ALL’ALBA DELL’ERA TRUMP: SCENARI E STRATEGIE DELLA NUOVA PRESIDENZA AMERICANA

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Martedi 17 gennaio, presso la sala del Senato di Piazza Santa Maria in Aquiro a Roma, il Centro Studi Roma 3000, specializzato nell’ analisi della politica internazionale, ha riunito, grazie all’apporto della Senatrice Anna Cinzia Bonfrisco, un panel di studiosi, esperti e ed analisti per approfondire e discutere i trend della nuova presidenza americana.

 

L’alba di Trump è stata infatti preceduta, come ha argomentato l’on. Alessandro Forlani, da una campagna elettorale combattuta come forse nessun’altra se ne ricorda nel dopoguerra.

Gli avversari si sono affrontati senza esclusione di colpi, con una virulenza inedita nel linguaggio politico americano.

Il grande sconfitto è il sistema politico e partitico.

In entrambi i campi infatti si è registrato uno scontro senza precedenti tra i candidati alla presidenza e l’establishment di partito.

In campo democratico si è assistito ad una candidata poco amata dal partito e dalla base: Hilary Clinton è stata percepita come troppo compromessa  con i poteri forti e la crisi economica del 2007/08.

Una candidata debole, contrastata con efficacia dalla narrazione alternativa di Bernie Sanders, troppo facilmente liquidato come estremista.

Dall’altro lato Donald Trump, che fin dalle primarie ha corso dichiaratamente contro il partito Repubblicano, il quale non ha mancato di contrastarlo in tutti i modi possibili, cercando di scaricarlo anche quando la corsa alla presidenza era entrata nel vivo.

The Donald non se ne è curato poi troppo, è andato per la propria strada e ha vinto.

Sarà interessante vedere come il sistema politico si adatterà ad una presidenza che nello stile e nella sostanza si preannuncia indipendente e in contrasto con Capitol Hill.

Così come è importante, per capire cosa è successo e cosa succederà, andare alle radici del comportamento dell’elettorato americano.

Il dato elettorale  attesta che la percentuale dei votanti, pari al 55%, è in linea col trend delle tornate precedenti. Perché allora questo esito imprevisto? I motivi sono tanti, ma uno, secondo Paul Berg, Ministro Plenipotenziario dell’Ambasciata Americana a Roma, è di particolare interesse. Gli elettori votano infatti i candidati che sentono piu’ vicini, non solo in base alla promesse elettorali.

Cosa hanno in comune allora un miliardario newyorchese con un disoccupato della Rust Belt?

Il puritanesimo può essere una chiave di lettura. Come forma religiosa non esiste più in America, ma ha plasmato a fondo l’anima del paese, che nel proprio DNA ne porta ancora i tratti. E al di là della ricchezza, delle mogli e dell’edonismo, molti americani hanno visto in Trump un uomo che ha ampliato le proprie fortune lottando contro l’establishment di cui pure faceva parte, un uomo completamente dedito alla propria causa, che dorme poche ore a notte e non ha avuto paura di dire le cose come stanno.

Tutto cil in un paese in cui stanno prevalendo sentimenti di ritirata verso l’interventismo militare e verso alleati che si avvalgono della pax americana senza pagarne il prezzo, e dove cresce una forte avversione  contro una globalizzazione che ha arricchito pochi mentre  molti ne hanno pagato il prezzo.

Un’America che si ritira è al tempo stesso un’opportunità e un rischio per l’Europa che oggi si trova di fronte alla piu’ grande crisi della propria storia, ha commentato l’Ambasciatore Pietro Massolo. Delegittamente politicamente, divisa e debole economicamente, l’Europa nata all’interno del cordone di sicurezza garantito dalla Nato dovrà trovare la forza di reinventarsi ed assumere, pena l’irrilevanza e un ulteriore arretramento dagli affari del mondo, una postura chiara e decisa.

Anche di fronte all’altro grande protagonista della politica di questi ultimi anni, la Russia di Putin.

Trump cambierà i rapporti con la Russia, portandoli ad una normalizzazione e alla ricerca di soluzioni comuni. L’intervento americano nelle aree di crisi (medio oriente e nord africa in primis) sarà molto difficile, secondo la storica tendenza che vede le amministrazioni repubblicane più inclini ad applicare una politica di peace through strenght: grande forza militare da impiegare il meno possibile.

E’ quindi ipotizzabile che, al di la dei toni bellicosi, su questo campo la politica di Trump viaggi su binari noti.

Tutto come prima dunque? No, secondo il giornalista Mario Sechi, che pronostica la nuova Presidenza quale fattore di cambiamentoi profondi.

La globalizzazione guidata dalla Silicon Valley ha portato nel mondo una grande crescita economica, ma ad averne goduto i benefici sono stati in pochi, pochissimi. L’1% della popolazione si e’arricchito sempre di piu’, mentre la working class ha ceduto il passo in termini economici, di sicurezza e di identità. Ed allora con Trump questo scontento ha trovato finalmente un campione in grado di rappresentarlo: è tornato l’acciaio, ha sintetizzato Sechi. La old economy, fatta di fabbriche, industrie, operai vuole riprendersi la scena. Con Trump le aziende americane dovranno tornare a produrre e, soprattutto, pagare le tasse negli Stati Uniti.

Una rivoluzione, secondo il giornalista, uno di quei momenti in cui la Storia cambia strada: in questo caso per riportare in America produzione e ricchezza.

Uno shock per l’ideologia imperante negli ultimi anni ma che, secondo il giornalista e analista internazionale Andrew Spannaus, era evidente già da diversi anni.

Almeno dalla grande crisi del 2007, secondo l’autore del volume “Perchè vince Trump” in America e in Europa era possibile osservare nella società una crescente ondata di sentimenti contrari allo status quo e alle classi dirigenti alla guida del processo di globalizzazione. Se avesse vinto la Clinton probabilmente il mondo avrebbe vissuto un prolungamento della fase precedente, e le conseguenze avrebbero potuto essere ancora più destabilizzanti.

Ma questo è già passato,  l’ascesa di Trump all’esecutivo presenta sia elementi di continuità che di rottura con il recente passato della storia politica americana e saranno i fatti e le decisioni ha determinare il destino del 45° Presidente e le sorti mondiali.

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