Italia, Mattarella Presidente

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Sergio Mattarella è il dodicesimo Presidente della Repubblica italiana, eletto al quarto scrutinio da una larga maggioranza che sfiora quei due terzi degli aventi diritto al voto che sarebbero stati necessari nelle prime tre prove.

Una scelta all’altezza del ruolo che attende il nuovo primo cittadino e dei valori che deve rappresentare.   Insigne giurista e giudice costituzionale, annovera nel suo curriculum qualificate esperienze di governo, parlamentari e di partito che attestano una profonda conoscenza dell’assetto e delle prassi istituzionali e dell’organizzazione amministrativa dello Stato.

Non è un aspetto marginale in una fase in cui l’ondata di antipolitica e di delegittimazione dei partiti e delle classi dirigenti ha favorito sovente l’improvvisazione e l’incompetenza.    In trent’anni di vita politica e di esercizio di funzioni pubbliche, Mattarella ha dato prova di sobrietà, serietà e intransigenza sui princìpi, ancor più evidenziate dalla fermezza dimostrata nella lotta al fenomeno mafioso, già pagata a caro prezzo dal fratello Piersanti, Presidente della Regione Sicilia, assassinato dalla mafia nel 1980.

L’elezione in tempi rapidi di una figura di alto profilo alla massima magistratura dello Stato riscatta, in un certo senso, il nostro sistema politico, pur con le sue lacerazioni e contraddizioni.  Nei momenti più solenni e delicati, infatti, si rivela in grado di esprimere scelte responsabili e lungimiranti che trascendano miserevoli tatticismi e calcoli di convenienza.     Sulla logica dei veti incrociati e del compromesso al ribasso, paventati da diversi osservatori nelle scorse settimane, prevale, con la scelta di Mattarella, il senso di responsabilità e la coscienza dell’interesse superiore del Paese.

Sebbene puntasse ad aggregare un’ampia maggioranza, come è giusto che avvenga per l’elezione del Capo dello Stato che è una figura di garanzia, il PD ha preferito utilizzare il suo sensibile vantaggio numerico per proporre agli altri partiti un unico nome, puntando coraggiosamente sul prestigio del candidato, in grado di attrarre un consenso molto ampio e trasversale.

Il Patto del Nazareno, sulla scelta dell’inquilino del Quirinale, non ha funzionato.  Questa volta, Renzi si è trovato nelle condizioni di poter prescindere dal consenso degli alleati del Nuovo Centrodestra – i cui “grandi elettori” hanno poi, comunque, in gran parte, votato per Mattarella – e dall’ “oppositore-amico” Berlusconi e di ottenere, sulla carta,  un’autonoma maggioranza di partenza ricompattando il suo partito e SEL sul nome del giudice costituzionale siciliano.

Se questa scelta di Renzi di smarcarsi dal Nazareno e, in un primo momento, anche dagli alfaniani, in un passaggio così importante, avrà effetto sulla tenuta dell’esecutivo e sul percorso delle riforme, non è dato sapere, ma probabilmente il NCD non tirerà troppo la corda, perché i rapporti di forza sono assai sbilanciati in favore del premier. E lo stesso Berlusconi non ha forse interesse, al momento, a far saltare il tavolo delle riforme – come al tempo della Bicamerale D’Alema ! -, poiché ciò comporterebbe il rischio di nuove elezioni e questo non è certo il momento più propizio per Forza Italia.

Meglio fare buon viso e continuare a confrontarsi lealmente con Renzi sulle riforme stesse, nell’interesse superiore del Paese, tenendo conto che Mattarella, nonostante trascorsi politici di evidente avversione nei confronti del Cavaliere, nella posizione attuale, per la sua serietà e il rigore etico universalmente riconosciuto, costituirà certamente una garanzia del rispetto delle regole e dei diritti delle parti contrapposte.    E rappresenterà, soprattutto, per il Paese un baluardo della legalità costituzionale nelle acque turbolente della dialettica tra i partiti e dei processi di riforma in essere.

di  Alessandro Forlani

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