Il convegno “La responsabilità delle nazioni nella difesa della civiltà contro la sfida dell’Isis” tra analisi storico-politiche e modi di ricomposizione della crisi in Medio Oriente

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Martedì 25 novembre, presso Palazzo Marini a Roma, si è tenuto il dibattito sugli ultimi eventi susseguitisi in Siria e Iraq. Dopo le introduzioni di Alessandro Conte e Alessandro Forlani, si sono espressi in merito Gianluca Ansalone, Dario Rivolta, Andrew Spannaus, Andrea Manciulli, Carlo Panella e Gian Micalessin. Il dibattito è stato diretto da Paolo Messa

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Molte voci e diverse prospettive storico-politiche quelle emerse nel corso del convegno “La responsabilità delle nazioni nella difesa della civiltà contro la sfida dell’Isis”, svoltosi martedì 25 novembre, presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini (Camera dei Deputati), alle ore 17. Ad aprire i lavori è stato Alessandro Conte, Presidente del Centro Studi Roma 3000, ente organizzatore dell’evento, mentre ad introdurre il dibattito è stato Alessandro Forlani, Presidente della Commissione Studi Geopolitica della medesima associazione. A moderare gli interventi, Paolo Messa, giornalista e Direttore di Air Press.

Nell’illustrare i temi del convegno, Forlani ha affermato che “l’Isis è un fenomeno diverso rispetto ad al Qaeda e ad altri tipi di terrorismo che conosciamo. È una sorta di esercito regolare, che affronta altri eserciti e conquista territori di stati già costituiti, magari logorati al loro interno, come Siria ed Iraq. È un’avanzata che mette a repentaglio gli altri stati del Medio Oriente: Arabia Saudita, Turchia, Iran, nemici negli ultimi anni, ma oggi accomunati da questo grande fenomeno. Pure la stessa Arabia Saudita di estrazione sunnita”. E, proprio questo fattore contingente, potrebbe portare “alla creazione di una grande coalizione internazionale. In questa ottica, Stati Uniti e Iran saranno costretti a trovare un motivo di distensione, così come la Turchia con la popolazione curda”.

Proprio sul ruolo cruciale dei curdi nel conflitto siriano contro l’Isis, è intervenuto Dario Rivolta, analista di politica internazionale già Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati: “Oggi i curdi più organizzati a livello statuale sono quelli che abitano nella regione autonoma irachena. Dal punto di vista militare, i guerriglieri provenienti da questo territorio, i Peshmerga, hanno come arma in più il forte spirito patriottico. Ma, di contro, non hanno una lunga esperienza di combattimenti in campo aperto”. Questa popolazione, protagonista della battaglia in corso a Kobane, è avversa dai quattro stati che la ospitano: “Turchia, Iran e Siria temono l’esodo dei tanti milioni di curdi presenti nei loro territori. L’Iraq, invece, non vuole perdere i giacimenti di gas e petrolio presenti nel Kurdistan iracheno”.

Per spiegare il successo dell’Isis, che mira alla restaurazione del Califfato, Gianluca Ansalone, docente di Geopolitica presso Sioi, ha analizzato quali sono le differenze rispetto al passato: “Questa organizzazione è post terroristica perché ha trasformato il presidio militare in presidio territoriale”. Il suo successo “è dovuto a tre fattori. Il primo è contingente, ovvero la guerra in Siria. Il secondo è storico: gli Usa hanno fatto l’errore di ritirare le truppe dall’Iraq e ora stanno pensando di ritornare. Il terzo, quello più importante, è strutturale. Le frontiere africane e mediorientali sono artifici non più in grado di resistere. Per contenere l’Isis – prosegue -, occorre fare leva su alcune circostanze: risolvere il conflitto siriano; portare a termine, in breve tempo, le operazioni militari contro l’Isis; tagliare i fondi da cui attinge; comprendere e guidare questo processo politico di ricomposizione. Per fare ciò, noi possiamo fare leva sui tre stati che non sono un’invenzione della storia: Turchia, Arabia Saudita e Iran”.

Le scelte degli Stati Uniti in Medio Oriente saranno dunque cruciali, come spiegato da Andrew Spannaus, analista internazione e Direttore di Transatlantico.info: “Obama sa che deve cambiare strategia rispetto alla politica di ‘regime change’ che ha contraddistinto gli Usa dal 2001, ma non riesce a farlo. Ritengo che ci sia bisogno di un ‘realignment’ con alcuni ex nemici come Siria e Iran”. L’attuale intervento aereo in Siria, d’altro canto, appare come un temporeggiare prima di decidere cosa fare: “Adesso, gli Stati Uniti non stanno davvero facendo la guerra contro l’Isis, dato che ci sono stati solo dai cinque ai sette attacchi al giorno. Nel 2003, in Iraq, erano invece 800”. Proprio questa situazione, sembra confermare la strategia dell’attuale Amministrazione democratica, ovvero quella del ‘no boots on the ground’: “Obama – spiega il giornalista statunitense – non ha alcuna intenzione di inviare soldati per iniziare un’offensiva via terra perché questo è ciò che il popolo americano non vuole. Il conflitto contro l’Isis, secondo Washington, non è l’occasione di rovesciare Assad. Questo sta facendo arrabbiare gran parte dell’establishment statunitense: i neocon e gli interventisti progressisti, come il consigliere per la Sicurezza Nazionale Susan Rice e l’ambasciatore dell’Onu Samantha Power”. Tuttavia, dato che “all’Isis conviene avere l’immagine degli Usa come nemico, occorrerebbe che l’Occidente collaborasse con gli altri stati della zona”.

Ma quali sono le ragioni che hanno portato l’Isis a prendere campo in Siria? A spiegarlo, è il reporter di guerra de “Il Giornale” Gian Micalessin: “Nel 2004 e 2005, con la connivenza dei servizi segreti siriani, dal confine con l’Iraq passavano tutti i gruppi jihadisti che andavano a farsi esplodere in Iraq. Adesso, stiamo assistendo esattamente allo stesso flusso, solamente invertito. Le cellule jihadiste, addestrate dalle spie siriane per contrastare gli americani, sono diventate il nemico degli stessi maestri siriani”. Secondo il cronista, la strategia di lotta al Califfato dovrebbe prendere spunto da quanto accaduto in Iraq dal 2007 al 2009: “Al Zarqawi fu sconfitto in due anni dal generale Petraeus con una politica molto semplice, che sarebbe opportuno applicare oggi contro l’Isis: semplicemente, reintegrò nel tessuto politico, sociale ed economico dell’Iraq quei sunniti che nel 2003 ne erano stati brutalmente estromessi. Petraeus arrivò nel 2007 e nel 2009 la questione era risolta”. Ma è qui che gli americani hanno commesso l’errore di rimuovere il Generale statunitense, dimenticandosi di fatto “ questa politica, con l’Iraq lasciato nelle mani di al Maliki, che faceva gli interessi di una parte della classe dirigente iraniana. Quando al Maliki è stato lasciato libero di arrestare, emarginare, condannare, mettere in carcere i capi delle tribù sunnite, è rinata al Qaeda ed è nato l’Isis”.

L’immobilismo e le scelte sbagliate con gli stati arabo-islamici non sono colpe da attribuire “solo agli Stati Uniti – spiega nel suo intervento Andrea Manciulli, Presidente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare Nato -. Anche l’Europa stessa ha grandi responsabilità. In un quadro non facile di crisi economica che sta investendo questo continente, l’errore è stato il non essersi occupato abbastanza, a suo tempo, del post Primavere Arabe”. Questo ha consentito che non ci fosse il necessario interesse verso “la trasformazione in corso nel mondo qaedista. In seno al terrorismo islamico, si è aperto un dibattito interno. Due sono le scuole di pensiero emerse. Quella più tradizionale, che intende riservare una particolare attenzione al mondo africano e indiano. Quella che teorizza l’intervento tripartito, cioè la creazione di uno stato islamico, l’organizzazione in lupi solitarie e non in cellule, l’occupazione di zone di non-governo”.

In controtendenza, rispetto alla strategia di coinvolgimento dell’Iran da parte dell’Occidente, è stato il contributo dell’editorialista de “Il Foglio” Carlo Panella: “Io dico che non possiamo fare l’accordo con gli iraniani perché al potere c’è chi ha fatto la rivoluzione sciita e che tale rivoluzione vuole esportare. Essi hanno inventato una nuova strategia politica: la rivoluzione esportata attraverso la deterrenza. Gli iraniani hanno elaborato il piano della bomba atomica, che possiedono dal 2003, e lo usano per esportare la loro rivoluzione. Tale strategia politica, non contrastata da nessuno, funziona perché hanno esportato il loro confine d’influenza al Libano, alla Siria e si accingono ad essere determinanti anche nello Yemen”. A fronte di questa situazione, il giornalista indica una possibile soluzione: “Bisogna tornare a Condoleezza Rice, la quale aveva idealizzato la teoria del ‘containment’, ovvero costruire contro l’espansionismo rivoluzionario dell’Iran una trincea composta dagli altri paesi arabo-islamici. Questo va fatto non andando noi a combattere in Iraq e Siria, ma coinvolgendo gli unici due stati di cui possiamo fidarci in Medio Oriente: Israele e Kurdistan” conclude.

Giacomo Pratali

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