BREXIT, The day after

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Il voto sulla Brexit del 23 giugno costituisce una sorta di elettroshock nel processo di integrazione europea, che, sia pure tra rallentamenti, stop and go e sensibili contraddizioni, non ha mai smesso di procedere verso gli obiettivi fissati dai padri fondatori.   Questo complesso cammino aveva subìto già un vulnus di una certa rilevanza, con la mancata approvazione del Trattato Costituzionale di Roma, nei referendum popolari di Francia e Paesi Bassi della tarda primavera del 2005. Parziale rimedio fu costituito, poi, dal Trattato di Lisbona del 2007.

Ma questa volta gli effetti, politici, prima ancora che economici o giuridici, appaiono ancor più dirompenti.

Per la prima volta, uno Stato sovrano lascia l’Unione.   Una possibilità contemplata dall’ordinamento comunitario, ma finora mai sperimentata, tanto che si era ormai ingenerata una sensazione di irreversibilità della scelta di adesione di un singolo paese. E parliamo poi, nel caso di Brexit, di un paese importante, una grande potenza.   Oltre quarant’anni fa, pochi giorni prima di un altro referendum britannico, quello del 5 giugno 1975, indetto per convalidare o annullare l’allora recente adesione alla Comunità Europea, Alberto Ronchey, sul Corriere della Sera (31 maggio 1975), sottolineava come al di fuori di quello che allora si chiamava il MEC, l’Inghilterra era “un mercato angusto, un muro tariffario la separava dell’Europa” e come versasse in quel momento nella crisi economica peggiore degli ultimi trent’anni, da quando cioè aveva vinto la guerra, ma perduto il suo Impero coloniale.   Dopo trent’anni di faticosa transizione dall’economia imperiale a quella competitiva, i fautori dell’ingresso nella Comunità si aggrappavano all’opzione europea come a un’ancora di salvezza, confidando nella stessa – rilevava sempre Ronchey – come “garanzia contro l’isolamento fra i grandi mercati” e di recupero di slancio competitivo.   E ancora oggi, gli operatori economico-finanziari credono all’Europa come ineludibile opportunità per il Regno, come ha dimostrato la decisa opzione anti-Brexit dell’establishment e degli ambienti della City.

Ma nella popolazione sono prevalsi gli impulsi di fuga, di isolazionismo, di recupero della piena sovranità nazionale, nonostante tutti gli appelli degli europeisti e del premier Cameron che evocavano i rischi di regressione in termini di opportunità, di formazione dei giovani e di welfare.     Difficile, dunque, cogliere le motivazioni della vittoria di “leave”, in presenza di tante controindicazioni e senza grandi vantaggi evidenti.   Si avverte la sensazione di un disagio profondo, di una sfiducia crescente, di una mancata immedesimazione nel disegno europeista che ha radici psicologiche ed emotive, ma non per questo meno importanti e meritevoli di un’analisi attenta.   Uno stato d’animo che non investe soltanto quella che è stata per secoli la più prestigiosa potenza marittima e commerciale, ma pervade tutta l’area comunitaria, paesi con storie e tradizioni molto diverse e con diversa “anzianità” di appartenenza all’Unione, o alle comunità che l’hanno preceduta.   L’esito del voto costituisce un campanello d’allarme, rispetto a un’insofferenza diffusa nei confronti del disegno di integrazione, non tanto sotto il profilo dell’ideale, quanto rispetto al concreto svolgimento storico del disegno stesso, almeno con riguardo agli ultimi quindici-venti anni.

Una progressiva insoddisfazione che ha ingenerato diffidenza anche nelle forze tradizionalmente favorevoli all’Europa e ha alimentato la diffusione di movimenti contrari all’integrazione, incrementandone i consensi.   Burocratizzazione delle istituzioni di Bruxelles, direttive troppo invasive e vincolistiche, percepite come eccessive compressioni delle sovranità nazionali (di prassi ormai, la giustificazione di politici di livello nazionale, rispetto a misure contestate o impopolari: “ce lo chiede l’Europa !!”), oneri spesso ritenuti difficilmente sostenibili per i singoli paesi membri.   A fronte di tutto questo, l’incapacità e l’inconcludenza, rispetto ai temi che veramente, nell’immaginario collettivo, dovrebbero ascriversi alle competenze di istituzioni comunitarie sovranazionali, come la politica estera, la sicurezza, la difesa comune, le politiche sui flussi migratori, il completamento dell’unione bancaria e la garanzia sui depositi.   Carenze, esitazioni, divisioni e contraddizioni, coperte da reiterate ed estenuanti riaffermazioni retoriche sempre meno convincenti, che hanno smorzato nei cittadini europei l’ideale comunitario e offerto nuove motivazioni a quelle forze populiste e nazionaliste. Motivazioni che i vertici europei hanno a lungo sottovalutato o evitato di approfondire tempestivamente. Le forze antieuropee ora raddoppiano il loro vigore, chiedono nuovi referendum, cercano di solcare tempestivamente la scia lasciata dalla svolta britannica.

Dalla Francia, dove riprende vigore il lepenismo, dopo la sconfitta nelle elezioni regionali, in vista delle politiche del prossimo anno, ai Paesi Bassi, fino all’Ungheria di Orbàn, alla Polonia guidata dal partito di Kakzynski, alle repubbliche ceca e slovacca.   Con l’incognita delle imminenti elezioni in Spagna e gli entusiasmi emulativi di Salvini a casa nostra.   Emerge poi prorompente il destino della Scozia, in cui prevale l’opzione europea e si profila dunque un contrasto che investe il tema dell’unità del Regno. La risposta dei fautori dell’Europa deve mostrarsi equilibrata, scevra di animosità verso gli “uscenti” – e questo mi è parso emergere dalla dichiarazione congiunta rilasciata, a caldo, dai presidenti delle quattro istituzioni centrali europee – univoca nelle finalità e nelle priorità.     E soprattutto la palla deve essere rimessa in campo dai paesi fondatori, cui spetta, moralmente, l’indicazione di un nuovo percorso, più bilanciato sull’integrazione politica, sulla coesione sociale, sulla solidarietà e la crescita, sul superamento delle diseguaglianze

1 Comment

  1. Come tutta la generazione di democristiani a cui appartengo, ho sognato e desiderato per anni l’Europa Unita. Ora non più. Desidero, al pari di molti moderasti con opinioni simili alle mie, che l’Italia utilizzi la possibilità data dal diritto dell’Unione Europea di ritirarsi dai trattati dell’Unione, e ritiri la propria adesione alla Unione Europea. Desidero la messa in liquidazione della ditta privata denominata Banca Centrale Europea, e, soprattutto, l’immediata liquidazione del famigerato mostro chiamato ESM (European Stability Mechanism). Desidero poi che l’Italia, la Norvegia, la Svizzera, l’Islanda e tutte le nazioni che volessero uscire dalla UE si riuniscano in una area di libero scambio sul tipo dell’EFTA di una volta. Penso che dovrebbe essere la Gran Bretagna a dover dare impulso al processo di abbattimento delle istituzioni della UE, e alla chiamata a raccolta dei popoli europei, Poi desidero anche che venga liquidata la convenzione di Schengen, prima con la sospensione, che è possibile in un giorno, e subito dopo con la notifica diplomatica che deve avviare la procedura per il ritiro dell’Italia. Voglio che le persone possano viaggiare liberamente se munite di passaporto, e invoco la approvazione parlamentare di misure penali che allineino la legislazione sugli immigrarti clandestini a quella sul terrorismo. Desidero cioè che, chi entri nel paese senza avere i requisiti di rifugiato stabiliti dall’ONU debba avere il trattamento legale previsto dalla legge per i terroristi. E soprattutto, desidero che vengano immediatamente annullate tutte le procedure di ingresso di nuovi paesi membri esterni rispetto al continente europeo geografico. Gradirei il veloce ritiro dell’Italia dalla giurisdizione del Tribunale europeo dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Infine, desidero la sospensione di tutte le trattative in corso per nuovi trattati del libero scambio. Questi sono desideri che condivido con un numero sempre crescente di cittadini moderati e storicamente favorevoli alla Unione Europea, oggi divenuti contrarti ad essa.

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