GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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luglio 2016

Kurdistan iracheno, continua l’addestramento delle unita kurde

Asia/Difesa di

Si è concluso il 28 luglio il secondo corso di addestramento che le unità italiane stanno realizzando a favore dei battaglioni Peshmerga  del Kurdistan che dovranno operare nell’ambito della lotta al Daesh.

La missione italiana “Prima Parthica” lanciata nel 2014 e tuttora in corso ha l’obiettivo di addestrare le forze Kurde in attività specialistiche per contrastare la presenza dei guerriglieri dell’ISIS in Iraq.

9755dd09-2dad-43fa-8d21-11799fc11163dsc_7982MediumLa missione Prima Parthica rientra nell’ambito della più ampia azione di contrasto a Guida Statunitense denominata “Coalition of Willing (COW) che ha l’obiettivo di fornire alle forze di sicurezza Irachene tutto il supporto necessario per sconfiggere lo stato Islamico e garantire la sicurezza della nazione.

In questo contesto nell’ambito della più specifica operazione “Ineherent resolve” l’Italia fornisce personale specializzato di staff ai comandi Multinazionali e assetti e capacità di Training alle forze armate irachene.

addestramento nei centri abitati (5)Questo secondo ciclo addestrativo che si è svolto e concluso a Erbil in favore dei Peshmerga è durato 8 settimane a favore di 1100 unità. Durante l’addestramento I soldati curdi hanno incrementato e perfezionato le conoscenze acquisite in diversi settori, tra cui il Counter-IED (riconoscimento e disinnesco ordigni esplosivi improvvisati), l’anti cecchinaggio tramite tiratori di precisione, l’uso dell’artiglieria in supporto alla manovra della fanteria.

Il corso si è concluso con una esercitazione a Tiger Valley, a sud di Erbil , che ha visto le unità impegnate in una operazione offensiva complessa con il supporto di artiglieria che ha dimostrato il buon esito della formazione e la capacità operativa dei battaglioni a muovere in attività complesse con efficacia e prontezza.

Alla missione Prima Parthica partecipano anche numerose istruttrici che si occupano della formazione della componente femminile dei battaglioni Peshmerga.

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Molenbeek, il cuore islamico del Belgio

EUROPA di

“Sono mussulmano ma non condivido ciò che fa Daesh. La gente, soprattutto nella periferia di Bruxelles, non conosce bene l’Islam. E spesso è indotta a credere a tutte le bugie dei media riguardo la mia religione”. A dirlo è Muhammad, giovane venditore ambulante di Molenbeek, comune della regione di Bruxelles ad altissima densità islamica. La barba nera gli copre il mento, non avrà più di vent’anni. Passa la sua giornata vendendo dolci per le strade del quartiere, qui conosce quasi tutti. Gli diciamo che siamo della stampa, e lui sorride beffardo. Ma è uno dei pochi residenti che accetta di parlarci. I giornalisti non sono ben visti dalla pocasa abdeslam 2polazione di Molenbeek. A maggior ragione dopo gli attentati del Bataclan, il 13 novembre 2015, e quelli di Bruxelles, nel marzo 2016, che hanno puntato per settimane i riflettori mediatici su quello che è ritenuto il focolaio del fondamentalismo islamico in Europa. Perché proprio a Molenbeek, tra i palazzoni grigi di edilizia popolare degli anni ’80 che si alternano a costruzioni più eleganti di metà Novecento, sono nati e cresciuti Abdelhamid Abaaoud e i fratelli Abdeslam, parte del commando del Bataclan.

Al mercato multiculturale di Place Communale

E’ venerdì. La Place Communale, sede del municipio, straborda di bancarelle: è il giorno del mercato dove, settimanalmente, si riunisce la cittadinanza. Davanti ai nostri occhi si presenta uno scenario visto e rivisto, tante volte, ma mai in Europa. Non sembra di essere in Belgio, ma di viaggiare in un suk mediorientale. I colori, gli odori, persino le parole ti confondono, all’interno di un turbinio di gente che si muove, quasi all’unisono. Farsi largo tra venditori, clienti, furgoni e banconi risulta difficile. Un intero tratto di Rue de Fiandre, la strada che porta dalla piazza del municipio sino alla chiesa di Sint-Jans, è bloccata dai banconi ricolmi di frutta e verdura. Il mercato è frequentato principalmente da donne, tutte o quasi hanno il capo coperto dall’ hijab. Alla vista della telecamera girano il volto, stizzite. Si vedono pochissimi agenti di polizia in giro. Tra i banchi s’alzano ripetitivi i richiami dei venditori a volte in francese, altre in arabo, che si mescolano alla musica orientaleggiante. “Sono canti di pace”, ironizza un commerciante. Molti venditori, anche se non mussulmani o di origine magrebina, col tempo si sono dovuti adattare alle richieste della maggior parte dei clienti: cibo halal e abiti tradizionalmente in uso tra nordafricani è la merce più venduta. Oltre agli immancabili vestiti “all’occidentale”, che vanno così di moda tra i rappers provetti della periferia. Le statistiche confermano ciò che scriviamo: su undici milioni di abitanti in Belgio, il 7/8% sono di religione islamica (circa 700mila individui), molti dei quali di origine magrebina e di seconda generazione, e quindi con doppia cittadinanza. Tutti loro sono distribuiti in maniera difforme sul territorio, infatti il 23% della popolazione mussulmana si trova a Bruxelles e si divide principalmente tra Molenbeek e Schaerbeek, due dei diciannove municipi che circondano la capitale belga. A Molenbeek, ad esempio, su 80mila abitanti, più di 6 mila sono di origine marocchina.

La falle nel sistema di sicurezza statale: il caso Belgio

mercato 5Le strade strette del mercato sono transennate per impedire il passaggio alle macchine non autorizzate. O almeno così dovrebbe essere, secondo quanto ci dicono dei passanti. Eppure la polizia locale, che controlla l’accesso alle strade, non sembra fare molta distinzione tra veicoli che possono e non possono varcare le barriere. Qualche chiacchera con l’autista e poi lo lasciano passare indisturbato. Così una, due, tre volte, davanti ai nostri occhi. “Molti di loro, soprattutto i venditori, li conosciamo da parecchio, ma è difficile gestire situazioni con così tante persone come il mercato rionale”, ci dicono gli agenti, invitandoci a non riprenderli. La polizia a Molenbeek non è ben vista dalla popolazione. Le falle nella sicurezza belga, a detta degli analisti, hanno garantito vita facile alla proliferazione del terrorismo. Sfociata, poi, negli attentati di Parigi e Bruxelles. Tra polizia locale e federale, ad esempio, non esiste una gerarchia. Infatti, le autorità di polizia locale non sono subordinate a quella federale, sono solo tenute ad inviare regolarmente, e in periodi prestabiliti, a quest’ultima un dossier sulle proprie attività. Tutto ciò crea un problema di coordinamento tra le forze di sicurezza in campo, oltre ad evidenti problemi di comunicazione all’interno degli apparati di sicurezza dello Stato. Tra il 1998 e il 2001, attraverso una riforma, il governo belga ha provato a migliorare i rapporti tra le varie forze di polizia. Così la polizia municipale, la gendarmeria e la polizia giudiziaria sono confluite in una struttura bipartita, composta da polizia locale e federale. Entrambe con competenze differenti. La prima gestita a livello locale dal sindaco, con funzioni di primo intervento. La seconda, a coordinamento statale, con compiti di sicurezza nazionale e prevenzione di reati gravi, tra cui il terrorismo. E questa struttura è ancora oggi in vigore. Appianatosi apparentemente il conflitto tra valloni e fiamminghi, oggi le forze di polizia belga devono fare i conti con forti tensioni sociali che esplodono quotidianamente nei quartieri e municipi multietnici di Bruxelles. Complici, naturalmente, la disoccupazione e l’alto tasso di criminalità. A confermarlo è Annalisa Gadaleta, barese, assessore all’Immigrazione del Comune di Molenbeek “ Ci sono stati casi, in questa zona di Bruxelles, di relazioni tese tra polizia e popolazione – ci dice, accogliendoci nell’elegante atrio del municipio – dovute anche ad un particolare modo di agire della polizia locale che, se deve fare dei controlli ad un magrebino o ad un belga, preferisce perquisire il primo. Su questo versante, il lavoro del comune è importante per far capire alla popolazione che la polizia è presente per garantire la loro sicurezza. Allo stesso tempo, dato che il comune coordina la polizia locale, dobbiamo fare in modo che essa sia autocritica sui propri atteggiamenti errati”

Queste tensioni si respirano da decenni alle porte della capitale belga. Molenbeek su tutte. Il comune è uno dei più colpiti dalla disoccupazione e dalla mancanza di investimenti negli ultimi quarant’anni. Il colpo di grazia è arrivato poi con l’amministrazione del socialista Philippe Moureaux, durata vent’anni dal 1992 al 2012. Il mandato di Moureaux è stato segnato dal primato della multiculturalità nella vita politica comunale: da lui sono stati nominati i primi assessori di origine nordafricana. Durante le legislature sono state promosse politiche di lottizzazione e assistenzialismo, oltre che l’assegnazione di case popolari a famiglie di origine straniera. Questo modello sociale e politico si è rivelato, però, instabile “e la generosità delle casse comunali non ha contribuito a risolvere i problemi sociali e di degrado dell’ex quartiere di Bruxelles”, come ammesso da Hans Vandecandelaere nel saggio In Molenbeek (Berchem, 2014).

Verso il nascondiglio di Salah

mercato 11Superato il mercato ci inoltriamo nelle viuzze del quartiere. E’ mezzogiorno, il sole picchia forte. Alto, si riflette nelle pozzanghere: ha smesso da poco di piovere. Il caldo torna a farsi sentire, ricordandoci che l’estate è da poco iniziata. 650 metri separano il municipio da Rue des Quatre-vents, dove al numero 79 si è nascosto per quattro mesi Salah Abdeslam, il super ricercato attentatore del Bataclan. Facciamo qualche domanda ai vicini, ai negozianti della zona. Nessuno vuole risponderci. Nessuno ha mai visto Salah. “Ora basta. Noi qui vogliamo vivere tranquilli, non ne vogliamo più sapere di questa storia”, sbotta una signora di origine centroafricana, titolare di una farmacia all’angolo del nascondiglio di Salah. Per mesi, forse anni, a Molembeek si è sviluppata una cellula terroristica con a capo Abdelhamid Abaaoud, la mente degli attentatori di Pargi, morto il 18 novembre a Saint-Denis durante uno scontro a fuoco con la polizia francese. “Le persone arrestate a Molenbeek dipendevano tutte da Abaaoud – ci spiega ancora Annalisa Gadaleta – che è nato e cresciuto a Molenbeek, per partire poi in Siria. In seguito è tornato in Belgio per rapire suo fratello di 13 anni, portando anche lui in Medioriente. In quell’occasione mi chiedo come sia stato possibile per le forze di sicurezza non accorgersi di nulla, di un pregiudicato che fa avanti e dietro dal Medioriente. L’intero gruppo di Molenbeek era composto da ex criminali già conosciuti dalla polizia, gente chi qui ha fatto la scuola. Gli stessi Abaaoud e Salah Abdeslam erano stati insieme in prigione nel 2010 per rapina. Tutto ciò è strettamente connesso al tema della radicalizzazione. E devo ammettere che da Molenbeek continuano tutt’ora a partire diverse persone per la Siria”.

“Il 18 marzo, giorno dell’arresto di Salah – continua l’assessore – ci trovavamo tutti nella scuola elementare del quartiere, nei pressi dell’abitazione del terrorista, che era stata scelta dalle forze speciali polizia 5come base per l’irruzione. In quell’occasione c’erano a scuola ancora una sessantina di bambini. Erano, credetemi, momenti drammatici perché ci trovavamo confinati nella scuola, con i bimbi sotto sorveglianza dei militari. C’erano le forze anti-sommossa tutte intorno. Ad un certo punto abbiamo sentito gli spari, i bambini si sono spaventati. Ecco, sembrava di essere in guerra”. Una guerra, quella che combattuta a Molenbeek, non ancora terminata.

Il ruolo delle moschee a Molenbeek

Riguardo la proliferazione del fondamentalismo, soprattutto di matrice wahhabita, è emblematico il ruolo che le moschee giocano sul territorio comunale. “L’influenza delle moschee sui giovani è limitata- dichiara l’assessore Gadaleta – posso affermare che nessun caso di radicalizzazione è avvenuto all’interno di moschee di Molembeek. Il comune ha un dialogo interessante con le istituzioni islamiche e le moschee, li incontriamo regolarmente, e lo scorso maggio, abbiamo promosso l’iniziativa “Moschee a porte aperte” per far vedere alla gente come funzionano questi luoghi di culto e soprattutto quanto sono importanti per il municipio. Eppure, continuano ad esserci moschee che è difficile raggiungere perché ci sono imam che non parlano né francese né fiammingo, quindi il dialogo con le istituzioni diventa difficilissimo”.

di Fabrizio Ciannamea

 

France: from Postcolonialism to Nice

Policy/Politics di

Nice is the umpteenth terrorist attack in France. This Islamist offensive concerns all Europe. Within Paris attacks on January and November 2015, about 230 people were killed in the last one year and half. So, it’s indispensable to clarify why France became an ISIS recurring target and observe the French military interventionism.

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Excepting Iraq and Syria, France conducted its military operations in Africa in the last five years: Libya, Mali, Chad, Niger, Mauritania, Burkina Faso and Central African Republic. Colonialist past produce an effect on Hollande current foreign policy. 19,000 soldiers in all external operations, 10,000 troops in internal one (Operation Sentinel): nearly 30,000 French troops are active against terrorism and in several crisis contexts.

Air-bombs on Syria were the reaction after November 2015. At the same time, terrorist actions between January 2015 and July 2016 are not only an Islamist reaction headed by Daesh top brass. They hide a deep-rooted conflict which begins during the Postcolonialism in the 1950s.

Indeed, after the Second World War, a lot of French operations took place in Middle East and in former African colonies as Benin, Republic of Congo, Ivory Coast, Guinea or Djibouti. OAS (Organisation de l’armée secrète), PLF (Palestinian Liberation Front), Hezbollah, Armed Islamic Group of Algeria, ISIS: about 320 people killed by terrorism since 1950s.

Algerian question, Israel-Palestine conflict, French integration policy, Postcolonialism strategy are the most important reason of several terrorism attacks until 2000s. Now, the last two causes are interconnected with ISIS issue.

So, the fundamentalism becomes a social revenge of socially excluded young Muslims, how Economy Minister Emmanuel Macron told Canal Plus television after the Nov. 13 attacks in Paris: “Exclusion is a fact of life in France. I am not saying that this explains or excuses what has happened, but those young people who have been radicalized … often have no more faith in society.”
Giacomo Pratali

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Turchia, golpe militare fallito, regime di Erdogan rafforzato

BreakingNews/EUROPA di

Con una velocità di esecuzione, che denota un’ organizzazione complessa ed efficiente, le forze armate hanno preso possesso delle infrastrutture critiche nelle principali città della Turchia.

Molti sono gli indizi che fanno pensare ad una componente Gulanista interna alle forze armate alla guida del colpo di mano. I Gulenisti sono un movimento islamista che ha accumulato notevole influenza in Turchia dal 1970 e che è ispirata a Fethullah Gülen, che però dal suo esilio americano condanna fermamente il golpe.

I gulenisti hanno cominciato con infiltrarsi nella gendarmeria, contando sui scarsi controlli di sicurezza sui dipendenti per poi aumentare la propria influenza nella catena di comando militare.

Quando il presidente Recep Tayyip Erdogan ha ritenuto che il movimento Gulen era diventato troppo potente i rapporti con la componente politica dei Gulenisti e il partito di governo cominciano a logorarsi.

Cosi a partire dal 2014 il governo ha messo in atto una metodica stategia di epurazione dei gulenisti dagli incarichi di carattere pubblico per cercare di ridurre la loro influenza e dalle Forze Armate.

In campo militare questa operazione di pulizia politica non ha avuto gli effetti desiderati e non sono riusciti ad eliminare completamente la loro presenza nella gerarchia.

Il tentativo di putsch è stato bloccato da una rapida reazione di un certo numero di comandanti militari lealisti e dalla polizia nazionale che appoggiata dalla popolazione che è scesa in strada contro i carri armati ha sicuramente deciso le sorti dell’attacco alle istituzioni.

Come abbiamo visto con le elezioni del 2015, quando il Partito di erdogan ha vinto con il 49,5 per cento dei voti, il paese è profondamente polarizzato tra laicisti, islamici, curdi e nazionalisti.

Cosa succederà alla Turchia ora?

L’analista turco Yavuz Baydar ha esposto la sua teoria in un’intervista a “La Stampa” dichiarando che le forze armate sono stanche delle perdite subite sia sul fronte interno che nelle operazioni “oltre confine”, incolpando chiaramente la politica estera di Erdogan. Nella sua analisi l’instabilità in cui versa il paese potrebbe portare la Turchia nella guerra civile.

In ogni caso la figura del presidente Erdogan al momento ne esce rafforzata, incassando l’appoggio degli Stati Uniti che per primi si sono schierato al suo fianco apertamente, al contrario delle istituzioni europee che hanno fatto dichiarazioni di appoggio al “governo democratico”, NATO compresa.

Egitto: torture e sparizioni, la denuncia di Amnesty

Medio oriente – Africa/Report di

L’eco della vicenda legata a Giulio Regeni non si è ancora spenta. La sorte dello studente italiano, torturato e ucciso ad inizio 2016 dalle forze di polizia egiziane, è solo la punta dell’iceberg di un sistema che ha cambiato presidente, da Mubarak ad al Sisi, ma non è cambiato nella sostanza. Arresti arbitrari, detenzioni, sparizioni forzate persino di minori, torture con la complicità dei pubblici ministeri: è questo l’esito del report “Ufficialmente non esisti” pubblicato da Amnesty International il 13 luglio 2016.

Il rapporto di Amnesty si sofferma sulla escalation della repressione da parte del presidente al Sisi a partire dalla defenestrazione di Morsi nel luglio 2013: “Decine di migliaia di persone sono state detenute senza processo o condannate a pene detentive o di morte, molte dopo processi gravemente iniqui – si legge nel rapporto -. L’organizzazione della Fratellanza musulmana (MB), precedentemente messa al bando da Hosni Mubarak e strettamente legata al Partito della libertà e della giustizia (il ramo politico della MB in Egitto), è stata bandita e riconosciuta come organizzazione “terroristica” da parte delle autorità”.

“Negli ultimi diciotto mesi un nuovo modello di violazione dei diritti umani è diventato sempre più evidente in Egitto. Centinaia di attivisti e manifestanti politici, tra cui studenti, bambini e altri, sono stati arbitrariamente arrestati o rapiti dalle loro case o dalle strade e sottoposti a periodi di sparizione forzata da parte di agenti statali”.

 
Da SSI a NSA: nulla cambia con al Sisi
La violenta ascesa al potere di al Sisi coincide con il ripristino delle vecchie abitudini di persecuzione portate avanti dal predecessore Mubarak. Gli agenti del SSI (Servizi d’indagine per la sicurezza dello stato), bersaglio della Rivoluzione Egiziana del 2011, passano in larga parte alla NSA (Agenzia per la sicurezza nazionale): “La NSA è diventata la principale agenzia responsabile di arresti illegittimi o arbitrari, detenzioni e sparizioni forzate da quando il presidente al-Sisi ha nominato Magdy Abdel-Ghaffar, un ex alto ufficiale sia ai SSI sia alla NSA, ministro dell’Interno nel marzo del 201512 . Secondo gli avvocati delle vittime di sparizioni forzate e altri crimini, il ministro dell’Interno sembra aver adottato quella che essi descrivono come ‘una mentalità da NSA’ in virtù della quale la NSA ha praticamente carta bianca nel prendere di mira coloro che ritiene siano collegati alla Fratellanza musulmana o simpatizzanti di Mohamed Morsi e che potrebbero organizzare proteste o altre azioni contro il governo e di fatto le è consentito di non rispettare la legge e di commettere abusi impunemente”.

 
Arresti e detenzioni: le cifre
“Secondo il governo, le forze di sicurezza hanno arrestato quasi 22.00013 sospetti nel 2013 e nel 2014, compresi circa 3.000 leader e membri della Fratellanza musulmana di livello alto e intermedio14. Nel 2015, secondo il ministero dell’interno, le forze di sicurezza hanno arrestato quasi altri 12.000 sospetti,15 per lo più membri della Fratellanza musulmana e sostenitori di Mohamed Morsi, compresi studenti, accademici, ingegneri, medici, operatori sanitari e altri. Altre centinaia di persone sono detenute dopo essere state condannate a morte, tra cui l’ex-Presidente Mohamed Morsi, i suoi sostenitori e capi della Fratellanza musulmana”.

Ma un capitolo a parte è da riservare alle sparizioni forzate, definitE dalla Convenzione ONU del dicembre 2006 come “l’arresto, la detenzione, il sequestro o qualsiasi altra forma di privazione della libertà che sia opera di agenti dello Stato o di persone o di gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, l’appoggio o la acquiescenza dello Stato, seguita dal rifiuto di riconoscere tale privazione della libertà o dall’occultamento della sorte riservata alla persona scomparsa e del luogo in cui questa si trova, sottraendola così alla protezione della legge”.
Il tema delle sparizioni forzate ha coinvolto sia maggiorenni sia minorenni, sottratti, in alcuni casi, anche due volte dalle loro famiglie.

Amnesty International “non è in grado di stabilire il numero esatto di vittime di sparizioni forzate ad opera delle autorità egiziane dall’inizio del 2015, né è possibile specificarne la cifra attuale. Per loro natura, i casi di sparizioni forzate sono particolarmente difficili da identificare e documentare a causa del segreto d’ufficio che li circonda e per il timore di alcune famiglie di esporre involontariamente i detenuti a un pericolo maggiore denunciandone la sparizione forzata a Ong per i diritti umani, ai media o ad altri. Tuttavia, alla luce della documentazione e dei dati forniti da diverse Ong e gruppi per i diritti egiziani, è evidente che diverse centinaia di egiziani siano stati vittime di questa pratica fin dall’inizio del 2015, con una media di tre-quattro persone oggetto di sparizione forzata ogni giorno a partire dall’inizio del 2015. L’NSA generalmente prende di mira presunti sostenitori di Morsi e/o della Fratellanza musulmana; la maggior parte dei quali di sesso maschile, con età compresa tra i 50 e i 14 anni. Si tratta principalmente di studenti, accademici, attivisti, critici pacifici e manifestanti, ma anche familiari di persone che vengono considerate ostili al governo. Diversi avvocati hanno riferito ad Amnesty International che quasi il 90% di chi scompare alla fine viene processato attraverso il sistema di giustizia penale”.

Tra i molti casi denunciati all’interno del report, uno dei più emblematici riguarda la famiglia Farag, dove padre e figlio sono stati sequestrati per oltre 150 giorni: “Dopo aver bendato e ammanettato Atef Farag e quattro dei suoi figli che erano in casa, gli agenti della Nsa interrogarono i figli sulle loro attività religiose, chiedendo tra l’altro quali moschee frequentassero, e quindi fecero salire Atef Farag e suo figlio Yehia su un pulmino bianco senza targa e partirono verso una destinazione che si rifiutarono di rivelare”.

E ancora: “In una comunicazione del 16 novembre 2015, la polizia rese noto al procuratore che Atef e Yehia Farag erano trattenuti dalla Nsa, eppure il rapporto investigativo ufficiale della Nsa presentato quando i due uomini apparvero per la prima volta dinanzi al procuratore per la sicurezza di stato il 3 gennaio 2016 indicava come data di arresto il 2 gennaio 2016, affermando che essi avevano trascorso solo 24 ore in stato di detenzione prima dell’interrogatorio del procuratore, mentre in realtà erano nelle mani della Nsa da più di 150 giorni. Dopo averli interrogati, il procuratore per la sicurezza di stato li ha formalmente accusati e ne ha autorizzato la detenzione per 15 giorni, in seguito più volte rinnovata. A luglio 2016, sono entrambi rinchiusi nel carcere di Tora Istiqbal in attesa di giudizio”.

 
Ripetute violazioni dei diritti umani
“Diversi metodi di tortura vengono descritti dalle vittime e dai testimoni, tra cui l’applicazione di scariche elettriche sulle aree sensibili del corpo, come genitali, labbra, orecchie e denti, la sospensione prolungata per gli arti, abusi sessuali, tra cui stupro, percosse e minacce. Alcuni detenuti hanno descritto di essere stati sottoposti alla posizione della “griglia”: fatti ruotare mentre avevano una barra inserita tra le braccia e le gambe legate, tenuti in equilibrio tra due sedie. Molti di questi metodi di tortura sono gli stessi o simili a quelli usati dai Ssi contro i detenuti durante gli anni di Mubarak”.

 
Conclusioni
Quello che è evidente è che esiste un sistema, quello giuridico-istituzionale, ben lontano non solo da quella secolarizzazione chiesta da gran parte della popolazione nel 2011, ma dal rispetto dei più basilari diritti sanciti a livello internazionale. Così come la separazione tra il potere esecutivo e quello giudiziario, messa nero su bianco sulla costituzione, ma smentita nei fatti: “L’insabbiamento da parte dei procuratori delle violazioni commesse dalla NSA è dovuta alla mancanza di indipendenza dell’ufficio del Pubblico ministero dal potere esecutivo”.

La richiesta di Amnesty International e di altre ONG al presidente egiziano al Sisi di fermare il ricorso alle sparizioni forzate e alle torture probabilmente non troverà riscontro. Il ruolo geopoliticamente cruciale de Il Cairo, storico sul fronte israeliano, di stretta attualità sul fronte libico, ha influenzato e continuerà ad influenzare gli attori internazionali, in primis quelli europei.

Se il caso Regeni ha raffreddato i rapporti con Roma, con Parigi, in questa prima parte di 2016, i rapporti economici e militari si sono più che rafforzati, anche e soprattutto in chiave libica: il sostegno francese ufficiale al governo Serraj va di pari passo con l’appoggio di una parte delle forze speciali transalpine all’azione del generale Haftar e del suo partner estero principale, l’Egitto, contro lo Stato Islamico.

Gli “Occhi della Guerra” realizzano il primo reportage dal fronte a 360 gradi

EUROPA/INNOVAZIONE/Video di

Si può entrare dentro la guerra? Camminare nelle trincee della prima linea e provare la sensazione di chi sta lì? Gli Occhi della Guerra lo hanno fatto. Grazie ad una campagna di crowdfunding terminata con ampio successo, Gli Occhi della guerra hanno mandato tre reporter nel Donbass, la regione ucraina dove è in atto una vera e proprio guerra di cui l’Occidente non parla.

Andrea Sceresini, Lorenzo Giroffi, Alfredo Bosco hanno realizzato il primo reportage a 360 gradi dal fronte di un conflitto dimenticato nel cuore dell’Europa che continua a fare vittime, da entrambe le parti: da una parte i ribelli filorussi, appoggiati politicamente e militarmente dal Cremlino, dall’altra l’esercito regolare ucraino, le cui posizioni corrono a poca distanza dagli ultimi sobborghi cittadini. Muovendo il mouse sullo schermo, è possibile navigare a tutto tondo all’interno dell’inquadratura, osservando da vicino ogni particolare e ogni movimento.

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“Gli Occhi della Guerra continuano a puntare sull’innovazione: dopo la scelta di fare crowdfunding, questa volta abbiamo deciso di puntare sui video 360. Volevamo che il lettore facesse esperienza diretta della guerra, stando al fianco del reporter, seguendolo, vedendo quello che vede lui. Insomma, un’esperienza che solo i videogiochi riescono a dare”, spiega Andrea Pontini, Ceo de ilGiornale.it

Con i video 360 – pubblicati sul sul sito www.gliocchidellaguerra.it e sul canale youtube de Gli Occhi della Guerra – il lettore viene catapultato nel bunker a pochi metri da un feroce bombardamento, cammina sulle macerie dopo la battaglia, entra nelle case distutte dei civili disperati. Un’esperienza unica che permette di sentire da vicino l’odore della guerra, di sentire sulla pelle la paura, di provare compassione con chi la guerra la subisce passivamente, di sentire, insomma, quello che sentono i reporter.

“Tutto questo è stato possibile grazie alla collaborazione con Ricoh Theta S che ha creduto sin dall’inizio nell’iniziativa. Con Ricoh Theta S, abbiamo realizzato il primo reportage ‘immersivo’ da un fronte caldo. Altri esperimenti sono stati fatti ma mai in prima linea”, continua Pontini.

Questa è la risposta de Gli Occhi della Guerra al silenzio assordante che da mesi circonda il Donbass. I servizi sono stati girati nella zona dell’aeroporto di Donetsk, tra le trincee di Spartak e in altre località dove ogni giorno, su entrambi i lati della barricata, migliaia di ragazzi vivono, lottano e muoiono in nome di una guerra sporca che l’Occidente si ostina a non vedere. Questo lavoro è dedicato a tutti loro.

Messico: le proteste degli insegnanti continuano

AMERICHE di

In Messico continuano le proteste degli insegnanti contro la riforma educativa approvata dal governo all’inizio del 2013. Nell’ultimo mese lo scontro tra il governo ed il CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación) si è intensificato, sfociando nel “massacro di Nochixtlán” del 19 giugno, in cui sono rimasti uccisi 8 civili in uno scontro con armi da fuoco.

La riforma educativa decisa dal governo di Enrique Peña Nieto è stata pensata per migliorare la qualità del sistema educativo messicano. In particolare, il governo vuole eliminare le relazioni clientelari che si sono create in alcune zone del Paese per quanto riguarda l’accesso alla professione di insegnante. Una delle misure previste dalla riforma è la selezione degli insegnanti tramite concorso pubblico, oltre ad un sistema di valutazione della preparazione degli insegnanti già in servizio e l’organizzazione di corsi di aggiornamento per i docenti. Questa misura è il principale motivo che ha mobilitato moltissimi insegnanti che lavorano nelle zone del Sud del Messico: in particolare gli Stati di Oaxaca, Guerrero e Chiapas. Si tratta soprattutto di professori che operano nelle zone rurali a maggioranza indigena, dove parte della popolazione parla ancora solo la lingua locale e non conosce lo spagnolo. Questi professori ritengono che i criteri di valutazione a cui verranno sottoposti non tengano conto delle specificità locali e delle esigenze delle comunità in cui lavorano. In tal modo, è probabile che questi insegnanti verranno esclusi dalla professione poiché ritenuti non in linea con i criteri richiesti, mentre loro affermano di essere essenziali soprattutto per il loro bilinguismo. In tali comunità agricole molto isolate dal resto del Paese, infatti, gli insegnanti del luogo svolgono una funzione molto importante: da un lato insegnano ai ragazzi lo spagnolo, dall’altro comunicano efficacemente con i loro genitori, i quali a volte parlano solo la lingua indigena. Inoltre, trattandosi di località molto isolate, dove a volte manca addirittura la copertura telefonica, difficilmente degli insegnanti provenienti da altre zone del Paese sarebbero disposti a trasferirvisi.

Per queste ragioni, gli insegnanti riuniti nel CNTE hanno organizzato scioperi prolungati e blocchi alla circolazione nelle strade strategiche per il trasporto di generi di prima necessità. La popolazione delle aree coinvolte, se a detta del governo sembra aver appoggiato la riforma educativa, ha talvolta offerto il suo sostegno alle rivendicazioni degli insegnanti.

L’episodio del 19 giugno nella cittadina di Nochixtlán dello Stato di Oaxaca, merita di essere menzionato per la gravità dei fatti accaduti. La polizia è intervenuta per sgomberare il blocco di una strada che gli insegnanti del CNTE occupavano da una settimana. La versione ufficiale del governo è che le forze di polizia abbiano aperto il fuoco in risposta a qualche manifestante che aveva estratto armi da fuoco. La versione degli abitanti del villaggio è invece diversa: affermano che sia stata la polizia ad aprire il fuoco e che loro si siano difesi con armi rudimentali come pietre ed altri oggetti. Resta il fatto che il bilancio dello scontro a fuoco è stato di 8 civili morti (ma gli abitanti del villaggio affermano che siano 11) e 3 agenti feriti. L’ONU ha chiesto al governo del Messico di fare chiarezza sull’episodio.

Dopo l’incidente del 19 giugno il governo ha deciso di cambiare strategia e di offrire al CNTE la ripresa dei negoziati in cambio della cessazione dei blocchi alle principali vie di comunicazione della regione. Il 5 luglio i rappresentanti del governo e del CNTE si sono incontrati a Città del Messico per scambiarsi le reciproche proposte di soluzione del conflitto. Hanno poi fissato un nuovo incontro per l’11 luglio, data che precede di pochi giorni l’inizio delle vacanze scolastiche, previsto per il 15 luglio.

Gli insegnanti sono aperti al dialogo, ma chiedono con fermezza il ritiro della riforma educativa e si dicono disposti a rispondere con tutte le armi in loro possesso in caso di un nuovo uso della forza da parte del governo centrale. Ricordiamo che nel Sud del Messico sono presenti gruppi armati legati alla popolazione indigena tra cui l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Mexican teachers keep on protesting against the education reform

Americas di

In Mexico, teachers keep on protesting against the education reform, which was introduced by the government at the beginning of 2013. Over the last month, the tension between the government and the CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación) has increased, leading to the “Nochixtlán massacre” on the 19th of June, in which 8 civilians were killed.

The education reform was approved by Enrique Peña Nieto’s government in order to enhance the quality of the Mexican education system. In particular, the government wants to remove the corruption, and the lack of transparency in the selection process of the educators. One of the measures stated by the reform is a selection of the teachers based on merit, in addition to a periodic assessment of their preparation. This point of the reform has been criticized by a great number of educators, especially in the southern States of Mexico: Oaxaca, Guerrero and Chiapas. These areas of the country are inhabited by a majority of indigenous. The teachers argue that the criteria for the assessment process are not appropriate for the specific characteristics of these areas of Mexico. They suspect that the evaluation process is a way to dismiss them. The teachers affirm that their role in that poor areas of the country is irreplaceable as they speak Spanish as well as the indigenous languages. In that remote areas of Mexico, the educators establish an important connection with the children, teaching them Spanish, as well as with their parents, communicating effectively with them in the local languages. Furthermore, it may be difficult to convince teachers residing in other parts of the country to move to such isolated areas, where sometimes there is no electricity or telephone connection.

For these reasons, the teachers, represented by the CNTE, organized long lasting strikes and they blocked the circulation of vehicles in the main streets. The population of the areas affected by the protests has sometimes backed the teachers, even though the government declared that Mexicans support the education reform.

The episode occurred on the 19th of June in Nochixtlán (Oaxaca), should be mentioned for its seriousness. The police cleared out the block of a street organized by the CNTE. The government declared that the police had to open fire in response to the violence used by the demonstrators. However, the inhabitants of the town said that the police started shooting at them, so they tried to protect themselves through rudimentary weapons, such as stones. Nevertheless, the balance of the clash has been the death of 8 civilians (even though the inhabitants of the town affirm they are 11) and 3 police officers injured. The United Nations asked the Mexican government to investigate on what happened in Nochixtlán.

After the episode of Nochixtlán, the government decided to change strategy proposing to the CNTE to restart the negotiations. On the 5th of July the government representatives and the CNTE met in Mexico City in order to explain their proposals for the solution to the conflict. They scheduled a new meeting  for the 11th of July, few day before the start of school holidays on the 15th of July.

The teachers are willing to negotiate, but they firmly claim the abolition of the education reform. Moreover, they affirm that if the government use violence, they will respond by all means available. It is important to bear in mind that in the south of Mexico there are armed groups related to the indigenous population, such as the Zapatista Army of National Liberation.

Mar Cinese Meridionale: quali scenari dopo la sentenza dell’Aja

Asia/BreakingNews/Sud Asia di

Le previsioni sono state rispettate: La Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja, interpellata dalle Filippine in difesa delle proprie aree di pesca, si è espressa ieri con una sentenza che soddisfa Manila e disconosce le rivendicazioni di Pechino sulle isole del Mar Cinese Meridionale. La Corte ha stabilito che l’espansionismo cinese viola la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), un accordo internazionale che regola il diritto degli stati sugli oceani, sottoscritto da 166 nazioni, Cina compresa.

Come era altrettanto prevedibile, considerate le dichiarazioni dei leader cinesi prima del verdetto, il gigante asiatico non intende rispettare la sentenza della Corte, alla quale non ha mai voluto riconoscere alcuna giurisdizione sulla disputa marittima che coinvolge i principali paesi del sud-est asiatico, oltre a Giappone, USA e, più marginalmente, Australia.

La cosiddetta “linea a nove tratti” rivendicata da Pechino copre il 90% del Mar Cinese Meridionale e trova la sua traballante giustificazione storica nel controllo dell’arcipelago delle Isole Paracelso, sottratto militarmente al Vietnam nel 1974. Negli ultimi tre anni la Cina ha rafforzato unilateralmente la sua posizione costruendo atolli artificiali lungo le barriere coralline, su cui ha poi installato avamposti civili e militari e lingue di asfalto a pelo d’acqua per l’atterraggio dei propri apparecchi.

Di fatto, la sentenza agita ulteriormente le acque in un teatro geopolitico già soggetto a tempeste frequenti. La Cina è convinta che nessun atto di tribunale potrà mai mettere in discussione i suoi interessi nazionali nell’area. Del resto, la Corte internazionale dell’Aja non dispone di alcun strumento vincolante per obbligare Pechino a rispettare la sua sentenza. Il governo cinese però teme che il giudizio favorevole alle Filippine possa innescare un domino di ricorsi da parte degli altri paesi le cui coste si affacciano sul tratto di mare conteso, tra i più importanti al mondo dal punto di vista ittico e commerciale. Gli USA, dal canto loro, potrebbero usare la sentenza per tornare all’attacco sul fronte della libertà di navigazione, il vessillo che Washington porta avanti per salvaguardare i propri interessi economici e militari nell’area.

La risposta di Pechino sarà probabilmente più importante della sentenza stessa e potrebbe indicare la strada dei rapporti futuri tra la potenza egemone dell’area e il blocco di nazioni che tenta di contenerne l’espansione. La domanda è: cosa farà la Cina? Cercherà di indirizzare lo sviluppo degli eventi a suo favore o tenterà altre azioni unilaterali, anche a costo di esacerbare le tensioni?

Pechino potrebbe decidere di essere accomodante e, pur senza accettare pubblicamente i principi della sentenza, potrebbe mitigare le proprie posizioni, fermando la costruzione delle isole artificiali e riconoscendo il diritto di pesca dei paesi circostanti nelle acque contese. Sul lungo periodo un atteggiamento conciliante potrebbe giovare alla crescita del paese, garantendo la pace e favorendo la nascita di un sistema legale internazionale sensibile ai suoi interessi.

Gli eventi potrebbero però prendere la direzione opposta. La Cina potrebbe rifiutare la sentenza e con essa rigettare i principi dell’UNCLOS, accelerare la costruzione delle isole artificiali e rafforzare gli avamposti militari, mostrando i muscoli alle Filippine e agli altri paesi dell’area ASEAN.

Pechino potrebbe anche optare per una terza via: far finta di nulla e ignorare la sentenza. Ma per cementare la sua leadership la Cina ha bisogno di produrre regole, non di ignorarle, offrendo un’immagine di affidabilità sul piano del diritto internazionale. Un atteggiamento propositivo è l’unico che le permetterebbe di convincere gli altri paesi asiatici a riconoscerle un ruolo di guida nel medio e lungo termine.

Tutti gli attori coinvolti dovrebbero dunque accettare apertamente o tacitamente i principi soggiacenti la sentenza senza che nessuno ne demandi l’immediata attuazione. La Cina così avrebbe tempo di adattare gradualmente le sue iniziative ai nuovi principi, in nome della stabilità politica e dell’affermazione di un diritto internazionale all’interno del quale costruire la propria supremazia.

Al momento però non è facile immaginare tanta ragionevolezza, perché il gigante asiatico si nutre anche di nazionalismo e revanscismo nei confronti delle potenze occidentali e filo-occidentali, che nel passato hanno utilizzato il guanto di ferro per imporre i propri interessi alla Cina. Le dichiarazioni ufficiali pronunciate poco prima del verdetto per bocca del Ministro della Difesa non sono sembrate concilianti. Le forze armate si impegnano infatti a “salvaguardare fermamente la sovranità nazionale, la sicurezza, i diritti e gli interessi marittimi, a sostenere la pace e la stabilità, e ad affrontare ogni tipo di sfida e minaccia”.

Oggi Pechino si sente forte come non mai e potrebbe decidere di sfidare le regole comuni per  costringere gli avversari ad accettare le sue. In questo caso anche la pace stessa sarebbe a rischio, perché un incremento delle costruzioni di infrastrutture civili e militari nel Mar Cinese Meridionale rafforzerebbe la deterrenza ma moltiplicherebbe le occasioni di incidenti con gli USA e i suoi alleati. L’escalation, a quel punto, potrebbe rivelarsi rapida e incontrollabile.

South China Sea: what scenarios after The Hague ruling

Asia @en/BreakingNews @en di

The forecasts have been met: The Permanent Court of Arbitration based at The Hague, called by the Philippines in defense of their fishing areas, has expressed yesterday in a ruling that meets Manila requests and disregards the Beijing claims on the islands of the South China Sea. The Court ruled that the Chinese expansion violate the United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS), an international agreement that regulates the right of the states on the oceans, signed by 166 nations, including China.

How was equally predictable, given the statements of Chinese leaders before the verdict, the Asian giant does not intend to respect the ruling of the Court, to which it never wanted to recognize any jurisdiction over the maritime dispute involving the major countries of Southeast Asia, as well in Japan, the US and, to a lesser extent, Australia.

The so-called “Nine-dash line” claimed by Beijing covers 90% of the South China Sea and finds its shaky historical justification in the control of the archipelago of Paracelsus Islands, militarily withdrawn from Vietnam in 1974. China, over the past three years, has strengthened unilaterally its position by building artificial island along the coral reefs, where then installed civilian and military outposts and asphalt airstrips for the landing of its aircrafts.

In fact, the judgment further stirs the waters in a geopolitical theater already subject to frequent storms. China is convinced that no act of the court will ever questioning its national interests in the area. Moreover, the Hague International Court has no binding instrument to force Beijing to respect its judgment. The Chinese government, however, is concerned that the judgment favorable to the Philippines may trigger a domino of appeals from other countries whose coasts are on the disputed stretch of sea, among the most strategic globally by fishing and commercial point of view. The US, meanwhile, could use the ruling to reaffirm the  freedom of navigation principle, the banner that Washington carries out to safeguard their own economic and military interests in the area.

Beijing’s response is likely to be more important than the ruling itself and could point the way for future relations between the hegemonic power of the area and the bloc of nations that attempts to contain its expansion. The question is: what will China do? It will try to direct the development of events in his favor, or try other unilateral actions, even at the cost of exacerbating tensions?

Beijing could decide to be accommodating and, without publicly accept the principles of the judgment, could mitigate its positions, stopping the construction of artificial islands and recognizing the right of fishing in the disputed waters for its neighbors. In the long run, a conciliatory attitude could benefit the growth of the country, ensuring peace and contributing to the emergence of an international legal system more sensitive to its interests.

The events may, however, take the opposite direction. China may reject the ruling and, with it, reject UNCLOS principles, accelerate the construction of artificial islands and strengthen the military outposts, showing muscles to the Philippines and other ASEAN countries.

Beijing could also opt for a third way: do nothing and ignore the ruling. But to cement his leadership China needs to produce rules, not to ignore them, offering an image of reliability in terms of international law. A proactive approach is the only one that would convince other Asian countries to recognize to China a leading role in the medium and long term.

All actors involved should, therefore, openly or tacitly accept the principles underlying the judgment without pushing for a rapid implementation. China would take time to gradually adapt its initiatives to the new standards, in the name of political stability and for the affirmation of an international law which build its supremacy within.

At the moment, it is not easy to imagine such reasonableness, because the Asian giant also feeds itself with nationalism and revanchism against the western and pro-Western powers, which in the past have used the gauntlet to impose their interests to China. An official statement released just before the verdict came by the Minister of Defense, and wasn’t too conciliatory: “Chinese armed forces will firmly safeguard national sovereignty, security and maritime interests and rights, firmly uphold regional peace and stability, and deal with all kinds of threats and challenges.”

Today Beijing feels as strong as ever and could decide to challenge the common rules to force opponents to accept its own. In this case even peace itself would be at risk, because an increase in the construction of civil and military infrastructure in the South China Sea would strengthen deterrence but would multiply the chances of accidents with the US and its allies. The escalation, at that point, may be rapid and uncontrollable.

Luca Marchesini
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