In Cina continua l’emergenza inquinamento

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Il vertice Cop21 di Parigi sul clima volge al termine e i delegati lavorano febbrilmente per trovare un accordo conclusivo che non si risolva in una mera dichiarazione di intenti. La Cina è fortemente coinvolta nel dibattito, sospesa com’è tra le esigenze dello sviluppo industriale e la necessità di tagliare le emissioni ed i gas serra, per il bene del pianeta e dei suoi stessi cittadini.

La Cina, nonostante un certo rallentamento, cresce ancora a ritmo sostenuto ed alimenta il proprio sviluppo industriale con un elevatissimo consumo di carbone e di altri combustibili inquinanti. Lo scorso 2 dicembre, al vertice di Parigi, Pechino ha annunciato l’intenzione di ridurre drasticamente le principali emissioni inquinanti, nell’arco di 4 anni. Entro il 2020 dovranno essere tagliate del 60% e, nello stesso lasso di tempo, si prospetta una riduzione, a livello industriale, di 180 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno. Resta da capire cosa la Cina intenda per “principali sostanze inquinanti” e se, tra queste, verranno inseriti anche i gas serra. Al di là dello scetticismo manifestato da alcuni, sembra che Pechino voglia ridisegnare il suo modello si crescita, riducendo l’uso di carbone e puntando maggiormente su forme di energia pulita e rinnovabile.

La questione ambientale non riguarda solo il futuro prossimo del paese. Anche il presente è pesantemente coinvolto, perché l’inquinamento dell’aria ha già raggiunto livelli decisamente allarmanti sia a Pechino che nelle altre grandi città della Cina. Ad inizio settimana nella Capitale è scattato l’allarme rosso, dopo che si erano registrati livelli di smog di gran lunga superiori ai limiti consentiti, con ricadute nocive per la salute dei cittadini. Le misure di emergenza, che prevedevano la chiusura delle scuole e dei cantieri edili ed una netta riduzione della circolazione privata, si sono rivelati efficaci e il sole è tornato a fare la sua comparsa sui cieli a lungo oscurati della megalopoli. L’allarme rosso per ora è cessato, ma il problema è stato solo allontanato.

L’allerta inquinamento non riguarda la sola Pechino. Nelle grandi città della Cina settentrionale non sono state adottate misure di alcun tipo e decine di milioni di cittadini continuano a respirare aria estremamente tossica, con valori di nocività sono persino superiori a quelli che avevano portato alla paralisi della Capitale. Come riportato dal New York Times ad Anyang, nella provincia di Henan, l’indice di qualità dell’aria ha fatto segnare un valore di 999, tre volte più alto di quello registrato a Pechino ad inizio settimana. Nella città di Handan, nella provincia di Hebei, è andata leggermente meglio , con l’indicatore che si è fermato a 822. Per intenderci, un valore di 300, negli Stati Uniti, è già considerato pericoloso per la salute dell’uomo.

Buona parte dell’inquinamento che attanaglia Pechino non viene prodotto dai tubi di scarico delle auto, ma proviene dalle regioni del nord, dove per soddisfare il fabbisogno industriale vengono bruciati quotidianamente enormi quantitativi di carbone. Il governo centrale e le amministrazioni provinciali sono dunque chiamati ad intervenire tempestivamente per proteggere la salute dei loro cittadini, imponendo l’adozione di procedure di emergenza standardizzate, in tutte le regioni del paese, che coinvolgano anche i cantieri e le fabbriche.

Superata l’emergenza, si tratterà di capire rapidamente come conciliare le esigenze di uno sviluppo industriale che ha portato il PIL cinese a superare quello americano con gli imperativi della salute pubblica, in Cina e non solo. Gli impegni annunciati dalla delegazione cinese alla conferenza sul clima di Parigi sembrano un primo passo nella giusta direzione, ma ai proclami dovranno seguire azioni concrete. In tempi molto brevi.

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