Assassinio Regeni: passo falso di Al Sisi?

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Come migliaia di attivisti locali. Come i militanti della Fratellanza Musulmana. Giulio Regeni, lo studente italiano di 28 anni trovato morto sulla strada dal Cairo ad Alessandria, potrebbe essere una delle tante vittime, stavolta straniera, del regime di Al Sisi.

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Dopo essere scomparso il 28 gennaio ed essere stato ritrovato morto il 3 febbraio, la prima ipotesi avanzata dalle autorità locali è stata quella dell’incidente. Un’ipotesi ritenuta inverosimile fino dal primo istante, visti i segni delle violenze sul corpo del giovane ragazzo. Sospetti, adesso,che si concentrato sulla polizia locale e un movente riconducibile alla rete di contatti intrecciata da Regeni negli ultimi mesi di vita.

La salma tornerà in Italia sabato 6 febbraio, dove verrà sottoposta ad una nuova autopsia. Intanto, gli inquirenti italiani stanno collaborando con quelli egiziani, anche se il rischio di uno sviamento delle indagini è alto, come si evince dalla notizia dell’arresto da parte delle autorità locali di due sospettati, poi smentito dalla Farnesina.

“A quanto risulta dalle cose che ho sentito sia dall’Ambasciata sia dagli investigatori italiani, siamo lontani dalla verità”, ha affermato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

Originario di un piccolo paese del Friuli, dottorando di Cambridge, Regeni stava scrivendo la sua tesi sull’economia egiziana presso l’American University. Interessato al Medio Oriente e agli sviluppi socio-economici delle rivolte degli ultimi anni, era venuto in contatto con le organizzazioni
locali e aveva probabilmente partecipato ad alcune riunioni sindacali negli ultimi mesi.

Sull’agenzia di stampa locale Nena News, vicina alle posizione antiregime, su Il Manifesto, Regeni aveva scritto diversi articoli in cui parlava proprio delle forme di repressione portate avanti dal regime contro ogni manifestazione di dissenso. Ed è proprio questa attività ad avere portato i servizi egiziani sulle sue tracce.

Per questo motivo, l’italiano sarebbe stato catturato con l’intento di fargli confessare tutta la lista di nomi che gli avevano fornito le informazioni poi riportate negli articoli pubblicati. I segni della tortura rinvenuti sul corpo spingono gli inquirenti italiani ad ipotizzare che Regeni non abbia voluto collaborare con le autorità egiziane e, per questo motivo, sia stato ucciso.

Una circostanza simile a quella che ha riguardato molti altri attivisti egiziani. E conosciuta, in parte, dall’opinione pubblica occidentale, ma messa in ombra dalle violenze più mediatiche del Daesh nei Paesi vicini. Una forma di caccia al dissenso che adesso ha colpito uno studente italiano e che quindi rischia di mettere a repentaglio i rapporti tra Roma e Il Cairo.

Rapporti intrecciati su due fronti. Quello energetico, con la presenza di Eni nel Paese nordafricano. Quello geopolitico, con l’Egitto già impegnato nei raid in Libia contro le truppe del governo di Tripoli, e in difesa dell’esecutivo di Tobruk, e possibile alleato nella ormai prossima missione internazionale che potrebbe vedere proprio l’Italia a capo della coalizione ONU.

Un Egitto in cui la Primavera Araba del 2011, le rivolte di piazza, la caduta di Mubarak e l’ascesa e la destituzione di Morsi sembrano essere state risucchiate dall’avvento di Al Sisi, sostenuto tra l’altro da Arabia Saudita e Turchia, e dal ritorno ad un regime simile a quello in vigore fino a quattro anni fa. Le leggi contro il dissenso, le elezioni farsa e la persecuzione contro la Fratellanza Musulmana, in cui spicca la condanna a morte di Morsi, e la dimostrazione di potenza con l’apertura del secondo transito nel Canale di Suez, pongono l’Occidente di fronte ad un difficile bivio.

Al netto della stretta contro il Daesh in Medio Oriente e in Nord Africa da parte dell’Occidente, al netto degli interessi economici, la morte di Regeni rischia di mettere in discussione i rapporti con l’Egitto. Ma soprattutto suscita una domanda: possono Europa e Stati Uniti scendere a patti con un regime dittatoriale come quello di Al Sisi?
Giacomo Pratali

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