Cina, campagna antijihadista: la repressione silenziosa degli Uiguri

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Lo Xinjiang è il teatro di una sanguinosa repressione messa in atto da Pechino. Qui la minoranza Uiguri, di fede musulmana, ha sempre difeso l’autonomia del proprio territorio. Ma l’emergere del terrorismo islamico e l’importanza economica di questo territorio hanno spinto la Repubblica Popolare ad inasprire la campagna antiterrorismo

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Il jihadismo non è un fenomeno che riguarda solo il mondo arabo e il suo rapporto con l’Occidente. Le Torri Gemelle, gli attentati nelle maggiori capitali europee, la minaccia qaedista degli anni Duemila, la guerra mediatica dello Stato Islamico: sono queste le prime immagini che vengono in mente quando si parla di fondamentalismo islamico. Tuttavia, non solo Stati Uniti ed Europa devono fare i conti con questo fenomeno.

Dimenticata dai media occidentali, la campagna antiterrorista in Cina è ormai divenuta centrale nel programma politico della Repubblica Popolare. E questa riguarda soprattutto lo Xinjiang, regione autonoma confinante con Mongolia, Russia, Kazakistan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Afghanistan, Pakistan e India, in cui abitano gli Uiguri, musulmani sunniti di origine turca.

Un territorio da sempre al centro degli interessi economici visto che da lì passava la Via della Seta, mentre oggi è un’importante risorsa petrolifera e gasifera. E la stessa strada percorsa da Marco Polo dovrebbe, nei piani di Pechino, tornare agli antichi fasti dato che è in corso un progetto infrastrutturale per collegare, via terra e via mare, la Cina all’Europa.

L’importanza dello Xinjang nel prepotente boom economico del Paese contrasta con la minaccia jihadista proveniente da questa regione. In più, questo è un luogo storicamente turbolento, come dimostrano le continue lotte indipendentiste degli Uiguri tra il 1911 e il 1949, che hanno dato vita, seppure a tratti, al Turkmenistan Orientale. Pertanto, sentimento patriottico e sentimento religioso si fondono in una continua lotta contro lo Stato centrale.

Ed è questo che Pechino intende combattere. Già dall’11 settembre 2001, è in corso una sorta di “sommersione etnica”, cioè il ripopolamento dello Xinjiang attraverso lo spostamento in loco degli Han, l’etnia predominante in Cina. Un programma politico efficace, visto che gli Uiguri presenti nella regione sono passati dall’80% degli anni ’80 al 45% dei giorni nostri.

Ma la battaglia politica di Pechino non finisce qui. Se dopo l’attentato alle Twin Towers esisteva il sospetto che gli Uiguri venissero addestrati da Al Qaeda in Afghanistan, dall’aprile 2014 la campagna antiterrorismo ha assunto connotati violenti per due ragioni.

Dal 2012 ad oggi, infatti, si sospetta che oltre 200 cinesi si siano andati in Siria per arruolarsi con lo Stato Islamico. Una presenza cresciuta a tal punto da fare nascere una Chinatown a Raqqa. Al tempo stesso, dal 2013, le vittime degli attacchi jihadisti nello Xinjiang sono oltre 800. Attacchi che mescolano fondamentalismo islamico all’odio verso gli Han e il governo centrale cinese.

La risposta di Pechino, che ha prorogato la campagna antiterrorismo almeno fino alla fine del 2015, è stata violenta. Basti pensare agli oltre 2000 morti (secondo fonti non ufficiali) a seguito della repressione delle autorità cinesi nel luglio del 2014. Una strage dimenticata dai media occidentali, ma che rievoca la stessa gravità di quanto avvenuto in passato in Piazza Tien An Men o in Tibet.

E ancora altre cifre mettono a nudo le paure della Repubblica Popolare, interessata a difendere i propri interessi in questo territorio di fondamentale importanza dal punto di vista economico ed industriale. Come gli oltre 27mila sospetti terroristi arrestati nel 2014 (+95% rispetto al 2013). Come i 55 presunti terroristi processati in pubblico di fronte a 7mila spettatori. Come il numero di cause penali riguardante la popolazione Uiguri, aumentato del 45%.

E ancora le restrizioni. Vedi il divieto di indossare il burqa e di portare la barba lunga. Vedi il no al Ramadan per i dipendenti pubblici di fede musulmana. Vedi l’autorizzazione limitata e sporadica di effettuare pellegrinaggi alla Mecca.

Il miraggio di un stop all’imperioso sviluppo economico è quindi alla base dell’azione firmata dalle autorità centrali pechinesi. Questioni all’ordine del giorno in Occidente, come l’integrazione o il pericolo corso dai cittadini, sono secondarie. E lo dimostra il fatto che, nei confronti degli Hui, l’altra etnia di fede islamica presente in Cina, seppure in maniera sparsa, l’atteggiamento del governo è diverso. Se difatti alla base dell’odio degli Uiguri nei confronti degli Han ci sono istanze nazionalistiche, gli Hui, tranne qualche raro episodio, non si sono mai opposti alle politiche del governo centrale.

Di conseguenza, la cosiddetta “sinizzazione”, cioè l’assorbimento culturale, politico ed economico di Pechino ai danni delle minoranze etniche, ha in parte attecchito con gli Hui, mentre lo stesso non si può dire per gli Uiguri.

La questione dello Xinjiang sta assumendo contorni sempre più rilevanti. E, visti i crescenti interessi cinesi in altre aree del mondo a forte presenza musulmana, come l’Africa, il problema jihadista potrebbe divenire di portata globale. In futuro, pertanto, Pechino potrebbe diventare, assieme agli Stati occidentali, un attore geopolitico di primaria rilevanza nella lotta al fondamentalismo islamica.

Giacomo Pratali

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