GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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settembre 2016

Hillary Clinton vince il primo dibattito presidenziale

AMERICHE/POLITICA di

Il primo dibattito presidenziale tra Hillary Clinton e Donald Trump si è svolto il 26 settembre all’Hofstra University di Hempstead, New York, a partire dalle 9 di sera. La candidata democratica Hillary Clinton ed il repubblicano Donald Trump si sono sfidati in un acceso dibattito su importati temi di politica interna ed estera. Questo primo dibattito ha rappresentato per gli statunitensi l’opportunità di conoscere meglio le proposte politiche e la personalità dei due candidati alla Casa Bianca. Le elezioni presidenziali sono programmate per il prossimo 8 novembre ed il consenso verso i due candidati dipenderà in parte dalla loro performance nel corso dei tre dibattiti in programma.

Il dibattito è durato 90 minuti ed è stato suddiviso in tre principali aree tematiche: la prosperità, la direzione che seguirà il Paese e la sicurezza. Per quanto riguarda la prima area tematica, i candidati sono stati invitati ad esprimere la loro posizione sul tema del lavoro. Clinton ha proposto al riguardo di creare un’economia che sia in grado di avvantaggiare tutte le classi sociali e non soltanto i più ricchi. L’idea è creare nuovi posti di lavoro investendo in infrastrutture, innovazione, tecnologia, energie rinnovabili e piccole imprese. Inoltre, Hillary ha sostenuto la necessità di rendere la società più equa alzando il salario minimo, promuovendo il diritto alla retribuzione dei giorni di malattia, i permessi familiari retribuiti e l’università gratuita. D’altra parte, Donald Trump ha sostenuto che il principale problema relativo al lavoro negli Stati Uniti è la fuga delle imprese all’estero. Ciò si verifica a causa delle tasse elevate che le imprese pagano nel Paese. Successivamente, ai due candidati è stato chiesto di esporre i loro programmi relativamente alla tassazione. Donald Trump ha quindi proposto di tagliare le imposte alle imprese in modo consistente dal 35% al 15%, in modo da attrarre imprese nel Paese e creare nuovi posti di lavoro. La Clinton, invece, ha espresso una visione opposta sul prelievo fiscale, affermando che il suo programma prevede un incremento delle imposte sulle classi abbienti ed una riduzione delle imposte per le piccole imprese e le classi sociali più svantaggiate. Il suo scopo è permettere l’affermarsi di una più consistente classe media e ridurre le disuguaglianze. A questo punto del dibattito, è stata sollevata la questione della mancata pubblicazione da parte di Trump delle imposte da lui pagate. Pur non trattandosi di un obbligo, i precedenti Presidenti degli Stati Uniti hanno adottato una prassi relativa alla pubblicazione dei documenti relativi al pagamento delle imposte, in modo da dare prova della loro correttezza di fronte agli elettori. Trump ha risposto all’accusa affermando che renderà noti tali documenti quando Hillary pubblicherà le sue email.

Con riferimento alla seconda area tematica, i due candidati sono stati interrogati sulla delicata questione razziale esistente nel Paese. Hillary Clinton ha evidenziato come la prima sfida sarà ristabilire fiducia tra le collettività statunitensi e la polizia. Tale sfida richiede, a suo avviso, una riforma della giustizia e l’introduzione di restrizioni al possesso di armi. Diversamente, Trump ha affermato la necessità di ristabilire legge ed ordine rafforzando i poteri della polizia e promuovendo metodi come lo “Stop and frisk”. Si tratta di una pratica usata dalla polizia che consiste nel fermare persone ritenute sospette e sottoporle a perquisizione. Tuttavia, la Clinton ha ricordato che tale metodo è stato dichiarato incostituzionale.

In relazione alla terza area tematica, relativa alla sicurezza, i candidati hanno affrontato il tema degli attacchi informatici diretti a sottrarre informazioni riservate al Paese. La Clinton ha evidenziato come la sicurezza informatica sarà una priorità per il prossimo Presidente degli Stati Uniti ed ha accusato espressamente la Russia di essere responsabile di un recente attacco informatico. Trump, invece, ha chiarito che non è stata provata la responsabilità della Russia nell’attacco, che potrebbe esser stato orchestrato da un altro Paese. Successivamente, é stato approfondito il tema dell’home grown terrorism e dell’ISIS. Anche su questo punto i candidati hanno espresso posizioni diverse. Trump ha sostenuto che la nascita dell’ISIS è stata il prodotto dei maldestri interventi in Medio Oriente realizzati dai precedenti governi USA. Ha, inoltre, criticato una politica estera fondata sugli interventi militari all’estero e l’alleanza della NATO, considerata un peso economico considerevole per il Paese. D’altra parte Hillary Clinton ha espresso il proprio supporto alla politica estera del Presidente Obama, ricordando che sono state ottenute importanti vittorie senza l’uso delle armi, come l’accordo con l’Iran. Ha inoltre ricordato l’importanza della NATO per garantire la sicurezza degli Stati Uniti, così come la validità degli altri trattati internazionali stipulati dagli USA con i suoi alleati.

Una volta conclusosi il dibattito, un sondaggio ha rilevato che il 62% dei telespettatori ha preferito Hillary Clinton, mentre solo un 27% ha votato per Donald Trump. Hillary Clinton è apparsa al pubblico molto più preparata sul programma politico ed allo stesso tempo ha saputo gestire gli attacchi rivolti contro la sua persona da Trump sorridendo e mantenendo la calma nelle risposte. Al contrario, Trump ha reagito alle provocazioni di Hillary Clinton in modo più spontaneo ed irrequieto, arrivando anche ad alzare il tono della voce. I prossimi dibattiti tra i due candidati, in programma per il 9 ed il 19 di ottobre, saranno fondamentali per capire chi sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti.

Referendum Venezuela

AMERICHE di

Sfidando logica e buonsenso, il più paese con le più grandi riserve di greggio al mondo è in bancarotta: economica, sociale, politica. A causa del crollo del prezzo del greggio (sceso dai 108 dollari al barile del 2014 agli attuali 24), ma non solo: assistenzialismo e crisi della politica si sono intrecciate formando un cocktail esplosivo, e che sta, infatti, esplodendo.

Andiamo con ordine.

La “rivoluzione bolivariana” promossa dal defunto Presidente Chavez, ininterrottamente al potere dal 1999 al 2013 si fondava su due assunti: contrastare lo strapotere statunitense e sostenere lavoratori e poveri contro lo sfruttamento da parte dell’elite economica venezuelana.

Per ottenere lo scopo sono state varati programmi sociali, assicurata la previdenza sanitaria e l’istruzione gratuita per tutti. Sono stati inoltre introdotti sussidi di tutti i tipi, tra cui quelli sulla benzina (costo al consumatore 28 volte in meno rispetto a quello al produttore) con un peso sulle casse dello stato di 26 miliardi di dollari l’anno, o sul riso (costo al consumatore meno della metà di quello al produttore).

L’effetto combinato della grande recessione mondiale e del crollo del prezzo del petrolio ha però portato i nodi al pettine, lasciando un paese, già povero, ingabbiato nelle maglie di una durissima crisi economica innestatasi su un tessuto sociale dipendente un assistenzialismo sfrenato.

Risultato: la povertà del Venezuela è del 33,1% con 683.370 famiglie che vivono sotto la soglia di povertà estrema (quadriplicata nel giro di un anno). I prodotti di prima necessità sono aumentati del 2985% . Si è innescata un’emergenza sanitaria per la quale, secondo un report di sondaggio nazionale di ospedali, scarseggerebbero il 76% delle medicine e l’81% di materiale chirurgico. L’inflazione, per completare il quadro, viaggia al 565%.

LA GRAN TOMA DI CARACAS

Inevitabile l’avvelenamento della lotta politica. Dalla morte di Chavez, il paese è retto dal suo ex braccio destro Nicolas Maduro, che controlla, de facto, l’intero paese: forze armate, pubblica amministrazione, sindacati, e quel che ancora funziona dell’industria petrolifera. Le opposizioni, per la prima volta nella storia del paese unite, controllano invece il Congresso grazie alla vittoria elettorale ottenuta a dicembre del 2015.

Cavalcando il malcontento e il disagio che serpeggia nel paese stanno cercando, tramite la richiesta di referendum prevista dalla Costituzione, di far cadere il governo e andare ad elezioni presidenziali anticipate.

Il governo, considerato il rischio che una simile consultazione presenterebbe nello scenario attuale, sta cercando di disinnescare la situazione contestando sia la regolarità delle firme raccolte che del procedimento seguito, in modo da posticipare la data del referendum al 2017, garantendosi una prorogatio, in virtu’ di una norma introdotta da Chavez, fino alla scadenza naturale prevista per il 2018.

E’ in questo contesto esplosivo che si è svolta la manifestazione del 1° settembre detta Gran Toma di Caracas, che ha visto una mobilitazione di massa dei venezuelani da tutto il paese, preceduta da arresti e atti intimidatori nei confronti di membri dei partiti di opposizione.

Tuttavia anche questo evento non è risultato risolutivo, anzi, molti cittadini sono rimasti disillusi dal fatto che la prova di forza non abbia condotto ad alcun esito reale. I leader dell’opposizione hanno cercato di minimizzare, definendola solo un passo di avvicinamento, una prova di forza.

Anche un terzo attore, molto influente nel paese, la Chiesa Cattolica, ha preso posizione tramite una dichiarazione pubblica dei vescovi hanno invitato tutte le parti in gioco a prendersi cura del bene pubblico e delle parti sociali più deboli.

Tradotto, una sconfessione, del governo certamente, ma anche della politica delle opposizioni.

Nel frattempo la situazione nel paese si aggrava sempre di più: a seguito di una serrata dell’industria alimentare, manca il cibo e Maduro ha prorogato lo stato di emergenza di altri due mesi, accusando gli industriali di sabotaggio.

Lo scontro durissimo, non risparmia nessuno e gli esiti al momento sembrano ancora imprevedibili.

La rappresaglia saudita: raid aerei colpiscono Sana’a

Varie di

Il 20 settembre scorso, le autorità saudita autorizzano attacchi aerei contro le postazioni dei ribelli Houthi nella capitale yemenita Sana’a. Circa una dozzina tra bombe e missili hanno colpito la sede del Dipartimento di Sicurezza Nazionale (National Security Bureau) – è la prima volta dall’inizio del conflitto- il ministero della difesa, un checkpoint nella periferia nord-ovest della città e due campi militari dei ribelli nel distretto sud-orientale di Sanhan.

L’attacco nasce come risposta ad un missile lanciato dai ribelli nella serata di lunedì. Secondo l’Arabia Saudita, il missile, modello Qaher-1, aveva come obiettivo la base aerea King Khalid, 60 km a nord del confine yemenita, nella città di Khamees Mushait. La monarchia saudita sostiene che il missile sia stato intercettato dalle difese aeree del regno prima di poter causare danni alla base stessa o alle zone limitrofe, mentre la Saba News Agency, controllata dai ribelli, dichiara che il missile abbia effettivamente colpito il bersaglio.

La monarchia saudita ha immediatamente reagito, causando -secondo le testimonianze raccolte- almeno una vittima tra i civili e alcuni feriti. Non è la prima volta che il conflitto provoca morti civili , dando adito ancora una volta alle pesanti critiche sollevate in diverse occasioni circa l’elevato numero di morti civili registrato dall’inizio della campagna aerea guidata dall’Arabia Saudita.

 

Gli scontri tra i ribelli Houthi e le forze governative risalgono già al 2004, ma è soltanto nel 2014 che scoppia una vera e propria guerra civile. Nel settembre del 2014, infatti, gli Houthi -un gruppo ribelle conosciuto come Ansar Allah (Partigiani di Dio) che aderisce alla branchia dell’Islam shiita chiamata Zaidismo- prende il controllo di Sana’a, capitale yemenita, costringendo il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi e il governo a rifuggiarsi temporaneamente a Riyhad.

Le forze di sicurezza del paese si schierano in due gruppi: chi a sostegno del governo di Hadi, riconosciuto internazionalmente, chi a favore dei ribelli. Lo scenario è aggravato ulteriormente dall’emergere di altri due attori. Da un lato, al-Qaeda nella penisola Arabica (AQAP), che guadagna terreno nella zona meridionale e sud-orientale del paese. Dall’altro, un gruppo yemenita affiliato allo Stato Islamico, che si contrappone allo stesso AQAP per il predominio sul territorio.

Il conflitto si intensifica a partire da marzo 2015, quando la monarchia saudita e i suoi alleati lanciano un’intensa campagna aerea in Yemen, con lo scopo di ripristinare il governo Hadi. Da allora, più di 6.600 persone sono rimaste uccise nel conflitto, mentre il numero degli sfollati ha raggiunto i 3 milioni.

Ad oggi, gli scontri continuano e la situazione in Yemen rimane instabile. Le Nazioni Unite hanno più volte pubblicato dati allarmanti in riferimento alle morti civili, recentemente accusando l’Arabia Saudita di aver provocato i 2/3 delle casualità, mentre gli Houthi sarebbero responsabili di uccisioni di massa legate all’assedio della città di Taiz.

Inoltre, molti paesi stranieri -seppur con modi e mezzi differenti- hanno progressivamente preso parte al conflitto. La coalizione internazionale vede schierati Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Egitto, Marocco, Giordania, Sudan e Senegal. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sostengono la coalizione in termini di armi e formazione delle milizie saudite, con la potenza americana impegnata altresì nei bombardamenti aerei contro ISIS e AQAP. Dall’altro lato, l’Iran è stato ripetutamente accusato di fornire armi ai ribelli Houthi, sebbene Tehran abbia sempre negato ogni tipo di coinvolgimento.

E’ bene sottolineare come lo scontro in Yemen non possa essere ridotto meramente ad una guerra civile o ad un teatro di scontro tra terroristi; bensì, si tratta del prodotto di dinamiche molteplici e conflittuali, che coinvolgono diversi attori e interessi spesso contrastanti. Infatti, al di là della guerra civile e della minaccia terroristica, lo Yemen è il teatro della guerra per procura in corso tra le due maggiori potenze del Medio Oriente, Arabia Saudita ed Iran, trascinando così sulla scena alleanze e giochi di potere che contribuiscono ad esacerbare tensioni ed alimentare l’instabilità nella regione.

 

Paola Fratantoni

 

 

 

FILIPPINE: DUERTE ACCUSATO DI ESSERE IL MANDANTE DI CENTINAIA DI OMICIDI

Asia/BreakingNews di

 

Rodrigo Roa Duerte, classe 1945, nel maggio del 2016 vince le elezioni presidenziali delle Filippine dopo una campagna elettorale dai toni esaltati nella quale spende la propria reputazione di uomo forte e inarrestabile, costruita dal 1988 in poi occupando la poltrona di Sindaco di Davao, Capitale della grande isola di Mindanao, nel sud dell’Arcipelago.

Oggi, la dichiarazione rilasciata davanti all’assemblea legislativa del Senato da parte di un ex-appartenente ad uno squadrone della morte lo chiamano in causa come ispiratore e mandante di centinaia di uccisioni, durante gli anni in cui ha ricoperto la carica di Primo cittadino di Davao.

Salito al potere con il 39% delle preferenze, Duerte non ha mai rinnegato i soprannomi che la stampa gli aveva attribuito: Giustiziere, Punisher ed altri appellativi da B movie americano facevano evidentemente riferimento ad i metodi brutali e arbitrari con i quali l’ex sindaco Duerte aveva condotto la sua personale battaglia contro la corruzione e la droga. In diverse occasioni le organizzazioni per i diritti umani locali e internazionali avevano espresso sconcerto e preoccupazione per le centinaia di esecuzioni extragiudiziarie condotte nella città di Davao durante i lunghi anni del suo governo, delle quali erano rimasti vittima pusher, consumatori di stupefacenti, ma anche semplici cittadini.

Nonostante fossero giunte critiche addirittura dal Vaticano, i Filippini, profondamente cattolici, hanno deciso di concedere la propria fiducia a Duerte, il cui cavallo di battaglia in campagna elettorale è stata la promessa di uccidere 100 mila spacciatori e malviventi nel corso dei primi sei mesi di presidenza. A cinque mesi dalle elezioni, la quota 100 mila è ancora molto lontana ma le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’uccisione di circa 3 mila persone ed una sostanziale sospensione dello stato di diritto in ampie zone del paese. La polizia, che sembra ormai godere di un’impunità quasi totale, ha di fatto confermato queste cifre.

La popolarità di Duerte, durante questi cinque mesi di sangue e violenza, ha continuato a crescere, impermeabile alle denunce delle ONG e alle tante testimonianze che dimostrerebbero l’uccisione di civili incensurati, compresi alcuni bambini, nel corso delle operazioni condotte dalle autorità di pubblica sicurezza.

Oggi, però, la testimonianza rilasciata di fronte al senato da Edgar Matobato, ex-membro di uno squadrone della morte Di Davao, apre scenari ancora più inquietanti e mette il presidente Duerte in una posizione estremamente scomoda.

I Lambada Boys, come si faceva chiamare il gruppo di sicari di cui era membro Matobato, 57 anni e cinquanta omicidi all’attivo, sarebbero responsabili di centinaia di esecuzioni mirate, perpetrate a Davao nel corso degli ultimi decenni. Il testimone, chiamato a parlare di fronte all’aula riunita dalla senatrice Leila de Lima, ex direttrice della commissione per i Diritti Umani delle Filippine, ha dichiarato che Duerte sarebbe stato il mandante di queste esecuzioni, di cui sarebbero rimasti vittime sia molti esponenti della malavita locale che oppositori politici dell’allora sindaco. Matobato ha parlato di corpi dati in pasto ai coccodrilli, di ventri squarciati per non far riemergere i cadaveri sepolti in mare e di altre brutalità riconducibili agli ordini impartiti direttamente da Duerte, la cui immagine appare oggi più vicina a quella di un gangster che a quella di un politico di successo.

Leila de Lima, grande oppositrice del Presidente e, secondo Matobato, bersaglio mancato nel 2009, quando la squadra di sicari non riuscì a portare a termine il suo omicidio, intende utilizzare la testimonianza per mettere sotto accusa Duerte e per creare un legame logico e simbolico tra la violenza che ha insanguinato la città di Davao durante il suo mandato, tra il 1988 ed il 2013, e l’odierna sospensione dei più basilari diritti umani, alla base della guerra voluta dal Presidente per estirpare il narcotraffico e sterminare gli esponenti della piccola criminalità legata al mondo dello spaccio di stupefacenti.

Duerte per ora non ha voluto rispondere alle accuse, ma i suoi portavoce hanno già iniziato ad erigere un muro difensivo, mettendo in dubbio la credibilità di Matobato e sostenendo che de Lima, che dovrà presto presentarsi di fronte ad una commissione di inchiesta parlamentare, sia invischiata in attività illecite legate al traffico di droga.

Lo scontro si sposta dunque in campo aperto e sono in molti a temere che un Duerte ferito, ma ancora forte del sostegno popolare, possa reagire in modo scomposto, trascinando il paese con se in una nuova stagione di violenza e sospensione dei diritti.

Sisma, l’impegno della Difesa in cifre

Difesa di

Man forte anche dalla Marina Militare alle popolazioni colpite dal sisma. Un plotone di 30 fucilieri della Brigata Marina “SAN MARCO” di Brindisi contribuisce alla rimozione delle macerie e alle operazioni pianificate a beneficio della popolazione, unitamente ai fucilieri del Battaglione Logistico “Golametto”, preparati nello specifico delle strutture campali e concentrati quindi su tende e rifornimenti. A partire dal 24 agosto scorso, data della catastrofe che ha colpito i Comuni di Lazio e Marche, sono in totale 1358 le divise impegnate dalla Difesa in quella che è stata codificata come operazione “Sabina”, dal nome della zona interessata. Dopo la mobilitazione dei primi giorni nelle attività di ricerca dei dispersi, primo soccorso e sicurezza, oltre 850 uomini e donne dell’Esercito e dell’Aeronautica stanno lavorando all’apertura della rete viaria ostacolata dai detriti. In tal senso, i genieri hanno quasi ultimato il ripristino della viabilità d’accesso principale alla città di Amatrice, rappresentata dal ponte “Tre Occhi”. Più di 508 Carabinieri, invece, si occupano in particolar modo della  vigilanza antisciacallaggio nelle città sinistrate e nelle molte frazioni periferiche. Nell’ambito della Direzione Comando e Controllo (Dicomac), sono state mobilitate 12 risorse: 7 unità del Comando Operativo di vertice interforze, 3 dell’Esercito e 2 della Marina Militare. Le Forze Armate hanno inviato inoltre squadre a supporto dell’operatività delle agenzie coinvolte, tra cui Protezione Civile, Vigili del Fuoco e Croce Rossa, team dedicati al coordinamento e alla pianificazione, e infine unità specializzate dalle competenze peculiari, quali ad esempio il sostegno psicologico. Sul campo, infine, 300 mezzi e 3 aeromobili.

Viviana Passalacqua

SA’s retaliation: air strikes hit Sana’a

Defence/Middle East - Africa di

SAUDI-YEMEN-CONFLICT

On September 20, Saudi Arabian authorities authorised air strikes against Houthis rebel positions in the Yemen’s capital Sana’a. Around a dozen bombs or missiles hit the Headquarters of the National Security Bureau -it is the first time since the beginning of the conflict- the defence ministry, a checkpoint in the capital’s north-western suburbs and two rebel military camps in the southeast district of Sanhan.

This attack comes as a response to a missile fired by the rebels on Monday evening. According to Saudi Arabia (SA), the Qaher-1 missile was aimed at SA’s King Khalid Air Base, 60 km north of the Yemeni border, in the city of Khamees Mushait. SA reports the missile was intercepted by the kingdom’s air defence before it could cause any damage to the base and neighbourhood, though Houthis-run Saba News Agency discloses the missile actually hit the target.

Regardless, SA immediately responds to the attack, causing at least one civilian death and some wounded, witnesses said. It is not the first time that the hostilities cause civilian deaths, proving once again the heavy criticism for high civilian death toll since the beginning of the Saudi Arabia-led air campaign.

 

Houthis and government forces have battled on-and-off since 2004 but it was in 2014 that a civil war eventually broke out. Indeed, in September 2014, Houthis -a rebel group known as Ansar Allah (Partisans of God) that adheres to the branch of Shia Islam called Zaidism- took control of Sana’a, Yemen’s capital city, and forced President Abd Rabbo Mansour Hadi and the Saudi-backed government to temporarily flee to Riyadh.

Security forces split in two groups, one supporting the international recognised government, the other backing rebels. The scenario was deeply worsen by the emergence of two other actors. On one hand, al-Qaeda in the Arabian Peninsula (AQAP), which gained grip in the south and south-east region. On the other, a Yemen affiliate of the Islamic State, which was trying to overrun AQAP and claimed responsibility of some suicide bombings in Sana’a.

Conflict escalated in March 2015, when Saudi Arabia and her allies launched a massive air campaign in Yemen in order to restore Hadi’s government. Since then, more than 6,600 people have been killed, while the number of displaced people has risen to 3 million.

To date, fighting has not stopped and the situation in Yemen is still unstable. The United Nations often report alarming data on civilian deaths, recently accusing Saudi Arabia-led coalition to be responsible of 2/3 of those and Houthis to be involved in mass civilian casualties due to the siege of the city of Taiz.

In addition, several foreign countries have taken part -though with different means- in the fighting. The international coalition includes SA, Qatar, Kuwait, United Arab Emirates, Bahrain, Egypt, Morocco, Jordan, Sudan and Senegal. United States, United Kingdom and France are supporting the coalition providing supplies, with the US also carrying air strikes targeting ISIS and AQAP positions in Yemen. On the other side, Iran has been accused of arming Houthis rebels, though the country has always denied it.

It should be added that the conflict in Yemen cannot be reduced to a civil war or a terrorist battlefield, but it is the result of several and conflicting dynamics involving multiple actors and opposite interests. Indeed, despite the civil war and the terrorist threat, Yemen is the theatre of the proxy war between the two major powers in the Middle East, Saudi Arabia and Iran, thus dragging into the scene alliances and games of powers that escalate tensions and foster instability in the region.

 

Paola Fratantoni

 

 

Hillary Clinton wins the first presidential debate

Americas/Politics di

The first presidential debate between Hillary Clinton and Donald Trump took place on the 26th of September. The event was held at the Hofstra University in Hempstead, New York, at 9 p. m. The democratic candidate Hillary Clinton, and the republican Donald Trump confronted in an heated debate over some important topics. This first debate was an opportunity for the Americans to know more about the political proposals and the personality of the two leaders. The presidential elections are scheduled for the 8th of November and the popularity of the candidates may be significantly influenced by their performance in the three presidential debates.

The debate lasted 90 minutes, and was divided into three main topic areas: achieving prosperity, America’s direction and securing America. As regards the first topic area, the candidates were asked to express their position on jobs. Clinton proposed to build an economy that works for everyone and not just for those at the top. She wants to create new jobs by investing in infrastructures, innovation, technology, clean renewable energy and small businesses. Furthermore, Hillary proposed to make the economy fairer by raising the national minimum wage, introducing earned sick days, paid family leaves, and free college. On the other hand, Donald Trump argued that the main problem related to jobs in the U.S. is that companies are fleeing the country. This happens because of the high taxes that they have to pay in the U.S.  Then, the two candidates were asked to express their vision on taxes. Donald Trump affirmed that he would cut taxes on companies from 35% to 15%. In his opinion, this measure would attract companies in the country as well as creating new jobs. While Clinton expressed a different perspective on taxes. She said that her plan is to raise taxes on wealthy and cut taxes on small businesses and lower social classes. Her purpose is to create a more consistent middle class. At this point of the debate, Trump was asked to explain why he refused to release his tax returns. Even though it is not an obligation for candidates, it is a tradition followed by U.S. Presidents in order to promote financial transparency. He replied saying that he will release his tax returns when Hillary releases her emails.

Concerning the second area, America’s direction, the two candidates were asked to give their opinion about race relations in the country. Hillary Clinton said that the first challenge is to restore trust between the communities and the police. This goal requires a criminal justice reform and a restriction of the possibility to buy weapons. Conversely, Trump affirmed that he would bring back law and order in the country, empowering the police and using methods like the “Stop and frisk”. It is a practice used by the police officers in which they stop and question a pedestrian, then frisk him for weapons. However, Clinton argued that this method was declared unconstitutional.

Referring to the third area, securing America, the candidates were asked to talk about the  issue of cyber attacks. Clinton said that cyber security will be one of the biggest challenges of the next President. She accused Russia of being responsible for one of the recent attacks to U.S. information. On the contrary, Trump affirmed that it is not sure that was Russia who stole the information. After that, they were asked to talk about the prevention of home grown terrorism and ISIS. On this topic Trump affirmed that ISIS is the result of the disaster made in the Middle East by the previous U.S. governments. He criticized a foreign policy based on military intervention and the NATO alliance, which requires a great economic contribution from the U.S. On the other hand, Hillary Clinton expressed her support to the foreign policy of President Obama, and she reminded the importance of NATO for the security of the U.S., as well as the others alliances and treaties that the U.S. signed with foreign countries.

At the end of the debate, a poll expressed a 62% of support for Hillary Clinton and a 27% of support for Donald Trump. Hillary Clinton appeared to the public much more prepared about her political program and at the same time she managed all Trump’s attacks by smiling and keeping calm. On the contrary Trump reacted to Hillary’s accuses in a much more spontaneous way, even raising his voice. The next debates between the two candidates, scheduled for the 9th and the 19th of October will be fundamental to known who will be the next President of the U.S.

Abu Bakr al-Baghdadi spotted inside Mosul

Defence/Far East di

Two huge pieces of news emerged from Iraq midway through last week, as the mission to free the surrounding areas of Mosul began to unfold.

First off, on the 20th of September a source within the Ministry of Internal Affairs of Iraq revealed to Iraqi broadcast company Al-Sumaria that IS’ current leader, Abu Bakr al-Baghdadi, had been spotted inside the city of Mosul just a few days earlier.
Al-Baghdadi was reportedly seen in public gatherings and while driving a white car in the streets of Mosul, escorted by four armed men. According to international sources, IS’ most prominent figure reached the Iraqi capital city of the self-proclaimed “caliphate” to try and diminish discontent within the residents of the area, allegedly caused by the imminent offensive for the liberation of Mosul of the government forces and their allies.
Experts are still trying to understand whether the photograph provided to Al-Sumaria network, which portraits al-Baghdadi meeting people in a mosque or at a market, is authentic or not – and if it was actually taken in the recent past. Meanwhile, the government source asked to remain anonymous for security reasons.
The latest news on IS chemical weapons are equally worrying. The Pentagon held a press conference on Thursday and stated that laboratory tests and in-depth analysis carried out immediately after IS’ attack on Qayyara military base (which occurred two days earlier) confirmed the use of so-called “mustard gas”. This is a very powerful chemical weapon firstly exploited during World War I, which contains yprite.
Despite IS certainly hit with chemical weapons in the past, the US Department of Defense confirmation of the use of mustard gas is the first one coming from a very reliable and influential source, and it raised concerns among the international community.
Federico Trastulli

Iraq, Mosul: U.S. ready in October

BreakingNews @en/Middle East - Africa di

“Our job is to actually help Iraq to generate the forces and give the necessary support for operations in Mosul and we’ll be ready for that in October,” the chairman of the Joint Chiefs of Staff Joe Dunford said alongside of NATO Military Committee in Croatia. So, U.S. military help could very soon happen: Washington should wait for Iraqis official choice.

Not only Iraq. Before of NATO conference, during the summit with Turkish Armed Forces General Hulusi Akar, Dunford’s spokesman told about ISIS: “U.S. recommitted to the close military-to-military and strategic relationship the U.S. has with Turkey.”

On September 9, during the press conference with Minister of Foreign Affairs of Turkey Mevlüt Çavuşoğlu, NATO Secretary General Jens Stoltenberg told about Turkey coup attempt: “It was very touching to see the damage, to see the effects of the airstrikes against the Parliament that took place during the attempted coup. To bomb a national Parliament while the parliamentarians are there is an attack on innocent people but it’s also an attack on what of the strongest symbols and institutions in a democratic society. ”

“I would also like to thank Turkey for your contribution to many different NATO operations and activities – he added -. You have contributed to our efforts to fight international terrorism. You do so in Afghanistan and I welcome also that you are stepping up your efforts to fight Daesh and other terrorist organisations because we have to stand together in the fight against international terrorism. ”

Several issues characterized this conference: Syria, Afghanistan, Russia. About Moscow, Stoltenberg wants to meet Russian Foreign Minister Sergej Lavrov: “I think it is important to continue to have a chance for political dialogue open”. Its “interest and willingness to sit down and discuss proposals on risk reduction and transparency,” he announced on September 21.

Giacomo Pratali

3 Italian’s workers kidnapped in Lybia

Middle East - Africa di

They were kidnapped on the road leading from Ghat to the headquarters of their company in Bi’r Tahala, the two Italians and Italian-Canadian employees of Con.I.COS.

Three cars blocked the jeep and fired at their driver who in the opinion of local media was wounded in the foot, tied up and left in a desert area not far from the site of the abduction.

The dynamic is typical of seizure actions, three cars to stop the goal and well targeted shots is immobilized the driver, a fairly quiet aim for the standard of those parties saw that the three were moving without any escort, perhaps confident their established relationships with the local population.

had not warned of their presence, the crisis unit of the Foreign Ministry, is reported by the Italian media, that after the kidnapping ended badly the four Italian Bonatti had explicitly requested that were known to the authorities the activities of Italian companies in Libya.

It is not clear the identity of the group that performed the action, and still have not been requests to the Italian authorities Con.I.COS company in which they work.

The two Italian citizens are Bruno Cacace, 56 years old residing in Borgo San Dalmazzo (Cuneo), and Danilo Calonego, 66 year old of the province of Belluno Sedico (Belluno), who worked in Libya since ’79. People who knew perfectly the area and the local population.

Con.I.Cos The company is headquartered in Mondovi in ​​the province of Cuneo and is active for several years in Libya so as to have opened three branches in the country, Tripoli, Benghazi and Ghat.

They should have been one of the main sub contractors highway promised by the Italian government to Gaddafi and after its fall to the Tripoli government but the deterioration of the political situation has apparently blocked the project

The area of ​​Fezzan is not considered high-risk by the foreign ministry, despite the whole country is crossed by tribal clashes, ISIS infiltration and tragic economic crisis due to the perseverance of the current instability.

Other emergency units and services have a clear picture of the Italian presence in Libya but in this case it seems that the company had not communicated the presence on Libyan territory he had prepared security measures to protect its employees.

This case is emblematic of the context, they are forced to operate specialized personnel in crisis areas, often without the necessary precautions required by law on safety at work, which also includes such situations.

Also very often the continuous training of personnel to operate in those areas is not accomplished by giving the personal experience of the individual the success of their business, considering in any way prior training as necessary to prepare staff to identify risks and plan its safety activities.

The prosecutor’s office in Rome will investigate the kidnapping and will open a case file subject to the first investigations of ROS.

Alessandro Conte
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