Verso un’Europa a più velocità

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Martedì 9 maggio scorso l’Unione Europea ha festeggiato l’ennesima ricorrenza di quest’anno.                  Dopo i 60 anni dai Trattati di Roma è stata la volta dei 67 dalla Dichiarazione di Robert Schuman, all’epoca Ministro degli Esteri della Francia, che, mettendo fine al contrasto secolare con la Germania, pose le basi per la creazione della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio, antesignana dell’Unione Europea.

Eppure questo 2017 non è stato caratterizzato da sole celebrazioni. Olanda e Francia, i due Paesi che dodici anni fa votarono contro il progetto costituzionale europeo, hanno respinto la minaccia anti-europeista, eleggendo rispettivamente Mark Rutte ed Emmanuel Macron. Quest’ultimo, tra l’altro, nella sua prima visita ufficiale, ha incontrato la Cancelliera Angela Merkel, nel segno di un ritrovato asse franco-tedesco, assopitosi durante la Presidenza Hollande.

E qual è dunque il problema? Si può parlare di fine della crisi? Jean Monnet aveva predetto che l’Europa sarebbe nata da situazioni di crisi e sarebbe stata forgiata, nel tempo, dalle soluzioni ad esse date. Ma il problema risiede proprio nel fatto che, a livello comunitario, le soluzioni scarseggiano.

Se la recente Dichiarazione di Roma, seppur celebrativa e rinnegata in patria da curiose propagande anti-europeiste (avanzate da alcuni firmatari della stessa) è stata considerata come un documento politico impegnativo (in termini di sicurezza, diritti, occupazione, ruolo internazionale), il Libro Bianco sull’Unione Europea, presentato dal Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker come contributo al Vertice di Roma, non può essere definito come tale, configurandosi come mero esercizio espositivo. Voci di corridoio giustificherebbero questo documento annacquato in nome di una strategia attendista e neutrale rispetto alle recenti e prossime tornate elettorali, fondamentali per il futuro dell’UE: le già citate elezioni olandesi e francesi oltre a quelle tedesche di settembre.

Tra i cinque scenari delineati per il futuro dell’Unione, è facile scartarne subito alcuni, palesemente inattuabili al momento, mentre la tendenza sembrerebbe quella di propendere verso il terzo, cioè il principio per cui “chi vuole di più, fa di più”, ribadita “morbidamente” nella Dichiarazione di Roma:

 

“Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile”

 

Questa opzione consentirebbe, agli Stati che lo desiderano, di dar vita a coalizioni ristrette in ambiti specifici come la difesa, la sicurezza interna, o su questioni sociali e/o fiscali. Proprio in relazione alla Difesa, il tema è talmente “affascinante” politicamente che è stato ripreso da molti esponenti politici, anche di diversa fazione, che però non hanno fornito alcuna indicazione sulla fattibilità del progetto. Alle difficoltà pratiche (si pensi ad un ripensamento dell’industria bellica europea e alla creazione di economie di scala) ed ideologiche (difficoltà di coniugare l’autonomia strategica con la dipendenza dalla NATO), si aggiungono alcune intrinseche contraddizioni in termini di legittimità democratica e di responsabilità decisionale ma soprattutto rispetto al processo di integrazione dell’Europa a 27.

In passato abbiamo già assistito a diverse forme di integrazione “à la carte” o a geometria variabile, dallo spazio Schengen all’Euro, dove, tra l’altro, assistiamo anche oggi a diverse velocità: quella tedesca (e olandese), rispetto a quella mediterranea. Corsi e ricorsi storici. Da Khol che nel 1994 propose un’Europa di Serie A ed una di Serie B in relazione alla moneta comune (che portò ad una frattura con l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi), passando per il celebre discorso di Sarkozy sulle due velocità, arrivando all’odierna multi-velocità Merkeliana, magari spalleggiata dalla nuova Francia “en Marche”.

Certe scelte, così come certe dichiarazioni rimangono nella memoria collettiva, rimarcando ed incentivando fratture già esistenti, dal Gruppo di Visregard (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca), al cosiddetto Club-Med (spesso guidato dalla Grecia), dai Paesi Baltici ai Paesi Nordici, oltre ad acuire la propaganda anti-europeista di alcuni governi nazionali (ungherese e polacco fra tutti) e confermare se non il fallimento definitivo, un’ulteriore sconfitta della politica di allargamento.

Al momento la cooperazione rafforzata sembra essere l’unica opzione. Tale scelta può essere interpretata come un atto di realismo di chi riconosce che un’Europa a più velocità esiste già, o forse è la solita via di fuga rispetto al progetto di Unione Federale.

Di Matteo Ribaldi

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