GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Molenbeek, il cuore islamico del Belgio

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“Sono mussulmano ma non condivido ciò che fa Daesh. La gente, soprattutto nella periferia di Bruxelles, non conosce bene l’Islam. E spesso è indotta a credere a tutte le bugie dei media riguardo la mia religione”. A dirlo è Muhammad, giovane venditore ambulante di Molenbeek, comune della regione di Bruxelles ad altissima densità islamica. La barba nera gli copre il mento, non avrà più di vent’anni. Passa la sua giornata vendendo dolci per le strade del quartiere, qui conosce quasi tutti. Gli diciamo che siamo della stampa, e lui sorride beffardo. Ma è uno dei pochi residenti che accetta di parlarci. I giornalisti non sono ben visti dalla pocasa abdeslam 2polazione di Molenbeek. A maggior ragione dopo gli attentati del Bataclan, il 13 novembre 2015, e quelli di Bruxelles, nel marzo 2016, che hanno puntato per settimane i riflettori mediatici su quello che è ritenuto il focolaio del fondamentalismo islamico in Europa. Perché proprio a Molenbeek, tra i palazzoni grigi di edilizia popolare degli anni ’80 che si alternano a costruzioni più eleganti di metà Novecento, sono nati e cresciuti Abdelhamid Abaaoud e i fratelli Abdeslam, parte del commando del Bataclan.

Al mercato multiculturale di Place Communale

E’ venerdì. La Place Communale, sede del municipio, straborda di bancarelle: è il giorno del mercato dove, settimanalmente, si riunisce la cittadinanza. Davanti ai nostri occhi si presenta uno scenario visto e rivisto, tante volte, ma mai in Europa. Non sembra di essere in Belgio, ma di viaggiare in un suk mediorientale. I colori, gli odori, persino le parole ti confondono, all’interno di un turbinio di gente che si muove, quasi all’unisono. Farsi largo tra venditori, clienti, furgoni e banconi risulta difficile. Un intero tratto di Rue de Fiandre, la strada che porta dalla piazza del municipio sino alla chiesa di Sint-Jans, è bloccata dai banconi ricolmi di frutta e verdura. Il mercato è frequentato principalmente da donne, tutte o quasi hanno il capo coperto dall’ hijab. Alla vista della telecamera girano il volto, stizzite. Si vedono pochissimi agenti di polizia in giro. Tra i banchi s’alzano ripetitivi i richiami dei venditori a volte in francese, altre in arabo, che si mescolano alla musica orientaleggiante. “Sono canti di pace”, ironizza un commerciante. Molti venditori, anche se non mussulmani o di origine magrebina, col tempo si sono dovuti adattare alle richieste della maggior parte dei clienti: cibo halal e abiti tradizionalmente in uso tra nordafricani è la merce più venduta. Oltre agli immancabili vestiti “all’occidentale”, che vanno così di moda tra i rappers provetti della periferia. Le statistiche confermano ciò che scriviamo: su undici milioni di abitanti in Belgio, il 7/8% sono di religione islamica (circa 700mila individui), molti dei quali di origine magrebina e di seconda generazione, e quindi con doppia cittadinanza. Tutti loro sono distribuiti in maniera difforme sul territorio, infatti il 23% della popolazione mussulmana si trova a Bruxelles e si divide principalmente tra Molenbeek e Schaerbeek, due dei diciannove municipi che circondano la capitale belga. A Molenbeek, ad esempio, su 80mila abitanti, più di 6 mila sono di origine marocchina.

La falle nel sistema di sicurezza statale: il caso Belgio

mercato 5Le strade strette del mercato sono transennate per impedire il passaggio alle macchine non autorizzate. O almeno così dovrebbe essere, secondo quanto ci dicono dei passanti. Eppure la polizia locale, che controlla l’accesso alle strade, non sembra fare molta distinzione tra veicoli che possono e non possono varcare le barriere. Qualche chiacchera con l’autista e poi lo lasciano passare indisturbato. Così una, due, tre volte, davanti ai nostri occhi. “Molti di loro, soprattutto i venditori, li conosciamo da parecchio, ma è difficile gestire situazioni con così tante persone come il mercato rionale”, ci dicono gli agenti, invitandoci a non riprenderli. La polizia a Molenbeek non è ben vista dalla popolazione. Le falle nella sicurezza belga, a detta degli analisti, hanno garantito vita facile alla proliferazione del terrorismo. Sfociata, poi, negli attentati di Parigi e Bruxelles. Tra polizia locale e federale, ad esempio, non esiste una gerarchia. Infatti, le autorità di polizia locale non sono subordinate a quella federale, sono solo tenute ad inviare regolarmente, e in periodi prestabiliti, a quest’ultima un dossier sulle proprie attività. Tutto ciò crea un problema di coordinamento tra le forze di sicurezza in campo, oltre ad evidenti problemi di comunicazione all’interno degli apparati di sicurezza dello Stato. Tra il 1998 e il 2001, attraverso una riforma, il governo belga ha provato a migliorare i rapporti tra le varie forze di polizia. Così la polizia municipale, la gendarmeria e la polizia giudiziaria sono confluite in una struttura bipartita, composta da polizia locale e federale. Entrambe con competenze differenti. La prima gestita a livello locale dal sindaco, con funzioni di primo intervento. La seconda, a coordinamento statale, con compiti di sicurezza nazionale e prevenzione di reati gravi, tra cui il terrorismo. E questa struttura è ancora oggi in vigore. Appianatosi apparentemente il conflitto tra valloni e fiamminghi, oggi le forze di polizia belga devono fare i conti con forti tensioni sociali che esplodono quotidianamente nei quartieri e municipi multietnici di Bruxelles. Complici, naturalmente, la disoccupazione e l’alto tasso di criminalità. A confermarlo è Annalisa Gadaleta, barese, assessore all’Immigrazione del Comune di Molenbeek “ Ci sono stati casi, in questa zona di Bruxelles, di relazioni tese tra polizia e popolazione – ci dice, accogliendoci nell’elegante atrio del municipio – dovute anche ad un particolare modo di agire della polizia locale che, se deve fare dei controlli ad un magrebino o ad un belga, preferisce perquisire il primo. Su questo versante, il lavoro del comune è importante per far capire alla popolazione che la polizia è presente per garantire la loro sicurezza. Allo stesso tempo, dato che il comune coordina la polizia locale, dobbiamo fare in modo che essa sia autocritica sui propri atteggiamenti errati”

Queste tensioni si respirano da decenni alle porte della capitale belga. Molenbeek su tutte. Il comune è uno dei più colpiti dalla disoccupazione e dalla mancanza di investimenti negli ultimi quarant’anni. Il colpo di grazia è arrivato poi con l’amministrazione del socialista Philippe Moureaux, durata vent’anni dal 1992 al 2012. Il mandato di Moureaux è stato segnato dal primato della multiculturalità nella vita politica comunale: da lui sono stati nominati i primi assessori di origine nordafricana. Durante le legislature sono state promosse politiche di lottizzazione e assistenzialismo, oltre che l’assegnazione di case popolari a famiglie di origine straniera. Questo modello sociale e politico si è rivelato, però, instabile “e la generosità delle casse comunali non ha contribuito a risolvere i problemi sociali e di degrado dell’ex quartiere di Bruxelles”, come ammesso da Hans Vandecandelaere nel saggio In Molenbeek (Berchem, 2014).

Verso il nascondiglio di Salah

mercato 11Superato il mercato ci inoltriamo nelle viuzze del quartiere. E’ mezzogiorno, il sole picchia forte. Alto, si riflette nelle pozzanghere: ha smesso da poco di piovere. Il caldo torna a farsi sentire, ricordandoci che l’estate è da poco iniziata. 650 metri separano il municipio da Rue des Quatre-vents, dove al numero 79 si è nascosto per quattro mesi Salah Abdeslam, il super ricercato attentatore del Bataclan. Facciamo qualche domanda ai vicini, ai negozianti della zona. Nessuno vuole risponderci. Nessuno ha mai visto Salah. “Ora basta. Noi qui vogliamo vivere tranquilli, non ne vogliamo più sapere di questa storia”, sbotta una signora di origine centroafricana, titolare di una farmacia all’angolo del nascondiglio di Salah. Per mesi, forse anni, a Molembeek si è sviluppata una cellula terroristica con a capo Abdelhamid Abaaoud, la mente degli attentatori di Pargi, morto il 18 novembre a Saint-Denis durante uno scontro a fuoco con la polizia francese. “Le persone arrestate a Molenbeek dipendevano tutte da Abaaoud – ci spiega ancora Annalisa Gadaleta – che è nato e cresciuto a Molenbeek, per partire poi in Siria. In seguito è tornato in Belgio per rapire suo fratello di 13 anni, portando anche lui in Medioriente. In quell’occasione mi chiedo come sia stato possibile per le forze di sicurezza non accorgersi di nulla, di un pregiudicato che fa avanti e dietro dal Medioriente. L’intero gruppo di Molenbeek era composto da ex criminali già conosciuti dalla polizia, gente chi qui ha fatto la scuola. Gli stessi Abaaoud e Salah Abdeslam erano stati insieme in prigione nel 2010 per rapina. Tutto ciò è strettamente connesso al tema della radicalizzazione. E devo ammettere che da Molenbeek continuano tutt’ora a partire diverse persone per la Siria”.

“Il 18 marzo, giorno dell’arresto di Salah – continua l’assessore – ci trovavamo tutti nella scuola elementare del quartiere, nei pressi dell’abitazione del terrorista, che era stata scelta dalle forze speciali polizia 5come base per l’irruzione. In quell’occasione c’erano a scuola ancora una sessantina di bambini. Erano, credetemi, momenti drammatici perché ci trovavamo confinati nella scuola, con i bimbi sotto sorveglianza dei militari. C’erano le forze anti-sommossa tutte intorno. Ad un certo punto abbiamo sentito gli spari, i bambini si sono spaventati. Ecco, sembrava di essere in guerra”. Una guerra, quella che combattuta a Molenbeek, non ancora terminata.

Il ruolo delle moschee a Molenbeek

Riguardo la proliferazione del fondamentalismo, soprattutto di matrice wahhabita, è emblematico il ruolo che le moschee giocano sul territorio comunale. “L’influenza delle moschee sui giovani è limitata- dichiara l’assessore Gadaleta – posso affermare che nessun caso di radicalizzazione è avvenuto all’interno di moschee di Molembeek. Il comune ha un dialogo interessante con le istituzioni islamiche e le moschee, li incontriamo regolarmente, e lo scorso maggio, abbiamo promosso l’iniziativa “Moschee a porte aperte” per far vedere alla gente come funzionano questi luoghi di culto e soprattutto quanto sono importanti per il municipio. Eppure, continuano ad esserci moschee che è difficile raggiungere perché ci sono imam che non parlano né francese né fiammingo, quindi il dialogo con le istituzioni diventa difficilissimo”.

di Fabrizio Ciannamea

 

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