GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Monthly archive

febbraio 2015

Operazione Mare aperto

Difesa di

Sono partite da tutti I porti d’Europa per l’esercitazione Nato “Brilliant Mariner-Mare Aperto 2013”, attività addestrativa finalizzata a raggiungere “un elevato livello di addestramento e integrazione di parte delle forze che, dal primo gennaio 2014, faranno parte della componente marittima della Nato Response Force (Nrf), sotto guida italiana.

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Il capo di Stato Maggiore della Difesa italiano Generale Claudio Graziano ha dichiarato durante il suo discorso di insediamento che l’operazione rientra nel quadro addestrativo interforze internazionale e che nonostante sia stata pianificata da tempo resta comunque un valido strumento di dissuasione.

La Nato Response Force, cioè la Forza di Reazione Rapida della Nato, è un dispositivo militare “ad alta prontezza operativa”, formato da un’elite delle componenti terrestri, marittime, aeree e speciali provenienti dalle Forze armate dell’Alleanza atlantica. L’Italia parteciperà con 3.150 uomini e donne, la portaerei Cavour, i cacciatorpedinieri Duilio e Mimbelli, l’unità anfibia San Marco, le fregate Aliseo, Espero e Grecale, la rifornitrice Stromboli, la corvetta Fenice, i pattugliatori Foscari e Cigala Fulgosi, i cacciamine Crotone e Milazzo ed il sommergibile Pelosi, oltre ad 8 elicotteri e aerei Harrier AV8B.

forza da sbarcoProprio la partenza della nave San Giorgio dal porto di La Spezia ha comunque destato qualche curiosità visto l’arrivo dei fanti di marina arrivati all’arsenale nella notte del 27 febbraio e ripartiti evidentemente sulla nave anfibia la mattina del 28 febbraio con destinazione acque in ternazionali del sud mediterraneo.

Alcune indiscrezioni raccolte indicano come possibile il dispiegamento dei fanti di marina a protezione del Greenstream, il gasdotto subacqueo dell’Eni che si snoda tra Gela in Sicilia e la stazione di compressione di Mellitah, una struttura lunga 520 km, molti dei quali percorsi sotto il Mediterraneo.

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Italia, il Generale Graziano nuovo Capo di Stato Maggiore della Difesa

Difesa di

Roma 28 febbraio 2015, Il Comando in Capo della Squadra Navale ha ospitato la cerimonia del cambio di Capo di Stato maggiore della Difesa alla presenza del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, del Ministro della Difesa Roberta Pinotti e del Presidente del Senato Pietro Grasso.

L’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli lascia il suo incarico al termine dei consueti due anni durante i quali gli scenari che hanno visto impegnate le nostre forze armate sono stati molteplici e mutevoli. Assume il comando delle Forze Armate il Generale di Corpo d’Armata Claudio Graziano, già Capo di Stato maggiore dell’Esercito.

cambio smd 3Nel suo discorso di commiato l’Ammiraglio Binelli Mantelli ha voluto ringraziare tutte le componenti delle forze armate per il loro impegno nei trascorsi due anni e in modo particolare ha ricordato, commosso, i due fanti di marina, “ grazie a Massimiliano la Torre e Salvatore Girone, per la grande dignità e senso di responsabilità con cui continuano a vivere da marinai e soldati quali sono l’assurda odissea che ha segnato il loro servizio negli ultimi tre anni, sarò sempre al loro fianco”

Il Generale Claudio Graziano assume la più alta carica delle Forze Armate in un momento particolarmente complesso in cui gli scenari di crisi si avvicinano sempre più ai confini nazionali italiani ed europei.

“Un incarico che affronterò sapendo di poter fare affidamento sul sostegno di tutto il personale militare e civile che con passione e dedizione operano per le forze armate”, ha dichiarato nel suo discorso il nuovo Capo di Stato Maggiore della Difesa e indicando la necessità di ”Incrementare la collaborazione internazionale in tema di difesa importantissime per l’integrazione dei sistemi di difesa comune in particolare quella Europea per affrontare le crescenti delicate sfide che si delineano all’orizzonte.”

Le minacce che l’Italia e più in generale l’Europa e il mondo occidentale si trova ad affrontare in questo momento assumono caratteristiche di estrema flessibilità, indiscriminata violenza e rapidità di espansione, portando integralismi e terrorismo anche nei confini nazionali.

cambio smd 2“Si tratta di sfide complesse – ha continuato nel suo discorso il Generale Graziano – che richiedono una risposta globale nel cui ambito le nostre forze armate sono sicuramente pronte a fronteggiare con efficace in aderenza alle misure politiche che saranno assunte”

La situazione internazionale si è molto deteriorata nell’ultimo anno, l’arco della crisi tocca i confini meridionali dell’Europa e del nostro paese – ha sottolineato il Ministro della Difesa Roberta Pinotti nel suo discorso – soprattutto l’imprevedibilità dei rischi e delle minacce che ci deve preoccupare, imprevedibilità che riguarda sia la localizzazione geografica, la provenienza sia la forma e gli obiettivi che si possono concretizzare.”

Un biennio complesso quello che dovrà affrontare il nuovo Capo dello Stato Maggiore della difesa con sfide su teatri operativi che si avvicinano pericolosamente ai confini nazionali.

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Central Africa Republic : At Bangui the Italian Alpini help the city to start again

Middle East - Africa di

Sappers Alpini EUFOR RCA continue their work supporting completing two major infrastructure projects essential to the restoration of normalcy in the city.

In a week the Italian operators have restored the road surface of the road leading to the bridge of the Unit, the structure built by the Italian military in collaboration with other European nations opened a month ago – thus completing the project, which has met three quarters divided by the conflict .

The second project carried out by the engineers was the restructuring of the 5th district of Bangui, placing the access routes, the roof and the fence of the health care facility that serves one of the most populous city. The project was conducted in collaboration with the quotas of France and Finland of the European mission in Central Africa.

These activities are carried out with the aim to restore normality and legality in increasingly large areas of the capital, returning citizens streets and neighborhoods that the conflict between the Christian militias extraction and those filoislamiche had stolen them.

In the Central African Republic the conflict in 2013 resulting from a severe political crisis that led to the civil war has caused thousands of deaths and a total of one million displaced people, a quarter of the population.

In this context the mission EURFOR to French command is attempting to maintain peace between the parties to a political solution to the crisis.

Centrafrica: A Bangui gli Alpini italiani aiutano la città a ripartire

Medio oriente – Africa di

I genieri Alpini della missione EUFOR RCA continuano la loro opera di supporto completando due importanti progetti infrastrutturali fondamentali per il ripristino della normalità nella città.

In una settimana gli operatori italiani hanno ripristinato il fondo stradale della strada che conduce al ponte dell’Unità, la struttura realizzata dai militari italiani in collaborazione con altre nazioni europee inaugurata un mese fa – completando così il progetto che ha riunito tre quartieri divisi dal conflitto.

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20150224 riparazione strada 2Il secondo progetto realizzato dai genieri è stata la ristrutturazione del 5° distretto di Bangui, sistemando le vie d’accesso, il tetto e la recinzione della struttura sanitaria che serve uno dei quartieri più popolosi della città. Il progetto è stato condotto in collaborazione con i contingenti di Francia e Finlandia della missione europea in Centrafrica.

Queste attività vengono realizzate con l’obiettivo di riportare alla normalità e nella legalità sempre più ampie zone della capitale, restituendo ai cittadini strade e quartieri che il conflitto tra le milizie di estrazione cristiana e quelle filoislamiche aveva sottratto loro.

Nella repubblica Centrafricana il conflitto nel 2013 provocato da una grave crisi politica che sfociata in guerra civile ha provocato complessivamente migliaia di vittime e un milione di sfollati, pari a un quarto della popolazione.

In questo contesto la missione EURFOR a comando francese stà tentando di mantenere una pace tra le parti fino ad una soluzione politica della crisi.

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2014, la devastazione dei diritti umani.

Medio oriente – Africa di

Un anno da dimenticare, il 2014. Almeno per quanto riguarda Amnesty International che ha divulgato il rapporto annuale in occasione dell’anniversario della scomparsa del suo fondatore, Peter Benenson, avvenuta il 25 febbraio di dieci anni fa. Un anno “devastante per coloro che cercavano di difendere i diritti umani e per quanti si sono trovati intrappolati nella sofferenza delle zone di guerra”. A sottolinearlo, Salil Shetty, segretario generale dell’associazione.

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Le 415 pagine che riassumono il racconto delle violenze consumate in 160 paesi del mondo non fa sconti sul giudizio espresso a proposito dell’atteggiamento adottato dai vari Governi. “Da Washington a Damasco, da Abuja a Colombo, i leader di governo hanno giustificato orrende violazioni dei diritti umani – evidenzia Shetty – sostenendo che era necessario commetterle in nome della sicurezza. In realtà, è semmai vero il contrario. Questo tipo di violazioni sono uno dei motivi principali per i quali oggi viviamo in un mondo tanto pericoloso. Non può esserci sicurezza senza rispetto dei diritti umani”. I dati sono allarmanti.

Negli ultimi quattro anni in Siria – continua – sono morte 200.000 persone, la stragrande maggioranza civili, principalmente in attacchi compiuti dalle forze governative. Circa quattro milioni di persone in fuga dalla Siria hanno trovato rifugio in altri paesi. Più di 7,6 milioni sono sfollate in territorio siriano”. Poi l’Iraq dove l’Isis impazza. “Il gruppo armato che si autodefinisce Stato islamico (Islamic State – Is, noto in precedenza come Isis), che in Siria si è reso responsabile di crimini di guerra, nel nord dell’Iraq ha compiuto rapimenti, uccisioni sommarie assimilabili a esecuzione e una pulizia etnica di proporzioni enormi. Parallelamente, le milizie sciite irachene hanno rapito e ucciso decine di civili sunniti, con il tacito sostegno del governo iracheno”.

Il rapporto prosegue citando le 2000 vittime palestinesi causate dall’assalto condotto nel luglio scorso dagli Israeliani a Gaza, i crimini di guerra compiuti da Hamas “sparando indiscriminatamente razzi verso Israele e causando sei morti”, i risultati del conflitto fra forze governative ed il gruppo armato Boko Haram in Nigeria esplicitati nel rapimento di 276 studentesse nella città di Chibok e gli orrori commessi dalle forze di sicurezza nigeriane che hanno ucciso e sepolto corpi in fosse comuni. Infine la Repubblica Centrafricana dove 5.000 sono le vittime della violenza settaria ed il Sud Sudan dove “decine di migliaia di civili sono stati uccisi e due milioni sono fuggiti dalle loro case, nel contesto del conflitto armato tra le forze governative e quelle dell’opposizione. Entrambe le parti hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità”.

Amnesty rileva l’immobilità del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di fronte alle crisi siriana, iraquena, palestinese, israeliana e ucraina “neanche quando sono stati commessi crimini orrendi contro la popolazione civile da parte degli stati o dei gruppi armati, per proprio tornaconto o interessi politici”. Pertanto per riuscire a smuovere le acque “ora chiede ai cinque stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza di rinunciare al loro diritto di veto nei casi di genocidio o di altre atrocità di massa”. Dalle Nazioni Unite intanto arrivano i numeri del nuovo rapporto dedicato anch’esso alle violazioni dei diritti umani commessi da Isis in Iraq fra settembre e dicembre 2014. Il rapporto, realizzato dalla Missione delle Nazioni Unite di assistenza all’Iraq (UNAMI) e dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, parla di almeno 165 esecuzioni che hanno interessato i membri di varie “comunità etniche e religiose dell’Iraq, tra cui turkmeni, Shabak, cristiani, yezidi, Sabei, Kaka’e, Faili curdi, sciiti arabi, e altri”. Negli scontri fra i tagliagole e forze di sicurezza tante anche le vittime fra la popolazione civile nella quale si contano almeno 11.602 uccisioni e 21.766 ferimenti.

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Monia Savioli

Ukraine, Minsk pact is creaking

Europe di

Merkel, Hollande, Poroshenko and Putin has condemned violation of cease of fire in East Ukraine, after capture of Debalteseve from separatists. Meanwhile, it’s arm wrestling between Moscow and Nato, after Stoltenberg’s recent choice to increase defences in Baltic States.

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“Smacks of genocide”. This Russian President Vladimir Putin said on 25th February after Ukrainian institutions gas reduction to Donbass region. “Furthermore, international observers spoke about humanitarian catastrophe in Donetsk and Lugansk regions”, he continued.

Meanwhile, there hasn’t been fights and casualties in 24 hours: it’s the first time after beginning of the year. The respect of cease fire should be also respected by Ukranians troops and rebels retirement from buffer zone of at least 30 miles, under Minsk agreement.

But the level of anxiety is becoming higher. First of all, the Belarusian pacts are inconsistents. Ukrainian and separatists armies continued to fight from 15th to 24th February. Particularly, Pro-Russians defeated Debaltseve, the most important road and railway intersection in Donbass. And they’re thinking to take possession of Mariupol, the most essential port of the Sea of Azov.

Moreover, a psycological war is in progress between Russia and Nato. Despite continuos call conference among Merkel, Hollande, Putin and Poroshenko, who disapproved violation of Minsk agreement especially from separatists, the real argument is between Moscow and members of Atlantic Alliance.

The Stoltenberg’s recent choice to increase defences in Baltic States originated the Minister of Foreign Affairs of the Russia in last days, which spoke of “threat to national security”. Besides Lithuanian President Grybauskaite announced to reintroduce conscription over concerns about “the current geopolitical environment”. And British Prime Minister Cameron and his government told about “hot war” after Uk jets intercepted two russian aircraft above on Cornwall on 19th February.

While Us and Ue are thinking about new economical sanctions, France and Germany must bear down on Ukraine and Russia to respect the cease on fire so to allow to Osce to intervene in Donbass region. Un actually speaks of over 5665 killed and at least 13961 wounded from the beginning of crisis in Ukraine.

Giacomo Pratali

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Ucraina, gli accordi di Minsk scricchiolano

EUROPA di

Merkel, Hollande, Poroshenko and Putin condannano la violazione del cessate il fuoco dopo la presa di Debaltseve da parte dei separatisti. Nel frattempo, è braccio di ferro tra Mosca e Nato, dopo la decisione di Stoltenberg di aumentare le forze di difesa nei Paesi Baltici.

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“Puzza di genocidio”. Queste le parole con cui il 25 febbraio il presidente russo Vladimir Putin ha bollato la decisione del governo ucraino di ridurre le forniture di gas nel Donbass. “Oltretutto, gli osservatori internazionali hanno parlato di catastrofe umanitaria nelle regioni di Donetsk e Lugansk”, ha ribadito.

Tuttavia, nelle ultime 24, per la prima volta dall’inizio dell’anno, in Ucraina non ci sono stati combattimenti. E ,nel rispetto del cessate il fuoco decretato a Minsk il 12 febbraio, le truppe regolari e filorusse dovrebbero ritirarsi dalla cosiddetta zona di sicurezza per almeno 50 chilometri.

Ma il livello di stress tra le parti in causa sta comunque aumentando. Per prima cosa, gli accordi di Minsk sono inconsistenti. L’esercito di Kiev e i separatisti, infatti, hanno continuato comunque a combattere dal 15 al 24 febbraio. In particolar modo, i filorussi sono riusciti a conquistare Debaltseve, importante nodo stradale e ferroviario a metà strada circa tra Donetsk e Lugansk. E, ancora, stanno pensando ad un’offensiva contro Mariupol, cruciale città portuale situata sul Mare di Azov.

In aggiunta, è in corso una guerra psicologia tra Russia e Nato. Nonostante le continue conferenze telefoniche tra Merkel, Hollande, Poroshenko e Putin, concordi nel denunciare le violazioni degli accordi di Minsk soprattutto da parte dei separatisti, la vera disputa in corso è tra Mosca e i membri dell’Alleanza Atlantica.

La recente decisione di Stoltenberg di incrementare le forze di difesa nei Paesi Baltici ha suscitato la stizzita reazione del Ministero per gli Affari Esteri russo, che ha parlato di “minaccia alla sicurezza nazionale”. In più, il presidente lituano Grybauskaite ha annunciato la reintroduzione della leva obbligatoria viste “le attuali dinamiche geopolitiche”. Mentre il premier britannico Cameron e il suo governo hanno parlato di “guerra calda”, dopo che, il 19 febbraio, l’aeronautica di Sua Maestà ha intercettato due caccia russi sopra i cieli della Cornovaglia.

Mentre Stati Uniti e Unione Europea stanno pensando a nuove sanzioni economiche, Francia e Germania devono riuscire ad imporre ad Ucraina e Russia il rispetto del cessate il fuoco così da permettere agli inviati Osce di intervenire nel Donbass. Le stime Onu, infatti, riportano di non meno di 5665 morti e almeno 13961 dall’inizio della crisi in Ucraina.

Giacomo Pratali

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Accordo Grecia – Troika: un sirtaki o un coro tragico?

ECONOMIA/EUROPA/POLITICA di

Atene e i suoi creditori della zona euro hanno concordato un accordo dell’ultima ora per estendere a 172bn di euro il programma di salvataggio del paese per quattro mesi, ponendo fine in questo  modo a intere settimane di incertezze che minacciavano di innescare l’ultima corsa agli sportelli greci, indirizzando la Grecia alla bancarotta.

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L’accordo, raggiunto in una riunione make-or-break dei ministri delle Finanze della zona euro il 20 febbraio scorso, lascia diverse questioni importanti pendenti, in particolare sulle riforme che  Atene dovrà adottare urgentemente al fine di ottenere i 7,2 miliardi di euro in aiuti che dovrebbero essere forniti al completamento del programma attuale.

Il nuovo governo greco sara tenuto a presentare le misure per la revisione al Fondo monetario internazionale e le istituzioni dell’UE lunedì e qualora non siano ritenute idonee, un’altra riunione dell’Euro-gruppo potrebbe essere chiamata già domani, martedì.

Criticamente, l’accordo del Venerdì impegna Atene ai fini del “completamento” del salvataggio, qualcosa che il nuovo governo greco ha da tempo promesso e ripetuto di voler evitare. “Fino a quando il programma non sarà stato completato, non ci sarà alcun pagamento”, ha dichiarato Wolfgang Schäuble, il potente ministro delle finanze tedesco.

Alexis Tsipras, il primo ministro ha di contro ribadito che la Grecia  con l’accordo del Venerdì intende annullare gli impegni di austerity presi dal precedente governo conservatore, ma ha messo le mani avanti non promettendo miracoli. Saranno tempi duri per i greci.

“Abbiamo dimostrato che l’Europa è protesa a compromessi reciprocamente vantaggiosi, non a infliggere punizioni”, ha detto Tsipras il giorno dopo. Ma l’ accordo di venerdì non rappresenta la chiusura dei negoziati. “Stiamo entrando in una nuova fase. I negoziati diventeranno sempre più sostanziali, fino al raggiungimento di un accordo definitivo ai fini di una transizione dalle politiche catastrofiche del memorandum, delle politiche che si concentreranno sullo sviluppo, l’ occupazione e la coesione sociale”, ha continuato il primo ministro greco.

Tuttavia, l’accordo consente di evitare quello che i funzionari della Troika temevano avrebbe provocato forti scosse sui mercati e le borse. O meglio, se si fosse giunti all’accordo slittando di una settimana in più, si sarebbe dovuto arginare  la corsa dei greci al ritiro  dei depositi dal settore bancario del paese che, secondo quello che dichiarano i funzionari, stavano raggiungendo circa 800 euro al giorno, contribuendo alla creazione di un situazione al limite di una vera  e propria corsa agli sportelli. La premessa per la catastrofe.

“La trattativa  è stata intensa, perché si trattava mettere le basi di un rapporto di  fiducia tra noi”, ha detto Jeroen Dijsselbloem, il ministro delle Finanze e presidente dell’Eurogruppo olandese il quale ha mediato l’accordo, anche dopo aver fallito già due volte nel corso della scorsa settimana. “Stasera è stato fatto un primo passo nel processo di ricostruzione del rapporto di fiducia…”, ha proseguito.

Alla notizia dell’accordo le borse hanno “festeggiato” al loro modo. Wall Street è salito a livelli record. L’indice S & P 500 è cresciuto da 0,6 per cento a un record di 2.110, mentre il Dow Jones ha raggiunto il massimo storico di 18.144.

La decisione di chiedere una proroga del programma atutale è una significativa “mediazione” per Tsipras, che aveva promesso nella sua campagna elettorale di abbattere il piano di salvataggio esistente.

Alle istituzioni del FMI e dell’UE, della Banca centrale europea e la Commissione europea rimangono le redini e il controllo della valutazione delle misure delle future riforme economiche greche e l’erogazione dei fondi di salvataggio, nonostante il moto dei greci diretto alla liberarazione dalla tanto odiata “troika”. Tsipras dovrà essere abile a non deludere la sua gente, non glielo perdonerebbero, troppi sacrifici, troppa stanchezza.

“Anche se Atene si è impegnata a mantenere gli avanzi primari di bilancio e di prendere più di quanto spende, quando gli interessi sul debito non verranno conteggiati” – ha detto Mr Dijsselbloem.

“Siamo riusciti a scongiurare una serie di molti anni di avanzi primari soffocanti che la nostra economia non può produrre”, ha detto Yanis Varoufakis, il carismatico ministro delle Finanze greco.

Un alto funzionario coinvolto nei colloqui ha precistao che la posizione del bilancio greco in rapido deterioramento ha messo sotto pressione Atene per giungere a un accordo. “In verità, i greci sono  spalle contro il muro”. Indiscrezioni e pressioni di corridoio.

Pare che la BCE sia già pronta a erogare nuova liquidità alla Grecia già da questa settimana. All’inizio di questo mese la BCE di Mario Draghi aveva tagliato tale prestito, costringendo le banche a fare affidamento sui tassi molto elevati della liquidità di emergenza da parte della banca centrale greca.

Tra le concessioni fatte ad Atene vi è un patto per l’astensione da qualsiasi “rollback” o “cambiamenti unilaterali” dalle misure delle riforme già esistenti. L’accordo, inoltre, non prevede di tagliare i livelli di debito della Grecia, un’altra promessa che Alexis Tsipras aveva fatto durante la campagna elettorale.

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Accordi Al Qaeda-Usa: rispunta il fantasma del Mullah Omar

Medio oriente – Africa di

Si torna a parlare di una vecchia conoscenza, il Mullah Mohammad Omar. Il capo spirituale di Al Quaeda che Tolo tv, l’emittente afghana, dichiarò morto – per poi smentire la notizia – nel 2011 per mano pakistana riemerge dall’oblio in occasione dei tentativi di arrangiare i negoziati di pace fra talebani e Stati Uniti in Qatar. L’evento, annunciato da una fonte del movimento islamista, riconosce al Mullah Omar un ruolo ancora determinante nella definizione degli accordi che potrebbero già vedere la luce entro pochi giorni, nel mese di marzo. Islamabad, Kabul, Pechino o Dubai sono le città candidate ad assumere il ruolo di quello che potrebbe diventare il negoziato del secolo, a chiusura del lungo percorso che dal 2001 ha visto opporre la forza armata internazionale alla comunità talebana in Afghanistan.

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Al Qaeda, oggi guidata da Ayman al Zawahiri, ha subito negli ultimi anni la mancanza di un potere organizzativo forte spaccandosi in mille rivoli. Insicurezze e precarietà sono state utilizzate dai seguaci dell’Isis – che ancora in Afghanistan rappresenta una debole presenza – per potersi infiltrare e accusare Al Qaeda di non essere sufficientemente in linea con la corretta dottrina jihadista, applicata al contrario, dal Califfato di Abu Bakr al Baghdadi. Le posizioni di Isis a questo proposito sono riassunte nel sesto numero di Dabiq, la rivista on line dello Stato islamico in lingua araba. Nell’articolo dal titolo “al Qaeda di al Zawahiri e la saggezza perduta dello Yemen”, i terroristi dubitano fortemente dell’esistenza in vita del Mullah Omar ritenuto da molti combattenti arabi provenienti dall’Afghanistan, morto o catturato. E criticano pesantemente il movimento di Al Zawahiri, reo di non aver “mai lanciato anatemi contro gli sciiti in Iraq”.

Dell’esistenza del Mullah Omar ha invece ricominciato a parlare una fonte diplomatica che da Kabul sottolinea come l’esito dei negoziati di pace con gli Usa “dipendera’ dal leader talebano, il Mullah Mohammad Omar”, impegnato, pare, in queste ore a consultare la leadership talebana. Intanto la presenza armata statunitense che oggi in Afghanistan impiega circa 10.000 soldati (altri 3.000 sono i militari forniti dalle nazioni partner della Nato) sarà ridimensionata ulteriormente nei prossimi mesi fino a d arrivare a circa la metà entro la fine del 2015. Una decisione, paventata dal Presidente Obama, che in realtà ha suscitato le preoccupazioni del Presidente afghano Ashraf Ghani preoccupato dell’arrivo, con l’estate, della stagione più pericolosa.

La recrudescenza ciclica, nei mesi estivi, degli attacchi terroristici talebani metterebbe a dura prova infatti la capacità di risposta delle forze afghane in parte “orfane” dell’assistenza fornita dalla coalizione. Obama quindi starebbe valutando la possibilità di un rientro meno traumatico anche per evitare che possano crearsi parallelismi con l’Iraq dove la rapida rimozione delle forze nel 2011 ha fatto ripiombare di fatto il paese nella destabilizzazione e soprattutto si possano aprire quei vuoti utili alle infiltrazioni delle frange terroriste.

Monia Savioli

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In Libia c’è in gioco l’Europa

POLITICA di

La posizione ferma dell’ONU sul tentativo di mediazione lascia in sospeso questioni che troveranno risposta solo quando, in un modo o nell’altro si prenderà una seria iniziativa, qualunque essa sia. Non è pensabile un intervento fuori dall’ombrello dell’ONU ma è auspicabile che la faccenda si affronti a più livelli con un approccio integrato: che preveda proposte politiche e diplomatiche e sostegno diffusi, soluzioni regionali e nazionali (limitate all’area europea ed africana coinvolte) ed un’azione pragmatica nell’interesse della società libica.

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La crisi libica potrebbe essere un buon test per l’Europa, perchè è a livello europeo che dobbiamo affrontarla. È in gioco il modus operandi con cui l’Unione affronterà le emergenze ai suoi confini. L’Unione deve muoversi da Unione, compatta, anche se solo pochi Stati saranno attivamente coinvolti in una trattativa o in un’azione militare: quelli vicini per ragioni storiche o geografiche come Italia, Francia, Inghilterra e perfini Spagna e Germania. È un banco di prova a più livelli. L’Italia sarà sotto i riflettori, come lo sarà la nostra capacità politica e militare di reggere all’urto. D’altro canto il nostro compito ed il nostro merito sarà quello di tirare in ballo l’Europa e per farlo sarà necessaria una figura in grado di mediare sia all’interno che all’esterno (sempre che le tempistiche lo consentano). Il secondo livello è appunto europeo, qui sigioca la partita della fiducia tra Stati, cittadini, istituzioni comunitarie, la tenuta di una linea estera o di una solidarietà interna (non parliamo di politica estera perchè sembra essere troppo lontana ed inadeguata). O l’Europa agisce da Unione oppure è nuovamente a rischio non solola sua credibilità interna ma anche e soprattutto quella esterna, come hanno dimostrato in parte la crisi ucraina, l’embargo alla Russia, gli sbarchi dei migranti e perrestare in casa nostra la vicenda dei due fucilieri.

L’Europa sarà chiamata ad un impegno politico, diplomatico e militare. Quest’ultimo difficilmente avrà carattere di uma missione di peacekeeping, per il semplice fatto che non c’è alcuna pace da mantenere. Più probabilli saranno invece interventi di peace making e peace enforcing, il che significa prepararsi ad una guerra. Prima di queste soluzioni, che sono per loro stesso carattere non pacifiche anche se lo è il loro intento, il tentativo di mediazione non potrà che provenire dall’esterno. Attenzione andrà posta al ruolo per cui si proporrà l’Egitto. Attualmente al Sisi è molto attivo sul fronte libico per ragioni di sicurezza esterna ed interna (il suo è pur sempre un equilibrio instabile, che subirebbe forti sollecitazioni interne in caso di diffusione del clima fondamentalista). Gli Stati Africani potrebbero temere una crescita politica eccessiva del governo egiziano, già in passato offertosi come mediatore tra le diverse realtà islamiche e non.

È bene però che l’Europa trovi un accordo su un semplice punto, un dato di fatto: dobbiamo prepararci ad affrontare un futuro ricco di problematiche di vario genere di fronte al quale essere uniti sarà un vantaggio. Queste situaziini potranno essere un ottimo collante per l’Unione che, come tutte le unioni a carattere regionale ha dei confini ed è su questo che premeranno le future situazioni di instabilità. Le nazioni che rappresentano la cornice dell’area comunitaria e che saranno più esposte andranno sostenute politicamente, economicamente e militarmente. In questo quadro il ruolo anche simbolico di un intervento tedesco (il cui governo però sta agendo sul versante ucraino) sarebbe importante al fine di ricompattare la fiducia perduta tra gli Stati.

Se l’Europa non sarà in grado di fare questo, segnerà pesantemente il passo in un mondo che continuerà a correre e che rischia di travolgerla. Nel caso in specie l’esposizione maggiore è quella dei Paesi mediterranei, Italia in primis. Il problema che abbiamo in Libia è un problema arabo prima di tutto e poi internazionale capace di estendersi a tutto il nord Africa e, dato che l’antico Califfato inglobava anche la Spagna un coinvolgimento spagnolo sarebbe quanto meno auspicabile. Per ragioni storiche e culturali, perchè rappresenta un ponte tra due mondi. Allo stesso modo la Francia farebbe bene a proporsi attivamente sebbene per ragioni ovvie legate all’ultimo intervento, il governo francese come quello inglese farebbero meglio ad occupare una posizione di seconda fila rispetto ad una leadership sispera a guida italiana.

La risposta a questa emergenza deve essere europea, nel senso che sarebbe auspicabile che gli Stati europei prendessero l’iniziativa in ambito ONU. Qui si peserà la maturità delle istituzioni e l’adeguatezza dei suoi leaders. Non serve, come successo nel 2011 una concentrazione di fuoco sulla Libia ma una proposta politica che guidi questa nazione e per dimostrarsi all’altezza l’Europa dovrà fornire prima una prospettiva a se stessa.

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Francesco Danzi
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