Putin – Erdogan: il ruggito delle vecchie potenze

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Con l’accordo sul gasdotto Blue Stream, Putin formalizza il protagonismo della Turchia di Recep Tayyip Erdogan nella ribalta internazionale.

Avevamo detto South Stream? Abbiamo scherzato: Blue Stream è la risposta esatta! Putin mischia le carte, fa l’occhiolino a Erdogan e assieme calano la carta del gasdotto, l’altro. Con il rublo in caduta libera, mai peggio di così dal lontano 1998, e all’indomani dell’attuazione delle sanzioni inflitte dall’UE a Mosca per la questione Ucraina, i due leader formalizzano l’accordo nell’ultimo vertice tenuto ad Ankara. Formalmente, additando la malagestione degli appalti decisi dalla Bulgaria come motivo del blocco dei lavori, ma sostanzialmente perché il conflitto tra Russia e UE è entrato nella sua fase acuta. Mosca deve attuare contromisure rapide e decisive per controllare la situazione ed evitare il peggio.

Nell’area si ragiona in funzione di un nuovo gasdotto che si concluderebbe nel confine greco-turco, presenziando dunque il mercato europeo. Dalla televisione all news russa in lingua inglese, RT, apprendiamo che il volume del nuovo gasdotto sarà pari a 63 miliardi di metri cubi, dei quali 14 serviranno a soddisfare il mercato interno turco. Nel frattempo riceverà tre miliardi di metri cubi aggiuntivi, via Blue Stream, gasdotto con portata da 16 miliardi di metri cubi che corre sul fondale del Mar Nero, collegando la Russia meridionale alle coste settentrionali turche e controllato da Gazprom e Eni.

E’ in questa ulteriore prospettiva, quella della guerra del gas, dei giacimenti di oro blu nella zona del Mediterraneo orientale che Erdogan cerca di imporre il suo gioco, sotto le mentite spoglie dell’arbitro. Quella del numero uno turco non è una politica estera doppiogiochista con effetto sorpresa. E’ la nuova real politik condotta dal ministro degli esteri Ahmet Davutoglu riassunto nel motto Policy of Zero Problems with Our Neighbours. In tale scenario vanno inseriti tutti gli investimenti economici nell’intera area dei Balcani dai primi anni 2000. La Turchia esercita un’ influenza determinata e determinante nel panorama economico e culturale dei paesi balcanici. Bosnia, Albania e Kossovo, Serbia e Macedonia, vedono tra i principali attori delle proprie economie e commerci la Turchia. Fondi per la costruzione di atenei universitari e scuole sono stati destinati a questi paesi dal governo di Ankara. Facile accendere la tv a Tirana e trovarvi infinite puntate di soap opera turche che si susseguono nelle programmazioni. Esercitare la propria influenza tramite il metodo del soft power è quello che sta facendo la Turchia nei Balcani e nel Mediterraneo orientale.

L’accordo con Putin è solo un aspetto di questa rete di interessi dalla quale il leader turco vuole elevarsi a protagonista. L’altro occhio osserva da vicino lo sviluppo del corridoio paneuropeo numero 10, quello che dovrebbe collegare Istanbul-Sofia-Igumenitsa-Budapest-Monaco di Baviera. Affari nel cuore dell’Europa.

Nel frattempo, la discussione verte  sulla posiziona turca nella guerra a ISIS, i tentennamenti di Erdogan e il suo disincanto alla corsa verso l’accettazione occidentale del paese dell’Asia Minore. Che non riconosca il governo di Strasburgo lo sanno i suoi e il mondo intero, molto bene. Nonostante, a differenza di Putin, Erdogan deve spesso fare i conti con una opposizione interna strutturata, il suo carisma, le uscite decisive e quelle non  poco bislacche su diritti civili e storia moderna ( Le Americhe scoperte dai musulmani!), tutto questo fa da sponda al protagonismo del turco nei nuovi intrecci geopolitici, nella corsa alla riscoperta delle antiche aree di “naturale” influenza, nello scacchiere delle frontiere mobili.

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