GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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maggio 2014

Dalla Russia alla Cina: quando un atteggiamento unilaterale fa giurisprudenza nel diritto internazionale

Asia/Sud Asia di

L’atteggiamento aggressivo di Pechino non nuoce solo ai vicini asiatici. In Estremo Oriente si apre un nuovo fronte geopolitico, in cui Stati Uniti e Unione Europea dovranno mettere in campo un atteggiamento non pregiudiziale.

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Non solo la politica aggressiva della Russia nei confronti dell’Ucraina, con l’istituzione unilaterale di un referendum che ha portato alla secessione della Crimea, può avere ripercussioni sul diritto internazionale. Nel mese di maggio, infatti, si è aperto un altro fronte geopolitico caldo: quello relativo al Mar Cinese. In questo caso, l’attore principale è la Cina.

Forte del suo sviluppo economico impetuoso, Pechino ha messo in campo un atteggiamento aggressivo nei confronti dei paesi limitrofi. Mira, attraverso la politica dell’appropriazione de facto, ad appropriarsi di porzioni di spazi aerei e marittimi degli stati confinanti.

In primis, è il caso del Vietnam. Il governo cinese ha infatti installato una piattaforma petrolifera a circa 200 chilometri dalla costa vietnamita (vicino alle contese Isole Paracel), in acque rivendicate da Hanoi, dando una dimostrazione di forza. Attraverso un atteggiamento unilaterale e approfittando del fatto che questo stato non ha potenze protettrici alle sue spalle, la Repubblica Popolare ha attuato la politica del “fatto compiuto”, conquistando una porzione territoriale non sua.

Questo ha provocato violenti scontri in Vietnam e ha costretto il governo di Pechino a riportare molti connazionali a casa. I dimostranti, nonostante l’atteggiamento contrario delle autorità, si sono riversati nelle piazze di tutto il Paese e hanno dato fuoco ad alcune fabbriche appartenenti a proprietari cinesi, provocando diversi morti.

Ma quello che rischia di verificarsi in Estremo Oriente è un effetto a macchia d’olio. A differenza degli altri stati che si affacciano sul Mar Cinese, la Cina non ha aderito alla Zee (Zona Economica Esclusiva) sancita dall’Onu e firmata non solo dal Vietnam, ma anche da Malesia, Brunei, Filippine e Taiwan. Ed è questo il motivo per cui Pechino si è arrogato il diritto di costruire una piattaforma petrolifera in acque territoriale di non sua appartenenza.

Una dimostrazione di forza che potrebbe ripetersi in futuro sia in Asia sia nel resto del mondo e che potrebbe dare seguito a pericolosi precedenti nel campo del diritto internazionale. Così come il referendum sulla secessione della Crimea è stato riconosciuto unilateralmente dalla Russia, la stessa cosa, sebbene con modalità diverse rispetto ad un plebiscito, si potrebbe ripetere con la Cina.

In entrambi i casi, infatti, il fatto avvenuto e, seppur contestato, potrebbe influire sulla giurisprudenza internazionale e moltiplicare in tutto il mondo atteggiamenti violenti e rivendicazioni unilaterali.

La protezione da parte degli Usa di cui godono Giappone e Filippine sembrano, per il momento, aver frenato in parte la sete di espansionismo cinese. Ma la questione è tutt’altro che chiusa. E spetta all’Occidente e alla comunità internazionale riportare il dialogo al centro delle relazioni e dispute internazionali.

Tuttavia, come nei casi delle crisi che hanno coinvolto i paesi del Nord Africa, la Siria e l’Ucraina, Stati Uniti ed Europa devono mettere in campo un atteggiamento non frutto dei pregiudizi tipico del XX secolo, ma aperto e contestualizzato nei nuovi scenari globali che si sono venuti a creare all’inizio del Nuovo Millennio.

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L’ISIL rispolvera l’antico mito del califfato. Come e perchè il ritorno ad un califfato può rianimare gli spiriti arabi nella regione.

Difesa/Medio oriente – Africa di

Sarà un caso che il movimento per lo Stato Islamico per l’Iraq e il Levante (ISIL) abbia ritrovato tra la sabbia il life motiv che ha per secoli moderato e diretto le politiche estere nel quadrante medio orientale?

In realtà il califfato (in arabo “vicariato”) ha per secoli regnato in varie forme nel Medio Oriente ed in Africa spingendosi fino in Spagna: rispettivamente i califfati di Baghdad, Il Cairo e Cordoba. Il termine stesso richiama alla memoria nostalgica i racconti del grande impero islamico e del sogno di riunire sotto un unico califfato appunto, tutte le genti di fede islamica. L’ISIL ha ormai messo in atto una politica di vera e propria riconquista dei territori tra Iraq e Siria e sicuramente, se l’obiettivo resta quello dichiarato, ci si può attendere un ulteriore inasprimento dei conflitti.

Le parole del segretario di stato americano Kerry che invita a considerare la minaccia come pericolo imminente per tutta la regione sono senz’altro da prendere in seria considerazione, data la capacità che certi richiami hanno di far rivivere un grande spirito unitario nel mondo arabo. Di certo occorrerebbe indagare quali possibili legami potrebbero esserci tra questo gruppo ed i vari governi interessati direttamente o indirettamente alla questione. Quale che sia il retroterra culturale del gruppo dell’ISIL, che ormai conta numerosi membri provenienti anche dall’esterno dei confini iracheni ed arruola nel percorso anche giovani e giovanissimi, non vi è dubbio che il collante che rende tale appello di grande portata e che stimola un forte senso di appartenenza sia quello del richiamo alla comune fede islamica. Richiamo che è in grado di rappresentare un fortissimo elemento coagulante non solo per i fedeli iracheni o siriani ma per i musulmani di tutta l’area.

Il mondo islamico, da sempre intrappolato all’interno di confini stretti e scomodi, spesso risultato di divisioni straniere ed appannaggio di governi dittatoriali non è mai stato percepito, come invece accade per le altre religioni, come un mondo all’interno del quale convivessero diverse realtà statuali accomunate dalla fede. E’ piuttosto un’unione di fedeli che non riconoscono, a differenza degli occidentali barriere o confini. Senza esagerare, possiamo affermare che la prospettiva di un nuovo califfato sarebbe in grado di raccogliere consensi da una larga parte del mondo musulmano, parte del quale sicuramente avrebbe da ridire però sulle modalità terroristiche di conduzione di tale processo da parte del gruppo.

Il carattere intimamente e dichiaratamente universale della religione islamica è da sempre al centro di un duplice e contrastante antagonismo: la sua tendenza universale (che nella storia ha conosciuto illuminati periodi di convivenza con tutti gli altri credi) si frappone ad un forte sentimento nostalgico il cui riferimento risiede in un passato glorioso di cui ci si augura il ritorno. Il contrasto tra una pressione potremmo dire fisiologica  verso l’esterno tipica di una religione che si è spinta fino in Europa ed uno sguardo sempre puntato al passato rendono la fede islamica, soprattutto se collocata in un mondo globalizzato, estremamente instabile in alcune sue derivazioni e soggetta spesso alle più diverse manipolazioni.

La creazione di un nuovo ordine che l’ISIL riconosce nel fondamentalismo islamico, sebbene sia in grado di attirare l’attenzione di tutto il mondo musulmano poichè richiama la resistenza all’oppressione occidentale e la riunione del popolo musulmano, sembra però essere meno pervasiva di quanto sembra. Gli episodi di massacri e violenze perpetrati durante le continue avanzate e ritirate dei miliziani non sono di certo una buona pubblicità per le finalità del gruppo. Esso non ha al momento appoggio interno né esterno in grado di legittimare a livello popolare le operazioni di guerriglia. Sta ingaggiando conflitti perfino in Siria, dove anche le forze ribelli approntano sbarramenti e si oppongono. Bisogna però augurarsi che le azioni dell’ISIL non fungano da esempio per i vari gruppi fondamentalisti che sono sparsi al di fuori della regione, dal Corno d’Africa all’area sahelo-sahariana.

Francesco Danzi
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