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gennaio 2017

Iraq, la missione “Prima Parthica” addestra i Peshemerga contro Daesh

Asia/Difesa di

In questi giorni viene annunciata la liberazione di gran parte della città di Mossul. Combattendo strada per strada tra le rovine di un citta che ospitava nel 2014 circa 1.500.000 di abitanti, le truppe iraqene insieme ai Zerawani e i Peshmerga curdi stanno ripulendo la città dai terroristi di Daesh.

Una battaglia durata due lunghi anni durante i quali la popolazione civile ha subito il governo tirannico e sanguinoso dei terroristi neri.

L’applicazione letterale della Sharia, le persecuzioni ai cristiani, agli ebrei e ai mussulmani sciiti hanno reso la vita dei cittadini di Mossul un vero incubo.

Uccisioni di massa, arresti e giudizi sommari hanno scandito la quotidianità di questa città.

A questa barbarie gli unici che si sono opposti immediatamente diventando la prima linea del fronte anti Daesh sono stati i peshmerga, male armati e senza grandi nozioni di tattica e strategia si sono difesi con coraggio unico.

Nel settembre del 2014 la comunità internazionale decide di opporsi al dilagare di daesh con una coalizione internazionale di volenterosi, di cui fa parte anche l’Italia, con il compito di supportare le truppe iraqene nella battaglia per il ripristino delle condizioni di sicurezza interna al paese.

Questo supporto include attività di addestramento del personale iraqeno, Zerwani e Peshmerga, supporto tattico aereo, supporto tattico terrestre con artiglieria pesante, supporto nelle attività di intelligence.

Con base ad Erbil il contingente interforze italiano è attivo con la missione “Prima Parthica” con compiti di Addestramento delle forze Iraqene, Zerawani e Peshmerga, di supporto tattico aerotrasportato con la missione “Personal recovery” delle unità dell’AVES e di addestramento nelle procedure e tattiche di polizia e sicurezza svolto dalle unità dei carabinieri.

Ad Erbil Alessandro Conte, direttore di European Affairs, ha incontrato il personale della missione italiana e realizzato una serie di reportage che verranno pubblicati settimanalmente per tutto il mese di febbraio.

Ecco il primo.

 

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Iraq announce liberation of Eastern Mosul

Asia @en di

 After more than 100 days of hard urban combat, Iraqi officials announced the liberation of eastern Mosul today.

While clearance operations are ongoing, the Iraqi security forces control all areas inside the city east of the Tigris River, the east bank of the river around all five bridges crossing the Tigris River, Mosul University and the Ninevah Ruins.

During their offensive to liberate the city of more than one million residents, which was held by the Islamic State of Iraq and the Levant for more than two years, the Iraqi and peshmerga security forces fought through an elaborate defense formed over the past two years to not only keep the Iraqi security forces out, but the residents of Mosul captive. Through it all, the Iraqi security forces displayed their professionalism by placing the lives of citizens before their own and taking precautions to protect the citizens of Mosul while battling a brutal and fanatic enemy, Combined Joint Task Force Operation Inherent Resolve officials said.

Meanwhile, they added, ISIL resorted to using children and other civilians as shields against coalition and Iraqi air and artillery strikes and used protected facilities such as hospitals, mosques and schools as weapons storage facilities and bases for its terrorist operations.

Air Strikes

Since Oct. 17, the coalition has conducted 558 air strikes in assistance of the Iraqi forces, using 10,115 munitions against ISIL targets. These munitions have destroyed at least 151 vehicle bombs, 361 buildings/facilities, 140 tunnels, 408 vehicles, 392 bunkers, 24 anti-air artillery systems, and 315 artillery/mortar systems.

During the offensive, the Iraqis fended off an average of five vehicle bombs a day, and endured daily mortar and sniper attacks, as well as surveillance and frequent attacks by ISIL unmanned aerial systems dropping grenades on friendly forces.

“This is a monumental achievement for not only the Iraqi security forces and sovereign government of Iraq, but all Iraqi people,” said Army Lt. Gen. Stephen J. Townsend, the commanding general of Combined Joint Task Force Operation Inherent Resolve, the multi-national counter-ISIL coalition tasked with the military defeat of ISIL in Iraq and Syria.

“This would have been a difficult task for any army in the world,” Townsend said. “And to see how far the Iraqis have come since 2014, not only militarily, but in their ability to put their differences aside and focus on a common enemy, gives real hope to the people of Iraq that after years of fighting and instability, peace and security are attainable.”

“There is still a long way to go before ISIL is completely eliminated from Iraq, and the fight for western Mosul is likely to be even tougher than the eastern side,” he said. “But the [Iraqis] have proven they are both a professional and formidable fighting force and I have every confidence that ISIL’s days are numbered in Iraq.”

“The warriors of the coalition join me in congratulating our comrades in the Iraqi security forces on this achievement and wish them good luck and Allah’s blessings for the fight on the west side that lies ahead,” the general said.

The coalition trains, equips and enables the Iraqi and peshmerga security forces with advise and assist teams, intelligence, artillery and air strikes. Since the start of operations in October 2014, the coalition has trained more than 50,000 Iraqi fighters and launched more than 17,000 strikes on ISIL targets in support of its partners on the ground.

Over the past two years, with coalition training and equipment, the Iraqis rebuilt their military and liberated more than two million people and major population centers such as Ramadi, Fallujah, Tikrit, Kirkuk, Qayyarah and Sharqat. Now they are well on their way to the complete liberation of Iraq’s second largest city, Mosul, officials said.

Source : DoD

ALL’ALBA DELL’ERA TRUMP: SCENARI E STRATEGIE DELLA NUOVA PRESIDENZA AMERICANA

Varie di

Martedi 17 gennaio, presso la sala del Senato di Piazza Santa Maria in Aquiro a Roma, il Centro Studi Roma 3000, specializzato nell’ analisi della politica internazionale, ha riunito, grazie all’apporto della Senatrice Anna Cinzia Bonfrisco, un panel di studiosi, esperti e ed analisti per approfondire e discutere i trend della nuova presidenza americana.

 

L’alba di Trump è stata infatti preceduta, come ha argomentato l’on. Alessandro Forlani, da una campagna elettorale combattuta come forse nessun’altra se ne ricorda nel dopoguerra.

Gli avversari si sono affrontati senza esclusione di colpi, con una virulenza inedita nel linguaggio politico americano.

Il grande sconfitto è il sistema politico e partitico.

In entrambi i campi infatti si è registrato uno scontro senza precedenti tra i candidati alla presidenza e l’establishment di partito.

In campo democratico si è assistito ad una candidata poco amata dal partito e dalla base: Hilary Clinton è stata percepita come troppo compromessa  con i poteri forti e la crisi economica del 2007/08.

Una candidata debole, contrastata con efficacia dalla narrazione alternativa di Bernie Sanders, troppo facilmente liquidato come estremista.

Dall’altro lato Donald Trump, che fin dalle primarie ha corso dichiaratamente contro il partito Repubblicano, il quale non ha mancato di contrastarlo in tutti i modi possibili, cercando di scaricarlo anche quando la corsa alla presidenza era entrata nel vivo.

The Donald non se ne è curato poi troppo, è andato per la propria strada e ha vinto.

Sarà interessante vedere come il sistema politico si adatterà ad una presidenza che nello stile e nella sostanza si preannuncia indipendente e in contrasto con Capitol Hill.

Così come è importante, per capire cosa è successo e cosa succederà, andare alle radici del comportamento dell’elettorato americano.

Il dato elettorale  attesta che la percentuale dei votanti, pari al 55%, è in linea col trend delle tornate precedenti. Perché allora questo esito imprevisto? I motivi sono tanti, ma uno, secondo Paul Berg, Ministro Plenipotenziario dell’Ambasciata Americana a Roma, è di particolare interesse. Gli elettori votano infatti i candidati che sentono piu’ vicini, non solo in base alla promesse elettorali.

Cosa hanno in comune allora un miliardario newyorchese con un disoccupato della Rust Belt?

Il puritanesimo può essere una chiave di lettura. Come forma religiosa non esiste più in America, ma ha plasmato a fondo l’anima del paese, che nel proprio DNA ne porta ancora i tratti. E al di là della ricchezza, delle mogli e dell’edonismo, molti americani hanno visto in Trump un uomo che ha ampliato le proprie fortune lottando contro l’establishment di cui pure faceva parte, un uomo completamente dedito alla propria causa, che dorme poche ore a notte e non ha avuto paura di dire le cose come stanno.

Tutto cil in un paese in cui stanno prevalendo sentimenti di ritirata verso l’interventismo militare e verso alleati che si avvalgono della pax americana senza pagarne il prezzo, e dove cresce una forte avversione  contro una globalizzazione che ha arricchito pochi mentre  molti ne hanno pagato il prezzo.

Un’America che si ritira è al tempo stesso un’opportunità e un rischio per l’Europa che oggi si trova di fronte alla piu’ grande crisi della propria storia, ha commentato l’Ambasciatore Pietro Massolo. Delegittamente politicamente, divisa e debole economicamente, l’Europa nata all’interno del cordone di sicurezza garantito dalla Nato dovrà trovare la forza di reinventarsi ed assumere, pena l’irrilevanza e un ulteriore arretramento dagli affari del mondo, una postura chiara e decisa.

Anche di fronte all’altro grande protagonista della politica di questi ultimi anni, la Russia di Putin.

Trump cambierà i rapporti con la Russia, portandoli ad una normalizzazione e alla ricerca di soluzioni comuni. L’intervento americano nelle aree di crisi (medio oriente e nord africa in primis) sarà molto difficile, secondo la storica tendenza che vede le amministrazioni repubblicane più inclini ad applicare una politica di peace through strenght: grande forza militare da impiegare il meno possibile.

E’ quindi ipotizzabile che, al di la dei toni bellicosi, su questo campo la politica di Trump viaggi su binari noti.

Tutto come prima dunque? No, secondo il giornalista Mario Sechi, che pronostica la nuova Presidenza quale fattore di cambiamentoi profondi.

La globalizzazione guidata dalla Silicon Valley ha portato nel mondo una grande crescita economica, ma ad averne goduto i benefici sono stati in pochi, pochissimi. L’1% della popolazione si e’arricchito sempre di piu’, mentre la working class ha ceduto il passo in termini economici, di sicurezza e di identità. Ed allora con Trump questo scontento ha trovato finalmente un campione in grado di rappresentarlo: è tornato l’acciaio, ha sintetizzato Sechi. La old economy, fatta di fabbriche, industrie, operai vuole riprendersi la scena. Con Trump le aziende americane dovranno tornare a produrre e, soprattutto, pagare le tasse negli Stati Uniti.

Una rivoluzione, secondo il giornalista, uno di quei momenti in cui la Storia cambia strada: in questo caso per riportare in America produzione e ricchezza.

Uno shock per l’ideologia imperante negli ultimi anni ma che, secondo il giornalista e analista internazionale Andrew Spannaus, era evidente già da diversi anni.

Almeno dalla grande crisi del 2007, secondo l’autore del volume “Perchè vince Trump” in America e in Europa era possibile osservare nella società una crescente ondata di sentimenti contrari allo status quo e alle classi dirigenti alla guida del processo di globalizzazione. Se avesse vinto la Clinton probabilmente il mondo avrebbe vissuto un prolungamento della fase precedente, e le conseguenze avrebbero potuto essere ancora più destabilizzanti.

Ma questo è già passato,  l’ascesa di Trump all’esecutivo presenta sia elementi di continuità che di rottura con il recente passato della storia politica americana e saranno i fatti e le decisioni ha determinare il destino del 45° Presidente e le sorti mondiali.

Sisma, anche l’Aereonautica Militare in campo per le operazioni di soccorso

Difesa/EUROPA di

Continua l’impegno dell’Aeronautica Militare a favore delle zone terremotate che nei giorni scorsi sono state colpite dalla neve.

Per rispondere alle diverse richieste di supporto, l’Aeronautica ha messo in campo diverse squadre di pronto intervento con personale del 16° Gruppo Genio Campale, della 1^ Brigata Aerea Operazioni Speciali (BAOS), del 3° Stormo di Villafranca(VR), del 50° Stormo di Piacenza e del 51° Stormo di Istrana (TV).

I militari sono operativi già dal 19 gennaio nel comune di Sarnano (MC) dove “49 unità sono intervenute con mezzi speciali, pale meccaniche e fresaneve per sgombrare le strade dalla neve e raggiungere così le frazioni rimaste isolate” ha dichiarato il tenente colonnello Cristiano Fedeli, responsabile per il coordinamento del personale dell’Aeronautica Militare.

L’intervento dei militari si è reso necessario in seguito alla richiesta di supporto da parte dello stesso sindaco di Sarnano, Franco Ceregioli che ha affermato che <<i mezzi a disposizione del comune non erano idonei per raggiungere le 53 frazioni dove la neve aveva bloccato tutte le vie di accesso raggiungendo circa i 2 mt di altezza per oltre 120 km di strade comunali>>.

Altre 36 unità sono attive anche nel comune di Rotella (MC).

In stretto coordinamento con la Prefettura di Macerata, una squadra composta dal personale del Centro di Formazione Aviation English di Loreto (AN) è intervenuta, invece, nei giorni scorsi a Serravalle di Chieti (MC) dove la neve, caduta copiosa nei giorni scorsi, aveva lasciato molti cittadini isolati.

Centro Italia, Forze Armate contro l’emergenza

Difesa di

Impegnate nel soccorso alle zone colpite dal maltempo e nella ricerca dei dispersi, sono 3.300 le divise al lavoro in Abruzzo. Stato Maggiore della Difesa, Generale Graziano: «In atto uno sforzo corale per rispondere alle esigenze della popolazione in difficoltà»

Evacuazioni eliportate, barelle trainate su sci, soccorsi via terra alla popolazioni isolate, ripristino della viabilità interrotta e supporto alle operazioni di ricerca dei dispersi. Sono solo alcune delle attività intraprese dai 3.300 militari impiegati dalla Difesa per arginare l’emergenza maltempo che ha piegato in questi giorni il Centro Italia, unitamente al susseguirsi di sciami sismici che hanno causato valanghe in Abruzzo.

Il sensibile peggioramento delle condizioni meteorologiche e l’impossibilità di penetrare in alcuni centri montani, hanno imposto l’utilizzo di tecniche studiate per le missioni estere: pianificazione degli obiettivi, briefing di volo con gli elicotteristi, inserzione in ambienti ostili, predisposizione di zone di atterraggio speditive per velivoli, e, ovviamente, sgombero neve su strada.

Mobilitate dunque le squadre specialistiche di Esercito, Guardia di Finanza, Carabinieri, Aeronautica e Marina Militare, avvezze a lavorare in condizioni naturali proibitive e in tempi rapidissimi. Come quella dei 60 fucilieri di Marina della Brigata San Marco, inviati in loco per dare maggior impulso alle attività di sgombero della neve dai centri abitati, e degli Alpini paracadutisti, impegnati nell’attività specifica del Fast rope: calarsi dall’alto tramite un sistema di scalette o verricelli per le “ricognizioni speciali”, che in questa particolare occorrenza equivalgono a soccorrere in tempo reale sopravvissuti e malati.

Spessi banchi di nebbia hanno determinato un blocco temporaneo del soccorso aereo nel teramano, dove le condizioni proibitive consentono solo l’utilizzo di mezzi cingolati. Al vaglio dei Ranger del reggimento “Monte Cervino”, in queste ore, una ripresa delle evacuazioni via cielo, come pure il lancio di medicinali e beni di prima necessità agli abitanti isolati qualora la Protezione Civile ne facesse richiesta.

«50 specialisti sono concentrati sull’Hotel Rigopiano, in un’alternanza continua di uomini e mezzi per la ricerca dei sopravvissuti – racconta il Maggiore dell’Esercito Marco Amoriello – nonostante i problemi tecnici esasperati dal maltempo e dalla vastità dell’area interessata, tenuto conto delle difficoltà di volo e del territorio particolarmente impervio. Si opera a tutta velocità, perché la speranza non muore, in uno scenario inusuale in cui sta emergendo una preparazione a tutto tondo. E’ anche pronto a partire un nucleo di aviorifornitori da Pisa per il lancio del materiale necessario».

Frattanto, l’attività di trasferimento aereo per ragioni di sicurezza della popolazione della Valle Castellana in Provincia di Teramo, che le unità delle Forze Armate avevano avviato raggiungendo per prime località e borghi completamente isolati da circa quattro giorni, ha subito un’iniziale battuta d’arresto dopo le prime missioni che hanno consentito di trasportare ad Ascoli Piceno circa una trentina di persone. Un’evacuazione proseguita in seguito via terra, con un convoglio di mezzi ruotati e cingolati del 9° Reggimento Alpini e del 6° Reggimento Genio dell’Esercito. Finora sono state trasportate verso Acquasanta circa 50 persone e si conta di poterne evacuare qualche ulteriore decina in tempi brevi, sebbene le condizioni della viabilità siano pessime nonostante l’incessante lavoro di turbofrese e mezzi con pale sgombraneve.

Nel pescarese, a Penne, l’Aeronautica Militare ha installato una torre di controllo per gestire e coordinare tutte le attività aeree nell’area, mentre fra Chieti e Teramo lavorano gomito a gomito paracadutisti, uomini del search and rescue, e unità specializzate nella meteorologia della neve e delle valanghe.

Una congiuntura davvero drammatica quella delle precipitazioni climatiche che hanno paralizzato il nostro Paese, già duramente provato dal terremoto del 24 agosto scorso. «È chiaro che la combinazione di tre diverse situazioni emergenziali – ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Claudio Graziano – la ricostruzione post-terremoto, la nuova ondata sismica e le proibitive condizioni meteorologiche, impongono al personale delle Forze Armate e della Protezione Civile di operare in situazioni talvolta estreme. Ma sono proprio queste difficoltà a spronaci a dare il massimo per aiutare, sostenere e confortare la popolazione. In queste lavoriamo senza sosta e numerosi sono i casi di situazioni critiche in cui l’intervento dei nostri militari è stato risolutore e provvidenziale. I nostri sforzi sono finalizzati principalmente al ripristino della viabilità, per permettere di raggiungere i luoghi colpiti, consentendo così il flusso degli aiuti e lo sgombero delle persone isolate. A tal fine, stiamo impiegando soprattutto mezzi speciali del genio. Turbine sgombraneve, pale da neve cingolate, pale da neve ruotate, mezzi con lame sgombraneve, macchine movimento terra e cingolati, cioè le cosiddette strumentazioni definite “duali”: nate per scopi prettamente militari, hanno caratteristiche tali da poter essere proficuamente impiegate in situazioni emergenziali a vario titolo. Quindi, uno sforzo corale perché è necessario rispondere celermente alle esigenze delle popolazioni in difficoltà».

Tra veicoli speciali del Genio, cingolati e ruotati, sgombraneve a turbina ed elicotteri, sono oltre un migliaio i mezzi messi in campo dalla Difesa.

Viviana Passalacqua

Libya: Bomb Detonates Near Italian Embassy

A bomb detonated Jan. 21 in Tripoli near the Italian embassy and just behind the shuttered Egyptian embassy, according to security officials, Reuters reported. The area has been blocked off by security forces and no casualties have been reported. Italy reopened its embassy earlier in January, making it the first Western country to do so. Libya is a country divided but as the country’s political turmoil has deepened, its economic and security circumstances have somewhat improved.

Source: Strafor

Mosul,coalition srikes hits isis waterboard

Asia @en/BreakingNews @en di

 

From a U.S. Central Command News Release

SOUTHWEST ASIA, Jan. 21, 2017 — In three days of operations that began Jan. 18, coalition forces struck 90 watercraft and three barges on the Tigris River in Mosul, Iraq, U.S. Central Command officials reported today.

Many of these watercraft were being used to ferry Islamic State of Iraq and the Levant fighters and equipment across the river from East Mosul to West Mosul in an attempt to escape the Iraqi security forces as they continued to clear the remaining portions of East Mosul, officials said.

Iraqi security forces secured the Eastern bank of all five bridges across the Tigris River in Mosul during the past week of clearing operations, they added, making it difficult for ISIL fighters to flee.

ISIL Fighters Desperate

“We believe this was a desperate attempt to retrograde ISIL fighters now that the Iraqi security forces own the eastern bank of every bridge in Mosul,” said Air Force Col. John L. Dorrian, spokesman for Combined Joint Task Force Operation Inherent Resolve. “This is one more example of how the coalition is supporting the military defeat of ISIL by launching airstrikes while Iraqi military complete the clearance of eastern Mosul.”

Since the operation to liberate Mosul began Oct. 17, the coalition has destroyed at least 112 watercraft on the Tigris River in Mosul, officials said, with several more damaged or destroyed outside of the city.

Xi Jinping al WEF di Davos: “nessun vincitore da una guerra commerciale”

Asia di

Globalizzazione contro protezionismo, potrebbe essere questa la cifra identificativa dello scontro che si prepara a livello globale per i prossimi anni tra i due giganti dell’economia mondiale: Cina e Stati Uniti.

La retorica del presidente eletto Donald Trump,sintetizzata nello slogan “America first”, si focalizza sulla protezione degli interessi americani sul piano commerciale, mettendo in discussione i rapporti economici con l’avversario asiatico. Dopo il tramonto dell’ambizioso accordo commerciale di Partnership Trans-Pacifica (TPP), la nuova amministrazione sembra intenzionata a ritirarsi dai trattati internazionali di libero scambio privilegiando accordi bilaterali che possano garantire una maggiore protezione degli interessi americani. Una prospettiva che mette in allarme Pechino, che vede nella globalizzazione e nella liberalizzazione del commercio la strada maestra per proseguire sul cammino della crescita.

Il presidente cinese Xi Jinping ha deciso dunque di scendere in campo in prima persona, prendendo parte oggi, con una delegazione di altissimo livello, al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Mai nessun leader cinese aveva partecipato al prestigioso summit annuale di Davos, una novità che ben rappresenta l’importanza del momento, a pochi giorni dall’insediamento del neo-presidente Trump alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio.

Come era prevedibile, nel suo intervento Jinping ha parlato in difesa della globalizzazione e del libero scambio, mettendo in guardia Washington dal pericolo di una guerra commerciale tra la prima e la seconda economia del pianeta, da cui nessuno uscirebbe vincitore.

In un discorso emblematico, il presidente cinese ha difeso gli esiti dell’integrazione economica, dimensione considerata, al contempo, ineluttabile e imprescindibile. “La maggior parte dei problemi che preoccupano il mondo non sono causati dalla globalizzazione – ha detto Jinping. Che vi piaccia o meno, l’economia globale è un grande oceano dal quale non si può scappare”. “Dobbiamo promuovere il commercio e la liberalizzazione degli scambi” ha aggiunto, sottolineando come “Nessuno potrà emergere vincitore da una guerra commerciale”. Un messaggio chiaro, destinato alla nuova amministrazione Trump al fine di scoraggiare una scelta marcatamente protezionistica.

Pur riconoscendo gli effetti negativi della globalizzazione su alcuni settori dell’economia e della società, il presidente cinese considera l’isolazionismo una reazione sbagliata: “La cosa giusta da fare è cogliere le occasioni per portare avanti le sfide in modo congiunto e tracciare una strada giusta per la globalizzazione economica”.

Con il discorso di Davos, Xi Jinping persegue un duplice scopo: contrastare la narrazione protezionistica di Trump e ricordare a tutti che la Cina è pronta a subentrare agli USA, qualora la scelta protezionistica fosse confermata dai fatti, nel ruolo di leader economico globale. Pechino è pronta a proporre una serie di nuovi accordi di libero scambio, non solo con i paesi della regione del Pacifico, orfani del TPP, ma anche con il continente latinoamericano.

Trump è davvero disponibile a lasciare campo aperto alla superpotenza emergente per concentrarsi sulla difesa del suo mercato interno? In tal caso, Pechino sarà capace di creare nuove condizioni per sostenere la propria crescita?

Il 2017 potrebbe essere un anno di grandi cambiamenti per l’assetto economico globale.

Xi Jinping at the WEF in Davos: “no-one can win a trade war”

Asia @en di

Globalization versus protectionism, this could be the focus of the clash that prepares globally in the coming years between the two giants of the world economy: China and the US.

The elected president Donald Trump’s rhetoric, summarized in the “America first” slogan, focuses on the American interests protection on the commercial level, questioning the economic relations with the Asian opponent. After the sunset of ambitious Trans-Pacific Partnership trade agreement (TPP), the new administration seems willing to withdraw from international treaties favoring bilateral free trade agreements which may provide greater protection of American interests. A perspective that puts Beijing in alarm, as it sees in globalization and liberalization of trade the high road to continue on the growth path.

Chinese President Xi Jinping has therefore decided to take the field in person, by taking part today, with a delegation of the highest level, at the World Economic Forum in Davos, Switzerland. Never in the past any Chinese leader participated in the prestigious annual Davos summit, a novelty that well represents the importance of the moment, a few days before the assignment of the new president Trump at the White House, on 20th of January.

As expected, in his speech Jinping spoke in defense of globalization and free trade, while warning Washington against the danger of a trade war between the first and the second largest economy on the planet, from which no one would come out as a winner.

In a symbolic speech, the Chinese president has defended the outcomes of economic integration, considering it, at the same time, inevitable and unavoidable. “Many of the problems troubling the world are not caused by economic globalization,- Jinping said. “Whether you like it or not, the global economy is the big ocean you cannot escape from.” “We must remain committed to free trade and investment. We must promote trade and investment liberalization,” he added, stressing that “No one will emerge as a winner in a trade war.” A clear message for the new Trump administration, in order to deter any markedly protectionist choice.

While recognizing the negative effects of globalization on certain sectors of the economy and society, Chinese President considers isolationism a wrong reaction: “TThe right thing to do is to seize every opportunity to jointly meet challenges and chart the right course for economic globalization”.

With the Davos speech, Xi Jinping has a twofold purpose: to counter the protectionist narrative of President Trump and remind everyone that China is ready to take over the US, if the protectionist choice will be confirmed by the facts, in the role of global economic leader. Beijing is ready to propose a series of new free trade agreements, not only with the countries of the Pacific region, orphans of the TPP, but also with the Latin American continent.

Is Trump really inclined to leave the field open to the emerging superpower to focus only on defense of american internal market? In this case, Beijing will be able to create new conditions to sustain chinese growth?

2017 could be a year of great changes for the global economic order.

In Polonia i gruppi paramilitari attirano i giovani e il governo

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(Eleonora Vio)
su Internazionale il 13 dicembre

“Se avete più di sedici anni, siete maturi, responsabili, allenati fisicamente, e v’interessa imparare le tattiche militari e maneggiare un’arma da fuoco, unitevi all’associazione dei fucilieri di Strzelec”. Questo è l’invito promozionale che campeggia sull’homepage del sito ufficiale di uno dei più noti gruppi paramilitari polacchi. Mentre in altre parti d’Europa l’idea di imbracciare le armi volontariamente fa sorridere, in Polonia fare la guerra – vera o finta che sia – non è solo un retaggio del passato, ma una realtà diffusa ancora oggi.

“Si vis pacem, para bellum: se vuoi la pace, prepara la guerra”. Con indosso una divisa militare d’altri tempi, Krzysztof Wojewódzki, architetto e comandante dell’arma di Strzelec, recita il famoso detto latino mentre cammina per l’ampio salone di casa invaso dai cimeli di guerra. Se non è difficile immaginare che per lui “poco sia cambiato da allora,” seduti attorno al tavolo e con le uniformi dal taglio appena più moderno ci sono Marta e Daniel, entrambi di vent’anni, rispettivamente caporale e viceistruttore del gruppo, che annuiscono compiaciuti alle sue parole.

“La Polonia non ha mai smesso di essere minacciata”, sostiene Wojewódzki. “Per più di cent’anni è scomparsa dalle mappe, divisa in tre. Poi, quando ha ottenuto l’indipendenza alla fine della prima guerra mondiale, è caduta vittima prima dell’occupazione tedesca e successivamente di quella russa”.

La guerra ibrida
Gran parte dei gruppi paramilitari polacchi ha una tradizione risalente ai primi del novecento ed è nota per aver formato il cuore di quell’esercito di volontari, divenuto l’esercito nazionale polacco, che dopo il 1915 garantì la sua liberazione. La travagliata storia polacca spiega però solo in parte perché negli ultimi due anni il numero d’iscritti alle 120 organizzazioni paramilitari attive in Polonia sia più che triplicato.

Dal 2014, quando cioè la Russia ha cominciato “una guerra ibrida” – giocata sul piano militare ma anche virtuale – contro l’Ucraina, la combinazione tra motivi pratici di difesa in caso di aggressione e sentimenti patriottici e nazionalistici incoraggiati dalle autorità polacche, pronte a sacrificare la democrazia in nome dell’ordine e della tradizione, ha fatto crescere esponenzialmente l’interesse per la guerra.

La partecipazione alle organizzazioni militari è volontaria e la loro struttura rispecchia fedelmente quella dell’esercito regolare

“In passato, i padri incoraggiavano i figli a seguire gli addestramenti militari e a usare le armi. Per me bisogna far rivivere quest’usanza, perché ogni uomo ha il dovere di combattere”, spiega Damien Duda, vicepresidente della Legia akademicka, e insegnante di una delle 1.500 classi in uniforme del paese. “Sono certo che almeno agli inizi di una futura crisi militare la Polonia dovrà affrontare il nemico da sola”. La vittoria di Donald Trump alle presidenziali statunitensi, accompagnata da feroci proclami a favore di un disimpegno dalla Nato e da un avvicinamento “all’orso russo”, ha ingigantito paure già esistenti.

L’addestramento tenuto da un’unità dell’esercito polacco ai fucilieri di Strzelec, nel settembre del 2016. - Eleonora Vio

L’addestramento tenuto da un’unità dell’esercito polacco ai fucilieri di Strzelec, nel settembre del 2016. (Eleonora Vio)

Anche se il servizio militare obbligatorio è stato abolito solo nel 2008, le nuove generazioni non smettono di sentirsi protagoniste della vita militare del paese. Da un lato, grazie alle storie di nonni e parenti, le pareti delle case rimbombano ancora dei colpi di proiettile. Dall’altro, il governo ultraconservatore e cattolico di Diritto e giustizia (Pis), insieme ai movimenti e partiti ultranazionalisti, punta sul patriottismo e sulla longeva tradizione bellica, per allargare le basi del loro già ampio consenso e affermare con orgoglio l’identità nazionale.

La partecipazione alle organizzazioni militari è volontaria e la loro struttura rispecchia fedelmente quella dell’esercito regolare, con un corpo centrale che funge da centro nevralgico e le unità territoriali che si addestrano autonomamente. Gli obiettivi di ciascun gruppo, simili a quelli perseguiti dai medesimi tra la prima e la seconda guerra mondiale, cioè prima del veto del regime comunista, consistono nell’impartire una solida conoscenza della storia e dei valori patriottici, e garantire la giusta preparazione fisica per affrontare guerre e calamità.

Pratico ultranazionalismo
Perfino gli striscioni degli ultras della Legia Warsaw mostrano la “P” rovesciata e arricciata, simbolo della rivolta di Varsavia contro l’occupazione nazista, e per accrescere il loro consenso tra la popolazione le autorità hanno riabilitato anche icone prima maledette. “Il mio mito è Inka, che a soli diciassette anni e sotto tortura non si è piegata ai sovietici”, dice Agnes della Legia akademicka, con gli occhi che le brillano.

Sebbene i membri delle organizzazioni paramilitari possano decidere di arruolarsi nell’esercito o nella polizia, oppure continuare ad addestrarsi per sola passione e mollare tutto per tornare alla vita normale, le autorità hanno cominciato a intuire il potenziale di una così ben rodata macchina da guerra.

L’influenza dei paramilitari si estende a tutta la società. Le “classi in uniforme” abbinano agli studi classici del liceo la pratica militare e spopolano tra i giovani. “Indossare la divisa è una grande responsabilità”, bisbiglia il timido Tomas, mentre la sua compagna di banco si atteggia a prima della classe ed elenca date e nomi degli eroi nazionali. Nelle università la competizione tra i gruppi si fa più intensa. “Avevo già adocchiato l’associazione di Strzelec, ma ho aspettato di entrare all’università per farne parte”, dice Marta, che vuole perseguire la carriera militare dopo la laurea. “Almeno due volte alla settimana le organizzazioni presentano i loro programmi e metà della mia classe ha già aderito”.

Piotr Czuryllo con suo figlio, nel settembre del 2016. La sua è una famiglia di survivalisti, che vive isolata vicino alla città polacca di Olsztyn. - Eleonora Vio

Piotr Czuryllo con suo figlio, nel settembre del 2016. La sua è una famiglia di survivalisti, che vive isolata vicino alla città polacca di Olsztyn. (Eleonora Vio)

In città ci pensa il governo a organizzare commemorazioni, funerali di stato e spettacoli in onore dei caduti, mentre, poco distante dall’enclave russa di Kaliningrad, Piotr Czuryllo, portavoce ufficiale dei cinquantamila survivalisti polacchi, vive isolato con la sua famiglia. Associare quest’uomo buffo e dai modi new age al rigore paramilitare può sembrare azzardato. Eppure, lo stesso individuo che, con aria assorta, la tuta camouflage e la bandana in testa, prevede come “in tempo di crisi si tornerà al caos originario e si dovrà per forza cooperare con la natura”, oltre a conoscere e possedere diverse armi da guerra, e sapersi procacciare cibo e acqua con facilità, a giugno ha organizzato il primo Congresso paramilitare di fronte alle autorità.

In quella sede si è parlato per la prima volta della Forza territoriale di difesa che, al suo completamento nel 2019, conterà 35mila uomini in funzione esclusivamente antirussa. “Questo dipartimento del ministero della difesa è molto importante, perché consente di sviluppare il potenziale dei gruppi paramilitari in ambito militare”, spiega uno degli ideatori del progetto, Waldemar Zubek, mentre alle sue spalle alcuni soldati dell’esercito regolare insegnano ai paramilitari come lanciare granate e sparare con precisione. “Quest’arma è rigorosamente apolitica”, spiega tranquillo, “e a chi critica il governo accusandolo di creare un suo esercito personale, dico che per affrontare l’imminente minaccia russa abbiamo bisogno di molti uomini”. A destare preoccupazione, però, è l’infiltrazione di elementi ultranazionalisti, che trovano pochi ostacoli visti i criteri ancora opachi di selezione e le tendenze estremiste del ministro della difesa.

E mentre era stato proprio il ministro a dire che “sarebbe sbagliato escludere qualcuno per le sue idee politiche”, il rappresentante del Pis, Konrad Zieleniecki, conferma le paure di molti. “La Forza territoriale di difesa è l’unica occasione per gli ultranazionalisti polacchi di esprimere il loro patriottismo in modo pratico”.

Ha collaborato Costanza Spocci.

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