La minaccia dell’Isis e il ruolo dell’Europa nel superamento dei conflitti mediorientali

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La minaccia alla pace e alla civiltà mondiale rappresentata dall’Isis richiede una risposta univoca coesa da una comunità internazionale che in questa sfida decisiva deve ritrovare le ragioni di solidarietà, vincendo antichi pregiudizi e reciproche interdizioni strumentali ad interessi economici e geopolitici.

L’Isis è il frutto avvelenato di errori e conflitti, il prodotto insidioso di ambiguità e doppiogiochismi tesi a ridefinire all’infinito le sfere di influenza nell’area mediorientale. Le guerre di “esportazione della democrazia” in Afghanistan, Iraq  e Libia hanno aggravato l’offensiva fondamentalista, anziché neutralizzarla e le stesse primavere arabe del 2011, suscitatrici di grandi speranze, hanno prodotto rinnovate condizioni di autoritarismo, anarchia, conflitto e barbarie.

L’approccio dell’Occidente alle crisi e alle turbolenze deve essere profondamente ripensato, quanto a modalità d’intervento, alleanze in loco, scelte di governance.    L’ISIS, ad esempio, raccoglie l’esasperazione sunnita, in Iraq, anche a seguito di eccessi delle milizie sciite nei confronti delle popolazioni sunnite che sono stati colpevolmente tollerati o non sufficientemente contrastati, né dalle forze angloamericane che avevano occupato l’Iraq, né dai governanti che si sono insediati a seguito di quell’invasione.

La frustrazione e la penalizzazione subite in Iraq dall’etnia sunnita e l’emarginazione delle caste burocratico-militari baathiste – anch’esse sunnite – dopo la caduta di Saddam hanno prodotto questo formidabile centro di polarizzazione dell’estremismo islamico che è l’Isis.  Quest’ultimo, qualificandosi come “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, ha rispolverato l’antico mito del Califfato, richiamo formidabile per tutte le nostalgie imperialistiche ancora annidate in alcuni settori della civiltà islamica, ma soprattutto per quelle giovani generazioni del Medio Oriente deluse ed esasperate da regimi autoritari e logori, troppo sordi alle loro istanze.

Ma la suggestione del Califfato ha contagiato anche altri giovani, anch’essi musulmani, che però vivono nei paesi occidentali, nauseati dai valori del consumismo e della ricchezza dai quali si sentono schiacciati ed esclusi, a causa della disoccupazione e delle troppo ampie diseguaglianze economiche e sociali.    Per questo l’Isis rappresenta, oltre che una minaccia militare e una feroce aggressione ai più elementari principi di civiltà – pensiamo alle decapitazioni, ai sequestri, alle lapidazioni – un monito per le nazioni, per i vecchi e nuovi regimi arabi e mediorientali, per le insufficienti politiche di integrazione e di mobilità sociale delle stesse società occidentali.    E mette definitivamente in crisi la teorizzazione dell’esportazione manu militari della democrazia, l’illusione retorica e astratta di ottenere dai popoli oppressi dalle dittature il consenso verso la “propria” democrazia, attraverso l’intervento bellico, oppure armando i ribelli contrapposti ai vecchi dittatori, senza approfondire l’autentica vocazione politica di costoro, né la loro idoneità, nei casi in cui un’inclinazione democratica effettivamente sussista, ad assumere la guida della ribellione, senza lasciarsi soverchiare dalle avanguardie del fondamentalismo più autoritario ed intollerante.   Proprio questo è accaduto in Siria e in Libia.   La comunità occidentale, in larga misura, ha sostenuto le ribellioni, confidando negli ambienti moderati che sembravano assurgere ad un ruolo di leadership, mentre, in corso d’opera, si sono poi rafforzate le fazioni estreme che ora innescano la destabilizzazione e il caos.

L’Isis è il salto di qualità di quel terrorismo che si annidava nelle caverne afgane e attizzava l’odio antiamericano e antioccidentale, eccitando il fanatismo degli adepti attraverso terribili attentati come quello dell’11 settembre.   Si registra ora una fase più avanzata:  l’offensiva ha un esercito e controlla porzioni di territorio – e di giacimenti petroliferi – in Siria e in Iraq,  rivendicando l’eredità del Califfato e minacciando così la sopravvivenza di regimi logorati dall’autoritarismo, dai privilegi, dall’incapacità di ascolto dei rispettivi popoli.     Il conflitto, così come ormai si configura, sembra precludere la possibilità di uno sforzo di natura diplomatica. A  questo punto la risposta all’Isis potrà essere soltanto, purtroppo, di natura militare.   Ma evitando gli errori del passato.

Non dovrà apparire, anzi non dovrà essere una guerra dell’Occidente contro fazioni islamiche radicali,  questa è innanzitutto una guerra tra musulmani.  Perché Isis minaccia e aggredisce, prima di ogni altro, le componenti islamiche che non si riconoscano nella sua offensiva e nei suoi propositi, che non si uniscano alla sua lotta.  Già in questa fase l’Isis è combattuto dai peshmerga curdi, dalle milizie sciite legate al regime iraniano, dall’esercito turco – pur con alcune ambiguità legate alla questione curda – , da quello che resta dell’esercito del governo di Baghdad – a guida sciita –, dalle forze siriane ancora fedeli al regime di Assad  (a conduzione sciita allawita) e rappresenta una minaccia mortale anche per i moderati sunniti iracheni.    L’azione di contrasto da parte di queste entità musulmane mediorientali potrà essere supportata dalle nazioni occidentali, già 3100 uomini sono stati mandati dal governo Usa in territorio iracheno e curdo, con compiti di addestramento e supporto strategico ai peshmerga curdi.   Coscienze irriducibilmente ostili alla violenza e all’uso delle armi, come quella di chi scrive, non possono non avvertire profondo disagio e turbamento rilevando l’ineluttabilità, allo stato, di un conflitto militare.

Ma non credo sia possibile per gli attori internazionali istituzionali immaginare alcun tipo di interlocuzione con Al Baghdadi e i suoi.    Deve essere chiaro tuttavia che, una volta scampato il pericolo Isis, se così sarà, lo scenario dell’area non potrà più essere quello di prima.  Altrimenti il fondamentalismo aggressivo si riprodurrà ancora e in forme sempre più devastanti e destabilizzanti.    E’ necessaria una spinta all’apertura di spazi di libertà e di democrazia da parte dei paesi arabi, uno sforzo di conciliazione tra le diverse confessioni religiose, una più efficace tutela delle minoranze, un rinnovamento reale nello spirito della pacifica coesistenza e nella valorizzazione delle energie popolari che, invocando libertà, avevano promosso quelle primavere arabe dagli sbocchi, purtroppo, in larga misura, ingloriosi !

E’ su questa fase del  “dopo Isis” che l’Europa dovrebbe svolgere un ruolo significativo, come entità politica sovranazionale dotata di una propria politica estera e di un legame antico e profondo, per ragioni storiche e geografiche, con i popoli arabi e mediterranei.

Ora l’Europa integrata, l’Europa dei diritti, tollerante e democratica, scevra di ambizioni coloniali e non più lacerata dai conflitti per la supremazia interna, potrebbe veramente rendersi promotrice di una conferenza per la pace, senza doppie finalità o segreti tornaconti.    Coadiuvando le diverse posizioni nella ricerca delle ragioni di coesistenza pacifica e di cooperazione e di nuovi modelli ordinamentali e costituzionali, attraverso riforme progressive, senza ribellioni violente e guerre civili dalle quali sovente emergono le componenti peggiori (vedi Afghanistan, Siria, Iraq e Libia).    Mediando tra gli Stati Uniti e l’Iran – la “strana coppia” di alleati di fatto, a questo punto, nel conflitto con Isis – sulla questione nucleare, dopo che una porta è rimasta aperta, a seguito dei negoziati di Vienna, conclusi  a fine novembre con un ulteriore rinvio.   L’Europa dovrà, in particolare, fare uso della sua influenza per:

1)     attenuare le diffidenze ancora sensibili tra il regime sciita di Teheran e l’Arabia Saudita, roccaforte dei sunniti, per il superamento del millenario conflitto tra le due maggiori confessioni dell’Islam;

2)    tornare a insistere per il superamento delle rigidità che ancora ostano alla creazione dello stato palestinese, in condizioni di pacifica coesistenza con Israele;

3)    prospettare alla Turchia ipotesi risolutive e distensive rispetto alla questione curda, ossessione delle classi dirigenti di quel paese, che rende oggi le stesse ambigue e incerte nell’azione di contrasto dell’Isis.   Se la Turchia vuole essere realmente quell’avamposto della democrazia in Medio Oriente che ritiene di essere, deve innanzitutto rispettare la cospicua minoranza curda al suo interno, accordando quelle tutele e quelle autonomie amministrative che si rendano necessarie;

4)    spingere il regime siriano a riattivare il processo di riforme timidamente iniziate nel 2011 e  avviare la transizione alla democrazia;

5)     concorrere alla riconciliazione tra sunniti e sciiti in Iraq, anche in questo caso favorendo una legislazione che tuteli le minoranze.

6)    far valere la sua influenza sul nord Africa, soprattutto per ristabilire l’ordine, la legalità e la    governabilità in Libia.

Su questi temi la politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea, confrontandosi nelle sedi diplomatiche bilaterali e multilaterali, dovrà dimostrare veramente di esistere e  di essere molto di più di una pomposa e solenne espressione letterale, come vorrebbero coloro che all’ideale europeo non hanno mai creduto.

 

Alessandro Forlani

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