenza di gruppi armati, come si dice, probabilmente hanno un po’ sotto valutato la situazione dal loro punto di vista di garanti dello stato.

Della lotta armata italiana quello a cui tutti pensano è il sequestro Moro e quindi le Brigate Rosse. Di questo gruppo lei ha conosciuto il leader Moretti, cosa ci può dire a riguardo?

Moretti era un burocrate della lotta armata e parlava da vero stalinista. In realtà tutti gli scritti delle BR sembravano i compitini di una scuola elementare marxista!

Moretti aveva una paura tremenda delle possibili infiltrazioni, quasi una fobia. Il cambiamento delle BR con Moretti non lo attribuirei a lui, ma ad una tipologia di persone che confluirono nelle BR, specialmente dal ’77. Era, quello italiano un movimento operaio molto forte, molto comunista/stalinista che si unì poi ad una generazione di individui che “presero in mano una pistola, prima di prendere in mano un libro”. La decisione di uccidere Moro per esempio non venne da chi sa dove, venne dalla base delle BR che era stalinista e violenta. Noi tutti del movimento dicevamo a Moretti “ma dai, che volete di più, avete fatto un già un casino, dovreste essere più che soddisfatti, lasciatelo andare”, ma poi loro consultarono la loro base e presero quella decisione.

Tutti i tentativi, specialmente quelli fatti dalla Commissione Mitrokhin, di trovare qualche collegamento con i servizi dell’est sono solo dei teatrini. Su una cosa potrei mettere la mano sul fuoco: che le BR non fossero infiltrate o pilotate dai servizi dell’est. Ed il fatto che non avessero contatti neanche con i servizi italiani è mostrato dal fatto che fu mandato a Beirut, e si sa, il generale Giovannone per cercare contatti con i palestinesi al fine di trovare un canale con le BR. Fu messo a disposizione un aereo per i palestinesi, per andare a cercare qualcuno delle BR, ma neanche i palestinesi avevano contatti con loro. Infatti poi venne Carlos da me per chiedermi di metterlo in contatto con le BR.. Ovviamente ai quei tempi le cose erano più lente, non c’era il freccia rossa! Così nel frattempo Moro venne ucciso.

Comunque credo che sulle BR sia stato detto tutto, si sa tutto. Cercare connessioni, manipolatori sono solo degli alibi. Io non leggo più i giornali italiani dal dopo Moro, da quando direi tutti gli intellettuali, giornalisti dell’epoca che dopo il ’68 solidarizzavano con le persone del movimento arrestate, hanno cambiato totalmente campo ed hanno iniziato a condannare proprio coloro che fino ad un momento prima difendevano. Perché quello era il clima del ’68, poi cambiò tutto.

Intervista a Giorgio Bellini, Lugano 2009 – Prima pubblicazione in “Dottrina Mitterrand. Ideologia o Realpolitikk?”, Università di Trieste, 2009

Di Carla Melis

PRESIDENTE ROCCA CRI, NECESSARIO UN PIANO A LUNGO TERMINE PER LA STABILIZZAZIONE DELLE AREE DI CRISI

EUROPA di

New York, il 17 agosto il Presidente della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa Internazionale ha incontrato il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres nell’ambito del vertice “ La crisi del mediterraneo e i flussi migratori”. Un vertice importante per i paesi europei e del mediterraneo che in questi anni hanno dovuto fronteggiare la crescita costante dei flussi di migranti provenienti dalle nazioni più povere e instabili dell’Africa e del Medio oriente . Abbiamo potuto parlare con il Presidente Rocca al termine dell’incontro per approfondire i temi discussi a New York.

Presidente Rocca, questo incontro a New York è stato molto importante per mantenere alta l’attenzione sul problema dei flussi migratori nel mediterraneo , qual’è il messaggio più importante che ha voluto portare all’attenzione del Segretario Generale Guterres?

“Sicuramente Il tema dell’accesso umanitario in Libia e nel mar Mediterraneo ovvero il ruolo degli operatori umanitari che in questo momento è sotto attacco per molti motivi, ribadire che l’azione umanitaria è una azione fondamentale per i diritti fondamentali delle persone, questo è stato il messaggio principale con le preoccupazioni per il personale che in questo momento in Libia non può accedere liberamente, non ci sono le condizioni di sicurezza e legali per farlo. ”

Infatti bisogna ricordare che sia il governo di Gheddafi che i nuovi rappresentanti Libici non hanno mai sottoscritto le convenzioni di Ginevra in tema di protezione dei rifugiati.

Il tema dei flussi migratori è molto delicato e di difficile soluzione, come lei ha sottolineato più volte, chi fugge da guerre e carestie troverà sempre una strada per mettere in salvo la propria famiglia, qual’è secondo lei la soluzione migliore per questo problema?

Nessuno ha una soluzione chiavi in mano per un tema così delicato ma va sottolineato che l’anno scorso a New York c’è stato un grande dibattito sul problema del fenomeno migratorio e della crisi dei rifugiati, è stata adottata una carta con degli impegni che però al momento sono rimasti solo sulla carta. Quello che servirebbe nel medio lungo termine, che non risolverebbe il problema nel breve, ma nel medio lungo termine aiuterebbe a contenere il fenomeno migratorio, ovvero un intervento massiccio in Africa a sostegno della stabilizzazione di quei paesi che generano migrazione, vuoi perche paesi in conflitto o di crisi economica.”

Quanti sono i volontari della CRI impegnati nell’accoglienza dei migranti ?

Se consideriamo tutte le attività che la cri pone in essere dal momento dell’arrivo, lo sbarco, ai centri di accoglienza si parla di diverse migliaia di almeno una rotazione di 8000 volontari.

Cosa ne pensa del nuovo regolamento di condotta per le ONG che partecipano alle attività di Search and Rescue al largo delle coste libiche?

Il nuovo regolamento non aggiunge e non toglie nulla all’arrivo dei migranti, vorrei che fosse chiaro, comunque la si pensi, il codice non toglie nulla rispetto l’accesso. Ci sono diverse sensibilità come per esempio Medici senza Frontiere che a mio avviso vanno assolutamente rispettate, il codice di condotta non ha inlfuito minimanente sulla riduzione dei flussi, quello che invece ha ridotto I flussi è la decisione scellerata, a mio avviso , della guardia costiera libica di impedirte l’accesso nelle acque internazionali, non parliamo di acque territoriali libiche sia ben chiaro, nessuno vuole operare nella acque territoriali libiche, ma nelle acque internazionali.

Questa è una delle ragioni di preoccupazione che è stata condivisa ieri con il segretario generale, insieme alla necessità di avere una azione libera degli operatori umanitari in Libia. I migranti non devono essere mandati indietro, I respingimenti collettivi sono illegali nel momento che vengono salvati nelle acque internazionali.

Si aspetta da parte dell’Onu un sostegno all’ipotesi di far aprire alla Libia il supporto degli operatori umanitari?

Si certo l’ONU sta già studiando la situazione, c’è un dialogo , ma non ci dimentichiamo che stiamo parlando di un paese in conflitto, non c‘è una soluzione semplice ma si chiede di farci fare il nostro lavoro di operatori umanitari e di esprimere le gravissime preoccupazioni sulle condizioni di sicurezza I centri di detenzione dei migrant in Libia sono dei posti che generano violenza , testimoniata da diversi rapporti indipendenti.

Il Presidente Rocca ha potuto rappresentare all’ONU una situazione che non ha possibilità di soluzione nel breve termine e che potrebbe solo peggiorare se non affrontata con progetti a medio lungo termine nei paesi di provenienza con uno sforzo unitario della comunità internazionale teso alla stabilizzazione del Centro Africa e del medio Oriente

 

Alessandro Conte

LE FORZE IRACHENE INIZIANO A LIBERARE TALA AFAR

MEDIO ORIENTE/SICUREZZA di

ASIA SUDOVA, 20 agosto 2017 – Le forze di sicurezza irachene hanno iniziato la loro offensiva per liberare la città di Tal Afar dallo stato islamico di Irak e dalla Siria, i funzionari in comune di Task Force Combined Combined Resolve hanno dichiarato oggi.

La coalizione globale contro l’ISIS accoglie favorevolmente la dichiarazione del primo ministro iracheno Haider al-Abadi che ha annunciato oggi il lancio dell’offensiva per liberare Tal Afar e il resto della provincia di Ninevah e dell’Iraq settentrionale dall’ISIS, il generale Gen. Stephen J. Townsend, il comandante Delle forze statunitensi e di coalizione in Iraq e in Siria, ha detto in una dichiarazione.

Tutti i rami delle forze di sicurezza iracheni parteciperanno alla liberazione di Tal Afar: i 9, 15 e 16 divisioni dell’esercito iracheno, il servizio controterrorismo, la polizia federale e la divisione di emergenza e la polizia locale irachena, nonché le forze di mobilitazione popolare Sotto il comando di Abadi, ha dichiarato i funzionari delle task force.

“Dopo la loro vittoria storica a Mosul, le [forze di sicurezza irachene si sono dimostrate una forza capace, formidabile e sempre più professionale e sono pronti a portare un’altra sconfitta all’ISIS a Tal Afar”, hanno dichiarato i funzionari della coalizione in una dichiarazione. “La coalizione continuerà ad aiutare il governo e le forze di sicurezza a liberare il popolo iracheno e sconfiggere ISIS attraverso cinque mezzi: fornendo attrezzature, formazione, intelligenza, incendi di precisione e consigli di combattimento”.

Completamente impegnato

Anche se la recente liberazione di Mosul, la seconda città irachena, è stata una vittoria decisiva per le forze di sicurezza irachene, non ha segnato la fine dell’ISIS in Iraq o la sua minaccia a livello mondiale “, ha detto Townsend.

“L’operazione [delle forze di sicurezza irachene] per liberare Tal Afar è un’altra importante battaglia che deve essere vinta per assicurare che il Paese ei suoi cittadini siano infine liberi di ISIS”, ha aggiunto. “La coalizione è forte e pienamente impegnata a sostenere i nostri partner iracheni fino a quando ISIS viene sconfitto e il popolo iracheno è libero”.

I funzionari della coalizione stimano che da 10.000 a 50.000 civili rimangano dentro e intorno a Tal Afar, afferma la dichiarazione di task force e la coalizione applica norme rigorose al suo processo di targeting e prende “straordinari sforzi” per proteggere i non combattenti.

“Conformemente alle leggi del conflitto armato e al sostegno delle sue forze partner che rischiano ogni giorno di vivere la loro vita nella lotta contro un nemico malvagio, la coalizione continuerà a colpire validi obiettivi militari, dopo aver considerato i principi della necessità militare, dell’umanità , Proporzionalità e distinzione “, ha dichiarato la dichiarazione della coalizione.

SICUREZZA E LOTTA AL TERRORISMO: IL GEN. GRAZIANO INCONTRA IL CHOD DEL LUSSEMBURGO

EUROPA/SICUREZZA di

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa Italiana, Generale Claudio Graziano, in visita ufficiale in Lussemburgo ha incontrato la sua controparte, Generale Romain Mancinelli, con cui ha affrontato questioni di comune interesse legati alla sicurezza e alla Difesa.

Nel corso del meeting si è discusso un tema di grande importanza per il contributo alla lotta al terrorismo, quello del Security Force Assistance (SFA) che rappresenta l’insieme di attività volte a generare, sviluppare ed incrementare le capacità operative delle Forze di Sicurezza delle aree di crisi nei quali operano i militari italiani e di altri paesi dell’Alleanza Atlantica.

Proprio in Italia avrà sede un Centro di eccellenza NATO che avrà il compito di concorrere allo sviluppo e alla sperimentazione di concetti e dottrina afferenti al settore SFA, di raccogliere ed elaborare lezioni apprese e di condurre attività formative e addestrative a favore di istruttori, mentor e personale estero appartenente alle Security Forces.

“Le lezioni apprese dalle operazioni a cui hanno preso parte le Forze Armate italiane negli ultimi 20 anni – ha sottolineato il Generale Graziano durante l’incontro – indicano chiaramente che i maggiori rischi per la stabilità hanno origine in aree del mondo in cui si è verificato un crollo della struttura statale; crollo che viene frequentemente sfruttato da soggetti aggressivi che hanno interesse a creare o mantenere il caos”.

“Le missioni moderne – ha aggiunto il Capo di SMD – sono pensate proprio per portare la stabilità in uno Stato fallito e il nostro fine deve essere sempre il passaggio di responsabilità alle forze di sicurezza locali, quando esistono. Quando sono scomparse il lavoro è sicuramente più lungo perché bisogna ricostruire un modo di pensare ed offrire anche un patrimonio valoriale di riferimento. I nostri militari sono bravi istruttori perché sono prima di tutto dei bravi militari”.

Grande interesse è stato palesato dal Generale Mancinelli nei confronti dell’operazione dell’Unione europea Sophia di cui l’Italia ha la leadership e il Capo di Stato Maggiore della Difesa lussemburghese ha ringraziato l’Italia per quanto fa a favore della sicurezza nel Mediterraneo.

Altro elemento centrale nei colloqui è stata la cooperazione strutturata permanente (PESCO) istituto previsto dal trattato sull’unione europea che consente agli Stati membri di rafforzare la loro reciproca collaborazione nel settore militare e i margini per incrementarle.

Le Forze armate dei due Paesi operano, “in un rapporto di eccezionale collaborazione, a favore della sicurezza internazionale”, in Kosovo nell’ambito dell’Operazione della Nato KFOR, dove un plotone di militari lussemburghesi opera alle dipendenze del Battaglione a guida italiana.

Caschi blu in Libano, cristiani e musulmani insieme per la celebrazione della Madonna

MEDIO ORIENTE/SICUREZZA di

Shama (Libano) 16 Agosto 2017 –  ​“La Vergine Maria unisce i cristiani e musulmani. Celebrare l’Assunzione insieme, per la prima volta militari di Unifil e autorità interreligiose qui in Libano, è l’esempio di un percorso di pace e convivenza”. È la frase di apertura di Don Salvatore Lazzara, cappellano militare dei caschi blu italiani in Libano, alla ricorrenza religiosa che ha visto ieri la partecipazione delle più importanti autorità religiose cristiane e musulmane del Sud del Libano.

Numerosi peacekeeper e civili locali hanno partecipato alla funzione religiosa presso la cappella e il piazzale della base “Millevoi” in Shama, a dimostrazione della devozione comune a una delle più importanti figure religiose degli scritti sacri cristiani e musulmani.

Celebrata in sei lingue diverse, la messa è stata condotta dal cappellano militare insieme al Metropolita Greco Ortodosso, l’Arcivescovo Maronita e un rappresentante della Chiesa Ortodossa, seguita successivamente dagli interventi, presso il piazzale principale della base, dai mufti musulmani sciita e sunnita.

Il Generale di Brigata Francesco Olla, dallo scorso aprile comandante del contingente italiano in Libano con l’operazione “Leonte XXII”, ha dichiarato: “Vivere lontano da casa, dai propri affetti e dalla celebrazione delle proprie tradizioni è difficile, ma fa parte della vita del soldato, quella scelta che abbiamo fatto da giovani per passione e senso del dovere. Rendiamo meno difficile il distacco vivendo questo momento insieme ai cristiani e, in modo ancor più significativo, ai musulmani dei dodici contingenti che costituiscono Unifil-Sector West. Ma da peacekeeper quali siamo, cerchiamo sempre di favorire il dialogo attraverso ciò che ci unisce e che abbiamo in comune.

La celebrazione dell’Assunta ci offre un’enorme opportunità aldilà della fede professata da ciascuno di noi. Per questa ragione abbiamo deciso da tempo di condividere, altre che tra noi, anche con la popolazione locale, i sentimenti e le radici culturale che ci legano alla Vergine Maria, Reginae Pacis”.

Il Libano è tra la nazioni con il maggior numero di confessioni religiose nel Medio Oriente e tra le maggiori al mondo, con una popolazione di oltre 6 milioni di abitanti di cui il 54% di fede musulmana (27% sciiti e 27% sunniti), 40% cristiani (21% maroniti, 8% greco ortodossi e 11% tra cattolici, protestanti e altre minoranze) e 6% drusi.

Il contingente italiano, a seguito della risoluzione n.1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è impiegato nella “Terra dei Cedri” dal 2006 e si rapporta quotidianamente con le autorità civili e religiose locali, supportando la popolazione attraverso la funzione operativa di cooperazione civile-militare (CIMIC). Inoltre, i peacekeeper italiani svolgono costantemente attività di pattugliamento e osservazione volte al monitoraggio della Blue Line, al fine di garantire la cessazione delle ostilità tra Libano e Israele, nonché attività di coordinamento, pianificazione e condotta di esercitazioni e operazioni congiunte alle Forze Armate libanesi dislocate a sud del fiume Litani.

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