GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Monthly archive

marzo 2015

Cina, campagna antijihadista: la repressione silenziosa degli Uiguri

Asia di

Lo Xinjiang è il teatro di una sanguinosa repressione messa in atto da Pechino. Qui la minoranza Uiguri, di fede musulmana, ha sempre difeso l’autonomia del proprio territorio. Ma l’emergere del terrorismo islamico e l’importanza economica di questo territorio hanno spinto la Repubblica Popolare ad inasprire la campagna antiterrorismo

[subscriptionform]
[level-european-affairs]
Il jihadismo non è un fenomeno che riguarda solo il mondo arabo e il suo rapporto con l’Occidente. Le Torri Gemelle, gli attentati nelle maggiori capitali europee, la minaccia qaedista degli anni Duemila, la guerra mediatica dello Stato Islamico: sono queste le prime immagini che vengono in mente quando si parla di fondamentalismo islamico. Tuttavia, non solo Stati Uniti ed Europa devono fare i conti con questo fenomeno.

Dimenticata dai media occidentali, la campagna antiterrorista in Cina è ormai divenuta centrale nel programma politico della Repubblica Popolare. E questa riguarda soprattutto lo Xinjiang, regione autonoma confinante con Mongolia, Russia, Kazakistan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Afghanistan, Pakistan e India, in cui abitano gli Uiguri, musulmani sunniti di origine turca.

Un territorio da sempre al centro degli interessi economici visto che da lì passava la Via della Seta, mentre oggi è un’importante risorsa petrolifera e gasifera. E la stessa strada percorsa da Marco Polo dovrebbe, nei piani di Pechino, tornare agli antichi fasti dato che è in corso un progetto infrastrutturale per collegare, via terra e via mare, la Cina all’Europa.

L’importanza dello Xinjang nel prepotente boom economico del Paese contrasta con la minaccia jihadista proveniente da questa regione. In più, questo è un luogo storicamente turbolento, come dimostrano le continue lotte indipendentiste degli Uiguri tra il 1911 e il 1949, che hanno dato vita, seppure a tratti, al Turkmenistan Orientale. Pertanto, sentimento patriottico e sentimento religioso si fondono in una continua lotta contro lo Stato centrale.

Ed è questo che Pechino intende combattere. Già dall’11 settembre 2001, è in corso una sorta di “sommersione etnica”, cioè il ripopolamento dello Xinjiang attraverso lo spostamento in loco degli Han, l’etnia predominante in Cina. Un programma politico efficace, visto che gli Uiguri presenti nella regione sono passati dall’80% degli anni ’80 al 45% dei giorni nostri.

Ma la battaglia politica di Pechino non finisce qui. Se dopo l’attentato alle Twin Towers esisteva il sospetto che gli Uiguri venissero addestrati da Al Qaeda in Afghanistan, dall’aprile 2014 la campagna antiterrorismo ha assunto connotati violenti per due ragioni.

Dal 2012 ad oggi, infatti, si sospetta che oltre 200 cinesi si siano andati in Siria per arruolarsi con lo Stato Islamico. Una presenza cresciuta a tal punto da fare nascere una Chinatown a Raqqa. Al tempo stesso, dal 2013, le vittime degli attacchi jihadisti nello Xinjiang sono oltre 800. Attacchi che mescolano fondamentalismo islamico all’odio verso gli Han e il governo centrale cinese.

La risposta di Pechino, che ha prorogato la campagna antiterrorismo almeno fino alla fine del 2015, è stata violenta. Basti pensare agli oltre 2000 morti (secondo fonti non ufficiali) a seguito della repressione delle autorità cinesi nel luglio del 2014. Una strage dimenticata dai media occidentali, ma che rievoca la stessa gravità di quanto avvenuto in passato in Piazza Tien An Men o in Tibet.

E ancora altre cifre mettono a nudo le paure della Repubblica Popolare, interessata a difendere i propri interessi in questo territorio di fondamentale importanza dal punto di vista economico ed industriale. Come gli oltre 27mila sospetti terroristi arrestati nel 2014 (+95% rispetto al 2013). Come i 55 presunti terroristi processati in pubblico di fronte a 7mila spettatori. Come il numero di cause penali riguardante la popolazione Uiguri, aumentato del 45%.

E ancora le restrizioni. Vedi il divieto di indossare il burqa e di portare la barba lunga. Vedi il no al Ramadan per i dipendenti pubblici di fede musulmana. Vedi l’autorizzazione limitata e sporadica di effettuare pellegrinaggi alla Mecca.

Il miraggio di un stop all’imperioso sviluppo economico è quindi alla base dell’azione firmata dalle autorità centrali pechinesi. Questioni all’ordine del giorno in Occidente, come l’integrazione o il pericolo corso dai cittadini, sono secondarie. E lo dimostra il fatto che, nei confronti degli Hui, l’altra etnia di fede islamica presente in Cina, seppure in maniera sparsa, l’atteggiamento del governo è diverso. Se difatti alla base dell’odio degli Uiguri nei confronti degli Han ci sono istanze nazionalistiche, gli Hui, tranne qualche raro episodio, non si sono mai opposti alle politiche del governo centrale.

Di conseguenza, la cosiddetta “sinizzazione”, cioè l’assorbimento culturale, politico ed economico di Pechino ai danni delle minoranze etniche, ha in parte attecchito con gli Hui, mentre lo stesso non si può dire per gli Uiguri.

La questione dello Xinjiang sta assumendo contorni sempre più rilevanti. E, visti i crescenti interessi cinesi in altre aree del mondo a forte presenza musulmana, come l’Africa, il problema jihadista potrebbe divenire di portata globale. In futuro, pertanto, Pechino potrebbe diventare, assieme agli Stati occidentali, un attore geopolitico di primaria rilevanza nella lotta al fondamentalismo islamica.

Giacomo Pratali

[/level-european-affairs]

Francia, avanza il tripartitismo

EUROPA di

Domenica 22 Marzo 43 milioni di cittadini francesi sono stati chiamati a votare al primo turno delle elezioni per il rinnovo integrale dei consiglieri dipartimentali. Da notare che a Lione, Marsiglia e Parigi queste elezioni non hanno avuto luogo in quanto il Consiglio di dipartimento é eletto secondo uno scrutinio municipale. I risultati sembrerebbero delineare un vero e proprio tripartitismo UMP-PS-FN, tuttavia non é semplice avere una comprensione chiara dei risultati di questa prima chiamata elettorale in quanto i dati sono suscettibili a tali e tante interpretazioni a cause delle alleanze variabili con cui ciascuna formazione si é presentata nei diversi cantoni e il tasso di astensione registrato é relativamente alto. Al di la del Fronte Repubblicano – composto principalmente da UMP e UDI – che possiamo unanimemente riconoscere in testa, resta difficile trarre una lezione politica chiara sulla situazione nel suo insieme.

Secondo le stime di differenti istituti, il PS si ritrova ora in seconda ora in terza posizione, davanti o dietro il FN. Dato certo, il Front National non si afferma come primo partito di Francia, riconoscendone pur tuttavia la progressione, così come sottolinea lo stesso Jean-Marie Le Pen subito dopo la chiusura delle urne. Benché non sia diventato il primo partito della Repubblica – come tuonava Le Pen figlia alla vigilia del primo turno – questi primi risultati incoraggiano la sua corsa verso l’Eliseo. Il radicamento locale é un ingrediente molto importante della strategia del FN, non necessariamente nell’ottica di un progetto politico per le singole istanze, si tratta piuttosto di un passaggio funzionale a raccogliere basi di consenso perché Le Pen possa consacrarsi al suo obiettivo principale, la presidenza della Repubblica nel 2017.

Quanto all’UMP del redivivo Nicolas Sarkozy, si tratta certamente della prima buona notizia per il partito da quando l’ex presidente della Repubblica ne ha ripreso il timone, e soprattutto gli permette di addossarsi la semi-vittoria e di avviare – sullo sfondo – una sorta di pre-campagna elettorale in vista delle presidenziali che si terranno tra due anni. Il PS di Hollande registra invece un nuovo momento di difficoltà, la perdita di radicamento locale del partito di governo – che vede eliminati più di un quinto degli iscritti al primo turno – sembrerebbe da addurre alla disunione delle Sinistre, perdita questa che potrebbe tragicamente riconfermarsi al secondo turno ed essere – in quel caso – un nuovo ostacolo sulla strada per la ricandidatura dell’attuale Presidente.

Manuel Valls, Primo Ministro francese, lancia un appello alla Sinistra perché socialisti, radicali ed ecologisti restino uniti, e lo fa all’indomani del primo turno – lunedì 23 Marzo – a Noisy-le-Grand nel nord-est di Parigi dove la Sinistra unita si é posizionata in testa davanti all’UMP e al Front National. Una discesa in campagna elettorale quella del primo ministro francese, che vuole opporsi con forza alla strategia politica proposta dall’ex presidente Nicolas Sarkozy e dal « Fronte Repubblicano ». Manuel Valls e il ministro dell’interno Bernard Cazeneuve hanno infatti giudicato immorale la tattica elettorale dell’UMP che invita i propri elettori a non votare né i socialisti, né la sinistra radicale né il Front National, dunque di astenersi o votare scheda bianca al secondo turno che si terrà domenica 29 Marzo, « Ni-Ni mortifère », così lo definisce il Primo Ministro Valls che sottolinea l’importanza di mobilitare gli elettori di sinistra contro il blocco della destra e la minaccia populista del partito di Marine Le Pen.

Tuttavia, nell’invocazione del Primo Ministro non si intravede una strategia di lungo periodo per la sinistra francese che possa tradursi nella possibilità di tracciare un percorso favorevole alla ricandidatura di François Hollande alle presidenziali del 2017. Affermare che la mobilitazione non é una questione di partiti ma di cittadini vale a dire – per molti – promuovere una strategia che non modifica in nessun senso i rapporti di forza all’interno dell’ala di Sinistra. L’esecutivo non fa prova di un cambio di rotta in cui annettere ecologisti e comunisti, a riprova del fatto che l’ideologia promossa dalla coppia Hollande-Valls, giudicata « confortable », sembra avere la meglio sulla necessità di ingrandire la base di partito e dunque di consensi. I socialisti di Hollande si trovano pertanto di fronte un’altra défaite in potenza, che tuttavia non sembra preoccuparli al punto da decidersi ad un rimpasto politico.

Il tripartitismo al quale sembrerebbe di assistere dopo questo primo turno non é esattamente il risultato di fronte al quale i due grandi partiti speravano di ritrovarsi. La soglia di qualificazione era stata fissata al 12,5%, con legge del 17 Maggio 2013, nell’ottica di contenere politicamente la progressione del Front National, tuttavia sembra che la mutazione politica sia andata più veloce di quella istituzionale. Il bipolarismo destra-sinistra é considerevolmente indebolito dall’irruzione del partito di Marine Le Pen il quale, nonostante abbia totalizzato uno score inferiore alla sua media nazionale, é riuscito ad insediarsi in zone altrimenti impermeabili al suo discorso, imponendo in tal modo una realtà che modifica gli equilibri elettorali e li conduce – almeno fino ad ora – in un vicolo cieco poiché nessuna di queste tre forze maggiori aspira ad un’alleanza tradì di esse. In questa cornice é difficile capire come si comporteranno gli elettori domenica 29 Marzo, nel caso in cui si fosse instaurato il solito bipolarismo é facile azzardare che i simpatizzanti del Front National si sarebbero astenuti, o si sarebbero risolti a votare per uno dei partiti maggiori ma in questa fase il discriminante proverrà dalla capacità del fronte repubblicano e delle Sinistre di gettare le condizioni per passare il secondo turno.

Un’altra particolarità di queste elezioni é il modo di scrutinio: binominale, paritario e misto. Gli elettori hanno votato per un binomio composto da una donna e un uomo, disposizione questa che risponde alla logica della discriminazione positiva, per la quale si vuole promuovere un certo grado di parità in politica, con legge introdotta il 31 Gennaio 2007. Il principio della discriminazione positiva in Francia é di norma esperito secondo procedure temporanee non iscritte nella legge costituzionale come negli Stati Uniti, ad eccezione degli obiettivi di parità in politica.

 

La jihad in salsa balcanica

EUROPA/Varie di

Gli ultimi arresti in Italia a seguito dell’operazione Balcan Connection portano quindi a valutare che un gruppo di albanesi e kosovari ha messo su un’organizzazione in Italia per reclutare combattenti per lo Stato Islamico. Lo rendono noto la Procura generale la quale si è concentrata su un gruppo chiamato “Spinners dei Blacani”. Reclutavano combattenti per l’Isis sulla rotta balcanica. E’ di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale l’accusa con cui sono stati arrestati Alban ed Elvis Elezi, zio e nipote albanesi, bloccati in un’operazione della polizia coordinata dalla Procura di Brescia, in cui è stato catturato anche El Madhi Halili, un ventenne cittadino italiano di origine marocchina. Per lui l’accusa è di apologia di associazione con finalità di terrorismo internazionale, per un documento pro Califfato in italiano pubblicato sul web.

[subscriptionform]

[level-european-affairs]

Dietro l’arresto di Alban e Elvis c’è ancora la figura del ‘foreign fighter’ Anas El Abboubi, ventiduenne marocchino, ex studente in un istituto tecnico, di Vobarno, nel Bresciano, arrestato per terrorismo internazionale nel 2013, scarcerato dal Tribunale del riesame, e andato in Siria per unirsi a gruppi jihadisti.

Questa organizzazione ha fatto nascere cellule jihadiste che lavorano sul reclutamento prevalentemente in Italia, dove sono concentrati moltissimi migranti lavoratori di provenienza dai Balcani. Fino ad ora sono quattro le cellule individuate dagli investigatori tra Roma, Milano, Lucca e Siena.

A Roma pare operino con più inisistenza nella zona di Centocelle, quartiere popolare sito a est della capitale. Tanti “attivisti” o sospettati tali sono finiti sotto inchiesta perché risultano essere potenzialmente pericolosi e appartenenti alla fascia più estremista. Circa 150 gli albanesi dell’ Albania e del Kosovo saliti alla ribalta delle indagini anti terrorismo come jihadisti e combattenti per lo pseudo Califfato islamico in territorio siriano e iracheno. Un lavoro di reclutamento continuo e pericoloso che si sviluppa anche all’interno delle carceri tra detenuti. Due figure chiave del jihadismo in salsa balcanica sono Genc Balla e Bujar Hysa, autoproclamati imam che hanno concentrato la loro attività proprio mentre erano detenuti in Italia.

Secondo la Procura di Tirana, i due venivano finanziati da altre fonti site in Kosovo, Albania e Macedonia ed erano sostenuti da un altro personaggio, tal Ebu Usejd, proveniente da un’altra città albanese, Elbasan, il quale con il suo aiuto e quello di altri finanziatori ha facilitato l’operato di Balla e Hysaj reclutando e mandando combattenti dall’Italia.

A gennaio, dopo la strage della redazione satirica francese del Charlie Hebdo e quel che ne è conseguito nei giorni a seguire, si è tenuta la riunione dei ministri degli esteri dell’UE dove si è fatto il punto su quel che rappresenta la difficoltà maggiore nella lotta al terrorismo in territorio europeo, ovvero l’identificazione dei quartieri, delle aree più contaminate dalla propaganda jihadista e il monitoraggio continuo degli stessi.

Quella dei reclutati e reclutanti di origine balcanica è un’ulteriore realtà che si aggiunge con la stessa pericolosità dei jihadisti d’origine medio-orientale. Diversi sono i motivi. Prima di tutto la posizione favorevolissima alle porte d’Europa di questi paesi e la possibilità di viaggiare senza grandi difficoltà attraverso i Balcani verso la Siria. La propaganda jihadista punta a radicalizzare l’islam storicamente moderato, soprattutto in Albania, una popolazione mai dedita alle lotte religiose. L’identità albanese non è mai stata legata alla religione e in nome della stessa non si è combattuto. L’unico momento storico in cui si è fatto appello alle cosiddette radici cristiane è stato precisamente nel sec. XV quando sotto la guida dell’eroe nazionale albanese, Scanderbeg, ha avuto luogo la resistenza albanese contro gli invasori ottomani, musulmani quindi.

In Kosovo, Bosnia, Macedonia e, più generalmente, nelle popolazioni musulmane del territorio della ex Jugoslavia questa realtà è ben più importante. Qui la religione è stata intesa ben più radicale anche come effetto della guerra in Bosnia nei primissimi anni ’90, numerosi sono i gruppi wahabbiti che operano sui territori.

Il Presidente albanese, Nishani, ha dichiarato che l’attività terroristica non conosce confini, oramai. “ Siamo consapevoli che l’attività dei gruppi terroristici è iniziata in modo strutturato dal punto di vista ideologico e pratico dall’11 settembre 2001 dopo gli attentati alle Torri Gemelle a New York. In seguito si è allargata con la nascita di numerose organizzazioni. Gli ultimi sviluppi in Siria, Iraq e in Europa dimostrano che che questa attività terroristica non conosce, appunto, confini: ogni paese, ogni democrazia, ogni società e ogni cittadino si sentono sotto minaccia. E’ d’obbligo allora che nelle nostre istituzioni venga valutato questo pericolo alla nostra libertà e sicurezza, coordinando un’azione comune nel quadro delle alleanze”.

[/level-european-affairs]

European Commission: 31 March 2015, end of milk quotas

Europe di

Eu announced the imminent dairy quotas change because of global growing demand. This is “both a challenge and an opportunity for the Union”, EU Commissioner for Agriculture & Rural Development Phil Hogan said

[subscriptionform]
[level-european-affairs]
After 21 years, the milk quotas will end on 31st March 2015. It was introduce in 1984 when Eu needed to stop the structural surplus cause by the overproduction compared with demand. Dairy quotas have been already reduced in 2008.

But today the global market has changed. And Europe wants to respond to global growing demand, like explained by EU Commissioner for Agriculture & Rural Development Phil Hogan: “It is a challenge because an entire generation of dairy farmers will have to live under completely new circumstances and volatility will surely accompany them along the road. But it certainly is an opportunity in terms of growth and jobs. Through increased focus on valued added products as well as on ingredients for “functional” food, the dairy sector has the potential of being an economic driver for the EU”.

Giacomo Pratali

[/level-european-affairs]

Commissione Europea: 31 marzo 2015, finisce l’era delle quote latte

EUROPA di

La norma sul regime produttivo riservata ai produttori caseari era stata introdotta nel 1984, quando la domanda era inferiore all’offerta. Adesso, con l’allargamento del mercato e, quindi, della richiesta, l’Ue cambia la sua politica agricola comunitaria

[subscriptionform]
[level-european-affairs]
“L’abolizione delle quote latte è al tempo stesso una sfida e un’opportunità per l’Unione”. Queste le parole con cui il commissario UE per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale Phil Hogan ha salutato la fine di questo regime produttivo previsto il 31 marzo 2015 ed introdotto nel 1984, quando la produzione casearia era superiore alla domanda.

Come recita il comunicato pubblicato dalla Commissione Europea, nel 2003 era stata sancito il termine ultimo per le quote latte. Poi, dal 2008, è stato attuato il cosiddetto “atterraggio morbido”, vale a dire un ammorbidimento delle quote pensate nel corso degli anni ’80 e ’90.

Ma nel presente le cose sono cambiate. Il mercato è divenuto globale: “Nonostante le quote, negli ultimi 5 anni le esportazioni UE di prodotti lattiero-caseari sono aumentate del 45% in volume e del 95% in valore – si legge nella nota -. Le proiezioni di mercato indicano che le prospettive di crescita per il futuro rimangono forti, in particolare per quanto riguarda i prodotti a valore aggiunto quali i formaggi, ma anche per gli ingredienti utilizzati nei prodotti alimentari, nutrizionali e sportivi”.

La sfida verso il mercato aperto è lanciata. E, la concomitante discesa del valore dell’Euro, iniziata già da fine 2014, potrebbe consentire al settore agricolo e caseario di fare da traino alla tanto agognata ripresa economica del Vecchio Continente.

Giacomo Pratali

[/level-european-affairs]

Commercio elettronico sotto la lente UE

INNOVAZIONE di

Ia Commissaria Vestager chiede un indagine di settore

La vendita on line è uno delle opportunità più importanti per le piccole e medie imprese europee che con questo nuovo canale di vendita possono affrontare il mercato globale.

Grandi opportunità che possono svilupparsi solamente in un mercato unico digitale e per questo è necessario che siano abbattute tutte le barriere anticoncorrenziali che intralciano il commercio elettronico transfrontaliero.

[subscriptionform]

[level-european-affairs]

In Europa sono sempre più le merci e i servizi commercializzati via internet anche se le vendite on line crescono lentamente a causa delle barriere linguistiche, delle diverse normative vigenti negli stati membri oltre ad alcuni forti indizi rilevati dalla commissione europea sulla possibilità che certe imprese adottino misure che limitano il business on line.

L’indagine di settore si concentrerebbe sul modo per migliorare l’individuazione di tali pratiche e affrontarle, in linea con l’obiettivo prioritario della Commissione di creare un mercato unico digitale connesso. La Commissaria Vestager presenterà la proposta alla Commissione nelle prossime settimane.

“È giunta l’ora di abbattere gli ostacoli che ancora intralciano il commercio elettronico – ha dichiarato la Commissaria Vestager – che è uno degli elementi essenziali di un autentico mercato unico digitale in Europa. La prevista indagine di settore agevolerà la Commissione nella comprensione e nell’abbattimento delle barriere al commercio elettronico, con vantaggi sia per i cittadini sia per le imprese europee.”

Il commercio elettronico ha contagiato circa il 50% dei consumatori europei ma solo il 15% di loro si è rivolto a venditori al di fuori del proprio stato di residenza, questo dato indica che evidentemente permangono ostacoli tecnici che impediscono al consumatore di affidarsi a siti esteri.

L’indagine di settore verterà sugli ostacoli privati, e in particolare contrattuali, al commercio elettronico transfrontaliero dei contenuti digitali e delle merci. Nel corso dell’indagine la Commissione intende raccogliere informazioni presso numerosi portatori d’interesse di tutti gli Stati membri.

Le conoscenze acquisite con l’indagine di settore contribuiranno non solo al rispetto del diritto della concorrenza nel settore del commercio elettronico, ma anche alle varie iniziative legislative che la Commissione intende avviare per promuovere il mercato unico digitale.

Se dall’analisi dei risultati emergessero specifici problemi di concorrenza, la Commissione potrebbe avviare indagini su determinati casi specifici per assicurare la conformità con le norme dell’UE in materia di pratiche commerciali restrittive e di abuso di posizione dominante sul mercato (articoli 101 e 102 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea — TFUE).

 

[/level-european-affairs]

Alessandro Conte

Paypal paga multa da 7,7 milioni di dollari

INNOVAZIONE di

Accordo trovato tra la società e il dipartimento del Tesoro Statunitense

Non ha ammesso di aver violato le sanzioni che gli Stati Uniti hanno adottato contro Iran, Cuba e Sudan ma allo stesso tempo Paypal ha siglato un accordo extragiudiziale che nel diritto anglosassone crea un precedente importante.

Accusata di non aver controllato e bloccato pagamenti sospetti da e verso le nazioni segnalate dal dipartimento del tesoro, sistema utilizzato in particolare da un soggetto sospettato di commerciare in armi di distruzione di massa.

[subscriptionform]

[level-european-affairs]

Kursad Zafer Cire, inserito nella lista dei ricercati internazionali per commercio di armi dal Dipartimento di Stato Americano. Nonostante fosse indicato come pericolo dal sistema Paypal le sue operazioni non furono interrotte  proseguirono per ben 4 anni dal 2009 al 2013.

“PayPal – si legge in un comunicato del Dipartimento del Tesoro – ha apertamente ignorato le sanzioni economiche previste dagli Stati Uniti”.

In un comunicato PayPal riferisce di aver collaborato volontariamente alle indagini e di impegnarsi ad adottare le contromisure richieste per evitare il ripetersi delle situazioni imputategli.

[/level-european-affairs]

Alessandro Conte

Tunis, Bardo Museum: leader responsible of terrorist attack arrested

Middle East - Africa di

Okba Bin Nafaa’s leader is been banged up by local police. This organization joined Islamic State some months ago

[subscriptionform]
[level-european-affairs]
The Tunisian Ministry of the Interior announced which had arrested the head of the terrorist organization, guilty for the attacks to the Bardo Museum in Tunis. He lives in Belgium but is born in Tunisia. Group is called Okba Bin Nafaa and it’s also directed by Algerian Lokman Sakher Abou, who took the oath to the Islamic State and al Baghdadi at the end of 2014. In recent days, circa 20 suspects had already been in custody.

Investigations do not stop anyway. After the killing of the two terrorists during the blitz, Jaber Kachnaoui and Yassine Labidi, carried out by the Special Forces, Tunisian police is gunning for fugitive Maher Bin Al-Moulidi al Qaidi, although he hadn’t time to make the attempt.

Giacomo Pratali

[/level-european-affairs]

Tunisi, Museo Bardo: arrestato capo della cellula responsabile dell’attentato

Medio oriente – Africa di

Fermato il leader dell’organizzazione terroristica Okba Bin Nafaa, affiliata allo Stato Islamico. E, dopo l’uccisione dei due jihadisti nel corso del blitz della polizia all’interno del Museo Bardo, è ancora caccia al terzo uomo, Maher Bin al Moulidi

[subscriptionform]
[level-european-affairs]
Il Ministero degli Interni tunisino ha annunciato di avere arrestato il capo dell’organizzazione terroristica, responsabile degli attentati al Museo Bardo di Tunisi. L’uomo risiede in Belgio ma è di origini locali. La cellula a cui si fa riferimento si chiama Okba Bin Nafaa ed è diretta anche dall’algerino Lokman Abou Sakher, il quale, a fine 2014, ha prestato giuramento di fedeltà alla causa dello Stato Islamico di al Baghdadi. In recent days, circa 20 suspects had already been in custody.

Ma le indagini in Tunisia non si fermano. Dopo l’uccisione dei due terroristi nel corso del blitz, Jaber Kachnaoui e Yassine Labidi, effettuato dalle Forze Speciali, è caccia a Maher Bin Al-Moulidi al Qaidi, ancora in fuga anche se, a differenza degli altri due, non ha avuto il tempo necessario per compiere l’attentato.

Giacomo Pratali

[/level-european-affairs]

Yemen: Saudi Arabia bombed Shiites rebels

Varie di

Following the attempted of the capital city Aden, Houti are been attacked by Saudi Arabia and allies. Us supports this military operation. But a large-scale fight between Shiites and Sunnis could cause a global war

[subscriptionform]
[level-european-affairs]
Saudi Arabia bombed the Shiites Houti of Sanaa in Yemen during the night of 26th March. United States encouraged it through logistical support and intelligence. Whereas Qatar, UAE, Kuwait, Morocco, Egypt and Pakistan actively supported this military operation. Raid would have occurred following the attempted conquest of the capital city Aden by the rebels and the subsequent ouster of former President Mansour, already confined to the south of the Arab state since the beginning of 2015, and forced to take refuge in Djibouti.

Yemen is not only the scene of a bloody civil war, but a large-scale clash between Shiites and Sunnis. A fourfold kamikaze attack caused more than 150 victims in Sanaa mosques no later than 20th March.

From the Washington point of view, this fight, including almost the entire Arab world, does not conducive to the rise of a strong power which controls the whole area. Conversely, there are at least two reasons that might precipitate the situation, after already exasperating ongoing conflict in Syria and Iraq and the establishment of the Caliphate in Libya and Nigeria.

Yemen could turn into a state ready to accept not only the Sunni Isis sympathizers, but also able to raise al Qaeda. which has always had a strong influence on the population here. And the Yeminis Sunnis alliance with Saudi Arabia and Qatar is worsing the context.

Another complicated situation is about Iran. Relations between the United States and this country have become increasingly friendly. Like the possibile agreement on nuclear and the logistical and military cooperation against Isis in Iraq. But everything could fade away could jump if Houti asked help to Iran, which, through the Minister of Foreign Affairs Afkham, condemned the military operation and asked to “stop the bombing against Yemen and its population.”

Giacomo Pratali

[/level-european-affairs]

Giacomo Pratali
Vai a Inizio