GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Monthly archive

settembre 2015

Trattato anti proliferazione nucleare, USA e Russia per l’aggiornamento

AMERICHE/EUROPA di

La  Russia si sente sempre più vincolata dal trattato INF (Intermediate Nuclar Forces) di disarmo nucleare siglato negli anni 80, che nonostante sia firmato da entrambe le gradi potenze non ha impedito loro di modernizzare i propri arsenali nucleari e le difese missilistiche.

Il patto IFN è una parte fondamentale del trattato di disarmo nucleare bilaterale che ha fermato la proliferazione di tetsate a medio aggio in Europea negli anni 80 con un pericolo di incidenti molto alto.

Le spinte a rivedere e modificare gli accordi sono oggi molto forti sia in campo statunitense che in campo sovietico con il percolo che venga abbandonato del tutto.

Lo scorso 23 settembre la ussia ha criticato aspramente il dispiegamento del modello aggiornato delle testate B61-12 in Germania alzando ancora i toni della discussone minacciando di ritirarsi dal trattato.

. L’INF vieta la presenza di armi nucleari in deposito a terra  o missili a medio raggio convenzionali (da 500 a 5.500 chilometri, o da 300 a 3.400 miglia). Anche se la distribuzione statunitense di B61-12 armi nucleari in Germania non viola il Trattato INF, viene percepita da Mosca come una prova di forza nei suoi confronti e si sente limitata nella reazione dal trattato.

Nessuna delle due super potenze vuole ritirarsi dal trattato ma è chiaro che in questo periodo di forte instabilità geopolitica entrambe sono portate a flettere i muscoli spingendo per una rivisitazione del trattato che permetta una difesa dei propri territori.

UE, quote e hotspot: un via libera forzato

EUROPA/POLITICA di

I Paesi occidentali votano sì alla redistribuzione di 120mila rifugiati arrivati in Italia e Grecia, le quali dovranno rendere efficienti i centri d’identificazione entro novembre. Ostruzionismo degli Stati dell’Est. Via libera ai raid contro gli scafisti.

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Via libera alla quota di 120mila rifugiati, alla creazione di hotspot entro novembre, ai raid contro gli scafisti. Tra il 22 e 24 settembre, durante la riunione straordinaria dei ministri degli Interni della Ue e il Consiglio Europeo, il pacchetto di proposte della Commissione Europea sull’immigrazione è stato accolto nelle sue linee guida. Come prevedibile e già manifestato in più occasioni nel corso di questo 2015, lo schieramento di Paesi dell’Est (“Visegrad”), composto da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia più la Romania, ha votato contro la ripartizione dei profughi.

Sulla distribuzione dei 120mila rifugiati giunti in Italia e Grecia, infatti, è stato necessario il ricorso alla maggioranza qualificata, data l’impossibilità di raggiungere l’unanimità. A loro volta, i due Stati del Mediterraneo si sono impegnati al rafforzamento dei centri d’identificazione, i quali dovrebbero essere pronti entro novembre, come deciso dal Consiglio Europeo.

L’obiettivo è snellire le procedure di rimpatrio per chi non detiene il diritto d’asilo e facilitare lo smistamento di tutti coloro che invece ne posseggono i requisiti. È una misura di valore storico poiché di fatto annulla la norma comunitaria del Trattato di Dublino che consente al rifugiato di potere risiedere solo presso lo Stato nel quale ha fatto domanda d’asilo.

Il Consiglio Europeo che ha poi detto sì ai raid contro gli scafisti provenienti dalla Libia. Tale operazione navale, attiva dal prossimo 7 ottobre, rientra nella seconda fase della EunavFor e prevede l’abbordaggio, la perquisizione e il sequestro delle imbarcazioni con a bordo migranti.

Piccolo passo in avanti anche nei rapporti con gli enti internazionali e i Paesi vicini. La Ue ha infatti predisposto un piano di aiuti del valore di 1 miliardo di euro a favore delle agenzie Onu che aiutano i profughi. Mentre, sul fronte del trust fund, l’Europa ha chiesto un maggiore sforzo agli Stati membri, visto che i fondi per i Paesi esposti alle crisi, Siria e Iraq in primis, non sono sufficienti.

Le decisioni prese in questi due vertici sono state salutate positivamente da una parte d’Europa. Dai vertice dell’Unione Europea, passando per Italia e Francia, fino ad arrivare alla Germania, con la cancelliera Angela Merkel che ha parlato di “passo in avanti decisivo”.

Dichiarazioni a cui ha fatto seguito la replica, di certo non conciliante, del premier ungherese Orban, che ha parlato di “moralismo imperialista”. E sono proprio queste parole che evidenziano al meglio il clima che si respira tra i leader dell’Est Europa. A partire dal primo ministro slovacco Robert Fico il quale, in rappresentanza del gruppo Visegrad, ha annunciato di un’azione legale contro la norma sulla ripartizione dei rifugiati.

Ma ciò che evidenzia ancora di più la spaccatura è il comportamento dell’Ungheria. Dopo le leggi antiimmigrazione e la costruzione del muro al confine con la Serbia, il governo ha annunciato di volere innalzare un’ulteriore barriera al confine con la Croazia. Notizia che, aggiunta alle migliaia di profughi arrivati in Serbia, stanno riportando a galla le antiche ruggini tra Belgrado e Zagabria.

Sulle politiche immigratorie, così come già dimostrato sul versante economico, l’Europa viaggia a doppia velocità. Nella fattispecie, la spaccatura tra Ovest ed Est affonda le sue radici nella storia moderna e contemporanea europea. Più che il Comunismo, gli Stati orientali, come evidenziato da più fonti internazionali, sono contrari all’accoglienza perché la loro indipendenza reale è stata raggiunta recentemente, con il ricordo ancora presente del sangue versato per la propria patria. Questo divario tra le due aree dell’Unione Europea sottolinea quanto l’unità politica continentale sia ancora molto distante.
Giacomo Pratali

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EU, quotas and hotspots: the forced go-ahead

Europe/Policy di

Western countries vote yes to the redistribution of 120,000 refugees arrived in Italy and Greece, which will make more efficient their identification centers by November. Obstructionism from Eastern States. Yes to raid the smugglers within October, too.

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Go-ahead to the plan to share 120,000 refugees, the creation of hotspots by November, the raid against smugglers. Between 22 and 24 September, during the Eu ministers extraordinary meeting
and European Council, European Commission guidelines proposals on immigration were welcomed. As predictalbe, the deployment of Eastern Europe (“Visegrad”), consisting of Poland, Hungary, Czech Republic and Slovakia over Romania, voted against the allocation of refugees.

Indeed, on the distribution of 120,000 refugees arrived in Italy and Greece, it’s necessary the qualifying majority. In return, the two Mediterranean states have to reorganize identification centers, which should be ready by November, as decided by European Council.

The aim is the streamlining for those who do not hold the right of asylum and to make easier the sorting of all those who have the necessary qualifications. It’s a measure of historical value because it deletes the Eu laws of the Treaty of Dublin which allowed to refugee to be located only in the State where he has asked for asylum.

Then, the European Council has said yes to the raid against the smugglers from Libya. This naval operation, active since October 7, is included among EUNAVFOR second phase and provides the boarding, the search and the seizure of boats.

Small step forward in relations with international organizations and neighboring countries, too. The EU has prepared a rescue plan of 1 billion euro in favor of the UN agencies for refugees. While, about trust funds, Europe has asked Member States for greater effort, given that those funds for countries in crisis, as Syria and Iraq, are not enough.

These choices are positively welcomed by a part of Europe. From the Eu institutions, until Italy, France and Germany. Indeed, Chancellor Angela Merkel has talked about a “decisive step forward”.

Statements which was followed by certainly not conciliatory replication of Hungarian Prime Minister Viktor Orban, who has shouted with “moralism imperialist”. These words highlight climate among Eastern Europe leaders. As in the case of Slovak Prime Minister Robert Fico, who, representing the Visegrad Group, has announced a lawsuit against allocation of refugees regulations.

But Hungarian behavior is even more underlining this rift between West and East. After the anti-immigration laws and the building of the wall on the border with Serbia, the government has announced its intention to raise additional barrier on the border with Croatia. News that, adding to the thousands of refugees arrived in Serbia, are bringing ancient grievances between Belgrade and Zagreb to light.

On migration policies, as already demonstrated on the economic front, Europe is traveling at double speed. In this case, the gap between West and East is rooted in the modern and contemporary European history. More than Communism, the Eastern States, as evidenced by more international sources, are opposed to foreign people because their real independence has recently been achieved and spilled blood for their homeland is still present. This gap between the two areas of the European Union underlines how a real continental unity is still far.
Giacomo Pratali

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MOAS: new mission in South-Est Asia

Asia @en/BreakingNews @en/Europe di

Maltese NGO is preparing to reach the Bay of Bengal, where Rohingyas are escaping from Myanmar. “Our job in the Mediterranean is not over but we now feel it is our responsibility over the winter months to use the M.Y. Phoenix in another part of the world facing an equally challenging but severely underreported crisis “, said MOAS founder Christopher Catrambone.

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Not only Europe has involved in refugees issue. Another of the main worldwide migrant route is in South-Est Asia and concerning the Rohingyas. Since 2012, they’re persecuted from Myanmar government because the majority is Muslim and they are even considered foreigners. The other minority is composed by Bangladeshis, who live in poverty. During 2014 and 2015, more of them has tried to reach Thailand, Indonesia and Malaysia but, after a temporary reception, they has been repulsed.

This geopolitical context, equivalent to Mediterranean and Europe backgrounds, has encouraged MOAS to return today from Mediterranean mission of Summer 2015 and to expand its mission to South-Est Asia because, as reported by UNHCR, more than 1,100 Bangladeshis and Rohingyas drowned between January 2014 and June 2015 and the number of crossings is expected to increase this year.

According to MOAS, Maltese NGO “has saved more than 11,500 men, women and children from the Mediterranean Sea. The M.Y. Phoenix will be returning to its base in Malta today to prepare for a month-long journey to the Bay of Bengal. ”

“MOAS has helped establish a robust search and rescue presence in the Mediterranean Sea, which today sees a number of publicly and privately funded vessels working to stop preventable deaths,” said MOAS founder Christopher Catrambone.

“Our job in the Mediterranean is not over but we now feel it is our responsibility over the winter months to use the M.Y. Phoenix in another part of the world facing an equally challenging but severely underreported crisis. Through this action, MOAS will be shedding light on another aspect of this pressing global phenomenon in an area where there is no known NGO rescue presence at sea. Once the monsoon rains subside, tens of thousands of Rohingya and others are expected to resume their dangerous sea crossings,” he added.
Giacomo Pratali

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Crisi Ucraina: autunno decisivo

EUROPA di

Il summit delle Nazioni Unite del 24-30 settembre e il vertice tra Germania, Francia, Ucraina e Russia del 2 ottobre sono due appuntamenti cruciali sia per un cessate il fuoco definitivo tra Kiev e i separatisti, sia per i rapporti futuri tra Washington e Mosca.

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Situazione di stand-by nell’ambito della guerra civile in Ucraina. Nel corso del mese di settembre, il cessate il fuoco tra esercito e combattenti filorussi ha retto. Mentre è in corso la visita del segretario generale Nato Jens Stoltenberg a Kiev, dove ha incontrato il presidente Petro Poroshenko: “La Russia sta continuando ad armare i ribelli separatisti nonostante la tregua”, hanno ammonito i due. Ma il clima che si respira è di attesa verso il vertice del 2 ottobre, quando i leader di Germania, Francia, Ucraina e Russia si incontreranno per fare tracciare un bilancio della flebile tregua imposta dall’accordo di Minsk/2.

Se a questo vertice si aggiunge quello delle Nazioni Unite del 24-30 settembre, si intuisce che questo autunno potrebbe essere decisivo per il contesto ucraino, oltre che per altri scenari geopolitici. La crisi finanziaria e di sistema hanno infatti spinto il governo ucraino ad accelerare, a fine agosto, quelle riforme costituzionali che mirano a dare più autonomia alla regioni del Donbass, in linea con gli accordi di Minsk, e a siglare un accordo di ristrutturazione del debito con i creditori.

Dall’altro lato, c’è la Russia. Una Russia colpita duramente dal crollo dei prezzo del petrolio e che ha visto calare di oltre il 20% il valore del Rublo negli ultimi quattro mesi. Uno scenario dove le sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione Europea non sono la principale causa della crisi, ma fattori tuttavia importanti, soprattutto nell’ottica dello sviluppo energetico.

Se il Cremlino, infatti, ha il coltello dalla parte del manico verso l’Europa per quanto concerne la fornitura di gas, dall’altro lato le sanzioni costituiscono un intralcio ai progetti di sviluppo petrolifero e gasifero nel Mar Artico. Programmi di cui l’economia russa ha bisogno per mantenere alto il proprio livello di produzione attuale.

La crisi ucraina, pertanto, potrebbe vivere di riflesso degli esiti dei vertici del 24-30 settembre e 2 ottobre. Nel primo, sarà importante l’incontro tra il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, dove verrà evidenziato l’intervento russo in Siria al fianco del governo ma, soprattutto, contro lo Stato Islamico. Nel secondo, il vertice di Vladimir Putin con Angela Merkel e Francoise Hollande servirà ad ammorbidire Germania e Francia. In entrambi i casi, l’obiettivo è uno solo: arrivare alla riduzione delle sanzioni economiche contro la Russia a partire dal biennio 2016/17.

Tuttavia, i passi falsi da ambo le parti continuano. Sul fronte ucraino, si registra l’aumento del coinvolgimento di combattenti nelle brigate paramilitari di estrema destra che combattono al fianco dell’esercito di Kiev. Mentre il Consiglio Nazionale per la Sicurezza ha redatto una nuova lista nera che ha messo al bando 34 giornalisti stranieri, di cui 3 della Bbc, oltre all’ex presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, reo di avere preso parte alla visita in Crimea assieme a Putin.

Sul fronte russo, infine, il Cremlino è stato smentito da un articolo, pubblicato per sbaglio (poi rimosso) dalla testata Delovaia Zhizn e ripreso per primo da Forbes, in cui è stato svelato il numero di soldati russi morti nel conflitto in Ucraina: 2000. Mentre Mosca ha sempre negato il coinvolgimento diretto.

Ma la riunione Onu del 24-30 settembre e il vertice europeo a quattro del 2 ottobre, assieme all’accentuarsi delle crisi geopolitiche in Siria e Libia, potrebbero indurre le parti in causa a giungere ad una soluzione che porti non solo alla fine della guerra civile in Ucraina, ma al “riscaldamento” dei gelidi rapporti tra Stati Uniti e Russia.
Giacomo Pratali

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Ukraine crisis: a crucial autumn

Europe di

The next UN and European summits will be crucial for Ukrainian context and for relationship between Washington and Moscow.

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It’s standby in Ukrainian civil war. In September, the ceasefire between army and pro-Russian fighters has stood. While Secretary General Jens Stoltenberg is visiting Kiev, where he has met President Petro Poroshenko, he has confirmed that “Russia is continuing to arm the separatists despite the truce”. However the mood looks relaxed because all are waiting the next summit of 2 October, when leaders of Germany, France, Ukraine and Russia will meet after Minsk2 of the last February.

And, with the General Assembly of United Nations on 24-30 September, one realizes the this autumn could be decisive for Ukrainian context, as well as other geopolitical contexts. Financial and systemic crisis have pushed the Ukrainian government to accelerate, in late August, the constitutional reforms which aim to give more autonomy to Donbass, in line with Minsk2, and to sign an agreement to the debt restructuring with creditors.

On the other hand, there is Russia, which has hardly been hit by oil prices collapse and, as a consequence, by more than 20% fall of Ruble value over the past four months. In this context, economic sanctions by United States and European Union are not the main cause of Russian financial crisis, but nevertheless important factors, especially in view of energy development.

Indeed, while the Kremlin is getting Europe number concerning gas supply, economical penalties are preventing oil and gas development projects in the Arctic. Proposal which the Russian economy needs to maintain its high level of current production.

Therefore, the Ukrainian crisis could be influenced by meetings of 24-30 September and 2 October. In the first one, it will be important the summit between the US Secretary of State John Kerry and Russian Minister of Foreign Affairs Sergei Lavrov, where they’ll talk about Russian military operation in Syria against Islamic State. In the second one, the summit with Vladimir Putin Angela Merkel and Francoise Hollande will be helpful to soften Germany and France. In both cases, the purpose is only one: the reduction of economic sanctions against Russia from the years 2016/17.

However, missteps on both sides are following. On the Ukrainian front, there is involvement increased of fighters in the far-right paramilitary brigades that fought alongside army. Besides National Security Council has drawn up a new blacklist where 34 foreign journalists, including 3 of the BBC, have been banned, over the former Italian prime minister Silvio Berlusconi, who has taken part in visit to Crimea together with Putin.

On the Russian front, the Kremlin has been denied by an article, accidentally published (later removed) by Delovaia Zhizn and immediately recall by Forbes, in which was revealed the number of Russian soldiers died in Ukraine: 2000. But Moscow has always repudiated direct involvement.

So, the next UN and European summits, and the accentuation of the geopolitical crises in Syria and Libya, may induce the parties to reach a solution that will bring not only the end of the civil war in Ukraine, but the “warming” of the cold relations between the US and Russia.
Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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