GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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novembre 2014

Montecitorio: Casini incontra il Presidente dell’Assemblea Nazionale dello Stato del Kuwait

EUROPA/Medio oriente – Africa di

I due hanno parlato del legame di amicizia che lega i Paesi e hanno discusso sulla minaccia globale del terrorismo. Comune visione sulla modalità di lotta all’Isis in Medio Oriente: auspicata un’azione non solo militare, ma anche culturale ed educativa

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Giovedì 27 novembre, presso Palazzo Montecitorio a Roma, Pier Ferdinando Casini, Presidente Commissione Affari Esteri del Senato e Presidente onorario dell’Unione Interparlamentare (UIP), ha incontrato Marzouq Alì al Ghanim, Presidente dell’Assemblea Nazionale dello Stato del Kuwait. Oltre alle delegazioni parlamentari dei due Paesi, l’ambasciatore kuwatiano in Italia Sheikh Ali Khaled al Jaber.

I temi principali della discussione sono stati la minaccia del terrorismo e la radicalizzazione del conflitto in Siria e Iraq per mano dell’Isis. Durante l’incontro, al Ghanim ha ravvisato la necessità di una comune azione in Medio Oriente con i partner occidentali nella lotta al Califfato. Casini, invece, oltre a ricordare “il grande legame di amicizia che unisce Italia e Kuwait, che risale ai tempi della Prima Guerra del Golfo” e si è dimostrando concorde sugli strumenti da utilizzare nella battaglia contro il radicalismo islamico: “Non basta l’azione militare, ma serve un’importante azione sul piano culturale ed educativo”, ha affermato l’ex Presidente della Camera dei Deputati.

Giacomo Pratali

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REPORT: Lo stato islamico come minaccia alla civiltà’; evoluzione, reclutamento ed utilizzo dei media

INNOVAZIONE/Varie di

 

Alcuni elementi dello Stato Islamico. 

Da gruppo armato ad impresa, da localizzata minaccia a pericolo internazionale, l’ISIS ha conosciuto un interessante progresso. Secondo alcuni rappresenta un’evoluzione di organizzazioni come al Qaeda (opinione condivisibile dal punto di vista della modifica del percorso personale di alcuni dei suoi membri inizialmente affiliati a Bin Laden), secondo altri un fenomeno distinto (vero e ragionevole nella vision strategica e tattica, nella composizione e condotta delle operazioni, nella sua nascita e sviluppo di tecniche ed ideologie che lo differenziava da al Qaeda già quando i suoi leader combattevano all’interno del gruppo di al Qaeda in Iraq AQI).

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Veterano delle guerre seguite all’intervento militare americano in Iraq il gruppo ha proseguito lungo una traiettoria che lo ha portato a scontrarsi con altri gruppi integralisti fino a prendere una strada propria (anche a causa di una politica miope dell’allora governo al Maliki), inizialmente per combattere il regime di Assad in Siria e poi per il proprio fine politico. E’ stato a questo punto che ha iniziato a considerarsi un’entità diversa e separata, perseguendo propri obiettivi. Economicamente, militarmente, socialmente, politicamente e mediaticamente rappresenta a tutti gli effetti un business per i suoi leader (più di quanto non lo fosse al Qaeda per Bin Laden), che oggi non disdegnano di coinvolgere fra le giustificate vittime a servizio della causa islamica anche fedeli musulmani. Rappresenta, prima che una minaccia per l’occidente (un mantra nel mondo del fondamentalismo che spesso è fine a se stesso, un forte fattore coagulante che in molti casi serve a nascondere le atrocità che si commettono nel suo nome) una minaccia per i territori in cui agisce. Mira ad una conquista diretta a guadagnare territorio senza alcun tipo di compromesso, diversamente dal gruppo al Nusra (un tempo suo alleato sul fronte siriano) che preferisce un approccio più votato alla mediazione territoriale. Alcune differenze tra la politica seguita dall’ISIS e gli altri gruppi salafiti (che ne hanno causato la separazione ideologica e sul campo) risiedono nelle metodologie di conduzione della guerra sotto un punto di vista politico e militare come le tempistiche di conversione dei territori, nelle basi ideologiche dell’infedeltà al dio Maometto, nell’accettazione della violenza e della pena di morte. Lo Stato Islamico si è trasformato da movimento terrorista ad organizzazione finanziaria in grado di sviluppare un business di oltre 2 milioni al giorno, rivelandosi una vera e propria macchina governativa che ha tra le sue fonti d’introito in pieno stile medioevale saccheggi, estorsioni, commercio di petrolio e donazioni. La fonte primaria resta però il petrolio. Controllando numerosi stabilimenti di estrazione e raffinerie, l’ISIS fa dell’oro nero un utile alleato nel finanziamento sia dei combattenti sia degli agglomerati sociali che va conquistando. Organizzato su base territoriale con corti, polizie e province realizza un vero e proprio modello di stato sociale esigendo tributi ed occupandosi del sostentamento delle famiglie dei soldati, comprando armi e munizioni e raccogliendo attraverso il reclutamento anche estero le competenze necessarie a mantenere la macchina governativa.

E’ pur vero che l’odierno ISIS può usufruire di una serie di esperienze pratiche sul territorio che derivano dalle diverse provenienze dei membri che lo compongono, soprattutto quelle derivanti dallo smembramento dell’esercito iracheno, che hanno permesso a questo fenomeno di esplodere in maniera così evidente. Le componenti dell’esercito dell’ISIS sono infatti un miscuglio di combattenti ed agenti provenienti dalla polizia, ex militari, ex membri dei servizi e sono, proprio come in un regolare esercito, divisi tra ufficiali e truppa. D’altro canto l’esercito dello Stato Islamico, evolutosi sia grazie alle vittorie sul terreno riportate contro le forze governative sia  grazie a quelle riportate contro le altre organizzazioni fondamentaliste, si costituisce come una compagine all’esterno apparentemente compatta, all’interno ricca di complessità e sfaccettature. I suoi membri, prima ancora che occidentali convertiti, simpatizzanti o musulmani, sembrano avere in comune il desiderio di qualcosa di diverso dal modello governativo in cui sono cresciuti e che spesso non è chiaro nemmeno nelle loro menti (ne è la prova il fatto che alcuni, una volta avuta coscienza della scommessa fatta desiderino rimpatriare). La macchina di propaganda elaborata dall’ISIS permette di vendere all’esterno una seducente ed efficiente immagine dello stesso. Il fenomeno migratorio di occidentali arricchisce le fila dell’esercito islamico, e di questo ne sono ben consapevoli i suoi comandanti: dall’estero infatti giungono soggetti con provenienza culturale diversa ed un grado d’istruzione sicuramente più elevato della media dei combattenti locali. Questo permette di selezionare una classe nuova, con competenze, cui spesso vengono affidati ruoli anche abbastanza delicati: dal reclutamento all’addestramento alle cariche ministeriali piuttosto che di governo sul territorio, tutto è gerarchicamente e severamente regolato e gestito. Dal reclutamento di chi si sente emarginato o si auto emargina (una delle motivazioni che spingono i cosiddetti foreign fighters ad abbracciare la causa del Califfato) e quindi grazie all’indottrinamento fai da te piuttosto che ad una conversione classica costruisce un immaginario più o meno reale di quello che lo aspetterà, a chi semplicemente ritiene che la condotta militare sia la vera via di ogni degno musulmano e che quindi naturalmente prefigura per sé una condotta di stampo fondamentalista. Questa conversione a distanza frutto dell’utilizzo massiccio dei media, crea giusti timori e perplessità alle forze dell’ordine che sono chiamate ad intervenire, poichè svela la mancanza di controllo e gestione da parte dello Stato Islamico che in alcuni casi si nasconde dietro il percorso personale del futuro soldato di Allah. Mentre infatti la configurazione di al Qaeda – che non a caso significa la Base, la Regola – era per alcuni aspetti rudimentale (anche perchè costituiva il primo serio passo verso la nascita di un califfato) ma sviluppata su una struttura rigida e controllata, con un centro di comando e varie postazioni logistiche nel mondo, ora si prospetta un rapporto differente tra l'”esterno” e l'”interno” del nuovo Califfato. La rete di decine di stati che costituivano il brodo di coltura della classe di combattenti che avevano in Bin Laden la loro guida, aveva la caratteristica classica di un’organizzazione solida e ramificata, dai cui centri di Londra, Ginevra, New York e non solo venivano gestite le operazioni sul territorio finalizzate alla creazione di cellule dormienti, arruolamento per l’indottrinamento e l’invio in campi di addestramento. La presenza fisica del reclutatore piuttosto che del curatore d’affari era un aspetto importantissimo che doveva necessariamente essere condotto sul territorio, quasi come si trattasse di un processo di selezione (come in effetti era) in cui la presenza di un “uomo” dell’organizzazione era indispensabile. Poco insomma veniva lasciato alla fantasia. Questo è vero anche perchè Bin Laden conduceva le sue attività inizialmente non dall’Afghanistan e quando ci si è stabilito era nell’impossibilità oggettiva di organizzare un esercito ed una comunità esposti e pronti a sfidare apertamente i nemici dell’Islam radicale. Al Qaeda, insomma, resta un’importante step ma al contempo era confinato nella sua condizione di gruppo terroristico che non era riuscito a fare quel salto di qualità che invece si rileva nell’ISIS. L’asimmetria con cui combatte l’ISIS (e che si riconosce più al di fuori dei confini stabiliti da al Baghdadi soprattutto nella figura dei cosiddetti lupi solitari, soggetti che agiscono in maniera autonoma) è invece, a suo modo, più arbitraria e quindi più pericolosa. Al di fuori delle aree controllate dalle formazioni dello Stato Islamico (anche qui andrebbe considerata l’estrema dispersione del territorio al centro degli scontri, in buona parte desertico, privo di centri urbani) continua a regnare un caos più o meno regolamentato.

L’afflusso massiccio avvenuto in questi ultimi tempi, le direzioni di provenienza dei combattenti stranieri e le modalità di azione dello Stato Islamico svelano una nuova caratteristica che oggi incorpora l’ISIS (un domani sarà sicuramente parte integrante di qualunque altro movimento fondamentalista) di cui invece al Qaeda non poteva godere o disporre in queste forme. Oggi l’ISIS non deve obbligatoriamente andare nel mondo attraverso soggetti fisici per acquistare legittimazione, seppur il reclutamento continui a costituire un fenomeno importante. Può agire direttamente da casa aspettando che, per l’incuria di alcuni governi o per meriti dei reclutatori, le nuove reclute si uniscano ai ranghi di combattenti quasi come se si trattasse di un semplice ritorno a casa. Il Califfato anche nella sua dimensione spaziale e geografica più o meno circoscritta dai confini dei territori sotto il controllo dell’ISIS, rappresenta un richiamo ben definito che non ha bisogno di esporsi ma che deve solo attendere che nuovi membri giungano.

Inoltre, sebbene il proselitismo sembri non essere più così diffuso attraverso i canali classici cui ci aveva abituati Bin Laden come le moschee, resta ancora molto attivo il canale delle carceri. Sicuramente, però, a perdere il controllo dell’odierno Stato Islamico non sono stati solo i governi che ne hanno appoggiato le operazioni (alcuni sostengono che finanziamenti governativi siano giunti da Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) quanto alcuni leader che in passato avevano svolto ruoli importanti di mediazione e che ora ne denunciano la condotta in maniera aperta. E’ vero, però, che mai come oggi il sistema che rende così appetibile l’aggregarsi di giovani attorno all’ideale di al Baghdadi ha una diffusione vasta al punto da poter fare a meno di un così massiccio uso della figura del reclutatore. Il ruolo dei lupi solitari in questo campo ha una valenza che supera quella del semplice potenziale attentatore. Essi svolgono più ruoli che direttamente o indirettamente ne rendono l’ISIS beneficiario. Prima di tutto descrivono un simbolo ed un sintomo di come il messaggio messianico riesca ad arrivare e ad avere presa anche oltre oceano. In questo essi rappresentano sia un’arma al servizio della causa, sia un metro di paragone nell’evoluzione dello stesso fuori dal califfato.

Possiamo quindi evidenziare alcuni punti importanti a partire proprio dalla situazione politica ed etnica, dalla debolezza del governo al Maliki oltre che la disillusione portata prima dall’intervento americano nelle operazioni contro Bin Laden e Saddam Hussein e poi dalla sua graduale ritirata, che ha permesso all’organizzazione di al Baghdadi di fomentare scontri interetnici al fine di creare disgregazione sociale e sfruttare l’acuirsi delle rivalità settarie. Inseritisi in quest’amalgama hanno adottato una politica di compromesso a livello locale in cui, sebbene sia chiaro l’intento omicida di ognuno dei suoi componenti, la loro abilità di offrire servizi sociali alla popolazione e di garantirne la continuità li rende un’alternativa migliore ai governi che si sono succeduti in questi ultimi anni. Ancora, la metamorfosi della struttura di al Baghdadi e il distaccamento dall’originaria visione caratterizzata da percorsi paralleli tra al Qaeda ed al Qaeda in Iraq (AQI) è un sodalizio che si è spezzato per due ragioni: il cambio di politica seguito al cambio dei leader interni; le continue vittorie riportate contro gli attuali rivali sul fronte interno. Questo ha causato: un cambio di rotta politica e militare, di gestione interna ed esterna; un riposizionamento sul campo di una forza alleata inizialmente con gruppi siriani di opposizione al regime Asad (al Nusra) ed ora intenzionata alla conquista e sottomissione di tutti i territori appartenenti ai vecchi califfati.

 

Internet come chiave di lettura del proselitismo e dell’adesione alla causa dell’Isis e del Califfato in Italia

Il fenomeno del reclutamento di cittadini occidentali da parte dell’Isis ora, di al Qaeda prima e di cellule a loro collegate è piuttosto complesso e di lunga durata. Per quanto concerne il caso italiano, la parola chiave per capire questo processo è “internet”. La massimizzazione del suo utilizzo nel corso degli ultimi anni, soprattutto attraverso i social network, ha provocato una sorta di corto circuito, diventando primaria rispetto all’opera di proselitismo che avviene nelle moschee e nei centri religiosi islamici presenti nel nostro Paese.

Secondo i dati riportati dal ministro degli Interni Alfano a fine agosto 2014, gli italiani reclutati dall’Isis per la Guerra in Siria sarebbero molte decine, mentre coloro che sono già rientrati per curare la base logistica in Italia sarebbero circa 200. Un fenomeno circoscritto, soprattutto se guardiamo il primo dato e lo confrontiamo con i numeri, nell’ordine delle migliaia, del resto d’Europa. Ma il punto, che si tratti di italiani o di immigrati di seconda generazione, è la tecnica e il linguaggio utilizzati non solo per la conversione all’Islam, ma per l’appoggio incondizionato alla Sharia.

Il reclutamento attraverso internet è fatto attraverso la manipolazione psicologica dell’individuo. Una manipolazione che tocca non tutti, ma in particolar modo quelle persone ai margini del contesto sociale in cui vivono: parliamo, pertanto, di chi è più vulnerabile. E per sfruttare ciò, i contenuti ad alto tasso di violenza (video di esecuzioni o trailer di videogiochi) vengono fatti circolare in modo ripetitivo, creando un loop con coloro che siedono davanti al pc. Questo permette di creare un processo d’identificazione e una reazione emotiva che, paradossalmente, porta a simpatizzare con il cattivo. È un processo che in psicologia viene definito di “regressione”: il nemico da combattere divengono così gli Stati Uniti e l’Occidente.

Diversi sono stati i casi di italiani o italiani seconda generazione che hanno deciso di arruolarsi tra le fila di al Qaeda prima e dell’Isis poi, o che più semplicemente condividono gli ideali e i metodi violenti perpetrati dai combattenti in Siria e Iraq. Nel libro di Lorenzo Vidino, “Il jihadismo autoctono in Italia”, ed. Ispi, si distinguono due fasi di questo proselitismo. La prima, negli anni ’90, quando nel nostro Paese si assiste ad un fervente attivismo e Milano diventa il punto di partenza per la Guerra Santa nella ex Jugoslavia, soprattutto Bosnia, e in altri paesi. La seconda, invece, è databile ai primi anni 2000 e vede una situazione più tranquilla rispetto ad altre realtà europee: infatti, malgrado un evento spartiacque come l’11 settembre, la scarsa presenza di quartieri ghetto sfavorisce la nascita di cellule organizzate.

Le due fasi raccontate da Vidino hanno come protagoniste soprattutto al Qaeda che, tra fine anni ’90 e inizio millennio, raggiunge il suo apice organizzativo a livello mondiale. La terza fase, quella contemporanea, vede la nascita di un altro soggetto l’Isis e due prospettive geopolitiche che, attraverso la propaganda sui social network citata prima, divengono dirompenti: la guerra in Siria e la costituzione del Califfato in Iraq.

Tra i casi di italiani che hanno scelto la causa della Guerra Santa, quello più famoso riguarda Giuliano Del Nevo. Arruolatosi per sei mesi tra i ribelli siriani, nell’estate 2013 si perdono le sue tracce. Attraverso una ostinata ricerca del corpo e dei suoi oggetti da parte della madre, vengono alla luce un diario (l’originale è nelle mani della Procura di Genova) e le testimonianze dei colleghi del figlio. Negli scritti di Ibrahim (il nome dopo la conversione), si fa parla di un netto contrasto tra la suggestione della guerra e della lotta in nome di Allah e la crudeltà della realtà sul campo. Ma quello che più avvicilisce Giuliano è il fatto che, come in Occidente, anche nella jihad c’è disparità: infatti, mentre la maggior parte dei combattenti resta sul terreno di battaglia, i capi rimangono al sicuro in albergo.

La presunta morte di Del Nevo per mano di un cecchino viene raccontata dalla madre, dopo aver raccolto le testimonianze di alcuni suoi amici jihadisti: “Un cecchino si divertiva a ferire e ad infierire sulle vittime. Mio figlio, stanco di vedere un suo compagno ridotto in fin di vita, è uscito a soccorrerlo ed è rimasto ferito. Dopo, è stato ricoverato in ospedale e adesso è morto o si trova in una delle prigioni di Assad”.

Del Nevo, convertitosi anni fa all’Islam, è diventato protagonista diretto della jihad, sposando la causa dei ribelli siriani. Ma ci sono altri italiani, convertiti a loro volta, che restano nel nostro Paese, pur simpatizzando, in alcune occasioni, con il Califfato iracheno. Stefano Porcelli, dipendente della Regione Lazio, musulmano dal 1990, minimizza l’immagine dell’Isis dipinta dai media occidentali e azzarda un originale paragone storico: “Non bisogna avere paura dell’Isis perché un movimento di liberazione dalla dittatura sanguinaria in Siria, che si è naturalmente propagato in Italia e in Europa. È un movimento paragonabile a quello della Resistenza che ha liberato il nostro Paese dal fascismo”.

Ancora più forti sono le parole di Livio Umar Tomasini, friulano convertitosi cinque anni fa dopo un viaggio ad Istanbul: “La vittoria del Califfato è solo questione di tempo. Noi credenti abbiamo il dovere di consolidarlo. Per quanto riguarda i crimini, è normale che in guerra avvengano massacri, ma la propaganda occidentale li esaspera”.

Queste frasi cariche di esasperazione, rivelano un problema dell’islamismo in Italia. L’ambiguità di fondo tra i contrari ala deriva fondamentalista e alle violenze e chi simpatizza o addirittura si arruola nella jihad. Questo aspetto viene sollevato in maniera lucida nell’articolo “Il califfo italiano”, di Cristina Giudici, apparso su “Il Foglio” il 2 novembre 2014. L’analisi proposta, infatti, rivela che esistono due galassie parallele: la prima, quella delle moschee e dei centri ufficiali di preghiera; la seconda, quello delle moschee abusive, soprattutto di matrice salafita, moltiplicatesi in maniera esponenziale negli ultimi tre anni.

Nel corso dell’articolo, vengono citati i distinguo, rispetto alle violenze in Siria e in Iraq, da parte dei rappresentanti di alcune delle moschee più importanti in Italia. Ma è un distinguo fatto in ritardo e non da parte di tutti e che, come rivela Abdellah Redouane, Segretario della Moschea di Roma, “può rivelarsi un boomerang per i musulmani non fondamentalisti che vivono in Italia”. La nascita di questi nuovi centri abusivi ha fatto scattare l’allarme negli investigatori: “Più che cellule dormienti, per ora sembrano cellule addormentate – rivelano a “Il Foglio” -. Li seguiamo, ma non riusciamo ancora a capire se e come si muoveranno. Con la nascita del Califfato in Iraq, abbiamo dovuto ricominciare da capo perché non esiste ancora un filiera, simile a quella creata da al Qaeda, sulla base di una gerarchia e di un processo graduale: il proselitismo e il reclutamento avvengono in tempi brevissimi”.

Il proselitismo, oltre che negli italiani, fa presa negli immigrati di prima e seconda generazione. Ma, quello che più risalta, è il fatto che ciò avvenga all’improvviso, in contesti sociali non contraddistinti dall’odio, dove la parte da leone la fa ancora una volta internet. Il mutamento di comportamento non è solo finalizzato al reclutamento sul campo in Siria. Ma anche finalizzato ad azioni dimostrative in Italia o semplicemente alla creazione di basi italiane delle cellule che operano in Medio Oriente.

In questo senso, possiamo citare il caso di Mohamed Jarmoune, marocchino di 20 anni residente in Italia, sorto agli onori della cronaca per la propaganda rap attraverso i social network, arrestato nel marzo 2012 perché aveva progettato un attacco terroristico ai danni della comunità ebraica di Milano. Oppure, Anas el-Abboubi, anch’egli marocchino, accusato di avere cercato di creare una base per la cellula terroristica Sharia4, con l’intento di colpire a Brescia, cioè la città dove abita. Dopo l’assoluzione, si è arruolato con i combattenti dell’Isis in Siria.

Ma ci sono anche le cronache, molto spesso dimenticate dai giornali, di famiglie spezzate. Di padri che dall’oggi al domani cambiano, sposando la causa del Califfato, portando con sé i propri figli a combattere, lasciando le madri a piangere sugli oggetti e le foto rimaste a casa. Ci sono poi casi di alcuni ragazzi che modificano improvvisamente le loro abitudini, suggestionati da internet e dai loro coetanei convertiti alla causa della Guerra Santa.

Nei casi, invece, degli italiani di seconda generazione che dicono sì alla jihad, l’età media va dai 16 ai 30 anni. Molto spesso parlano poco arabo e vivono nel Nord Italia. Sono convertiti e sempre connessi alla rete. Oppure fanno parte delle nuove moschee, non autorizzate, sorte con regolarità dallo scoppio della guerra in Siria nel 2011. Partire è facile, grazie ai voli low cost per Gaziantep, nella Turchia Meridionale. La vera difficoltà sta nel trovare la cellula di combattenti in Siria perché il rischio è di essere scambiati per spie.

Il computo totale dei musulmani presenti in Italia ammonta a un milione e 200 mila persone (il 2% della popolazione). Come visto, internet in primis e centri di preghiera abusivi poi costituiscono i mezzi attraverso cui avviene il reclutamento di alcuni di loro. Il fenomeno della partenza per andare a combattere in Siria è ancora ridotto rispetto a chi sceglie di rimanere in Italia. E, anche se l’Isis ha occupato le prime pagine dei giornali nel corso degli ultimi tre anni, è ancora forte anche l’influenza di al Qaeda. La differenza, nella comunicazione e nella campagna sia di conversione sia di indottrinamento, sta nell’utilizzo intensivo dei social network da parte dei primi e l’avere imparato che solo un linguaggio di tipo occidentale può fare veramente breccia anche in quegli italiani, o europei, di seconda generazione cresciuti con i costumi europei.

Oltre ai contesti siriano e iracheno, ha influenza, sul nostro Paese, la crisi di ormai lunga durata presente in Libia. La decapitazione di due giovani, 19 e 21, attivisti per i diritti umani (rapiti il 6 novembre) per mano dell’Isis a Derna è l’ultima parte di una cronaca fatta di guerra civile e della rivendicazione, da parte di questa organizzazione terroristica, della conquista della Cirenaica.

E, in questo senso, le parole del ministro della Difesa Pinotti, danno il senso di come in Italia l’adesione alla causa della Guerra Santa possa crescere: “Ci preoccupa molto la situazione in Libia, dove il conflitto fra le fazioni in campo non sembra riuscire a trovare una composizione, malgrado gli sforzi di tanti attori internazionali e delle Nazioni Unite. Percepiamo distintamente il pericolo che in Libia il conflitto si aggravi e che entrino nelle sue dinamiche ulteriori elementi perturbatori, in particolare il radicamento di componenti fondamentaliste con la capacità di proiettare le loro azioni terroristiche anche verso i Paesi europei”, ha riferito la titolare del Dicastero in una conferenza interparlamentare.

 

Antropologia della comunicazione globale dell’ISIS – cultura di massa e reclutamento di terroristi 2.0 in Occidente

Mezzi comunicativi

Il 30 maggio 2014, armato di kalashnikov e pistola, Mehdi Nemmouche, un francese di 29 anni, è stato arrestato alla stazione ferroviaria marsigliese di Saint-Charles dai servizi doganali. Era ricercato per l’eccidio al Museo Ebraico di Bruxelles il 24 maggio scorso dove sono morti una coppia di israeliani, una volontaria francese e un impiegato belga. Nemmouche è francese, nato a Roubaix, nord della Francia.

Ecco come si combatte la nuova jihad: non è più necessario asservirsi di militanti organizzati, cellule gerarchiche con una organizzazione interna precisa, strutturata: bastano degli individui  intenzionati a colpire per immettere paura e insicurezza nel cuore dei paesi occidentali, a volte, i loro paesi d’origine.

Il rischio principale, il tallone d’Achille dei Servizi di Sicurezza, sta nell’imprevedibilità di attivisti “isolati”, come nel caso riportato. Fanatici reclutati prevalentemente sul web dai terroristi 2.0, veri esperti di nuove tecnologie della comunicazione. Esistono, di fatto, numerosi siti del filone Sharia4UK, Shari4Holland, Sharia4America e così via.

La giustizia europea si muove freneticamente alla ricerca, scoperta e smantellamento di cellule di reclutamento con base ne paesi dell’UE. Il 16 giugno scorso, le autorità spagnole hanno scovato quella diretta da tal Lahcen Ikarrien, ex detenuto di Guantanamo. Le  modalità di sorveglianza e le misure di sicurezza adoperate in caso di sospetta attività terroristica, sono agevolate nei paesi in cui è previsto il reato di “associazione a delinquere finalizzato al terrorismo”.

Tuttavia, il successo mediatico dell’ISIS nel mondo supera ogni ipotesi semplificata in relazione ai video delle efferate decapitazioni. Va ben al di la dell’apologia alla guerra santa. Vediamo i due aspetti che ne delineano l’azione: la strategia del terrore e il reclutamento continuo di nuovi militanti.

Osama Bin Laden otteneva la sua visibilità tramite video periodici mandati in onda in mondo visione: primo piano fisso, sfondo assettico, discorso, fine. Oggi, ogni terrorista, è in possesso di uno smartphone, un account Twitter, proprio come chiunque, in modo da poter raggiungere chiunque. Niente di più efficace.

La strategia comunicativa dell’ISIS pare sia stata messa a punto da Ahmad Abousamra, un 32-enne di Boston. Oltre ai video delle decapitazioni, v’è stata una evoluzione nella strategia comunicativa, una intuizione raffinata che si ravvisa nella rappresentazione virale delle “gioie del combattente”. Che sia un selfie, una piscina lussuosa, una sguardo fiero, foto o video, andrà condiviso sulla rete social. E il gioco è fatto. Propaganda studiata a tavolino. Twitter, hashtags (#Baghdad_is_liberated), Youtube, App, hacker in grado di sbloccare divieti.

Intercettazione dei soggetti da reclutare

Scatenare reazioni emotive forti quali l’indignazione, il senso di impotenza nella vita quotidiana, frustrazione e senso di ingiustizia porta a identificarsi con chi si ribella contro tutto questo. Diventare “martire” viene rappresentato come un riscatto della propria misera vita.

E la violenza? La pura violenza? Senza che sia necessario essere un soggetto socialmente fragile, per motivi economici, psicologici, famigliari etc, v’è una categoria di individui, principalmente giovani, a volte, molto giovani, i quali, facendo riferimento alle cronache, “per noia” esercitano violenza o vorrebbero esercitarla. Musica e videogame intercettano questa estrema “volontà di potenza” esaltandone l’eccitazione.

Ultimamente se ne ravvisa un terzo filone della comunicazione: “Is, da un mese, ha incominciato a produrre brochure e volantini bellissimi per far vedere come sia bello andare a vivere nello Stato Islamico. Non ci sono fucili: ci sono campi di grano, fiumi che scorrono e panetterie che sfornano pani fumanti. Servono ad attrarre le famiglie. Sono tre linee comunicative in parallelo, strategicamente organizzate, che Is sta utilizzando per organizzare al meglio e stabilizzare al meglio il suo “califfato”. I media fanno parte del gioco, vengono spesso utilizzati – i media occidentali – per le loro caratteristiche, dalle strategie mediatiche del terrorismo (Fonte: Marco Lombardi, professore di Sociologia e comunicazione presso l’Università Cattolica e direttore del centro per lo studio del terrorismo dell’ateneo milanese.)

Secondo le autorità britanniche, sarebbero oltre 500 i cittadini partiti per combattere in Siria.

Secondo l’Economist, sono 3000 gli europei convertiti e in preparazione per la jihad.

ISIS e la Società dello Spettacolo

Chiaro che la “guerra santa”, oggi, non è esclusivamente araba. L’ISIS comunica in arabo, inglese, tedesco. Come la cultura occidentale non è più esclusivamente tale. I foreign fighters sono occidentali e militanti ISIS e parlano di jihad globale.

Comunicazione spettacolare perfettamente in sintonia con la “Società dello Spettacolo” (Autore G. Debord) più attuale e totalizzante che mai. Gli esperti di comunicazione studiano la comunicazione dell’ISIS, i media studiano la comunicazione dell’ISIS, non considerando che è l’ISIS ad aver studiato e assorbito pienamente loro.

Secondo Der Spiegel, la strategia di reclutamento dell’ISIS si appella, non solo a soldati pronti a morire nella jihad, ma specificamente a tecnici, ingegneri. Sono 400 i cittadini tedeschi arruolati, ad oggi, nelle fila dello Stato Islamico. Ricordiamo che tali appelli vengono fatti in tedesco. Altro esempio efficace a comprendere la complessità della strategia di reclutamento di occidentali, è la canzone “Let’s go for jihad”, cantata in tedesco e sottotitolata in inglese. Niente arabo.

In definitiva, il fascino subito dagli occidentali nei confronti dell’ISIS, ha un carattere complesso. Avendo studiato e perfezionato e fatte proprie le opportunità della comunicazione globale; continuando sistematicamente a dare in pasto al mondo la profezia della concretizzazione del Califfato, lo Stato Islamico  opera con un mix di esercizio del terrore, della spettacolarizzazione della violenza e della narrativa epica (martiri celebrati in video).

Lo fa con un linguaggio altrettanto globale, lo fa rappresentando la profezia, facendola vedere. Parla di Stato, autorità costituità, ma svuotandolo delle categorie del diritto comuni nei paesi occidentali. Parla di ricchezza (com’è finanziato l’ISIS?), ma combatte il liberalismo.

Può tutto questo influenzare l’audience globale e, soprattutto, riesce questo a garantire regolari adepti, non solo dal mondo arabo, all’ISIS?

Ad oggi, la risposta è sì. Come e quanto durerà la propaganda del sogno del Califffato sarà nelle mire degli analisti, ma un segno profondo è stato lasciato. L’ISIS oggi è un brand.

“Big corporations wish they were as good at this as ISIS is” (Le grandi corporations vorrebbero essere bravi almeno quanto lo sono quelli dell’ISIS), sostiene J.M Berger, il più importante osservatore delle tecniche di comunicazione dei gruppi terroristi in medio-oriente.

 

di
Francesco Danzi
Giacomo Pratali
Sabiena Stefanaji

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Accordo UE – Georgia: un dicembre più caldo per i cittadini georgiani

EUROPA di

Il Parlamento europeo dovrebbe dare il suo consenso all’accordo di associazione UE-Georgia nel mese di dicembre. Lo ha sostenuto la Commissione Affari Esteri dell’Unione Europea con il voto del 17 novembre scorso.

L’accordo, firmato il 27 giugno 2014, punta a stabilire l’associazione politica e l’integrazione economica tra l’Unione europea e la Georgia e a portare alla progressiva apertura dei loro mercati. A tal proposito, esso comprende un accordo di libero scambio globale e approfondito.

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Il comitato ha raccomandato con ben 48 voti favorevoli, 1 contrario e 3 astensioni, il Parlamento a concedere il suo via libera all’accordo nella votazione di dicembre.
L’accordo è il terzo nella nuova generazione di accordi di associazione che il Parlamento Europeo è chiamato a ratificare, dopo quelli con l’Ucraina e la Moldavia.

Le autorità georgiane devono necessariamente cercare di gestire la riconciliazione nazionale, mettendo in guardia contro ogni dissipazione del sistema giudiziario finalizzata a inibire gli avversari politici, che, si teme, potrebbe compromettere gli sforzi della Georgia nel processo di democratizzazione. Tutte le forze politiche del paese sono incentivate a eludere ogni strumentalizzazione del sistema giudiziario e accusare una “giustizia selettiva”, impegnandosi nella lotta contro la corruzione e gli abusi di ufficio.

I deputati sostengono i passi della Georgia per migliorare le sue relazioni con la Russia e invitano quest’ultima a impegnarsi in modo costruttivo nella risoluzione pacifica dei conflitti.
La Russia dovrebbe altresì impegnarsi a rispettare pienamente la sovranità e l’integrità territoriale della Georgia e invertire il suo riconoscimento della Abkhazia e della regione di Tskhinvali nell’Ossezia meridionale, ponendo fine alla loro occupazione.

A Strasburgo si voterà sull’opportunità di ratificare l’accordo. Le parti, compreso l’accordo di libero scambio, hanno avviato l’applicazione, in via provvisoria, già dal 1 ° settembre 2014. Per l’entrata in vigore, l’accordo deve essere ratificato da tutti i parlamenti nazionali degli Stati membri dell’UE.

Il 17 novembre scorso, il 1 ° Consiglio di associazione UE-Georgia ha avuto luogo a Bruxelles, dove L’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha annunciato che le parti hanno concordato le regole per il funzionamento del Consiglio di Associazione al fine di garantire una buona piattaforma per il monitoraggio sullo stato di attuazione dell’accordo di associazione e la creazione di un regime di esenzione dal visto ai fini della libera circolazione dei cittadini georgiani.

“Sono lieta di accogliervi oggi, Primo Ministro Garibashvili, insieme con il nuovo ministro degli Esteri Beruchashvili e altri rappresentanti del governo georgiano, qui a Bruxelles, per la prima riunione del Consiglio di associazione UE-Georgia”, ha detto Federca Mogherini.

“L’accordo di associazione UE-Georgia, che abbiamo firmato nel giugno di quest’anno”, ha proseguito, “ ha portato le nostre relazioni ad un nuovo livello. L’accordo è stato applicato provvisoriamente dal mese di settembre, che ci permette di andare avanti per la più profonda associazione politica e integrazione economica. Come risultato, auspichiamo che la Georgia si trasformerà e si avvicinerà all’Unone Europea.
Abbiamo augurato alla Georgia di continuare a fare ulteriori importanti progressi nel processo democratico a partire dalle elezioni parlamentari e presidenziali del 2012 e del 2013, e abbiamo sottolineato la necessità di dare seguito alle raccomandazioni dell’OSCE / ODIHR in tempo utile prima del prossimo ciclo elettorale “.

L’UE ha impiegato 410 milioni di euro nel periodo 2014-2017 negli aiuti alla Georgia per riforme politiche, giudiziarie ed economiche, come previsto dall’accordo di associazione.

Si è discusso, inevitabilmente, sulla situazione attuale nella regione, le minacce oggettive e le sfide poste ai paesi del partnerariato dell’Est. L’attenzione è stata rivolta anche ai preparativi verso il vertice del partnerariato orientale di Riga che avrà luogo nel 2015.

Ad oggi, l’accordo sulla Georgia è stato ratificato da cinque paesi europei.
Per quanto riguarda le aspettative del vertice si è sottolineato l’importanza del sostegno degli Stati membri ai fini della concessione di una prospettiva europea all’ Ucraina, Moldavia e Georgia e la ratifica di tutti i 28 stati membri.

di Sabiena Stefanaji

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La guerra di informazione siriana

Medio oriente – Africa di

Si chiama “rapporto delle falsificazione dell’informazione” ed è stato stilato dal Governo Assad per elencare gli episodi rimbalzati sui video delle principali emittenti arabe e ripresi dai mass media occidentali costruiti appositamente per provare le brutalità del regime contro gli oppositori. Parliamo di tivù come Al Jazeera,  Al Arabiya, per citare le più importanti, supportate dai finanziamenti di quella fetta di mondo che comprende Arabia Saudita, Qatar e offre spazio anche alla Turchia.

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Paesi che il Governo Assad ha identificato come i nemici dai quali partono gli input e soprattutto il denaro per foraggiare quel terrorismo che fa male alla Siria e al suo popolo e si traveste con i colori grevi di una opposizione interna in realtà pressoché sbiadita e inesistente per non lasciare trasparire la sua vera natura di  intransigente fanatismo, importato semplicemente per creare disturbo e intorbidire le acque. E’ l’opinione di Elias Murad, presidente dell’Unione siriana di giornalisti. Murad parla di un servizio televisivo ritoccato per cambiare i colori delle bandiere sostenute dal popolo e trasformare una manifestazione  da filo-governativa quale era, al suo esatto opposto. E di una riunione governativa di piazza a Damasco affollata di gente proveniente da villaggi anche lontani che ha preferito tornarsene a casa al mattino successivo, scelta che ha assunto, nei servizi realizzati, i connotati di una massa dispersa per volontà di Assad. Il bilancio tracciato trasuda i toni del bollettino di guerra. “Fino ad ora – racconta – sono stati uccisi 30 giornalisti siriani ed in 10 sono stati rapiti. Durante il massacro di Adra, nel dicembre scorso, i corpi di alcuni colleghi sono stati utilizzati come barriere dai terroristi per proteggersi dai colpi. In questi anni di crisi, a  50 giornalisti  sono state distrutte telecamere e macchine fotografiche. Altri sono stati feriti e non possono più camminare,  altri sono stati rapiti e poi liberati dall’esercito. Quattro mesi fa, la sede siriana dell’emittente Al Manar a Damasco è stata colpita da due autobombe. La prima si è schiantata contro la barriera che ne protegge l’entrata, l’altra è riuscita a varcarla ma fortunatamente non è esplosa”. La Siria, in base alle statistiche, occupa uno dei posti al vertice della classifica che mette in fila i paesi in cui più pericoloso è fare il mestiere di giornalista. Accanto ad un terrorismo concreto, fatto di spari, massacri, uccisioni, Murad parla di “terrorismo mediatico” che non conosce bandiere e tantomeno religioni.  Come il blocco imposto di fatto dall’Unione Europea al segnale della tv siriana che Murad ritiene un pessimo esempio da parte “di paesi che vogliono esportare la democrazia. I giornalisti – continua – devono poter ascoltare tutte le parti”. Certo è che la crisi siriana ha influito sulla pluralità dei mezzi. Degli oltre 35 quotidiani presenti nel paese prima delle crisi ne sono rimasti oggi soltanto una ventina. Migliore è la situazione del giornalismo elettronico. Attualmente sono on-line un centinaio di siti di informazione, 40 dei quali hanno ottenuto il permesso governativo ed quindi sono riconosciuti. All’elenco si aggiungono 22 radio e 7 tivù.

Monia Savioli

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I volti dell’assistenza diretta alle vittime del conflitto siriano

Medio oriente – Africa di

Un camion di piccola taglia, lanciato a piena velocità, si ferma all’improvviso. Dal cassone aperto scende, rapida, una decina di uomini armati. L’aspetto è quello di chi ha visto troppo e vuole la strada davanti a sé completamente libera. Il fucile fra le braccia, la pistola sul fianco, i caricatori pronti.

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Lasciarli passare è un gesto che viene naturale, spinto dal timore e da quel rispetto reverenziale dovuto ai combattenti, indipendentemente dall’ideale per cui lottano. La fermata corrisponde all’ospedale militare di Tishrin, lo stesso in cui gli ispettori Onu si sono recati per parlare con i  soldati feriti nell’attacco con il gas sarin che ha provocato centinaia di morti alla periferia di Damasco. Non si può fotografare né tantomeno filmare l’ingresso, il viale di entrata, il piano terra dell’edificio dove scorrono anonime le porte che separano i corridoi da uffici e, soprattutto, non si possono riprendere i volti dei responsabili della struttura. E se capita di alzare casualmente l’obiettivo mentre si cerca il taccuino, ecco che c’è qualcuno pronto a intervenire, per ricordare che no, non si può. L’ospedale è un obiettivo sensibile, da proteggere.  Scarse anche le informazioni, centellinate. Nessun numero dichiarato per i posti letto, nessuna cifra a definire la quantità dei ricoverati, perché entrambi sono dati  inseriti nella sfera delle informazioni coperte dalla riservatezza militare. Quello che si riesce a sapere è che si tratta di un ospedale tecnologicamente all’avanguardia fatto costruire nel 1920 dal Ministero della Difesa siriano, che accetta anche feriti civili senza distinzioni fra amici e nemici del Governo e che dispone di un’ala separata per curare le donne militari. L’ospedale militare di Tishrin, alle porte di Damasco, non è l’unico della Siria. Ce ne sono altri, ad Aleppo ed Homs ad esempio. Quelli che parlano sono i ricoverati, militari feriti, alcuni non per la prima volta. Tutti filo-governativi. Ibrahim Joba ha 20 anni. È stato ferito alle gambe mentre l’esplosione di quell’ordigno, nella zona Est di Damasco nel quartiere di Jobar, portava via due dei suoi compagni. “Abbiamo visto missili cadere su di noi, i terroristi che usavano bazooka – ricorda – i civili bloccati nelle loro case. E’ per loro che combatto. La maggior parte dei terroristi proviene da altri paesi, da tutte le parti del mondo”. Anche Mohamed, capitano di 34 anni era a Jobar,  dove nel frattempo il conflitto per il controllo della città si è spostato dalla superficie ai vecchi tunnel sotterranei individuati dal fronte dei ribelli per minare le postazioni militari governative e muovere rifornimenti. Mohamed ha una figlia piccola, incontrata per la prima volta durante la sua degenza in ospedale, e tre fratelli arruolati come lui nell’esercito. “I terroristi entrano nelle case dei civili e li uccidono prima di andarsene – spiega. “La prima cosa che racconterò a mia figlia quando sarà sufficientemente grande per capire è l’amore per la patria. Lo Stato siriano è unico. Sono disposto a tornare a combattere anche 100 volte se sarà necessario. La mia è una famiglia di martiri”. Il primo compito di un soldato siriano, ci spiega, è quello di difendere la patria. “Mio fratello non era militare  – racconta uno dei parenti in visita al famigliare ferito. “Quando l’hanno chiamato non ha esitato, è partito. I casi di diserzione sono stati pochi, solo una decina. L’esercito siriano è forte”. A Yarmouk, il campo profughi palestinese che si erge alla periferia sud di Damasco, la situazione è completamente diversa. Lì, per curare i feriti civili che riescono a fuggire, c’è soltanto un punto di primo soccorso, allestito in uno scantinato che ospita tre letti ed una vetrinetta spoglia di medicinali.

Monia Savioli

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Il retroscena storico della crisi in Ucraina

EUROPA di

Attraverso un’analisi sociologica, linguistica ed economica, la prof. Dundovich contestualizza le istanze filorusse delle regioni del Donbass e della Crimea e analizza la linea politica di Unione Europea e Stati Uniti in contrapposizione al protagonismo di Putin.

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Nel corso degli ultimi due anni l’Ucraina è divenuto il teatro di scontri su più livelli. Da quello interno tra le regioni occidentali e quelle russofone, passando dal braccio di ferro tra Kiev e Mosca, fino ad arrivare alla guerra di posizione, o addirittura fredda, tra Russia e Nato. Per approfondire meglio questi temi, abbiamo intervistato Elena Dundovich, Professoressa di Storia dell’Europa Orientale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Pisa.

Prof. Dundovich, dal punto di vista storico, quanto sono fondate le ragioni delle regioni del Donbass e della Crimea? Sono davvero zone culturalmente più vicine alla Russia?

“Il contrasto che attualmente l’Ucraina ha con la Russia, soprattutto per quanto concerne le regioni orientali, è comprensibile solo se si tiene presente la particolarità di questo Paese dal punto di vista della composizione linguistica e anche religiosa. L’Ucraina è stata a lungo soggetta al dominio di governi stranieri diversi nelle due parti del paese. La zona occidentale è stata per lungo tempo sotto il Regno di Polonia e del Granducato di Lituania, uniti a partire dal 1569 nella Confederazione polacco-lituana. Quando questa scomparve, nel 1795, parte l’Ucraina occidentale andò all’Austria. La parte orientale, viceversa, ha sempre fatto parte dell’Impero Russo: di conseguenza, è sempre stata più abitata da cittadini ucraini russofoni. Questo fatto della lingua, però, è molto complesso perché l’ucraino e il russo sono sì distinti, ma attualmente nel Paese si usano entrambi indifferentemente persino, per esempio, in tv durante la stessa trasmissione televisiva. Nella parte orientale del Paese, soprattutto nelle regioni di Donetsk e Lugansk, si arriva al 65-70% di russofoni, mentre in alcune regioni occidentali si scende al 10%. In più, dal punto di vista socio-culturale, dobbiamo tenere conto che l’unità nazionale ucraina è un fenomeno storico recente databile a metà dell’Ottocento e che ha avuto poco tempo per manifestarsi. Sicuramente nel Donbass vive la maggioranza dei cittadini ucraini di lingua russa, così come ce ne sono tanti anche in Crimea. Sono zone più legate alla Russia, vista anche la loro ricchezza mineraria sfruttata a suo tempo dalla grande industria sovietica: pertanto, oltre al legame culturale e linguistico, va aggiunto anche quello economico”.

Dalla rivoluzione arancione, passando per la deposizione di Yanukovich, fino ad arrivare al referendum in Crimea: l’Ucraina è diventato il terreno di scontro della rinnovata Guerra Fredda tra Stati Uniti e Russia?

“In questo momento, sicuramente l’Ucraina si presenta come un campo di battaglia per le controversie tra Stati Uniti e Russia. Quanto questo sia stato frutto di una precisa volontà da parte dei due paesi e quanto sia stato frutto del normale avvicendarsi degli eventi storici, è da appurare. Voglio dire che tutta questa situazione di tensione è nata dopo la proposta dell’Unione Europea di firmare il Trattato di Associazione con l’Ucraina. E, secondo me, è stata una scelta molto avventata perché non ha tenuto conto delle enormi difficoltà economiche e sociali sorte dopo l’indipendenza del 1991, delle istituzioni politiche molto fragili, del controllo degli oligarchi sullo Stato e sui partiti. Oltretutto, da sempre, la parte orientale viene considerata dalla Russia quasi una parte integrante del proprio territorio e la Crimea ha assunto, negli anni più recenti, un’importanza strategica e militare preponderante dopo che, con gli accordi del 1999, vi è stata dislocata la flotta della Federazione. La mossa dell’Ue non ha tenuto minimamente conto dei legami storici, politici e culturali che l’Ucraina ha sempre avuto con la Russia e non ha tenuto conto nemmeno della sua enorme fragilità. Così facendo, ha fatto di questo Paese l’oggetto di una presunta rinnovata Guerra Fredda. Gli Stati Uniti, inoltre, cercano da molto tempo di allargare la Nato fino ai confini ucraini, in modo da toccare la Russia: un’opzione da sempre vista con perplessità dagli ucraini stessi perché non consona alla loro posizione geopolitica e ai loro legami con Mosca.. Teniamo infine presente un altro elemento: fino a questo momento il più importante partner commerciale dell’Ucraina è stata la Russia. Il gas russo, inoltre, venduto a prezzi scontati ha aiutato gli ucraini da quando c’è stata l’indipendenza: quindi, il fattore economico è altrettanto fondamentale”.

Come giudica la decisione dell’Unione Europea di inasprire le sanzioni nei confronti della Russia?

“A me sembra un provvedimento ridicolo perché noi dipendiamo dal gas russo in maniera preponderante. Proibire ad alcuni oligarchi dell’entourage di Putin di viaggiare in Europa e congelare i loro beni è irrilevante rispetto al contesto in cui ci muoviamo. Questo soprattutto per noi europei, visto che gli Stati Uniti non pagano il prezzo di una dipendenza così alta dal gas russo. E poi abbiamo tantissimi rapporti commerciali di varia natura con la Russia che non ha tardato a reagire bloccando l’importazione di molti prodotti europei, italiani inclusi. L’annessione della Crimea è stato un gesto molto forte ma comprensibile perché Putin non poteva lasciare la base più importante della flotta ad un governo debolissimo. Poroshenko stesso è un potente oligarca, ma gli oligarchi sono abituati a cambiare posizione politica continuamente: alcuni di essi erano e sono filoeuropeisti perché questo agevolerebbe le loro ricchezze, mentre altri sono più favorevoli ai russi per garantire maggiormente i propri patrimoni e le proprie posizioni di potere. Tutto ciò in un Paese in cui un abitante ha una pensione media di 80 euro al mese e uno stipendio di 120 euro al mese, ma il costo della vita è simile al nostro. Una reazione forte da parte dell’Europa e degli Stati Uniti avrebbe avuto un senso al momento dello scoppio del caso della Crimea, quando sono state violate le norme del diritto internazionale. Queste sanzioni mirate, invece, mi appaiono francamente senza fondamento. In più, c’è da considerare il motivo per cui agli ucraini interessava davvero associarsi all’Unione Europea: grazie al Trattato di Schengen, essi avrebbero potuto circolare liberamente in Europa senza il visto. . Era questo ciò che davvero gli interessava. Le manifestazioni di Piazza Majdan più che a favore dell’Europa, sono state contro il governo corrotto di Yanukovich. L’opinione internazionale è stata vittima di molti fraintendimenti e anche sui giornali ho visto molta approssimazione nell’analizzare la situazione ucraina”.

Qual è il suo parere sulle recenti elezioni nelle regioni di Donetsk e Lugansk? Quali sono le differenze rispetto a quanto avvenuto in precedenza in Crimea?

“A mio parere, bisogna distinguere due fasi distinte. La prima è quella che va dal 28 novembre 2013 all’annessione della Crimea, quando il rischio è stato molto sottovalutato dall’Unione Europea e Putin ha fatto la voce grossa. Nella seconda fase, invece, il gioco è un po’ scappato di mano anche a Putin stesso e, sull’onda dell’esempio della Crimea, altre regioni russofone hanno cercato di fare altrettanto. In questo caso, però, possiamo notare come l’atteggiamento del capo del Cremino sia stato molto più prudente. È vero che ha mandato soldati in incognito nell’Est Ucraina, ma è altrettanto vero che finora non ha fatto nessun passo ufficiale, ovvero non ha deciso alcuna annessione. Riassumendo, nella prima fase l’iniziativa è stata in mano all’Ue che ha combinato un danno. Poi, il gioco è passato in mano a Putin che ha reagito coerentemente con i propri interessi. Si sarebbe potuto evitare tutto ciò se solo si fosse accettato di discutere della posizione dell’Ucraina insieme alla Russia. Poiché anche se sulla carta l’Ucraina è uno stato indipendente, rimane pur sempre un paese, per tutte le ragioni che ho spiegato prima, che subisce fortemente l’influenza di di Mosca”.

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Giacomo Pratali
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