Trump e la politica USA in Medio Oriente

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Nelle loro politiche estere non è comune vedere gli Stati cambiare drasticamente le loro strategie al cambiare delle amministrazioni di Governo. Di là  dalle parole spese in campagna elettorale, una volta giunti nella stanza dei bottoni, ogni politico fa i conti con la realtà che lo circonda guardandola da un punto di vista diverso rispetto a chi non ha la responsabilità delle decisioni.

E’ pur vero che, se nel frattempo è cambiato qualcosa nel mondo, sia per nuovi equilibri tra le potenze sia per importanti variazioni nelle politiche altrui, ognuno deve adattarsi e applicare nuove visioni.

Nel passaggio di poteri tra la Presidenza USA di Obama e quella di Trump niente di rilevante è cambiato fuori dagli Stati Uniti: la crisi israelo-palestinese è a un punto morto come prima, le guerre e i vari conflitti in corso perdurano immutati, la Cina continua lentamente ma inesorabilmente nella sua politica espansiva e l’Europa procede nella sua marcia verso una possibile decadenza. Al contrario, la Presidenza americana ha cambiato drasticamente rotta.

Il recente viaggio di Trump a Riad ha mostrato solo il primo di grandi cambiamenti che potrebbero verificarsi anche verso altri teatri.

Mentre Obama aveva allentato i legami che tradizionalmente legavano gli Usa agli alleati storici in loco, aveva riproposto l’attenzione verso la tutela di un minimo di rispetto dei diritti umani e cercava un nuovo dialogo con l’Iran, magari concedendogli il riconoscimento di una sua area d’influenza, il nuovo Presidente è ritornato sulle linee impostate da altri predecessori.

Il rapporto con Israele e l’Arabia Saudita sono di nuovo il perno centrale della politica americana in Medio Oriente e l’Iran ridiventa il nemico numero uno degli interessi americani nell’area.

Il discorso tenuto ai cinquantacinque leader riunitisi per incontrarlo è stato piuttosto chiaro: non contano le differenze tra le religioni e non siamo di fronte ad uno scontro di civiltà, ognuno deve scegliere da solo come vivere all’interno della propria società e i predicatori di ogni fede devono emarginare gli estremismi. L’avversario da battere è solo il terrorismo, che ci colpisce tutti allo stesso modo e il suo maggiore sponsor sta a Teheran. Nessun accenno alla tutela di minoranze interne, nessun richiamo contro atteggiamenti autoritaristici, nessuna menzione sui gruppi integralisti pur notoriamente sostenuti proprio dai sauditi.  Che il tycoon, contrariamente ad Obama, fosse in totale sintonia con il Governo israeliano lo si era visto già in campagna elettorale ma l’apertura all’Islam, in precedenza definita una religione implicitamente aggressiva e pericolosa, ha lasciato realisticamente il posto a una netta distinzione tra la sua pratica normale e i devianti estremismi.

Se si va oltre il primo sguardo, si vede comunque una sua coerenza tra il Trump di prima e di dopo l’elezione. Il suo obiettivo sempre dichiarato era di voler rivitalizzare l’economia interna americana e questa prima tappa del viaggio non l’ha dimenticato. Oltre alla netta scelta politica di campo, uno dei risultati di questi incontri è il volume di contratti firmati e la pioggia di denari (e, conseguentemente, di posti di lavoro) che dovrebbero riversarsi sugli USA. Com’è giusto che sia, politica ed economia camminano insieme e la volontà di rinforzare l’Arabia Saudita e i Paesi arabi contro la “minaccia” iraniana si traduce nella cessione ai sauditi e Paesi vicini di un’enorme quantità di armamenti di fabbricazione statunitense. Si ipotizza una cifra di circa 350 miliardi di dollari in dieci anni, di cui almeno un centinaio da spendersi immediatamente. Di questi ultimi, circa sessanta saranno destinati per l’acquisto di aerei, navi, bombe di precisione, munizioni e un sistema di modernizzazione della difesa cibernetica. Anche i missili THAAD (quelli che sono stati stanziati in Corea del Sud e che Trump vorrebbe fossero i riluttanti coreani a pagare) saranno parte del pacchetto. Della delegazione americana facevano parte, non a caso, rappresentanti di alcune grandi imprese americane, quali la Boeing, la Lockeed e la General Electric.  I sauditi, pur alle prese con un deficit interno di almeno 53 miliardi di dollari che li ha obbligati a tagliare i salari degli impiegati pubblici, hanno promesso investimenti, in partnership, nelle infrastrutture americane per un montante di 200 miliardi in quattro anni. Anche gli Usa hanno concesso qualcosa: 150 elicotteri della Lockeed saranno assemblati in Arabia Saudita creando 450 nuovi posti di lavoro e la società mista Aramco dovrebbe poter investire almeno 50 milioni in attività diversificate dal settore petrolifero.

Tornando all’aspetto più direttamente politico e di là dei discorsi ufficiali, è possibile ipotizzare che si sia cercato di stringere ulteriormente e allargare ad alcuni altri Paesi arabi la collaborazione (già esistente ma mai resa ufficiale) tra Israele e l’Arabia Saudita con una duplice funzione: anti iraniana da un lato e per la ricerca di un vero e duraturo accordo con i palestinesi dall’altro.

Come in tutte le circostanze simili, occorrerà vedere in seguito se quanto discusso e quanto annunciato si tradurranno veramente nella realtà. Gli ostacoli non mancano, a partire dal fatto che alcuni dei presenti hanno nutrito, e probabilmente continuano a sostenere, proprio quei gruppi estremisti e terroristici che sono stati identificati come il nemico comune. Oltre alla stessa Arabia Saudita, alludiamo al Qatar e al suo coinvolgimento con alcuni gruppi ribelli in Siria, con i Fratelli Musulmani e con Hamas nella striscia di Gaza. Né si possono nascondere gli interessi divergenti nello stesso mondo arabo, con relativi supporti a gruppi combattenti in Libia o in Egitto(vedi Fratelli Musulmani).

Infine, il coalizzarsi del mondo sunnita contro l‘Iran significa escludere dalla partita la Russia e, oltre a rendere impossibile una soluzione per la crisi siriana, non potrà certo essere facilitato il raggiungimento di una stabilizzazione della regione, dove gli sciiti sono pur sempre un numero rilevante e godono di posizioni geopoliticamente molto forti.

Dario Rivolta

 

 

Photo Credit: Per gentile concessione

Valentin Muriaru www.valentinmuriaru.com

 

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