GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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ottobre 2015

Turchia: ingresso nella UE per controllare i rifugiati

Medio oriente – Africa/Varie di

Fino ad ora offrire ospitalità ai rifugiati che ne oltrepassano i confini è costato alla Turchia circa 7 miliardi di dollari. Questo dall’inizio del conflitto siriano. I flussi migratori, con l’inasprirsi delle violenze nella zona medio-orientale, sono enormemente aumentati negli ultimi mesi travolgendo di fatto l’Unione Europea.

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La Turchia svolge anche in questo un ruolo difficilmente sostituibile come interfaccia fra un Medio Oriente dilaniato da crisi e terrorismo ed una Europa che fatica a recepire l’arrivo di migliaia di profughi, fiaccati e spaventati, in fuga da realtà difficili e assurdamente violente. In questo quadro si inserisce l’accordo che avrebbe unito le volontà europea e turca nella gestione dei flussi migratori anche se entrambe ne smentiscono l’ufficialità.

L’unica voce che al contrario conferma l’avvenuto patto è quella della Commissione europea che considera ciò che gli altri definiscono “una dichiarazione di buona volontà”, un accordo di fatto. Le condizioni offerte alla Turchia riguardano aiuti finanziari, un allentamento delle restrizioni sui visti per i turchi e la riapertura della candidatura del paese all’entrata in Europa. In cambio, la Turchia dovrebbe aumentare i suoi sforzi per contenere i rifugiati all’interno dei suoi confini turchi controllando le frontiere, limitando i flussi di rifugiati vero la Ue, dando loro lavoro, e lottando contro i trafficanti.

I primi tentativi di entrare nell’orbita UE sono stati portati avanti da Ankara nel 2000. Le condizioni prospettate dalla Turchia, nonostante fossero migliori rispetto ad oggi per quanto riguarda democrazia e stabilità interna, non erano apparentemente ancora mature, per essere valutate concretamente. In questi anni, molte cose sono cambiate.

La Turchia, con l’arrivo della minaccia islamica rappresentata da Isis, ha assunto per la sua posizione sia geografica, sia politica in quanto paese inserito in ambito Nato, un ruolo importante e, per alcuni versi, determinante. Erdogan sta facendo di tutto per poter sfruttare al meglio la situazione, colpendo i curdi, anzichè i terroristi Isis destinatari delle armi transitate dalle frontiere turche, senza ferire la sensibilità Nato offrendo, dopo lunghe trattative, l’autorizzazione di far partire i raid contro l’Isis dalla base aerea di Incirlik, nei pressi di Adana.

Ora, l’entrata nell’UE sembra essere una nuova merce di scambio oltre ovviamente ai 3 miliardi di dollari chiesti da Ankara per la gestione dei rifugiati. Il denaro in realtà sembra ancora essere in fase di negoziato sia per gli importi, sia per le modalità di versamento, probabilmente scaglionate su più anni. Al momento comunque, sembrano essere rimasti in sospeso tanto l’inserimento della Turchia nella lista dei ‘paesi sicuri’, quanto l’apertura di 6 capitoli del negoziato per l’adesione, sui quali grava il veto di Cipro e Grecia.
Monia Savioli

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Braccio di ferro con il terrore

Medio oriente – Africa di

L’attentato contro il corteo pacifista che il 10 ottobre scorso ha provocato ad Ankara 95 morti e 246 feriti ha avuto un effetto importante: la sospensione da parte delle forze politiche curde di qualsiasi attività fino alle elezioni di domenica 1° novembre.

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Da quando l’appuntamento elettorale del giugno scorso ha restituito forza al partito curdo dell’Hdp e tolto la maggioranza assoluta all’AKP di Erdogan, la Turchia è divenuta teatro di episodi violenti, finalizzati a interrompere i colloqui di pace che dal 2012 erano in corso con il PKK, il Partito dei lavoratori curdi fondato da Ocalan e identificato come forza terroristica. L’impossibilità di formare un governo per il disaccordo maturato fra le parti ha volutamente motivato, da parte di Ergodan, il ritorno alle urne destabilizzando l’equilibrio interno. Il governo di Ankara ha stretto in una morsa di violenza le zone a maggioranza curda, provocando la dura risposta del PKK ritenuto responsabile di alcuni degli attentati che hanno insanguinato la Turchia.

Le conseguenze hanno oltrepassato i confini nazionali. Nella guerra contro Isis, le forze militari turche si sono accanite più contro i miliziani curdi, alleati Usa nella lotta contro il califfato, che verso i terroristi dello stato islamico. Nessuna ammissione era mai trapelata dal governo di Ankara fino alle recenti dichiarazioni del Primo Ministro turco, Ahmet Davutoglu, che ha confermato gli attacchi militari contro le forze curde nel nord della Siria.

La versione offerta alla platea internazionale racconta della necessità evidenziata dalla Turchia di proteggere i confini nella zona Ovest dell’Eufrante minacciati dai curdi dell’YPG, sigla che identifica le forze combattenti del PDK, il Partito Democratico curdo, alleate degli Stati Uniti. In realtà il doppio attacco subito dai curdi si è verificato nella città araba di Tal Abyad, strappata ai miliziani dell’Isis, nella zona ad Est del fiume, quindi esattamente all’opposto.

La situazione divenuta con l’avvicinarsi delle elezioni sempre più delicata, è stata affrontata dall’Hdp con estrema cautela. L’ufficio elettorale di Selahattin Demirtas, co-presidente del partito, è allestito in un piccolo locale della periferia popolare di Istanbul, privo di bandiere per evitare che la sede venga presa di mira e possa provocare conseguenze ai residenti. Il mese scorso, negozi gestiti da curdi e uffici dell’Hdp sono stati presi di mira da violenze e distruzioni di ogni genere.

La mano pesante di Erdogan ha colpito, nel tentativo di arrivare di nuovo alla maggioranza assoluta, tutte le possibili espressioni di critica nei confronti della politica dell’AKP. I media indipendenti hanno subito forti pressioni e ridimensionamenti se non la chiusura definitiva. I canali social sono regolarmente minacciati e ridotti. Tante, nella disperata corsa al potere, sono le cause giudiziarie intraprese nei confronti di quanti sono ritenuti responsabili di offese espresse, verbalmente o in qualsiasi altra modalità, contro Erdogan, come successo ad uno studente reo di aver pubblicato frasi non gradite sulla pagina di Facebook.

Il quotidiano turco Hürriyet è stato oggetto di violenze di massa dopo l’accusa di aver diffuso menzogne. L’elenco delle violenze rivolte alla stampa e ai suoi referenti si allungano includendo casi ancora da chiarire. Rientrano nella lista la morte di Jacky Sutton, ex inviata di guerra per la Bbc, trovata morta il 19 ottobre scorso nella toilette dell’aeroporto Ataturk di Istanbul dove stava aspettando il volo per Erbil, e la scomparsa di Serena Shim, giornalista trentenne, alle dipendenze di Press Tv, rimasta uccisa il giorno dopo, in Turchia, vicino al confine con la Siria a causa di incidente d’auto.

La Shim stava rientrando in albergo dopo aver lavorato a Suruc, nella provincia turca di Sanliurfa, consapevole di essere nel mirino dell’intelligence turca in riferimento ad alcuni reportage dedicati all’ambigua posizione turca nei confronti della lotta all’ Isis nella zona di Kobane. I sondaggi prodotti fino ad ora non lasciano apparentemente molte possibilità all’AKP di rientrare in possesso della maggioranza assoluta. Gli esiti del 1° novembre ci riveleranno il vero peso del terrore.
Monia Savioli

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Turchia-Usa: accordi paravento

Medio oriente – Africa di

Sono almeno 75 i combattenti addestrati da Stati Uniti, forze britanniche e turche, entrati in Siria e collocati nelle zone a nord della città di Aleppo. A sostenerlo, l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani con sede a Londra. La nuova immissione di combattenti è conseguente alla presa di coscienza da parte degli Usa del fallimento del programma di addestramento rivolto ai ribelli siriani moderati “arruolati” nella cosiddetta “Divisione 30” per contrastare il governo Assad ed ora i terroristi dell’Isis. I 15.000 uomini che la dovevano comporre, una sorta di filiale Usa in Siria, si sono via via disgregati. La convinzione che servano uomini e sicuramente in numero maggiore di quanti non ne siano rimasti ora è supportata da una altra presa di coscienza che coinvolge direttamente i rapporti con la Turchia. Il 22 luglio scorso, gli Usa hanno firmato con lo stato guidato dal presidente Erdogan un accordo di cooperazione militare nel quale emerge la possibilità da parte degli americani di utilizzare la base aerea di Incirlik, a nord del confine con la Siria, possibilità fino a quel momento preclusa. Sensazioni e risultati stanno convincendo la comunità internazionale che l’ago della bilancia di Ankara viri verso la repressione destinata principalmente non a Isis, come dovrebbe, ma ai curdi, considerati i reali oppositori del Califatto. A dimostrarlo, i 300 attacchi inferti dai Turchi alle basi del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan fondato da Ocalan, rispetto ai 3 indirizzati contro Isis. La Turchia avrebbe concesso una maggiore collaborazione spinta dal desiderio, alimentato dall’avanzata dei curdi siriani, di sbagliare coscientemente mira e colpire, fra i pochi sgherri del Califfato, molti curdi, soprattutto dopo la vittoria, alle elezioni di giugno, dell’Hdp di Salahattin Demirtas, evoluzione moderata del PKK e restare comunque impunita. Anche gli Stati Uniti stanno giungendo a questa convinzione. La volontà di salvaguardare le strette relazioni con gli stati sunniti di Arabia Saudita, Pakistan, monarchie del Golfo e la stessa Turchia, conservata fin da quando, dopo l’11 settembre, è iniziata l’offensiva contro Al Qaeda, sta giocando un ruolo decisivo perchè sono quegli stessi Stati ora che favoriscono o comunque tollerano la presenza di Isis. Per non giocarsi alleanze preziose, gli Stati Uniti fingono di non vedere. E la Turchia continua a “giocare” offrendo concessioni per evitare interferenze.

 

Monia Savioli

NATO opens Trident Juncture exercise to international observers

EUROPA di

Observers from member nations of the Organization for Security and Co-operation in Europe (OSCE) and from other countries around the world have been invited to witness NATO’s biggest military exercise in over a decade, Trident Juncture 2015, which is currently taking place in Italy, Spain and Portugal.

“Trident Juncture shows the Alliance’s commitment to transparency and predictability on military activities,” said General Hans-Lothar Domröse, Commander of NATO’s Joint Force Command Brunssum, and of the exercise. “I welcome that several countries chose to send observers to Trident Juncture. This exercise is defensive in nature, the scenario and adversary are fictional. We hope that by inviting observers we can help to build trust and confidence.”

Trident Juncture 15, involving 36,000 troops from more than 30 nations, will certify next year’s NATO Response Force headquarters and the functions of the new very-high readiness Spearhead Force. Under the OSCE Vienna Document 2011, exercises must be notified to OSCE member states 42 days in advance if exceeding 9,000 troops, and observation is required starting at 13,000 troops. Allies respect these conditions.

Under the Vienna Document 2011, three separate Russian inspection teams arrived this week – one each in Italy, Portugal, and Spain. In each country, the teams were provided with briefings about Trident Juncture 15, and have inspected military activities being carried out as part of this exercise. The inspection in Italy took place between 26 and 28 October, and the inspections in Spain and Portugal are on-going between 27 and 29 October.

Also under Vienna Document 2011 rules, observers from Germany, Russia, Sweden, Switzerland, and the United States will visit Spain between 1 and 4 November, as this is where the largest concentrations of troops will be during the exercise. This observer programme of military activities was coordinated with Spain and NATO’s Conventional Arms Control Coordination Cell.

In the interest of promoting transparency, NATO has also decided to invite observers from eleven other nations to Trident Juncture 15: Algeria, Belarus, Brazil, Colombia, El Salvador, Mauritania, Mexico, Morocco, Serbia, Tunisia and the United Arab Emirates.

Egitto: elezioni di facciata

Medio oriente – Africa di

Dopo il primo turno delle elezioni legislative che hanno sancito una netta e prevedibile vittoria del partito “Per amore dell’Egitto” del presidente Fattah al Sisi e, al contempo, un’affluenza ferma a meno del 25%, martedì 27 ottobre gli egiziani sono tornati alle urne per il ballottaggio riservato agli oltre 200 candidati non eletti il 17 e 18 ottobre.

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Secondo gli analisti locali ed internazionali, la popolarità di al Sisi andrebbe misurata in base all’affluenza elettorale: pertanto, la misura del consenso per l’ex generale è palese. Dopo la rivoluzione e le elezioni del 2012, sancite dalla vittoria del candidato dei Fratelli Musulmani Mohammed Morsi, l’Egitto è tornato a rieleggere il proprio parlamento. La sete di libertà della maggioranza del popolo egiziano, testimoniata dalla rivoluzione del 2011, è stata però fermata dall’attuale regime.

Quasi l’80% dei 55 milioni aventi diritto, infatti, è rimasto a casa nella prima tornata per le azioni illiberali di al Sisi. Salito al potere nel 2014 dopo il golpe in cui è stato destituito Morsi, l’attuale leader dell’Egitto ha bollato i Fratelli Musulmani come organizzazione terroristica, facendo arrestare e condannare a morte l’ex presidente stesso e i leader di questo movimento.

A questo, si aggiunge l’entrata in vigore della nuova costituzione. Se a prima vista contiene alcuni principi liberali, come la eleggibilità per massimo due mandati consecutivi e l’apertura alle minoranze pur mantenendo l’Islam come religione di Stato, un’analisi in profondità mette a nudo la subalternità dell’assemblea legislativa rispetto al presidente, chiamata ad approvare i decreti del capo dello Stato.

In più, le grandi opere, l’apertura ai capitali esteri e l’interventismo in Libia per accattivarsi i consensi presso la comunità internazionale, tre motivi del paragone con Nasser, contrastano con la totale mancanza di welfare e la vicinanza de facto all’ex presidente Hosni Mubarak.

In attesa dell’affluenza e dell’esito del ballottaggio, il primo turno fornisce ulteriori indicazioni sullo stato di salute dell’Egitto. Oltre alla già citata scarsa partecipazione degli elettori, la tornata del 17 e 18 ottobre scorso ha consentito al partito di al Sisi di portare a casa 60 seggi su 60. Mentre, il “Partito degli egiziani liberi” del magnate delle telecomunicazioni Naguib Sawiris e di presunto stampo laico e liberale, che ospita, assieme all’alleato “Per amore dell’Egitto”, alcuni esponenti dell’ex regime di Mubarak, ha eletto subito 5 candidati, mentre 65 sono andati al secondo turno.

“Non è stato facile creare un partito forte senza l’ingerenza del governo. Per noi la coalizione non ha alcuna importanza, sono loro che ci hanno chiesto di entrare per avere più credibilità”, ha affermato Sawiris a Le Monde.

Ottimi risultati, poi, di “Per il futuro della nazione”, formazione politica composta da giovani collegati al golpe del 2013, per i liberali del WAFD. Sconfitta, invece, per “Al Nour”, unico partito in gioco dichiaratamente islamista dopo l’uscita di scena dei “Fratelli Musulmani”, che ha minacciato più volte di ritirarsi a causa di presunti brogli.

Dopo il ballottaggio, l’altra tornata elettorale si terrà il 22 e 23 novembre. Mentre i risultati saranno resi pubblici a dicembre. Tuttavia, l’esito certo è che, dopo la Primavera Araba e la presidenza Morsi, l’Egitto è tornato ad un regime simile a quello di Mubarak, tormentato però dalla presenza ormai stabile di organizzazioni islamiste affiliate al Califfato e operanti soprattutto nella regione del Sinai.
Giacomo Pratali

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Egypt: fake elections

Middle East - Africa di

The first round of parliamentary elections of 17 and 18 October established a clear and predictable victory of President Fattah al Sisi’s party “For the Love of Egypt” and, at the same time, a turnout very poor, less than 25%. On October 27, Egyptians have come back to the polls for runoff concerning over 200 non-elected candidates.

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According to local and international analysts, al Sisi’s popularity should be weighed by electoral turnout: therefore, his degree of consensus is obvious. After the revolution and the elections of 2012, characterized by the victory of the Muslim Brotherhood representative Mohammed Morsi, Egypt return to re-elect its parliament. However, Egyptians thirst for freedom, as witnessed by the revolution of 2011, was stopped by the current regime.

Indeed, almost 80% of the 55 million assignees remained at home in the first round due to al Sisi illiberal actions. Come to power in 2014 after the coup against Morsi, the current head of state has branded the Muslim Brotherhood as terrorist organization, arresting and sentencing to death the former president and movement leadership.

And it’s necessary to add the new constitution, too. If it apparently contains a few liberal ideas, such as the limit of two consecutive terms and openness to minorities while maintaining Islam as state religion, however a profound knowledge reveals the president influence on parliament, which have to approve his decrees.

In addition, major works, the opening to foreign capital and interventionism in Libya in order to ingratiate the international community, three reasons of comparison with Nasser, contrast with the total lack of welfare and proximity former President Hosni Mubarak de facto .

Waiting for ballot turnout and outcome, the first round gives further directions on Egypt fettle. Besides the above, low turnout on 17 and 18 October permitted al Sisi to win 60 seats out of 60. While, supposedly secular and liberal “Free Egyptians Party”, established by telecommunications tycoon Naguib Sawiris, which include, with its ally “For love of Egypt”, some members of the former Mubarak regime, has now elected five candidates, while 65 went to the second round.

“It was not easy to create a strong party without government interference. The coalition does not matter for us, because they asked us to come in to have more reliability, “said Sawiris to Le Monde.

Excellent results also of “For the future of the nation”, political movement composed of young linked to the coup of 2013. However, “Al Nour”, the only overtly Islamist party in after disappearance of “Muslim Brotherhood”, was defeated.

After runoff, the second election will be on 22 and 23 November. While results will be published in December. However, the outcome is already certain that, after the Arab Spring and Morsi presidency, Egypt is back to a context similar to Mubarak regime, but anguished by Islamist organizations affiliated to Caliphate and mainly operating in Sinai.
Giacomo Pratali

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NATO Tridet Juncture, the biggest excercise

EUROPA di

Nineteen NATO nations are contributing navy and marine forces to Trident Juncture 2015, the Alliance’s biggest and most ambitious exercise in more than a decade. More than 70 ships and submarines, maritime patrol aircraft and 3,000 marines are taking part in the maritime portion of the exercise taking place off the coast of Portugal, Spain and Italy and at NATO’s Maritime Command in the United Kingdom.

“I am glad to be in this challenging NATO exercise with my units and look forward to train with these highly motivated crews from different nations. Multi-nationality is inspiring; common procedures and tactics are the key to shaping a coherent and capable NATO force at sea,” said Read Admiral Jorg Klein, the Commander of Standing NATO Maritime Group 2. Three weeks of intensive training was launched on 19 October during an opening ceremony at the Trapani air force base in Italy.

A wide group of Allies were already involved in training manoeuvres and techniques during the first days of the exercise. Dutch and British maritime forces conducted an amphibious operation at Sierra del Retin, Spain. In Sardinia, Italy US Marines and British Royal Marines trained together to enhance their interoperability which is crucial to ensure they can work seamlessly together in crisis situations. Canadian, Portuguese, Spanish and Danish naval ships conducted operations in the Atlantic Ocean south of Portugal.

Meanwhile two Portuguese F16 fighter jets with four F18 fighter jets from partner nation Finland supported the maritime training from the air. “This was a valuable anti-air warfare training opportunity that allowed us to observe the impressive aerial capabilities of our NATO allies,” said Commander Pascal Belhumeur, Commanding Officer of the Canadian Frigate HMCS Winnipeg.

The maritime part of Trident Juncture tests multiple warfare disciplines at sea including: amphibious landings in four locations, special operations forces activities, maritime patrol aircraft sorties, submarine warfare and coastal training events. Trident Juncture will continue until 6 November across Italy, Spain and Portugal. The exercise, involving 36,000 troops from more than 30 nations, will certify next year’s NATO Response Force headquarters and the functions of the new very-high readiness Spearhead Force.

Frontiera Melilla, per i siriani un nuovo muro prima dell’Europa – REPUBBLICA

feed_corousel di

Taglieggiati per poter fare richiesta d’asilo, costretti a mescolarsi tra i frontalieri o a nascondersi in vani motore delle auto, ricattati e sempre a rischio di espulsione. Anche per molti africani il limbo sul confine Marocco-Algeria è diventato una prigione, cui ormai si preferisce il viaggio mortale attraverso la Libia

di GIULIA BERTOLUZZI

Nel 2015, i primi cento chilometri di muro tra l’Algeria e il Marocco sono stati costruiti e altri 500 sono in cantiere. Una nuova barriera fisica che non sembra però intaccare l’economia di frontiera. Lungo il confine, i commerci di benzina algerina di contrabbando continuano a lucrare, così come il passaggio di persone, dall’Africa Subsahariana e dalla Siria, che transitano in Marocco con il sogno di entrare in Europa.

Tutta la rete è scandita da piccole porticine metalliche che i passeurs conoscono a menadito per connettere la città di Oujda in Marocco con quella di Maghnia in Algeria, i due grandi snodi per i migranti. Come spiega Mohamed Kerzazi dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani) di Oujda “il flusso è per lo più in direzione del Marocco, ma sempre più persone utilizzano il passaggio a ritroso, per tornare in Algeria e da lì dirigersi verso la Libia”.

In senso contrario, sempre più siriani entrano in Marocco illegalmente dall’Algeria. Entrambi i paesi hanno introdotto il visto obbligatorio per i siriani rispettivamente ad agosto e a gennaio di quest’anno, rendendo l’unica rotta possibile quella illegale. Abderazak Ouiam segretario della sezione Oujda di OMDH, ONG partner di UNHCR per la registrazione dei rifugiati, spiega che “la maggioranza arrivano dalla Turchia o dal Libano da dove prendono un volo per il Sudan, uno per la Mauritania e da lì si mettono in marcia per Mali e Algeria via terra e clandestinamente”. Anche le cifre parlano, in Marocco sono solo 834 i richiedenti asilo siriani, nella sola Melilla più di 2000.

“Con la mia famiglia, abbiamo provato in tutti i paesi. Siamo stati in Libano, Turchia, Egitto, Tunisia, Algeria e Marocco. Da nessuna parte abbiamo trovato un rifugio, un posto in cui poter vivere senza minacce o soprusi” racconta Lilia, giovane diciottenne damascena, di cui tutta la famiglia, compresa la figlia di due mesi, è in Europa, mentre lei da sola lotta per la liberazione del marito, in prigione per aver tentato d’immolarsi davanti al confine con Melilla.

La maggioranza dei siriani, stanchi di molte procedure e zero efficacia, si dirigono direttamente alle frontiere, bypassando le istituzioni e tentando l’ultima chance in Europa. Ma nonostante l’apertura di un nuovo ufficio UNHCR per richiedenti asilo sulla frontiera di Beni-Enzar, tutti i richiedenti sono obbligati a pagare il “biglietto” per riuscire ad arrivare fino all’ufficio. I militanti dell’AMDH di Nador da mesi denunciano la corruzione delle guardie di confine (sia marocchine che spagnole) che obbligano i siriani a pagare fino a 1200 euro per poter passare la frontiera e deporre la propria domanda d’asilo. La “difficoltà più grande è far passare i bambini”, spiega Omar Naji, AMDH, “perché se gli adulti riescono a nascondersi tra i lavoratori transfrontalieri marocchini, i bambini devono essere nascosti” e in tanti casi si traduce in una mazzetta più grande sia ai passeurs che alle autorità.

IMG_5555-23Per un migrante africano, avvicinarsi alla frontiera è diventato impossibile. Stéphane Julinet, giurista di GADEM (groupe anti raciste de défence des étrangers et migrants), spiega che “per 6 mesi, nessun africano è riuscito ad entrare a Ceuta o Melilla”, e dei pochi africani che ci sono riusciti, i rischi e i prezzi sono diventati insostenibili. Pagano fino a 3000 euro per essere nascosti nei posti più impensabili di macchine e camion: incastrati dentro i cruscotti e in anfratti sotto i sedili e comunque venendo intercettati e espulsi.

“Le grandi retate contro i migranti che avvenivano in tutto il paese si sarebbero dovute arrestare con la grande regolarizzazione del 2014 in cui 18.000 persone (tra cui anche europei e americani e i rifugiati siriani) ottennero il permesso di soggiorno” continua Stéphane.  Ma lungo tutti i confini settentrionali, la così chiamata “caccia al migrante” resta una prassi. Nei quartieri come Bukhalef a Tangeri, e nei boschi in cui i migranti subsahariani si rifugiano in tende di plastica intorno a Ceuta, a Melilla e nella città di Oujda, la polizia visita regolarmente per bruciare gli accampamenti e deportare in zone più interne del paese tutti gli uomini.

Questa tecnica s’iscrive all’interno della lotta contro la migrazione clandestina, capitolo importante del patto di mobilità firmato da Marocco e 9 stati europeigiugno 2013, “un capitolo molto strumentalizzato” spiega Elsa, volontaria a GADEM, “per cui sotto la bandiera della lotta alla tratta, le autorità marocchine giustificano tutte le azioni di frontiera. Un paragone naturale è quello dei bombardamenti europei ai trafficanti in Libia, in cui la guerra all’immigrazione clandestina viene fatta passare come una lotta contro i trafficanti”.  IMG_5555-19

Con la Spagna da un lato che blocca l’entrata e i flussi di finanziamenti europei per la gestione dei migranti dall’altro, il Marocco ha abilmente giocato le sue carte. Ha accettato di buona lena di diventare un guardiano delle frontiere europee, ma non senza ottenere buoni accordi a livello commerciale, politico e sociale.

Migliaia di africani si sono quindi ritrovati bloccati in Marocco da anni, senza soldi, lavoro, né alloggio, vivendo nei boschi alla mercé del freddo e della polizia. “Alcuni fratelli, non sapendo che altro fare” racconta Theo, giovane camerunense che ha tentato tre volte la traversata senza successo “mi hanno scritto che erano riusciti ad arrivare in Italia, passando dalla Libia”.

“Ormai sono tre mesi che gli africani hanno iniziato a partire verso la Libia” spiega Stéphane Julinet, “da Oujda verso l’Algeria, il Mali, il Niger e riattraversando il deserto verso la Libia”. Questo tragitto è il più pericoloso dell’intero viaggio. Stipati sui pick-up, senza spazio nemmeno per sedersi. “Se cadi sei morto” racconta Theo, “la macchina non si ferma e tu sei destinato a morire nel deserto. Ma qual è l’alternativa?”.

http://www.repubblica.it/esteri/2015/10/26/news/rotte_migranti_siriani_melilla_libia-125934068/?ref=search

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Contrasto all’Isis, ancora tanto lavoro da fare

Medio oriente – Africa di

Un anno è trascorso da quando la Coalizione Globale per il Contrasto a Daesh ha deciso di muovere i primi passi per fermare la pericolosa avanzata dell’Isis, o Daesh, suo acronimo arabo. Nei 12 mesi trascorsi, le azioni messe in campo hanno permesso di riconquistare in Iraq circa il 30% dei territori inizialmente controllati dal califfato, liberare Tikrit e consentire ad oltre 100.000 civili di tornare nelle proprie case e nei territori circostanti. Idem in Siria, dove il controllo di Daesh continua “su appena 100 degli 822 chilometri del confine turco-siriano. Un anno fa – dichiarano gli stati membri della Coalizione – la situazione era tragica: ISIS stava avanzando in Iraq e minacciando Erbil, Kirkuk e Baghdad. Inoltre, parevano imminenti ulteriori attacchi contro la minoranza Yazidi. Da allora, nonostante non siano mancate inevitabili battute d’arresto, la Coalizione ha perseguito una strategia onnicomprensiva, dimostrando di saper arginare la capacità di movimento di Daesh in Iraq e Siria”. I meriti vengono condivisi con le forze di sicurezza irachene, i peshmerga curdi, l’opposizione siriana ed in generale il popolo di entrambi i paesi. La Coalizione continua ad attaccare Isis su più fronti, controllando canali bancari e finanziari attraverso l’attività della Financial Actione Task Force, cercando di interrompere il reclutamento dei foreign fighters con l’aiuto del Global Counterterrorism Forum, diffondendo un’altra realtà comunicativa densa di speranze opposte alla violenza e all’odio proposti dai terroristi del califfato e sostenendo il governo iracheno, oltre a quello regionale curdo, nella stabilizzazione dei territori liberati. In Siria, il pieno appoggio è garantito alla popolazione nell’ambito di quello che viene diplomaticamente definito la via verso la definizione di “un governo di transizione basato sui principi del Comunicato di Ginevra, al fine di addivenire a un Governo democratico, inclusivo e pluralistico che sia rappresentativo del volere del popolo siriano”. Il monitoraggio della diffusione di Isis in altre realtà che non siano quella irachena e siriana prosegue da parte della Coalizione il cui impegno si rivolge anche alle popolazioni rifugiate. “Il lavoro da fare insieme è ancora molto – concludono gli stati membri. “Daesh continua a reclutare e radicalizzare nuove persone, specialmente attraverso i social media. Sta perpetrando crimini inauditi contro ogni gruppo etnico e religioso e contro minoranze particolarmente vulnerabili; sta distruggendo il patrimonio culturale dell’umanità; e cerca di esportare il proprio modello in altri Paesi, incoraggiando a compiere atti terroristici. Partendo da queste considerazioni, siamo consapevoli che la sconfitta finale di Daesh richiede un impegno di lunga durata e un approccio multidimensionale. Il mondo è unito nella ferma condanna di Daesh e della sua ideologia distorta. La nostra Coalizione ribadisce la sua incrollabile determinazione nel lavorare insieme per ottenere la definitiva sconfitta di Daesh”.

 

Monia Savioli

Migrants, Balkan Route: yes to the deal

BreakingNews @en/Europe di

More support to refugees through shelter, food, health, water and sanitation. Daily exchange of information between countries and Brussels. More reception capacity in Greece and in other Balkan countries. Borders management and stabilization thanks to Frontex reinforcement between Bulgaria and Turkey and 400 police officers to Slovenia. These are the topics of the deal approved by the head of 11 EU States and 3 non-Eu within European Commission President Jean-Claude Juncker during summit about the Western Balkan Migration Route in Bruxelles on October 25.

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In the first phase of summit, Croatia, Slovenia, Hungary, Czech Republic and Bulgaria were initially opposed to EU directives, especially Orban who wants to go on closing its borders. However, before the meeting, Juncker said: “Countries affected should not only talk about each other and at each other, but also with each other. Neighbours should work together not against each other. Refugees need to be treated in a humane manner along the length of the Western Balkans route to avoid a humanitarian tragedy in Europe. I am therefore pleased that today we were able to jointly agree on a 17-point plan of pragmatic and operational measures to ensure people are not left to fend for themselves in the rain and cold “.

And so leaders representing Albania, Austria, Bulgaria, Croatia, Macedonia, Germany, Greece, Hungary, Romania, Serbia and Slovenia agreed to improve cooperation and step up consultation between the countries along the route and decided on pragmatic operational measures that can be implemented as of tomorrow to tackle the refugee crisis in the region.

Poland turn to right after Eurosceptic victory, as borders closing to refugees on the part of Hungary and several Eastern Europe, combined to over 650,000 people, especially from Syria, arrived by sea during this year, demand a strong answer from EU Member states.

These are all the deal:

Permanent exchange of information
1. Nominating contact points within 24 hours to allow daily exchanges and coordination to achieve the gradual, controlled and orderly movement of persons along the Western Balkans route;
2. Submitting joint needs assessments for EU support within 24 hours;
Limiting Secondary Movements
3. Discouraging the movement of refugees or migrants to the border of another country of the region without informing neighbouring countries;

Supporting refugees and providing shelter and rest
4. Increasing the capacity to provide temporary shelter, food, health, water and sanitation to all in need; triggering the EU Civil Protection Mechanism where necessary;
5. Greece to increase reception capacity to 30,000 places by the end of the year, and to support UNHCR to provide rent subsidies and host family programmes for at least 20,000 more – a pre-condition to make the emergency relocation scheme work; Financial support for Greece and UNHCR is expected;
6. Working with the UNHCR who will support the increase of reception capacities by 50,000 places along the Western Balkans route.
7. Working with International Financial Institutions such as the European Investment Bank, the European Bank for Reconstruction and Development and the Development Bank of the Council of Europe which are ready to support financially efforts of the countries willing to make use of these resources;

Managing the migration flows together
8. Ensuring a full capacity to register arrivals, with maximum use of biometric data;
9. Exchanging information on the size of flows and, where requested, on all arriving refugees and migrants on a country’s territory;
10. Working with EU Agencies to swiftly put in place this exchange of information;
11. Stepping up national and coordinated efforts to return migrants not in need of international protection, working with Frontex;
12. Working with the European Commission and Frontex to step up practical cooperation on readmission with third countries and intensifying cooperation in particular with Afghanistan, Bangladesh and Pakistan; Commission to work to implement existing readmission agreements fully and start work on new readmission agreements with relevant countries;

Border Management
13. Increase efforts to manage borders, including by:
o    Finalising and implementing the EU-Turkey Action Plan;
o    Making full use of the potential of the EU-Turkey readmission agreement and the visa liberalisation roadmap;
o    Upscaling the Poseidon Sea Joint Operation in Greece;
o    Reinforcing Frontex support at the border between Bulgaria and Turkey
o    Strengthening border cooperation between Greece and the former Yugoslav Republic of Macedonia, with increased UNHCR engagement;
o    Greece and the former Yugoslav Republic of Macedonia and Albania will strengthen the management of the external land border, with Frontex to support registration in Greece;
o    Working together with Frontex to monitor border crossings and support registration and fingerprinting at the Croatian-Serbian border crossing points;
o    Deploying in Slovenia 400 police officers and essential equipment within a week, through bilateral support;
o    Strengthening the Frontex Western Balkans Risk Analysis Network with intensified reporting from all participants;
o    Making use, where appropriate of the Rapid Border Intervention Team (RABIT) mechanism, which should be duly equipped;
14. Reconfirming the principle of refusing entry to third country nationals who do not confirm a wish to apply for international protection (in line with international and EU refugee law and subject to prior non-refoulement and proportionality checks);

Tackling smuggling and trafficking
15. Stepping up actions against migrant smuggling and trafficking of human beings with support of Europol, Frontex and Interpol;
Information on the rights and obligations of refugees and migrants
16. Making use of all available communication tools to inform refugees and migrants about existing rules, as well as about their rights and obligations, notably on the consequences of a refusal to be registered, fingerprinted and of a refusal to seek protection where they are;
Monitoring
17. Monitoring the implementation of these commitments on a weekly basis; Commission to coordinate with national contact points.
Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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