Il lungo scivolo e la sindrome del combattente. L’altro lato dell’utilizzo dei droni per missioni di targeted killing.

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Quando la minaccia è il terrorismo asimmetrico, la risposta è altrettanto asimmetrica. La vittoria in uno scontro è basata sull’asimmetria, se così possiamo dire, dell’utilizzo delle risorse disponibili. I problemi sorgono quando, per debellare una minaccia, si finisce per causarne indirettamente un’altra, più pericolosa.

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L’utilizzo dei droni (arma tra le più controverse ma sicuramente tra le più utili) ha modificato ulteriormente i conflitti moderni, rendendola l’arma più asimmetrica tra le armi asimmetriche. Ma fin qui, se gli obiettivi fossero sicuri e mirati, non ci sarebbe nulla di scandaloso. Il cosiddetto “targeted killing” ha avuto un esponenziale crescendo in questi ultimi anni nelle operazioni militari. L’utilizzo, in questo caso, di droni da parte di Stati nei confronti di singoli individui al fine di eliminare il portatore di una minaccia o la minaccia stessa sembra essere la nuova frontiera delle operazioni militari. L’impiego massiccio di questo tipo di tecnologia non riesce però ad evitare che, all’interno delle statistiche, finiscano per essere riportati anche target che sono tutt’altro che sensibili. Le vittime civili legate all’utilizzo dei velivoli senza pilota come armi di precisione sono un aspetto ormai innegabile di questa nuova politica dei conflitti. Quello che dovrebbe preoccupare maggiormente è l’effetto che questi danni collaterali hanno sulla popolazione inerme che diventa protagonista del conflitto in atto. Sono cioè partecipi di attacchi (che spesso hanno tra le vittime bambini) che sebbene abbiano l’obiettivo di essere precisi, spesso non riescono ad esserlo.

Il risentimento che l’utilizzo di queste armi crea nelle popolazioni sta mettendo seriamente a rischio la strategia e la politica che ci auguriamo sia dietro queste operazioni militari, preparando un lungo e pericoloso scivolo su cui gli Stati Uniti ed i loro alleati in possesso di tale tecnologia faranno meglio a non incamminarsi. Il senso di onnipotenza che questi nuovi droni creano, rende gli eserciti che li posseggono destinatari di un odio ed uno sdegno ancora più profondo, viscerale, anche da parte di chi non ne ha mai visto uno. E’ quanto ammesso dal Generale McChrystal, ex comandante forze ISAF in Afghanistan. Lo stesso presidente Karzai si era pubblicamente esposto affermando di non accettare missioni statunitensi di questo tipo sul territorio afgano, in seguito alla conferma dell’uccisione di due bambini. Ciò che è sicuro, è che il numero delle nazioni che si stanno dotando di questa tecnologia sta aumentando. E ne è aumentato il loro impiego.

Al crescere di una tensione che sta creando sempre maggiori obiezioni interne e sempre maggior odio esterno verso governi che legittimano l’uso massiccio di queste armi, dovrebbe accompagnarsi un pubblico dibattito legale e sociale su questi temi. Sarebbe bene far uscire fuori da questa patina di mistero la nuova guerra dei droni, per evitare che in Pakistan, in Afghanistan, in Iraq e altrove si scateni quella che possiamo definire la “sindrome del combattente”. Non esistono zone neutrali, tutte le persone sul terreno sono considerate combattenti. In sintesi quello che esprimeva il Maggiore David Stockwell in merito ad un raid statunitense nella missione “Restoring Hope” in Somalia, dopo che erano state accertate sessanta vittime civili. L’ironia della sorte è che per mezzo dell’utilizzo spesso opinabile della tecnologia dei droni, la sindrome da combattente si sta diffondendo per inerzia in maniera massiccia proprio a causa dell’indiscriminato utilizzo di tali armi, facendo aumentare il numero di volontari che si arruolano in questa o quella milizia locale perchè esausti delle continue vessazioni, privazioni e perdite civili cui assistono e che non riescono a spiegarsi. Arab News riporta che, secondo Human Rights Watch, il fronte dell’ISIS in questi ultimi mesi ha reclutato giovani ragazzi (in alcuni casi bambini) come cecchini. I video li riprendono sfilare sui convogli insieme ai loro fratelli soldati, proprio come nelle migliori tradizioni delle guerre dell’ultimo mezzo secolo.

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