GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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luglio 2015

Migranti a Calais – “Le parole sono importanti”, Cameron!

EUROPA/POLITICA/Varie di

Se fosse stato un personaggio surreale nel film “Palombella rossa”, avendo come interlocutore il Nanni Moretti impietoso di allora, David Cameron, il premier britannico, si sarebbe preso un ceffone memorabile sulle guanciotte rosee (molto british) e si sarebbe memorizzato a vita un “le parole sono importanti!!!” a seguito di quanto dichiarò ieri in tema di migranti.

“È molto complicato, lo capisco, perché c’è uno sciame di persone che arrivano attraverso il Mediterraneo, cercando una vita migliore; che vogliono venire in Gran Bretagna perché la Gran Bretagna ha posti di lavoro, è un’economia in crescita…”. Lo dice nel corso di un’intervista televisiva durante il suo tour in Vietnam, usando parole inopportune, perché no, sbagliate, per riferirsi ai migranti che da giorni tentano di attraversare l’Eurotunnel partendo da Calais.
La Gran Bretagna “non è un rifugio” per migranti e “sarà fatto tutto il necessario per garantire che i nostri confini siano sicuri”, ripete senza sosta Cameron in questi giorni. Ma in quell’intervista rilasciata a ITV News dal Vietnam, il premier si è lasciato andare usando una terminologia inaccettabile.

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Un commento “irresponsabile” e “disumanizzante” lo ha definito il Consiglio per i rifugiati britannico: “Questo tipo di retorica – aggiunge l’organizzazione – è molto irritante e arriva in un momento in cui il governo dovrebbe concentrarsi e lavorare con le controparti europee per rispondere con calma e compassionevolmente a questa terribile crisi umanitaria”. Cameron si dovrebbe ricordare che sta parlando di “persone non di insetti”, ha attaccato nel corso di un’intervista alla Bbc la leader ad interim dei Labour , Harriet Harman: “Credo che sia molto preoccupante – ha detto – che Cameron sembri voler aizzare la gente contro i migranti a Calais”. Anche Andy Burnham, altro contendente nella competizione per la leadership laburista, su Twitter condanna: “Cameron che chiama i migranti ‘sciame’ è a dir poco vergognoso”.
“Cameron rischia di disumanizzare alcune delle persone più disperate del mondo. Stiamo parlando di esseri umani, non insetti”, critica anche il leader dei liberal-democratici britannici, Tim Farron. “Usando il linguaggio del primo ministro” ha aggiunto “ perdiamo di vista quanto disperato deve essere qualcuno che si aggrappa al fondo di un camion o in treno per la possibilità di una vita migliore”.
Quando a distanziarsi da tale linguaggio è pefinoNigel Farage,il leader di UKIP, celebre per la sua posizione anti-migratoria, suggerendo che il linguaggio del premier era “parte di un suo sforzo per apparire forte sull’immigrazione” e che lui non avrebbe usato un linguaggio simile.

Il rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per le migrazioni, Peter Sutherland ha ricordato che il dibattito nato sui migranti in arrivo da Calais “è decisamente eccessivo”: “Stiamo parlando – ha detto alla Bbc – di un numero di persone relativamente piccolo rispetto a quello che altri Paesi si stanno trovando a fare e che devono essere aiutati da Francia e Gran Bretagna”. In numeri: la Germania l’anno scorso ha ricevuto 175 mila domande di asilo e Londra 24 mila. “Qui stiamo parlando a Calais di un numero di persone tra le 5 mila e le 10 mila che vivono in condizioni terribili. La prima cosa che dobbiamo fare collettivamente è occuparci delle loro condizioni invece di parlare di costruire muri”.

Intanto, il dibattito sul “che fare” si infuoca ogni giorno tra i sudditi si Sua Maestà. “Gli importanti flussi migratori provenienti da Siria e Africa subsahariana sono una realtà. Non sono il risultato di trattati o di direttive dell’UE. Certi rifugiati tenteranno con tutti i mezzi di giungere in Gran Bretagna passando dalla Francia. Soltanto i Paesi che cooperano malgrado tutte le difficoltà potranno gestire, o diminuire, un movimento migratorio tanto forte … Il problema non è puramente britannico o puramente francese, è una questione comunitaria. Deve essere risolto in comune, in un modo tanto umano quanto risolutivo”, riporta The Guardian il 29 luglio.

Il ministro dell’Interno britannico Theresa May ha annunciato lo stanziamento di altri 7 milioni di sterline (10 milioni di euro) per rafforzare la sicurezza nei terminal di imbarco dell’Eurotunnel a Coquelles, nel Nord della Francia, al termine del suo incontro con l’omologo francese Bernard Cazeneuve. L’annuncio arriva dopo che Eurotunnel ha riferito dell’incursione lanciata in queste notti da parte di circa 2.000 migranti che tentano il tutto e per tutto per attraversare la Manica e raggiungere la Gran Bretagna.

Si rischia la vita ogni notte e, a volte, la si perde, come è accaduto la sera del 27 luglio quando, a perdere la vita, è stato un ragazzo sudanese di 20 anni rimasto schiacciato da un camion. A Parigi, un altro, di nazionalità egiziana, è rimasto fulminato mentre cercava di salire su un treno Eurostar.

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“Con la Francia lavoriamo a stretto contatto su una situazione che interessa  entrambi i Paesi. La Francia ha gia’ rafforzato il proprio dispositivo di polizia. Il governo del Regno Unito stanziera’ altri 7 milioni di sterline per la sicurezza a Coquelles”, ha detto May. Questi ulteriori 7 milioni si aggiungono agli oltre 15 stanziati in precedenza. Stando all’ultimo conteggio ufficiale, di inizio luglio, sono circa 3.000 i migranti presenti a Calais, per la maggior parte eritrei, etiopi, somali ed afgani.

Queste sono le misure alle quali si affidano le autorità per sedare ogni tentativo di passaggio dei migranti nel tratto della frontiera sottomarina più celebre del mondo. A sentire loro, però, nulla potrà fermare i tentativi di raggiungere l’obiettivo finale. Di certo, pensare a viaggi e odissee che durano anni per arrivare fin lì, nulla lascia pensare che l’ostacolo ultimo potrà mai farli desistere.

Il Tunnel della Manica, che collega la Gran Bretagna all’Europa continentale, divenne operativo, dando la possibilità di transitare via terra a persone e merci per ben 39 km sottomarini, dal 1994 dopo ben 8500 anni, ovvero dalla fine dell’ultima glaciazione. Una conquista dell’umanità, un’unificazione materiale che, per il suo stesso funzionamento particolare, fa da passaggio e barriera.

Turkey and renewed repression against the Kurds: what is happening?

In the last days, the Turkish government has been carrying out a wide repressive operation against civilians, parties and kurdish guerrillas.

Such an intensity of bombings has not been experienced in years. A double attack was carried out against both the workstations of PKK guerrillas and the villages of civilians. It is obvious that Erdogan has decided to intervene both in Turkey and the rest of the Middle East, by attacking all those components that try and advance democratic instances. Why this escalation of events? Mainly for what purpose?

Young people, university students, male and female workers, militants of the lgbt movement, together with the Kurdish movements gathered on the streets against an oppressive and increasingly authoritarian government. The prompt response of the government consisted in breaking into houses, arresting, killing people on the streets, forbid everything and militarily attacking groups of people. Turkish people know the meaning of military coup. In this case, it was a political coupe of the State, since the decisions concerning military operations were taken illegally, without the coverage of a government. During the last general elections held on June 7, Erdogan’s party, the Akp, has experience a significant reduction in its consent, showing that it has politically lost in the Middle East, and thus losing even his image in front of the whole world. It is now evident that the response of Erdogan to electoral defeat is, once again, a strong repression. Almost two months have passed since the elections but the Turkish prime minister Ahmet Davutoglu has not yet found allies to form a new government. This makes the position of Erdogan even more weak, who is nevertheless, taking advantage of the absence of a government, and continues to take illegal decisions in a rebel and a fascist way. In seeking approval, since it is impossible the impasse and form a new government soon Turkey will go back to the elections, and the goal is to once again push the Kurds into a corner, labeling them as “terrorists” , weakening the HDP.

However the resistance inside and outside Turkey is very strong, since the Kurdish pepole are accustomed to rise up against repression as they have already shown. On the one hand the HDP has received broad electoral support, surpassing by three points the hideous 10% threshold to enter the parliament; on the other hand, the PKK has demonstrated to the world that they are the only force able to stop ISIS (Daesh) in the Middle East. While regular armies have left the field to ISIS, guerrilla forces intervened rescuing thousands of civilians, regardless of ethnicity and religion, protecting the entire population. Hence his continued growth of popular support inside and outside Turkey. Erdogan is realizing this fact and is fearing the consequences.

And what about the peace process that was taking place between Ocalan and the Turkish state and the Turkish government, and that in the last few months has finally got to a stopping point isolating Ocalan in the last 4 months. The AKP has always used the negotiations with the Kurds to offer Europe an image of openness and tolerance; in reality its policy aimed at trying to divide the Kurdish movement and the positions of Öcalan from guerrilla forces and the Kurdish refugees in Europe, in order to divide it and weaken it. Since it failed to crush the movement with the arms, he tried to do it politically by exploiting the contradictions inherent to any peace process.

Furthermore, let’s not forget that the AKP has never recognized the revolution in Rojava and denied status for the Kurdish people, who are trying to implement the so-called “democratic autonomy”. Instead, he tried to destroy it, by financing and allowing ISIS to move freely within and through its borders. The AKP plans have failed because of Kobane’s victory and the pushing of ISIS out of Rojava. Often news about the increasingly blatant connivance between the Turkish secret services and ISIS, spread both inside and outside of Turkey.

On July 20, 32 young socialists from the largest cities in Turkey were killed in the town near the Turkish -Syrian border of Suruc. Suruc is well-known for being the village where international support was given to the resistance of Kobane. Thousands of activists from around the world, many even from Italy, went right to Suruc to offer support and help, while the guerrillas in kobane resisted against the attack carried out by ISIS. That’s why these 32 young socialists were in Suruc on July 20. They wanted to continue to give support to the reconstruction of Kobane. Using this attack as a pretext, the turkish prime minister Ahmet Davutoglu has decided to take military action, justifying this decision with the danger represented by ISIS, and bombing its stations. Nothing but false and hypocritical propaganda. In the last two days of operation, the attack on the ISIS lasted 13 minutes at the most. And the stations attacked were empty. Someone had perhaps warned them?

On July 24 the bombing operation against the Kurdish guerrillas started in the mountains in the defense area of Medya. July 24 is an unlucky day for the Kurds since on the same day in 1923 in Lausanne, they witnessed the division of Kurdistan into four parts: Iraq, Iran, Turkey and Syria. Turkish F-16s took off five minutes after midnight from the cities of Diyarbakir and Batman and dropped bombs all night long on the regions of Zap, Basyan, Gare, Avasin and Metina. The planes then hit Xinere and Kandil and many villages of civilians in the region. Some areas were hit three times in the same night. At the same time, a wide repressive operation was carried out in Turkey. It had the same magnitude than the one that was carried out in 2009, known as “KCK operation”, that led to the arrest of about 700 Democrats across the country and resulted in the killing of the 21 year old Abdullah Özdal in the city ​​of Cizre (Turkey). All these events, in a very delicate moment when the prime minister is still trying to form a new government, smell like “strategy of tension”. Taking advantage of the political vacuum, the AKP continues undisturbed its policy of annihilation of the Kurds. And that even with the support of Barzani, president of the Kurdistan region (Iraq), who is issuing statements condemning the Turkish bombings but basically turns out to be a spokesman for Erdogan and the AKP in southern Kurdistan, endorsing the game division of the Kurds. Exposing, among other things his country and putting his people at risk of becoming the “backyard” of Turkey, hoping for a formal recognition of the Kurdistan region while Erdogan’s real goal is exploiting its wealth and politically and economically controlling it. The policy of the AKP is therefore increasingly clear and desperate. Its policies in the Middle East have failed, that is why it is trying to regain a role that it no longer has, because the revolution of Rojava showed that no policy without or against the Kurds will succeed in the Middle East.

All countries that somehow are interested and / or involved in the Middle East policies change strategy according to their own interests. But Turkey insists on not changing and tries to continue as if it was still at the time of the Ottoman Empire. Turkey did not understand that the world has changed, the role of Turkey is no longer the one it had in the past: It cannot survive with the policies and “tricks” used by the Ottomans, rather this would lead the country to total failure. Society is changing. The boundaries are changing.

The only possible way out is to democratize Turkey and resolve all issues with all the people who live there, this is what Ocalan has been trying to pursue with the peace process. Meanwhile it is clear that the Kurdish guerrillas will not stay and watch, and they will continue their fight against ISIS in Rojava (since they showed they can stop them), and in Turkey against repression and bombings. They will continue to fight against this policy of the AKP that is taking Turkey into a marsh. They will continue to carry out the revolution in Rojava since it is the only solution for the people in the Middle East. The will continue to express their protest in all the cities in the world, as it happened for example in 15 cities in Italy or in 22 cities in Germany, or Japan, India, France, after the attack on Suruc. Kurds are accustomed to resist and will no longer bend, nor they would let anybody use them for the games of the great powers as had happened in the past.

Now the revolution has begun and has no boundaries. Especially those artificial boundaries that were decided in Lausanne without consulting the people. Then the audience should break the silence! The Kurds will no longer accept slavery. No bombing will break them ..

These bombings beyond the Turkish border are a violation of international law. International forces, with their democratic solidarity have had an important role in stopping the spreading of Isis in the Middle East. Let’s not forget that the AKP is another face of ISIS. It is important to act immediately to put an end to this policy of the Turkish state.

(Français) Lesbos, l’autre porte de l’Europe pour des réfugiés en perdition – OrientXXI

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À seulement 10 kilomètres des côtes turques, les 89 000 habitants de Lesbos ont vu leur île devenir la plus importante porte d’entrée dans l’Union européenne pour les réfugiés, juste après l’Italie. Dans les six premiers mois de 2015, 63 000 migrants ont rejoint les côtes grecques.

La traversée depuis la Turquie est nettement moins risquée que celle depuis l’Égypte ou la Libye. Une fois débarqués sur l’île, les réfugiés restent le moins longtemps possible sur place afin de se mettre en route vers l’ouest ou le nord de l’Europe en passant par la Macédoine. S’ils parviennent à échapper aux bandes criminelles organisées ainsi qu’à la police, ils prendront le chemin de la Serbie puis de la Hongrie pour enfin rejoindre l’Allemagne qui semble être la destination privilégiée pour la majorité des réfugiés.

Réfugiés à Lesbos – YouTube
© Giulia Bertoluzzi, Costanza Spocci, Nawart Press

«  L’hiver passé nous avons observé beaucoup d’arrivées mais rien de comparable à maintenant  », explique Eleni Velivasaki, avocate au sein de l’ONG Pro-Asyl qui apporte une assistance juridique aux réfugiés. «  Chaque mois nous atteignons un nouveau record. Cinq mille nouvelles arrivées pour le seul mois de mai et maintenant que l’été est là, on les compte par centaines chaque jour  ».

Parmi la foule de réfugiés de différentes nationalités qui s’agglutinent devant le portail du bureau portuaire des gardes côtes de Mytilène, la capitale de Lesbos, Vahab, un jeune Afghan qui parle anglais couramment, émerge et se fait porte-parole de son groupe. «  Quand nous avons débarqué, nous avons dû marcher plus de 50 kilomètres pour atteindre cette ville. Nous dormons maintenant dans la rue depuis 5 jours, sans eau, sans nourriture ni toilettes  ».

DES CENTAINES DE PERSONNES TOUS LES JOURS

Dans un ballet quasiment ininterrompu de petits Zodiac, chacun chargé de 30 à 40 personnes, les côtes septentrionales de l’île, près du village de Molyvos, voient défiler des centaines de personnes débarquant chaque jour. Au milieu des ruelles bondées de touristes de Molyvos, des nombreux restaurants de poisson et des excursions de plongée sous-marine, les réfugiés posent pour la première fois le pied sur le sol européen.

«  Lorsque tout a commencé, beaucoup de locaux les harcelaient et les insultaient, affirmant que leurs maladies allaient faire fuir tous les touristes  », se souvient Kimon Kosmetos qui travaille au restaurant Captain’s Table de Molyvos. À l’arrière de son restaurant, la propriétaire a monté un petit kiosque pour que les réfugiés puissent se reposer en attendant, parfois jusqu’à deux ou trois jours, que le bus des gardes-côtes les emmènent au bureau de Mytilène afin de se faire enregistrer. «  Quand la situation a commencé à dégénérer, un réseau civil s’est créé pour faire face à cette catastrophe  », raconte Kosmetos  ; «  il y a ceux qui apportent à manger, ceux qui récupèrent des vêtements ou encore des couvertures  ».

Néanmoins, la majorité d’entre eux débarquent sur les plages situées entre Skala Sykaminias et Molyvos sans la possibilité de rejoindre cette dernière. Quelques maisons de bergers et une simple route non goudronnée serpentant le long de la côte, c’est tout ce qu’il y a ici. Ce spectacle effrayant des Zodiac se déroule en pleine journée sous le regard ahuri des quelques habitants qui leur donnent les indications sommaires pour rejoindre la route principale. Avant de finir par démonter les Zodiac échoués et de s’emparer des moteurs qu’ils revendront plus tard.

UNE SITUATION HORS DE CONTRÔLE

Nombreux sont ceux qui demandent leur route pour Athènes sans se douter qu’ils se trouvent sur une île. Tous connaissent cependant parfaitement la procédure à suivre : d’abord se faire arrêter par les gardes-côtes, puis par la police. «  C’est une procédure très stricte  », insiste Eleni Velivasaki. «  Les gardes-côtes doivent être les premiers à enregistrer les réfugiés. S’ils ne sont pas interceptés en mer, ils doivent tout de même se rendre auprès des gardes côtes pour être enregistrés et ensuite être arrêtés par les policiers qui les ramènent enfin au seul centre de détention de l’île, dans le village de Moria  ».

«  La situation est totalement hors de contrôle  », explique Zoe Levaditou, de la Hellenic Rescue Team  ; «  sur l’île il n’y a pas assez de moyens, les gardes-côtes ne disposent que d’un seul bus pour récupérer les personnes à Molyvos  ».

Les habitants craignent de transporter les réfugiés dans leur voiture car selon la législation locale ils pourraient être accusés de trafic d’êtres humains et condamnés jusqu’à 10 ans de prison. La route entre Molyvos et Mytilène n’est plus qu’un flux interrompu d’enfants, de jeunes, de femmes, de personnes âgées et de familles entières ayant tout abandonné et en marche vers un futur incertain. «  J’étais photographe à Kaboul  », raconte Nassim dans le port de Mytilène, «  j’étais en train de travailler sur les zones rurales d’Afghanistan mais j’ai dû tout arrêter et m’enfuir car j’étais en danger  », conclut-il, le regard vide d’espoir.

«  99 % des personnes qui débarquent à Lesbos sont des réfugiés  », explique Zoe Levaditou, «  par ordre de grandeur : des Afghans, puis des Syriens, des Pakistanais, des Africains — Somaliens et Erythréens notamment — et enfin des Bangladeshis  ». Mais la réalité sur place est que personne ne souhaite rester sur l’île ni même en Grèce. «  Le problème est que la Grèce ne donne l’asile qu’à seulement 1 ou 2 % des demandeurs  », témoigne Eleana Ianodou du Conseil d’intégration des immigrés de Thessalonique. Les réfugiés attendent, au contraire, un document d’expulsion délivré par la police au centre de détention de Moria.

Avec une capacité d’accueil de 1 000 personnes seulement, le centre de Moria déborde de tous côtés. Plus de 1 000 personnes attendent à l’extérieur du centre, dormant sous des tentes de fortune ou parfois même en plein air, sans eau, sans nourriture ni toilettes. Vahab et Nassim, qui ont été transférés au centre depuis le port, font la queue pour recevoir le verre de thé qui constituera leur seule ration pour la journée.

VIVRE EN SÉCURITÉ

La bouche sèche, ils racontent à quel point ils n’auraient jamais imaginé tomber si bas. Tous répètent en boucle que les gouvernements en Europe ne comprennent pas qu’ils ne veulent pas d’argent. Ils en ont. Ils ont payé une fortune pour arriver jusqu’ici. «  Si seulement il y avait une procédure légale, tout cet argent qu’on a donné aux trafiquants, on aurait pu le payer à vos gouvernements. Ce qu’on recherche, ce n’est pas l’argent, mais de vivre en sécurité  ».

«  À Kaboul, chaque fois que je sortais de la maison je ne savais pas si j’allais rentrer vivant. Ce que je voudrais c’est vivre dans un endroit où je ne craindrais pas de mourir à chaque fois que je sors de chez moi  », insiste Vahab sous le regard approbateur des autres réfugiés l’entourant.

Au milieu de la foule, une jeune Syrienne d’Alep d’une vingtaine d’années s’approche. Elle a vécu un an et demi en Turquie avant de s’embarquer. «  En Turquie, nous les Syriens, nous sommes maltraités. Nous sommes payés trois fois moins que les autres et devons payer trois fois plus cher les loyers et la nourriture. Si j’avais su le cauchemar qu’on vivrait ici, jamais je ne serais partie  », confesse-t-elle avec amertume.

Ahmed, un jeune informaticien d’Alep, l’air totalement abasourdi, regarde autour de lui. «  Mon frère est en Allemagne, ma maison en Syrie a été détruite, j’ai perdu mes amis, ma vie, tout. Je veux seulement rejoindre mon frère et retrouver un peu de paix, c’est tout  ».

RÉFUGIÉS DE PAYS EN GUERRE MAIS INDÉSIRABLES

L’attente dure parfois jusqu’à une semaine avant de recevoir l’ordre d’expulsion par la police. «  C’est une véritable contradiction  », précise Velivasaki car «  ils ne peuvent pas être expulsés : en premier lieu parce qu’ils viennent de pays en guerre et que selon le droit international ils doivent être protégés. Deuxièmement, parce que la Grèce n’a tout simplement pas les moyens de les expulser. Ce papier leur permet seulement de circuler en Grèce pour une durée maximale de 30 jours — de 6 mois pour les Syriens — avec pour obligation ensuite de quitter le sol grec mais par leurs propres moyens  ». Cependant, dans le même temps, «  ils sont interdits de circuler le long de toutes les zones frontalières de la Grèce ainsi que de se rendre à Athènes, et ce dans le seul but de les empêcher de rejoindre d’autres pays européens  ».

Une semaine passée sur l’île, à dormir sur les trottoirs, sur le gazon du centre de détention ou encore dans le port. Les réfugiés attendent le ferry qui les ramènera sur la terre ferme pour ensuite reprendre leur route à travers les Balkans. Le voyage qui les mènera vers le nord de l’Europe est encore long et leur coûtera des milliers d’euros supplémentaires, sans aucune certitude d’arriver.

La proposition initiale de la Commission européenne est de réinstaller 40 000 réfugiés arrivés en Italie et en Grèce, mais «  si on considère qu’en six mois 62 000 sont arrivés en Italie et 63 000 en Grèce  », commente Velivasaki, «  il est clair que c’est un chiffre purement symbolique qui ne va rien changer à la situation de crise qu’on vit ici  ».

http://orientxxi.info/magazine/lesbos-l-autre-porte-de-l-europe-pour-des-refugies-en-perdition,0981

RCS – Galileo, Pansa: gravi danni alle inchieste

BreakingNews/INNOVAZIONE di

Il capo della Polizia, accompagnato dal capo della Polizia Postale, in sede di audizione davanti al Copasir (Comitato Parlamentare Sicurezza della Repubblica). Sebbene la seduta fosse riservata si e’ potuto apprendere che molte inchieste, incluse quelle contro il terrorismo, sono state interrotte per l’impossibilita’ di continuare ad utilizzare il software RCS – Galileo.

Tutto l’apparato di sicurezza italiano, civile e non, appare gravemente menomato dall’intrusione, verificatasi all’inizio del mese di Luglio, nei terminali della società milanese Hacking Team. Il materiale scaricato dagli hacker e’ stato poi reso pubblico da Wikileaks. Fra esso anche parte del codice sorgente di Galileo, ora liberamente riproducibile da qualsiasi programmatore con un background adeguato.

Gia’ all’indomani dell’attacco l’Ambasciatore Giampiero Massolo, direttore del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza, aveva messo in guardia sui rischi che l’attacco comporta per Italia, principale cliente della Hacking Team.

Nelle prossime settimane verrano ascoltati dal Copasir anche i vertici degli altri organi di sicurezza della Repubblica.

Boko Haram: 29 cristiani uccisi

Medio oriente – Africa di

Raid del gruppo islamista in due villaggi nel nord-est della Nigeria. Nelle ultime settimane, anche Camerun e Ciad sono stati vittime di numerosi attacchi. Nessun appoggio militare da parte degli Stati Uniti agli eserciti della coalizione africana.

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29 cristiani sono stati uccisi, nella giornata di martedì 28 luglio, in due villaggi dello Stato del Borno al confine con il Camerun. L’offensiva, portata avanti da Boko Haram, ha lasciato pochi sopravvissuti, mentre le case sono state date alle fiamme. La notizia giunge a poche ore dal salvataggio dell’esercito nigeriano di 30 persone rapite a Dikwa alla cellula islamista.

I raid jihadisti sono ormai all’ordine del giorno. Spesso i protagonisti sono bambini e ragazzi. Come nel caso della bambina di 9 anni fattasi saltare in aria in un locale notturno a Maroua (Camerun). O la ragazzina fattasi esplodere nel mercato di Damaturo (Nigeria). Azioni che hanno portato ad una cinquantina di morti e a decine di feriti.

La guerra contro Boko Haram riguarda più territori. Il governo camerunense, infatti, ha disposto la chiusura temporanea di moschee e scuole islamiche nei villaggi al confine con la Nigeria. In Ciad, dove la mano violenta del gruppo jihadista si è spinta fino alla capitale Djamena, l’esercito regolare ha risposto sul campo, uccidendo circa 20 miliziani. Mentre gran parte degli abitanti degli isolotti del Lago Ciad, preso di mira le scorse settimane, hanno evacuato le proprie abitazioni.

Continui attacchi che dimostrano ancora di più una strategia già evidente. In primis, Boko Haram è alle prese con una prova di forza intenta a dimostrare la sua radicalizzazione nel nord-est della Nigeria. Inoltre, in risposta all’alleanza di Lagos con Camerun e Ciad, l’organizzazione, affiliata allo Stato Islamico, ha varcato definitivamente i confini dello Stato del Borno.

La comunità internazionale, intanto, rimane alla finestra. L’appoggio a parole del presidente degli Stati Uniti Obama al suo omologo nigeriano Buhari, fornito nell’incontro a Washington del 21 luglio, appare debole. All’atto pratico, alla richiesta di un aiuto sul piano militare, l’inquilino della Casa Bianca ha rifiutato facendo appello ad una norma statunitense che vieta l’appoggio a stati che non rispettano i diritti umani. Di contro, Buhari ha commentato duramente la risposta parlando di “appoggio all’operato di Boko Haram” da parte degli Usa. Il rischio è che, sulla scia di Siria e Libia, anche questa porzione di Africa cada vittima di un caos geopolitico difficilmente rimediabile.
Giacomo Pratali

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Boko Haram: 29 Christians killed

Middle East - Africa di

Islamists raid two villages in North-Eastern Nigeria. In recent weeks, several attack also on Cameroon and Chad. Finally, Obama rejected military support to Nigerian President Buhari.

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29 Christians have been killed in two villages of the Borno State on Tuesday 28th July. The attack, carried out by Boko Haram, has left few survivors. The news comes a few hours after the Nigerian army rescue of 30 people abducted in Dikwa by the Islamist cell.

Raid are more and more habitual. Often characters are children and teenagers. As thef 9 year old blown up at a nightclub in Maroua (Cameroon). Or the girl exploded in the market in Damaturo (Nigeria). Actions that led fifty dead and several wounded

The war against Boko Haram concerns more territories.The Cameroon government, in fact, ordered the temporary closure of mosques and Islamic schools in the villages on the border with Nigeria. In Chad, where terrorists attacked on N’Djamena, army killed about 20 militants last week. While most of the inhabitants of Lake Chad islands, targeted in recent weeks, have evacuated their homes.

These actions demonstrate even more a strategy already evident. First, Boko Haram wants to disclose its radicalization in Nigeria. In addition, in response to the alliance of Lagos with Cameroon and Chad, the organization has definitively crossed the borders of Borno State.

Meanwhile, International Community remains at the window. The Us Presidente Obama’s support in the words to his Nigerian counterpart Buhari, supplied in the meeting in Washington on July 21, appears weak. In practice, the request for military support, is rejected by the chief of the White House because a rule does not allow to help a state which does not respect the human rights. Conversely, Buhari answered talking about “support for the work of Boko Haram” by the US. The risk is that, like in Syria and Libya, even Nigeria, Chad and Cameroon fell in a permanently geopolitcal chaos.
Giacomo Pratali

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Ucciso il Mullah Omar 

La conferma del fatto è arrivata dal consiglio di sicurezza del governo afghano.

Da mesi le voci della sua morte si rincorrono e si moltiplicano nei canali di informazione e dei media nonostante i messaggi a suo nome pubblicati sul sito dell’emirato islamico dell’Afghanistan.

Uno degli ultimi messaggi del Mullah appoggiava l’ipotesi di un dialogo con il governo afghano del presidente Ashraf Ghani ora la notizia della sa morte viene diffusa alla vigilia dei nuovi colloqui fra una delegazione talebana e esponenti del governo che dovrebbe portare all’apertura di un dialogo di pace e riconciliazione inter-afghano.

DAN EUROPE tests underwater drone

CADDY is an underwater drone and floating satellite designed to understand the body language of a scuba divers in distress.

The Cognitive Autonomous Diving Buddy, from where the acronym originates, is an EU-funded project currently being tested to ensure it is smart enough to be used by divers who scan the seabed alone.

“When you consider that half of diving accidents involve unaccompanied scuba-divers, CADDY will surely revolutionise the underwater experience. DAN Europe is very proud to contribute to the development of such a revolutionary piece of technology, especially since it guarantees diver safety, which is pivotal for our organisation,” said Prof. Salih Murat Egi, coordinator of the project for DAN Europe.

As part of the project, DAN is currently involved in the vehicle testing and regulating the manoeuvring capabilities of the devices to ensure all equipment used is safe.

“Diver safety is an essential component of the CADDY project and whenever diver safety is involved, DAN steps in. We’re here to represent the diving community and assist to build future technologies that will take diving to the next level,” he added.

CADDY is essentially composed of two ‘robots’ operating autonomously — one from the surface and another one from the vicinity of the diver. The latter will interpret a scuba-diver’s behaviour and is intelligent enough to detect anomalies. Meanwhile, the surface robot navigates the underwater drone and can communicate with the command centre in case of emergency.

CADDY has three main functions to ensure a safe and carefree diving experience: guide the diver, continuously monitor his body language, and assist his work through automated camera and torch light.

“DAN’s team of experienced researchers is also reviewing a system that generates an automatic diver status report generation system and testing the use of sophisticated acoustical communication technologies that relays the diver cognitive status to the command center” said Prof. Egi.

The diving buddy will also be trained to guide a diver from one spot to another on a predefined path so in case of emergency, the diver will be steered to a safe route to the surface or vessel.

Progetto SUNRISE come connettere gli oceani

BreakingNews/INNOVAZIONE di

Il futuro di Internet? Sott’acqua. Grazie ad un progetto internazionale chiamato SUNRISE presto il mare, i laghi e i fiumi diventeranno immense autostrade digitali sulle quali si muoveranno ed opereranno sensori, robot, droni e veicoli autonomi di ultima generazione in grado di svolgere compiti pericolosi o troppo estremi per l’uomo, dal monitoraggio ambientale (vulcani sottomarini, faglie nella crosta terrestre, individuazione di siti adatti all’acquacoltura) allo sminamento, dalla salvaguardia di siti archeologici alla ricerca di giacimenti di idrocarburi, fino alla localizzazione di carico o persone disperse. Si pensi al drammatico caso della Costa Concordia.

SUNRISE è un progetto inserito nel VII programma quadro della UE ed ha un capofila italiano, l’Università La Sapienza di Roma, che sta sviluppando in questi mesi tutta la parte software. Quella, cioè, che consentirà il ‘dialogo’ tra i vari dispositivi tecnologici che dovranno poi essere in grado di gestirsi da soli, fronteggiare le emergenze e ‘riferire’ alle control room dei vari paesi collegati quel che sta accadendo sott’acqua. Senza dimenticare le applicazioni di cybersecurity (ad esempio per l’encryption dei dati) che sotto il mare non sono certo meno importanti che sulla terra.

Tutto questo è l’nternet of Things, l’Internet delle cose, declinato nell’Internet of Underwater Things.

Smartphone, tablet, laptop, sono dispositivi intorno a noi che possono essere interconnessi da tecnologia invisibile, tecnologia wireless. Oggi abbiamo i sistemi cellulari di ultima generazione e il wi-fi che permettono di connetterci a internet a velocità molto elevate, nell’ordine delle centinaia di milioni di bit al secondo. Ma portare questo concetto, l’Internet delle cose, sott’acqua, andando ad operare in un mondo ancora largamente sconosciuto, è una sfida tutta da vincere.

Appare chiaro che debbano essere scritti protocolli di comunicazione completamente nuovi perché nuovo è l’ambiente di propagazione: acqua marina (o dolce) e non più l’aria.

Le tecnologie di comunicazione che siamo abituati a dare per scontato, ad esempio, non possono essere direttamente trasferite in mare. Lì non si posso utilizzare le comunicazioni radio, che funzionerebbero solo ‘short range’, cioè entro pochi metri. Qual è la soluzione, allora?

Copiare la natura. Adottare la modalità di comunicazione che utilizzano gli animali che vivono in quell’ambiente (balene, delfini ecc.), cioè le comunicazioni acustiche. Stando bene attenti ad usare frequenze che non li disturbino.

Gli sviluppatori di SUNRISE ci stanno lavorando alacremente. Al punto che gli speciali modem acustici, già testati sul campo, potranno essere messi in commercio entro 2 o 3 anni.

Ma il progetto, è notizia recente, ha intrapreso anche un’altra strada molto interessante, quella delle comunicazioni ottiche, grazie all’entrata nel progetto di un nuovi partner specializzati: ISME e Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezionamento Sant’Anna di Pisa.

Tutti sanno che l’ottica è già largamente utilizzata per raggiungere elevate velocità nella dorsale di Internet (terrestre), ora la parola passa al mare… giudice severo delle umane intuizioni.

I principali players di SUNRISE sono il NATO STO Centre for Maritime Research and Experimentation di La Spezia, Evologics, una ditta europea che realizza modem acustici, le Università olandese e portoghese di Twente e Porto, SUASIS, una ditta turca e NEXSE, ditta italiana di system integration, oltre ad un partner americano che è l’Università di SUNY Buffalo, New York. E altri compagni di viaggio sono saliti o stanno per salire a bordo del consorzio grazie al sistema delle ‘open calls’ che mettono a disposizione svariate centinaia di migliaia di euro di finanziamenti.

 

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Redazione
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